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Le letture del mese #2

Sono già riuscita a infrangere la promessa che mi ero fatta, ma ehi, è il bello delle promesse. Volevo comunque accroccare qualche riga prima di chiedervi se volete il Nilo, rispondere “COL CAVOLO!!!11!!!”, fare le valigie e scappare.
Fa caldo, non giudicatemi.

Ho già parlato di Onora il padre e di La tenda rossa: in sintesi, il primo l’ho trovato scorrevole ma assai al di sotto del suo potenziale, il secondo è, semplicemente, un capolavoro assoluto.
Da allora non ho letto moltissimo. Però qualcosa vorrei segnalarlo.

Armi, acciaio e malattie – breve storia del mondo degli ultimi tredicimila anni, di Jared Diamond

51hQKUKSI4LNon è un romanzo, è saggistica di divulgazione. Di quella fatta bene, così bene, ma così bene, che i docenti universitari la raccomandano agli studenti.  Questo libro rimane sempre fisso tra i più venduti (se non il più venduto) nella sua categoria, e a mio parere la cosa è strameritata.
Quello che l’autore si propone di spiegare con quest’opera è, in sintesi, per quale motivo alcuni popoli sono progrediti più di altri, fino a un gap incolmabile che ha portato da una parte l’uomo sulla Luna, mentre dall’altra vanno ancora in giro nudi con le schegge d’osso come piercing.
Diamond impiega giusto la prefazione per smontare completamente la spiegazione razzista (“gli europei sono più intelligenti” AHAHAHAHAHAHA), dopodiché, forte di un’esperienza più che decennale sul campo, passa a esaminare ogni singolo popolo che ha o non ha ottenuto determinati ‘pacchetti’ di scoperte/invenzioni che avrebbero potuto farlo progredire. Emerge così una verità semplicissima, che sembra complessa soltanto per chi non ha voglia di usare un po’ il cervello: le diversità culturali non sono innate e meno ancora genetiche, ma sono semplicemente il risultato delle differenze geografiche, ecologiche e territoriali nelle quali la popolazione esaminata si è trovata a vivere. Talune scoperte sono state così rivoluzionarie che i popoli con la fortuna di trovarsi al posto giusto nel momento giusto non potevano che aumentare il loro progresso culturale, a un tasso esponenziale (ogni scoperta porta alla successiva e dall’una all’altra l’intervallo è più breve), ma la spiegazione di fondo è soltanto una: chi è arrivato nello spazio l’ha fatto perché l’ambiente in cui viveva glielo ha permesso.
Oltre all’interesse nozionistico, antropologico, scientifico, quello che vi pare, l’ho trovato una lettura molto utile soprattutto in questo periodo, nel quale le imbecillaggini razziste si stanno riaffermando con una forza preoccupante. Ricordarsi che l’homo sapiens è una specie sola, e che ogni etnia ha tratto il meglio dall’ambiente in cui si trovava, quindi c’è poco da fare gli splendidi se in Eurasia avevamo buoi e orzo, mentre in Africa no, è una cosa che ritengo importante.
La prosa è molto scorrevole, venata di un’ironia sottile quando l’autore decide di smontare le peggiori scemenze, e parte dalle ovvietà per arrivare a conclusioni inoppugnabili, sempre ben documentate e spiegate. Si legge che è un piacere. Lo consiglio moltissimo.

Vita degli elfi, di Muriel Barbery

51MUQnvIM2L._SY346_Libro che ho voluto fortissimamente, tanto da andare a rompere le balle a una mia gentilissima lettrice direttamente al Salone del Libro di Torino, perché volevo una copia autografata. Invece di mandarmi a spigolare, la gentilissima di cui sopra si è messa in fila e me l’ha procurato.
Muriel Barbery è un’autrice che tende a dividere un po’ il pubblico dei lettori: chi ha amato l’Eleganza del riccio l’ha fatto per gli stessi motivi per cui chi l’ha trovato un brutto libro non vuole neanche più sentirla nominare. Io mi colloco nella prima categoria, essendo una lettrice che ama le ridondanze, le figure retoriche, e perfino i monologhi interiori non mi dispiacciono. Chiaramente se un lettore apprezza invece la narrativa per sottrazione, quella che sfronda tutto tranne l’assolutamente essenziale, non potrà apprezzare la Barbery.
Partivo quindi già sapendo cosa mi aspettava, ed ero inoltre molto molto curiosa di leggere un fantasy scritto da un’autrice che specializzata in fantasy non è. Esistono veri gioielli fantasy scritti da autori che tipicamente romanzano altro. E ho sempre amato vedere i critici letterari, quelli tutti seriosi e imbolsiti, che non toccherebbero un fantasy nemmeno con un palo di sei metri, fare i loro giochetti di equilibrismo per lodare l’autore di tali opere cercando di non lodare il genere letterario. Speravo tanto che questo fosse uno di quei casi, ma come avrete già capito dal tono di queste righe, per me il libro è un no.
Malgrado sia un romanzo breve, sulle 250 pagine, ho fatto una fatica tremenda ad andare avanti, tenendo su l’interesse con gli spilli, affrontando pagine su pagine di muro di testo, passando oltre le poche righe significative di un capitolo per poi dover tornare indietro perché nella sequenza successiva era cambiato tutto. Insomma, non riuscivo proprio a leggerlo.
La Barbery esagera con le figure retoriche, esagera con le metafore, esagera con i voli pindarici. Con l’Eleganza del riccio la cosa poteva avere un senso, visto che era una storia imperniata sulla percezione della vita delle due protagoniste e su come essa cambiava poco alla volta, ma qui stiamo parlando dello scoppio di una guerra! Gli elfi che mandano i loro figli nel mondo umano per renderli il tramite tra i due reami! Le nazioni che prendono le armi, i conflitti politici! Rendere statico tutto questo non era facile, ma la Barbery c’è riuscita con una maestria che mi ha lasciata senza parole. Perché mi addormentavo, letteralmente.
Le protagoniste non rimangono dentro, le loro disavventure e i pericoli che corrono lasciano completamente indifferenti. Sì ok potrebbero morire, e sticazzi? La vecchietta che aiuta una delle due sta rischiando, embè? I padri delle bambine vegliano su di loro da lontano, sì e allora?
Non c’è empatia, non c’è partecipazione. Se il romanzo si proponesse questo andrebbe benissimo, ma purtroppo il romanzo vorrebbe che ci appassionassimo. Per farlo utilizza espedienti narrativi di questo tipo (qui la ragazzina ha appena subito un brutto colpo e non riesce a riprendersi):

