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Nati due volte – zibaldone

Mi sono resa conto di avere affidato un po’ troppo a Facebook brani che non voglio vadano persi nei meandri del social network. In fondo quello spazio non è mio bensì del Zuckerbergo, il quale può fare come gli pare e decidere, da un giorno all’altro, di cancellare tutte le pagine autore degli scrittori sfigati. Siccome avrebbe ragione di farlo, preferisco tenere i miei articoletti su Nati due volte qui, in uno spazio personale.
Penso che scriverò altri articoli simili, perché sulla documentazione, la scrittura e la riscrittura di quest’opera ho perso la salute mentale e possiedo una quantità enorme di testi scritti. Non appena riuscirò a toccarli senza provare il desiderio di usarli per tagliarmi le vene, scriverò dei testi che ho usato come riferimento per Nati due volte. Sono, davvero, libri molto interessanti. Per chi li legge senza il lentino da entomologo ad estrapolare dettagli minuscoli sui quali imperniare una trama, almeno. Se siete tra quelle persone, STATE LONTANO DA ME. Mi basto io, grazie.

CONCEPT PER LA COPERTINA DI NATI DUE VOLTE – ARIANNA E DIONISO

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Nati due volte, particolare, matita. Di Serena Marina Marenco.
Queste sono tutte le reference per lo studio del costume di Arianna, che essendo cretese seguiva lo stile di abbigliamento minoico. Quindi niente pepli, veli o tinte pastello.

Arianna era una principessa dai colori sgargianti e i gioielli vistosi, cresciuta in una società estremamente paritaria (considerando che parliamo della tarda età del bronzo/prima età del ferro), e apparteneva al clan in assoluto più ricco dell’epoca: Minosse era il padrone dei mari, la sua era una talassocrazia completa. Di conseguenza, Arianna era cresciuta nel lusso e nell’agiatezza. Il rosso, il giallo e il turchese, i corpetti elaborati e le gonne a balze cretesi erano sicuramente parte del suo abbigliamento abituale.

I gioielli sono di epoca minoica, mentre la corona è di epoca più tarda. D’altra parte è il dono di ‘qualcuno’ che non si preoccupava certo di purezza storica.
Inoltre, per rimanere filologicamente fedeli, Arianna avrebbe dovuto indossare un copricapo che, ehm, abbiamo preferito tralasciare. Nemmeno l’iperrealismo di Serena e la mia maniacalità storica hanno resistito, davanti alla prospettiva di una protagonista che va in giro con in testa un gatto imbalsamato.
Fuso e filo sono rimasti invariati da allora fin quasi ai giorni nostri, quando sono stati abbandonati, quindi nessun problema.
La stola con cui si copre è una concessione agli antenati di Amazon che approdavano a Creta in quel periodo: per quanto le donne cretesi fossero libere, suppongo che nemmeno a loro piacessero li periti de vulva appena scesi dalle navi che fissavano come dei maniaci. In realtà sembra che aprissero soltanto la blusa, perciò avrebbe potuto limitarsi ad accostare di nuovo i lembi, ma la ‘mia’ Arianna è orgogliosa. Non si copre per paura di un uomo.

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Nati due volte, particolare. Di Serena Marina Marenco.
Catturare l’essenza di una divinità complessa come Dioniso è praticamente impossibile. Dio di morte, di rinascita, di ebbrezza ed eccesso di vivere, tormentato e ferito, o trionfante nel suo carro d’oro. Amante di molte, sposo di una soltanto.
Raffigurare tutto questo in un’immagine sola non si poteva.
La particolarità che rende Dioniso un dio davvero unico nel panorama mitologico greco, a mio avviso, sta nel suo femminismo ante litteram: le Menadi sono donne libere, sono selvagge e nessuno può prenderle, pena la vendetta terribile del dio. Sono loro a prendere, se e quando ne hanno voglia.
Nel mito, Dioniso eleva a sua sposa una donna che ha toccato il punto più basso del disonore e dell’umiliazione: una traditrice della sua patria, del suo re, del suo popolo, che si è data al nemico ed è stata da lui abbandonata.
Eppure, eccola lì, a brillare in cielo come costellazione immortale.
(e Teseo puppa)
(scusate, è più forte di me)

Il Dioniso che abbiamo scelto di ritrarre nella cover di Nati Due Volte è il Dioniso che torna trionfante dall’India. È appena approdato a Nasso, sta guardando qualcuno che, lo sa già, gli appartiene dall’inizio delle generazioni divine.

