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Didone Regina – Gaia Servadio

La figura di Didone mi ha sempre suscitato emozioni contrastanti: da un lato riconosco che la figura della donna intelligente e di successo che si rovina per colpa di un uomo sia fin troppo realistica, dall’altra questo non mi va proprio giù. Non l’ho mai ‘amata’ di per sè ma per quello che simboleggia, lo scontro tra Roma e Cartagine.
Gaia Servadio tratta di una Didone ‘storica’, che quindi non ha mai incontrato Enea, passato per i territori dove sarebbe sorta Cartagine solo trecento anni dopo. Nata come erede al trono di Tiro e costretta a lasciare la sua città a causa degli intrighi e dei complotti di corte, fonderà quella che sarà la più potente città del Mediterraneo, ma non sarebbe Didone se non finisse male per colpa di un uomo…
Più che sui personaggi, abbozzati appena tanto da essere archetipici più che persone, Gaia Servadio si è concentrata su quel crogiolo di popoli e di vie commerciali che era il Mediterraneo. Il romanzo restituisce davvero un’idea realistica di quanto le coste egiziane, africane, mediorientali, fossero il sistema nervoso di quella che poi sarebbe diventata la nostra civiltà. Per chi è meno abituato agli antichi nomi dei luoghi di cui si narra consiglierei di tenere sottomano una cartina geografica del mediterraneo dell’epoca. Non sarebbe stata una cattiva idea inserirla nel libro.

Il romanzo in sè, a essere onesti fino in fondo, non è quello che definirei appassionante, e lo stile della Servadio non aiuta: a volte davvero troppo riassuntivo e didascalico, liquida una nascita, un’alleanza riuscita o meno, una guerra o un voltafaccia nemico in poche righe, per passare a quello che ‘le interessa’. A volte ci sono dei salti talmente netti da lasciare spiazzati, soprattutto per quanto riguarda l’evoluzione dei rapporti tra i personaggi, fondamentale perché è quello che porterà Didone al suo destino inevitabile. Si passa da ‘ti amo’ a ‘ti ucciderò’ e viceversa in, letteralmente, un singolo paragrafo. Capisco che il romanzo non si basi sull’introspezione dei personaggi, ma chiedere al lettore di ricostruire da sè il processo psicologico che conduce a certe azioni è un po’ la soluzione di Pilato.

Carthago delenda est... no spe.

Carthago delenda est… no spe.

In compenso l’atmosfera ricreata è eccellente, tra spezie orientali, profumo di sandalo, superstizioni capaci di indurre a sacrificare il proprio figlio, intrighi di palazzo e popoli delineati in tutte le loro differenze e i loro contrasti. Il romanzo si basa principalmente su questo, in effetti. Didone, man mano che prosegue la storia, da protagonista per cui si parteggia diventa un po’ ‘una tra i tanti’, cosicché alla fine la sua morte dispiace solo perché è una scena cruciale.
La citazione alle Idi di marzo è lievisssssssima, ci mancava solo il ‘tu quoque’ per completare il parallelismo. Ho apprezzato molto.

 

Se non volete il demone dello spoiler su 'Didone regina', la cosa giusta da fare è evitare le sinossi su Amazon e bruciare la copertina. Che fa pure rima.

Se non volete il demone dello spoiler su ‘Didone regina’, dovete bruciare la copertina. Che fa pure rima.

L’editore Frassinelli, in questo libro, ha fatto una scelta che decisamente esclude il lettore occasionale: nella sinossi sul risvolto di copertina ha spoilerato TUTTO il romanzo, e con questo non voglio dire un generico ‘Didone muore a Cartagine’, perché chiaramente Didone deve morire, è personaggio tragico per definizione. Anche se ho una passione per gli epic win e non avrei disprezzato una rilettura in cui Didone muore solo simbolicamente, che muoia con disonore è iconico. Almeno ci viene risparmiata la manfrina con Enea.1
Il fatto è che, nella sinossi, viene raccontato tutto, compresi i pochi colpi di scena della storia, e quindi si affronta la lettura con uno spirito decisamente diverso rispetto a chi si approccia senza sapere cosa lo attende.

