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La dea della primavera

Sollevò le palpebre con un timido sfarfallio, ancora confusa.
Negli occhi aveva ancora la figura di Eros, che stagliato contro il cielo abbacinante dell’estate le si era impresso con la forza di un’incisione: e rivedeva la faretra aperta, le mille frecce dell’amore, e quella incoccata, la più acuminata, la più stabile, la più sensibile. L’occasione lo meritava. La primavera era arrivata.
Persefone respirò un gemito sottile nel rivedere il fanciullo alato che, aiutandosi con il ginocchio, curvava l’arco flessibile, e con la canna uncinata colpiva il suo bersaglio dritto al cuore.
“Sei sveglia?”
Accanto a lei una figura alta, ammantata di nero, si mosse alzandosi. Doveva essere rimasto seduto fino a quel momento, quando si chinò per sostenerla vedendo che si muoveva per tirarsi su.
“Non avere paura.”
Persefone vide, sopra di sé, un cielo grigio e uniforme come una lastra di piombo, solcato da venature di tenebra, e uno strano lucore, che pareva provenire da ovunque e da nessun luogo. Si appoggiò sul gomito, e si accorse di essere sdraiata su un klinè, un divanetto per consumare i pasti, tra cuscini di velluto. I colori erano cupi, ma riconobbe subito le bianche spighe degli asfodeli, ricamati con una seta cangiante, così bella che rimase incantata.
“Hai sete?”
Scosse la testa, muta. Si accorse che la mano di chi la sosteneva era ancora attorno alle sue spalle e, di riflesso, si raddrizzò sedendosi.
Forse pensando che il contatto la spaventava, l’uomo la lasciò subito andare e si ritrasse. Persefone gli sgranò addosso i grandi occhi scuri, da cerbiatta, e ricordò la sensazione tremenda di precipitare… il buio, l’abisso… e quel volto maschile, sconosciuto, che arrestava il suo volo stringendola a sé. L’uomo era molto pallido. Aveva capelli neri che si inanellavano sulle spalle, e una corta barba scura, ben curata. I lineamenti erano regolari. Anche da seduto, dava l’impressione di essere così alto da sovrastare chiunque. Sulla spalla gli luccicava un rubino: una fibula che tratteneva il mantello nero, così liscio che Persefone poteva quasi specchiarsi.
“Chi sei?”
L’uomo la guardava con un’intensità quasi dolorosa. Persefone vedeva il desiderio che si agitava dietro i suoi occhi, e vedeva l’autocontrollo che lo tratteneva: non l’avrebbe assalita. L’uomo tornò a sedersi, con una specie di sospiro.
“Ti ho vista in riva al lago di Pergusa e ho perso ogni ragione; credo che Eros mi abbia trafitto con il suo dardo, figlia di Demetra. Non volevo rapirti. Non lascio mai il mio regno. Ma Tifeo, il mostro che cercò di impadronirsi dell’Olimpo, scuoteva le colonne che sostengono l’Oltretomba, e ho temuto che il suolo si squarciasse aprendo una voragine, a rischio che i morti tornassero nel regno dei vivi. Era mio dovere impedirlo, così ho aggiogato i cavalli al cocchio e sono uscito in perlustrazione.”
Gli occhi di Persefone cominciavano ad abituarsi alla penombra della stanza. Non c’erano finestre, solo grandi archi ciechi e porte chiuse. Ma il tavolino accanto al klinè quasi scompariva sotto un enorme vaso colmo di asfodeli, chiaramente messi lì per lei, e alla vista dei fiori le venne da sorridere. La primavera arrivava dappertutto.
L’uomo parve rischiararsi nel vedere il suo viso. “So che sei confusa e che probabilmente mi detesterai, incantevole Persefone. Ma non ti farò del male, e ti incoronerò mia regina. Io ti prometto…”
“Tu vuoi sposarmi?” Lo interruppe Persefone, vivacemente. Quella stanza le pareva fredda, e ciò diede una nota sbrigativa alla sua voce. “Mi hai portata nel tuo regno per questo?”
L’uomo ebbe un’esitazione. “Sai chi sono, Primavera?”
“Vedo questo luogo, cupo come l’interno di un sepolcro. Vedo il tuo mantello nero. Vedo il tuo viso, pallido come se non vedessi mai la luce di Helios. Sì, so chi sei.”