Qualcosa di spezzò dentro Maria, come se pareti di brina volassero silenziosamente in pezzi per poi depositarsi su un velluto in cui sprofondavano riflessi di mercurio. C’erano stelle e voli di uccelli che scivolavano senza rumore in un cielo affogato di inchiostro, e un fiume in cui veniva trasportato il segreto della nascita che l’aveva benedetta con il potere di togliere alle vecchie i loro fardelli.

Seguono altre due pagine così. Tutte così. Interi capitoli così.
(ma poi, una bambina cresciuta tra le montagne in mezzo alle capre come Heidi, per quanto intelligente, potrebbe mai formulare pensieri contorti su muri di brina che si depositano su un velluto che ha riflessi di mercurio che al mercato mio padre comprò? Eddai)

I sommersi e i salvati – Primo Levi

20160708_193838_resizedUno di quei libri che ti rifilano da leggere al ginnasio e che devi odiare per principio. Fortunatamente nel mio caso non è stato così, nel senso che al ginnasio mi hanno rifilato altri libri da odiare, quindi ho potuto leggere questo saggio di Primo Levi da adulta, senza l’ansia da prestazione scolastica, e mediando ogni riga con la mia sensibilità personale e la situazione storica che stiamo vivendo attualmente.
Non ho molto da dire, è un libro sul quale sono già stati spesi fiumi di inchiostro da parte di persone molto più qualificate di me a parlarne. Quello che mi sento di consigliarvi è di leggerlo proprio adesso, proprio in questi mesi. Tante, troppe cose predette da Primo Levi si sono avverate, e tante, troppe parole di quelle temute da Primo Levi sono state dette. Un altro autore che mi ha dato tanto aveva scritto grossomodo “se non siamo capaci di dare giudizi su quello che è accaduto vuol dire che non siamo capaci di imparare dalla storia”, e questo è tutto quello che mi sento di poter dire a corredo di questo libro piccolo, ma pesante. Davvero pesante, non in senso stilistico ma ontologico. Ogni riga è un macigno.
Dopo averlo letto però mi sono sentita una persona un pochino migliore di prima, perché dopo ho imparato delle cose che sento come molto importanti.

Il cacciatore celeste – Roberto Calasso

41oeTTXEFkLAltro libro che ho voluto fortissimamente, altro libro che è entrato nella mia biblioteca grazie a un’amica a cui dedico questa recensioncina piccina picciò.
Questo non è un libro da leggere tutto ‘di fila’. Calasso parte dall’osservazione del cielo, proprio come facevano gli antichi, e osservando che, in una certa parte del cielo, tutti i popoli antichi, anche quelli più lontani tra loro, hanno visto la stessa cosa, ha iniziato il suo excursus nel concetto stesso di caccia. Chi erano i ‘cacciatori celesti’ dei popoli vissuti migliaia di anni fa? E, soprattutto, erano davvero i cacciatori, oppure in qualche modo anche loro erano prede di qualcun altro? Di chi?
Calasso è un mostro di cultura dalla quale si può solo attingere. A dirla tutta, a volte è davvero pesante, perché dice tutto, esplora tutto, osserva tutto, e lo riporta con la sua prosa barocca e ricercata: quasi una narrazione orale che senti dalla sua viva voce.
Non è un libro per tutti. Io l’ho adorato. Figuriamoci, il mito di Orione, quello di Artemide, Minosse e Procri, praticamente Calasso mi teneva una mano sulla spalla e mi diceva ‘vedi? È tutto collegato. Non ti sembra favoloso?’.
Ma se state cercando una lettura leggera, oppure se gli argomenti mitologici presi in esame da questo libro non sono precisamente la cosa che vi appassiona di più al mondo, lasciate perdere.
Se siete indecisi o se volete saperne di più, vi lascio il link dell’intervista che Calasso ha rilasciato a Che tempo che fa, dove vengono spiegati i punti salienti e le priorità del libro.

Bon, vado a stramazzare sotto l’ombrellone mentre mi rileggo per la N-esima volta American Gods *si prosterna* che manco vi vado a recensire perché se non venerate Gaiman *si prosterna* siete brutte persone e non posso aiutarvi.
Baci-baci, cliccate sui banner degli Adsense così magari vado in pari con le spese del dominio, cià.

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