Per una volta ci piace sobrio. A volte capitava anche a lui. Ed è da sobrio che ha compiuto le sue imprese più grandi, o le più spaventose. In un momento tanto importante non poteva essere ubriaco.
Il suo abito, chiamiamolo così, è la parte inferiore di un sari. I gioielli sono indiani – conoscendolo, possiamo dare per scontato che non li abbia comprati al mercato.
Per un po’ abbiamo accarezzato l’idea di mettergli sulle spalle il suo amato mantello di leopardo. Poi, per fortuna, siamo rinsavite. Facciamo conto che a Nasso il caldo quel giorno fosse particolarmente feroce.
Notevole, comunque, come Dioniso riesca a essere pacchianissimo anche quando è praticamente nudo. Enzo Miccio può solo accompagnare.
E TESEO PUPPA

foto di Mariano Vargas – le Madonne peccatrici (clicca per ingrandire)

 

PASIFAE E IL TORO DI FALARIDE – idea scartata

Trovandomi alla prese con simbolismi molto forti, tra i quali spicca il toro, avevo concepito una mia personalissima versione della famosa vacca di legno nella quale Pasifae è entrata per concepire il Minotauro. L’idea era che Minosse non avesse particolarmente apprezzato tale… iniziativa della consorte, e che l’avesse punita in maniera indimenticabile.
Pasifae, d’altronde, viene associata a quell’unico atto, talmente grottesco da farne quasi una macchietta.Il toro di Falaride era uno strumento di tortura e di morte talmente efferato che l’inquisizione spagnola può solo accompagnare. Inventato da Perillo di Atene e apprezzato da Falaride, tiranno di Agrigento, consiste in un toro di bronzo a dimensioni naturali, il cui interno è cavo e può contenere un essere umano. Sotto la pancia del toro veniva posto un braciere per rendere incandescente il metallo.
La vittima (definirlo ‘condannato’ mi sembra disonesto) moriva in relativamente poco tempo perché il fumo lo soffocava, ma in quel poco tempo era cosciente di stare letteralmente arrostendo vivo, e le sue urla strazianti erano parte del divertimento di chi assisteva: un sistema di tubi veicolava le grida fuori dalla bocca del toro, distorcendole in modo che sembrassero muggiti.
Leggenda vuole che Falaride, da quella brava persona che era, invece di pagare Perillo lo abbia fatto rinchiudere nel toro per vedere se funzionasse davvero. Appurato che sì, era davvero la cosa orribile che sperava, tirò fuori il pover’uomo mezzo ustionato e gli disse che avrebbe avuto ciò che meritava. Perillo, che non aveva mai visto un film hollywoodiano, credette che quelle parole significassero che sarebbe stato pagato; naturalmente, invece, fu preso e buttato giù dagli scogli.
Leggenda vuole che lo stesso Falaride, quando venne rovesciato da Telemaco, finisse arrostito dentro

Immaginatevi il re e la corte seduti intorno che sgranocchiano stuzzichini ridendo.

il suo toro.
Avevo pensato di inserirlo nella storia perché è qualcosa di raccapricciante.
Le occasioni non mi sarebbero mancate, considerando che a Creta i tori erano venerati in ogni forma e modo: basti pensare al mito di Europa, al Minotauro, ma anche ad Apis che, in quanto divinità egizia, era certamente ben nota ai cretesi. E vogliamo parlare di Dioniso, che nelle sue raffigurazioni più arcaiche è appunto un toro?
Alla fine ho rinunciato. Il personaggio cui avrei destinato questa fine ha già subito abbastanza maltrattamenti nel mito, anche senza aggiungere questo. Inoltre re Minosse saggio e giusto, talmente equo da diventare, dopo la morte, uno dei tre giudici dell’Oltretomba, non era compatibile con uno strumento tanto perverso.

