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La morte della Pizia – Friedrich Dürrenmatt

Riemergo dalla grotta in cui mi ero rinchiusa per completare Nati due Volte1 e ricomincio a parlare delle mie letture, o almeno di quelle che mi hanno particolarmente colpita.
Questo librettino di 68 pagine pubblicato da Adelphi, che tra l’altro è scontato del 25% per qualche giorno ancora quindi se volete approfittarne non indugiate2 , ha attirato la mia attenzione perché, in fondo, sono una persona semplice: vedo qualcosa con in mezzo la mitologia classica, tiro fuori i soldi.
La morte della Pizia riprende il mito di Edipo, rivedendolo dal punto di vista di colei che profetizzò ciò che tutti sappiamo: uccidere il padre e congiungersi con la madre. Destino terribile che Edipo, cercando di evitare, finirà proprio per provocare. Ma è davvero andata così?
C’è Tiresia, l’indovino cieco, che forse non è un indovino, forse non è cieco, e forse non è nemmeno Tiresia; c’è Laio, che forse non è un re e forse non è nemmeno il padre che Edipo ha ucciso; c’è Giocasta, che forse sapeva, forse non sapeva, forse voleva fare del bene e forse no; e c’è la Sfinge, che conosce la verità. O almeno una delle verità.
La Pizia Pannychis, arrivata alla fine dei suoi giorni, rievoca tutte queste figure e molte altre, scoprendo così che la verità è un gioco di specchi, un incastro in un incastro talmente sfaccettato che, alla fine, deve rinunciare a districare ulteriormente. Lei, in fondo, quel giorno voleva soltanto prendere per i fondelli l’ennesimo principe che veniva a chiederle scemenze, non parlava neanche sul serio!
Con uno stile coinvolgente come una ballata, caustico al punto giusto, basato soprattutto sul dialogo diretto e sul racconto dei vari personaggi che si avvicendano tra i fumi in mezzo ai quali la Pizia siede, e non per profetizzare bensì per curarsi i reumatismi (giuro), Dürrenmatt dona nuove profondità al mito edipico, costruendo tragedie nella tragedia di Sofocle e commedie che diventano profonde verità… anche se la verità è enigmatica come quell’oracolo che la Pizia ha smollato lì giusto perché, quel giorno, non aveva di meglio da fare.
I miti sono rivisitati con un gusto moderno che fa sorridere chi li conosce e chi non li conosce. Dal testo:

So benissimo che l’antica nobiltà dei nostri antenati è ormai decaduta. […] penso a quel beone di Prometeo che preferisce attribuire la sua cirrosi epatica alle aquile di Zeus piuttosto che all’alcool, o all’insaziabile ingordigia di Tantalo che esagera a dismisura il supplizio che gli procurano le normali restrizioni dietetiche alle quali è sottoposto chiunque sia malato di diabete.

Dopo avere letto la morte della Pizia avrete voglia di leggere, o di rileggere, l’Edipo Re. Magari anche l’Antigone, sebbene venga citata solo una volta di sfuggita. Comunque se non conoscete nel dettaglio le vicende vi consiglio un passaggio su Wikipedia almeno per prendere familiarità con i nomi, perché l’autore non si perde a spiegare azzi e mazzi, scegliendo di andare subito al dunque. E il dunque lo riassume molto bene Tiresia nella domanda cruciale, quella che a mio avviso racchiude il senso dell’intero racconto:

“Perchè mai, Pannychis, la gente dice sempre verità approssimative, come se la verità non risiedesse soprattutto nei singoli dettagli? Forse perché gli uomini stessi sono soltanto qualcosa di approssimativo. Maledetta imprecisione.

Una lettura veloce, scorrevolissima e che ti lascia dentro un’enormità di quesiti. Dürrenmatt usa l’ironia nel modo che preferisco: non per sfottere ma per riflettere, tirandoti fuori un ghigno che tre righe dopo si è già avvizzito, perché ti sei appena reso conto che la stupidità su cui stavi ghignando non è quella altrui, bensì la tua.
E devi continuare a leggere perché ti rifiuti di chiudere il libretto dando così implicitamente ragione all’autore. Sublime.

NB: Dürrenmatt ha scritto anche un racconto incentrato sul Minotauro. È qualcosa di amarissimo e crudele, ironico nel senso più graffiante del termine. L’ho amato profondamente, come amo tutte le rivisitazioni dei miti che ne rispettano lo spirito originario – simboli che parlano dell’umana virtù o dell’umana miseria. Il Minotauro di Dürrenmatt è una creatura che suscita compassione, salvo poi accorgersi, alla fine del racconto, che quella compassione il lettore la prova per se stesso.
Leggetelo. Potete trovarlo in pdf a questo link.
(e Teseo è sempre un grandissimo infame)

 

  1. se lo prenotate potrete accedere alla pagina dei contenuti speciali, con cose irrinunciabili quali le mie elucubrazioni, le spaventose incisioni che mi hanno ispirata, bloopers e brani elisi dalla versione definitiva… come rinunciare a tanta grazia? XD []
  2. sì, mi sono svenata, ho comprato quattro libri, seguendo il semplice ragionamento che, così facendo, ne avrei avuto uno gratis. Dicesi alibi mentale. Adesso sono un po’ più povera e un po’ più proprietaria di questo libro, de La leggenda del santo bevitore, dell’Aleph e di Finzioni. Poco monotematica sono []

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