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Il sapore del fantasy

Il senso del gusto è come la lavastoviglie di casa: finché funziona ve ne fregate. Nel momento in cui si inceppa, piangete sangue, defecate detersivo per piatti, invocate divinità oscure che fungano da tecnici last minute, e alfine realizzate quanto sia importante per voi.
Io, tanto per andare sul sicuro, alla mia lavastoviglie ho dato un nome1 e la ringrazio sempre, a ogni lavaggio. Finora ha funzionato.
Per il senso del gusto non so bene come fare. Il fatto è che il gusto è forse il senso più importante per l’essere umano, più della vista, dell’udito, del tatto. È strettamente connesso con l’olfatto, e potete verificarlo facilmente perché gli odori suscitano una reazione alle vostre

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Quel momento orribile in cui realizzi che caricare e svuotare la lavastoviglie non è la cosa peggiore.

papille gustative. Il gusto non è soltanto quello che ci fa scegliere la capricciosa al posto della viennese: il gusto è quello che ci rende tollerabili persone che di norma non riusciremmo a tollerare, soltanto perché ci portano in omaggio del cibo (la zia stronza è ancora viva solo perché sa preparare quel particolare dolce, lo sappiamo tutti). Il gusto è quello che ci fa capire se un determinato cibo è fruibile dal nostro organismo, o se invece è il caso di sputare subito prima che Costridium Botulinum decida che siamo vissuti abbastanza. Il gusto è alla base di tanti e tali stereotipi da essere quasi una barzelletta. Il gusto ha creato imperi coloniali e ha provocato tante guerre quante ne ha provocata la religione.
Insomma, il senso del gusto è una di quelle cose, dentro di noi, che non conosce perdono né pietà, che non ammette sconti, che parla un linguaggio universale, forse l’unico riconosciuto. Offrire del cibo è un gesto che in qualsiasi società e in qualsiasi civiltà è subito compreso per quello che è, ovvero un segno di amicizia, un dichiarare “voglio che tu viva”. È anche un segno di potere (solo chi possiede più cibo di quanto gliene occorra può permettersi di offrirlo), e un riconoscimento onorifico (se ti offro del cibo è perché voglio che tu viva, ovvero ti ritengo degno di vivere).
Insomma, il senso del gusto fa la differenza. Anche nelle storie.

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Il protagonista si siede a questa tavola e tu ti immedesimi subito. Non perché il protagonista ti è simpatico, ma perché speri di mangiare per osmosi. Non ci credo che capiti solo a me.

