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Ade e Demetra

Non parlano tra loro, mai.
Lei desidera ignorarlo e, in ultima analisi, lui non chiede altro che facilitarle il compito.
Dopo avere abbracciato sua figlia, dopo avere pianto di gioia del dolce profumo della sua pelle, che è la stessa brezza della primavera nascente, Demetra si fa da parte perché Persefone possa attraversare le nude pietre e la morta erba, che al suo contatto esplode di vita. I germogli si ingrossano e i petali rompono le guaine, le corolle si aprono al sole, e nei solchi, rivoltati dall’aratro e dal paziente bue, fanno capolino i primi teneri steli di frumento.
È un momento meraviglioso. Goderne con sua figlia, che si riempie gli occhi delle nuvole bianche e del volo delle rondini, è quasi bello quanto compiacersi della gratitudine dei mortali, che già lasciano le mura di Eleusi, portando fiori e offerte votive. Demetra si fa da parte per fare passare sua figlia, poi subito le si accosta, dando le spalle all’ombra nera alle loro spalle.
Persefone non rileva mai la scortesia. Persefone è d’animo gentile. Non vuole rovinare la gioia di sua madre. Lui, d’altra parte, non vede alcun motivo né esigere convenevoli, né di avviare un dialogo che nessuno di loro potrebbe mai desiderare.
Ma le segue.
L’Invisibile si lascia alle spalle la grotta che, pochi passi oltre l’imboccatura, è già del nero assoluto di Erebo, e si avvia seguendo la sua sposa. Quando saranno arrivate al tempio, Persefone si volgerà tendendogli la mano, e lui la racchiuderà nella sua; Demetra fingerà di non essersene accorta, e proseguirà da sola, lasciando gli sposi a entrare fianco a fianco. Primavera splendente e nera invisibilità, un candido narciso appena sbocciato e l’ombra cupa che proietta al suolo.
Demetra deve accettarlo. Ha accettato il patto. Ha ottenuto quello che voleva, quello che era giusto per il mondo: la Primavera che torna ogni anno. Anche Ade lo ha accettato.
Per questo è qui e rimarrà qui.
Dopotutto, non era stabilito da nessuna parte che lui non potesse tornare in superficie con lei.

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