Ade, il signore dell’Oltretomba, si lasciò sfuggire un sospiro. “Ti darò tutto quello che vorrai, Persefone. Non ho mai desiderato una sposa prima di vederti: e adesso non desidero altri che te. Ma non temere, non sono come Zeus.”
Lo guardò con franchezza. “Intendi dire che non salirai su questo klinè per possedermi?”
Il dio dei defunti si tossì delicatamente contro la mano. Pareva imbarazzato. Veniva da chiedersi come avesse trovato il coraggio necessario a rapirla. Accidenti a te, Eros, pensò Persefone.
“Non ti sfiorerò neppure. Desidero solo la tua compagnia.”
“Non ti credo.”
Parve ancora più imbarazzato. “Desidero che tu sia mia moglie, ma non ti prenderò contro la tua volontà. Sei la dea della primavera e ti ho rapita al regno dei vivi, e se mi odi posso attendere. Se c’è qualcosa che sono capace di fare è attendere, dolce Persefone.”
Gli asfodeli erano tutti in boccio. Persefone li guardò e quelli, uno dopo l’altro, aprirono le corolle a forma di stella, esponendo l’interno rosato e i pistilli carichi di polline. Era primavera, e dovevano fiorire, o non sarebbero mai stati fecondati.
“È vero, sire Ade: sono la dea della primavera.”
Si alzò, scegliendo di guardare dall’alto quell’uomo così strano, scuro e pallido, capace di azioni tanto decise e di esitazioni tanto incomprensibili. Che fosse parente di suo padre, di Zeus che stuprava qualsiasi fanciulla si parasse sulla sua strada, le sembrava impossibile. Persefone era confusa. Affascinata, anche.
“Tu non conosci molto la primavera, vero?”
Ostentando indifferenza Ade scrollò le spalle. Erano ampie, notò Persefone. Il Cronide dell’Oltretomba era un uomo alto, forte e bello, sia pure in una maniera strana, diversa da quella che si poteva trovare nel regno dei vivi. Rimaneva seduto, forse perché pensava che lei si sarebbe spaventata se si fosse alzato, e la guardava con quel desiderio trattenuto, che doveva avere previsto sarebbe rimasto inappagato a lungo.
“E un morto che ne sa di amore e primavera?”
Ade parve irritato. “Non sono morto, mia signora. Sono un dio quanto te, inferiore neppure a Zeus. Ormai ti trovi qui, nel regno dell’ineluttabile, dal quale non si torna. Ti abituerai: hai tutto il tempo che occorre per farlo.”
Tutto il tempo che occorre. L’idea le piacque. La primavera durava sempre troppo poco per i suoi gusti, nel mondo dei vivi.
“No, non sai niente della primavera, è chiaro. Eros non ha perso tempo a renderti edotto, sire. Sei così ingenuo che mi fai tenerezza.”
“Che…?”
Il signore dei defunti balzò in piedi, oltraggiato. La sovrastava di tutta la testa e le spalle, ed era davvero imponente come l’aveva immaginato Persefone. Inoltre, notò la dea con approvazione, il triangolo di petto che la tunica lasciava scoperto era glabro, piacevolmente liscio e privo di peli. Detestava i maschi villosi come satiri.
“Io sarei ingenuo? E tu, che giocavi con le ninfe a cogliere fiori, cosa saresti?”
Persefone rise. “Io sono la dea della primavera, mio bel rapitore!”
Con una mossa repentina lo afferrò per la fibula, lo rivolse al klinè e premette per fargli piegare le gambe. Non avrebbe avuto alcuna speranza di vincerlo in una prova di forza, ma un’iniziativa simile era talmente inaudita che Ade la assecondò senza fare resistenza, troppo sbigottito per opporsi.
“Persefone?”
La dea gli era salita a cavalcioni. Con uno spintone sul petto lo buttò giù, sui cuscini morbidi che attutirono la caduta. Il bel volto, pallido ed elegante, del dio dei defunti assunse un’espressione vagamente allarmata.
“Cosa stai…?”
“Ade, signore dei morti e dell’Oltretomba, sai cosa fanno gli animali, quando arriva la primavera?”
E, con molta naturalezza, cominciò a slacciargli la cintura.
Finalmente la primavera aveva tutto il tempo che occorreva.

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