Ho voluto dare a Pasifae la dignità e la regalità che contraddistinguono una regina. Era sorella di Circe, figlia del Sole. Moglie di Minosse, quindi regina di Creta. Incantatrice? Chissà. Sacerdotessa? Sì.
Non era una macchietta.
Forse, per essere stata associata a quel gesto grottesco (dai, seriamente: un toro?), era quello che le donne, a cavallo tra l’età del bronzo e l’età del ferro, in un momento di transizione e grandi sconvolgimenti sociali, non dovevano permettersi di essere: potente.

MINOSSE E LA SUA IDENTITA’

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“Queste dimore infernali non sono state assegnate
senza giudizio e giudice: Minosse inquisitore
scuote l’urna dei fati, convoca l’assemblea
dei morti silenziosi, li interroga, ne apprende
i delitti e la vita.”
[Eneide, VI, 431-433]

Uno dei personaggi più difficili che ho affrontato in ‘Nati due volte’, dopo Dioniso, è stato re Minosse.
Minosse figlio di Europa e di Zeus, Minosse il re di Cnosso e signore del mar cretese, Minosse il legislatore che ha unificato i regni delle isole e trasformato il suo regno nella potenza talassocratica che ancora oggi conosciamo. Minosse giudice dell’Oltretomba.
Minosse, lo spietato tiranno che ha imposto ad Atene quel tributo di sangue.
Tralasciando l’analisi storica, secondo la quale Minosse era, in effetti, non un nome proprio ma un titolo regale, ci ritroviamo davanti a due immagini diversissime di questo personaggio mitologico: da una parte il re saggio e giusto che, per l’equità dimostrata in vita, dopo la morte è stato ritenuto degno di giudicare le anime dei defunti, dall’altra il mostro crudele che mandava a morire dei ragazzini innocenti senza battere ciglio.
Sono due versioni diversissime, anzi incompatibili.
Come poteva essere un saggio legislatore, se passava il tempo a dare bambini in pasto al Minotauro? E come poteva essere un mostro crudele, se quando ha scoperto l’adulterio di sua moglie, anziché ripudiarla e uccidere il mostro, si è preso cura di entrambi fino a spingersi a quel gesto estremo?
Minosse, chi eri veramente?
Il re di Cnosso è, mitologicamente parlando, qualcosa di immenso. Capace di crudeltà, violentemente lussurioso – la sfilza delle sue amanti fa il paio con quella del suo degno padre – eppure, a modo suo, fedele alla regina Pasifae come nessun sovrano attico sarebbe mai stato. Patriarca del clan e padre affettuoso, sempre descritto come legatissimo ai suoi figli. Arrogante e sicuro di sè fino al sacrilegio, ha cercato di truffare Poseidone negandogli il sacrificio che il dio esigeva.
Le due immagini di Minosse, di crudeltà e di saggezza, di devozione agli dèi e di empietà imperdonabile, sembrano essere non tanto in contrasto, quanto complementari: è vedere un uomo di spalle, chiamarlo, e ritrovarselo davanti. Non si vede la schiena in un uomo che ti guarda negli occhi.
Così, è successo che il mito attico, nel quale Teseo è l’eroe e Minosse lo spietato antagonista, era una visione di spalle.

Ma Arianna, sua figlia, principessa cretese che non aveva un solo motivo al mondo per ribellarsi a lui, ha passato la vita a guardarlo in faccia, quel padre che sfolgorava come un dio. Lei conosceva il suo volto, sapeva quale fosse il vero motivo che guidava le sue azioni.
E forse, per averlo dopo la morte reso un giudice delle anime, anche gli attici, i suoi nemici mortali, sapevano qualcosa che non hanno voluto tramandare, nel mito del Minotauro.
Il volto di Minosse. La sua identità.

 

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