Ora, io non so se Frassinelli abbia commesso il più marchiano degli errori (il demone dello spoiler) o se la cosa sia voluta (ma sta al lettore prendersi la libertà di anticipare gli eventi del romanzo, non a terzi), però mi ha portata a pensare ai romanzi che ho letto ultimamente, e che ho divorato proprio con l’ansia di sapere ‘come va a finire’.
Alcuni di questi meritavano una rilettura – fatta – ma la maggior parte dei libri concepiti per far venire voglia al lettore di andare avanti fino a esaurimento, della storia e dei suoi poveri nervi, non hanno, di fatto, nessun’altra qualità.
Sono scorrevoli, con un sacco di cliffhanger e capitano una montagna di cose a ogni capitolo, tant’è che se a volte ce n’è uno più tranquillo i lettori si lamentano che non succede niente. Sta di fatto che, dopo avere letto libri così, non ho voglia di rileggerli, non penso a cosa mi hanno lasciato, sono solo sollevata di averlo finito.
E quando arrivo alla fine di un libro sollevata perché sia finito per me non è un buon segno.
Forse sto invecchiando2 perché ricordo benissimo quanto mi appassionasse leggere libri che vanno divorati, che non puoi posare perché se non sai come il personaggio uscirà da quella situazione non dormi, e svegli per svegli, tanto vale stare su a leggere. Libri così hanno una grande qualità, appunto quella di farti venire la sete della lettura. Tant’è che, finito uno, subito bisogna leggerne un altro.
Il problema è che, ormai, per me alla fine del libro quella sete deve essere soddisfatta. Il ritmo serrato, le frasi a effetto che concludono un capitolo o il cliffahnger che ti lascia di stucco, i personaggi che fanno cose stupide per cui vorresti scrollarli, i colpi di scena, non mi bastano più. Se non ci fossero sarei contenta lo stesso. Non mi basta più arrivare alla fine, voglio anche godermi il percorso.
Per questo motivo, credo, la scelta di Frassinelli di riassumere tutto il libro, con tanto di chiave di lettura servita in calce (ehm, no, Didone non viene uccisa in quanto ‘donna scomoda’, viene uccisa perché non ha saputo gestire le cospirazioni e gli intrighi di corte. Fosse stata un uomo l’avrebbero assassinata lo stesso. Non c’è nessuna eroina femminista ante litteram), non mi ha dato il fastidio che potrebbe dare ad altri. Anzi, mi ha permesso di godermi il ‘durante’, perché sapevo già dove si sarebbe andati a parare, e quindi non avevo nessuna fretta di sapere cosa succede.

Mi piace leggere libri senza la fretta di consumarli subito. Sì, sto decisamente invecchiando3 .

  1. l’odio profondo per questo personaggio è qualcosa che mi porto dietro dal ginnasio e da cui non mi liberrerò mai. Ho già adocchiato un retelling dove Enea non è mister Perfezione ma una specie di psicopatico assassino e conto di leggerlo quanto prima. Ho bisogno di sapere di non essere sola con il mio astio per lui. Perfino Ursula K. LeGuin mi ha tradita in questo, mortacci tua Lavinia []
  2. quando qualcuno dice così si aspetta un coro di smentite. Lo dico tanto per. E su. Dai. []
  3. e sto decisamente aspettando che qualcuno neghi con passione. Please! []

2 thoughts on “Didone Regina – Gaia Servadio”

  1. Vale
    Vale says:

    Ma come invecchiando, ma cosa, ma perché? Quella cosa dell’anagrafe è tutto un gomblottoh. Noi non si invecchia. Piantala di dire cazzate.
    Comunque, riguardo la cosa del non amare più certo tipo di libri, non sei sola… questo periodo per dirti, io leggo pochissimi romanzi, prediligo di gran lunga la saggistica (e la fatica di trovarne di buona in Italia… ma che te lo dico a ffa’, che lo sai meglio di me?). Su Didone non mi pronuncio, non ne so abbastanza (se non che al liceo diventavo matta, ma WTF, ma come, per un imbecille simile!)

    1. Lem
      Lem says:

      Non si invecchia, si insaporisce. O si va in aceto, che va bene uguale.

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