Mi sono sempre ripromessa di non scrivere MAI articoli che anche lontanamente possano sembrare ‘come imparare a scrivere in dieci pratici passaggi’, anzitutto perché non ne sono capace, ma anche perché da qui a diventare uno dei tanti insopportabili maestri che gironzolano per il web è il passo è non breve, di più. Perciò quanto segue va recepito dal punto di vista del lettore, non dell’autore. L’autore ha da murì2.
Il concetto è che, anche in narrativa, quello che si mangiano i personaggi ha un suo peso, che è tutt’altro che indifferente. Non si può far mangiare zuppa di cipolle a Ferragosto, non si può avvelenare la propria vittima adulterando l’acqua3, non si può mettere lo stramaledetto ananas sulla pizza. Se trovate queste cose in un testo scritto, la vostra sospensione dell’incredulità crolla e il piacere della lettura si butta dalla finestra. Le vostre papille gustative si rifiutano di proseguire.
Concettualmente, quando si legge di mondi immaginari, si può pensare un po’ quello che si vuole. Tolkien ha piazzato il pan di Spagna nella Terra di Mezzo, dopotutto. Fatto benissimo eh, che senza pan di Spagna non si vedeva ragione per cui Frodo dovesse voler salvare la Contea. Sta di fatto che la Spagna nella Terra di Mezzo, per ovvie ragioni, non esiste. Tolkien ha fatto da apripista per tutti quei romanzi fantasy dove troviamo fagioli, cioccolata, pomodori, ananas4 e altre cose che ‘nel medioevo non esistevano’.
Ecco, no. Capisco il purismo, ma no.
Anzitutto, se si parla di un mondo immaginario, non esiste ragione per cui non sia possibile che un personaggio mangi pomodori e zucchine, esattamente come non c’era motivo per cui Bilbo non mangiasse il pan di Spagna con il tè delle cinque. Sono mondi immaginari e sì, in un mondo immaginario Bag End Pantryl’autore può fare un po’ come gli pare. Se ci sono i pomodori, va benissimo. Ci sono draghi che
sorvegliano una montagna di metallo non commestibile, cosa vuoi che sia l’insalata coi pomodori. Finché non mi dicono che il continente d’origine dei pomodori sarà scoperto tra duecento anni rispetto alla storia narrata, non esiste contraddizione.
Chiarito questo, è comunque interessante notare come, anche nel fantasy, il cibo venga usato per dare alla storia quel particolare ‘sapore’ che proietta chi legge dritto nell’atmosfera di quel dato mondo.
Causa la sovrabbondanza di offerta in lingua anglosassone, è più facile trovare birra che vino nelle storie fantasy, e porridge salato anziché polenta e fichi secchi. La dieta d’Oltremanica non è quella dell’Europa continentale. L’atmosfera che un banchetto di quelle terre evoca è molto diversa rispetto a quella che si evocherebbe ambientando una storia in un mondo immaginario, ma ispirato a terre altre.
E questa è una cosa molto interessante, perché niente come la giusta pietanza piazzata nel posto giusto fa subito entrare nella giusta disposizione di spirito. Provateci voi a sopportare la zia stronza per un intero pomeriggio, se non vi porta quella sua torta specialissima e squisita.
Basicamente, Oltremanica la base alimentare è stata per secoli l’avena e la salacca. Da quelle parti campavano mangiando chicchi d’avena schiacciati e bolliti fino a diventare poltiglia, e rosicchiando aringhe secche sotto sale. La sto mettendo giù molto semplice, ed è ovvio che, quando possibile, variegassero l’alimentazione, perché in Europa continentale la situazione era molto diversa: i nostri antenati, durante lo stesso periodo, basavano la loro alimentazione su castagne, frumento, mandorle, mosto. Quest’ultimo era particolarmente importante, per gli stessi motivi per i quali, in terre nordiche, la birra veniva consumata a fiumi. Le bevande fermentate erano una base alimentare né più né meno del pane, e per ottime ragioni la cui radice si trova in questo articolo qui.dipinto-peste-nera
Sintetizzo: bere acqua dai fiumi, in epoche non moderne, era un suicidio. Le fogne scaricavano nei fiumi, le concerie scaricavano nei fiumi, gli ospedali scaricavano nei fiumi, i mattatoi scaricavano nei fiumi. Qualsiasi cosa fetida possiate immaginare, veniva buttata nei fiumi. Manco chi moriva di sete beveva dai fiumi, e questo da quando l’uomo viveva su palafitte. Altro che aria salubre dei bei tempi andati, erano anni che se uscivi dovevi stare attento a non beccarti in testa una secchiata di urina stantia dei vasi da notte. Fiumi, no. Pozzi: ni. Per quanto profondi, bastava che un ratto ci annegasse dentro per inquinarlo irrimediabilmente, senza contare che nel novanta per cento dei casi erano collegati comunque al corso d’acqua principale. L’acqua dei pozzi serviva per lavare e per lavarsi (puah), non certo per bere.
L’unica acqua sicura era quella di fonte, ma capite anche voi che lo zampillo del ghiacciaio non è che possa dissetare l’intera Firenze. La bollitura come sistema di disinfezione non era ancora stata afferrata, e comunque, diciamocelo: in piena estate infuocata, voi ve la berreste l’acqua calda appena bollita, soprattutto visto che c’è una soluzione molto più gradevole?
Perché non importa quanto faccia schifo: anche l’acqua più inquinata, dopo un po’ di fermentazione, diventa potabile. Non esiste batterio che sopravviva alla vendemmia, yeah. Ecco perché il vino era così diffuso nel Medioevo: era una fonte di liquidi molto più sicura dell’acqua. Naturalmente, dato che i vigneti non resistono nei climi di Scozia o di Irlanda, da quelle parti si è diffusa di più la birra, ma il concetto è lo stesso.
Quando in un libro leggiamo di un banchetto con la birra che scorre a fiumi, l’atmosfera è già per metà creata. L’acqua non era proprio di casa. Perfino i bambini venivano tirati su con boccali e coppe di roba fermentata, ed è ragionevole ritenere che ‘vino rosso fa buon sangue’ sia una superstizione nata allora: se al bimbo che beve acqua viene la lebbra, mentre a quello che beve vino rosso vecchio di due anni non viene niente, beh, che dire: sì, il vino era consigliato per crescere figli sani.
E poi, il cibo.
In merito al cibo nella letteratura fantasy esistono fior di saggi, che generalmente sono molto specifici (sulla Rowling o su Martin, su una saga in particolare o su una corrente letteraria), e per approfondire l’argomento vanno tutti bene. Genericamente, però, il cibo è quello che dà il sapore alla storia, e non è un caso se gli autori più furbi si ricordano sempre di specificare quello che mangiano i loro personaggi, e come e quando e perché.
harry-percy1Sì okay, leggere di cose buone da mangiare è piacevole quanto leggere di bei vestiti da indossare o di belle spade pronte a massacrare, ma lo scopo ultimo non è quello di sollazzare l’istinto del lettore, bensì quello di stuzzicargli i recessi del cervello.5
Chi legge di un pasto a base di mais, manioca e tuberi si crea un’immagine mentale dell’ambientazione molto diversa rispetto a quella che gli si formerebbe se leggesse di polenta e castagne. E una ciotola di porridge accompagnata da un paio di aringhe sotto sale proietta l’immaginazione in un altro ambiente ancora.
Il cibo dell’Europa continentale è molto diverso rispetto a quello di una terra che si ispira all’Inghilterra o al Nuovo Mondo. È vero che non tutti sono gastronomi per cui parlare di cosciotto d’agnello in salsa di porto piuttosto che di cappone ai tartufi e castagne suscita chissà che associazione di idee, ma è garantito che qualcosa viene smosso in ogni caso. Il cibo è un elemento troppo importante della nostra vita perché esso non fornisca subito una cartina geografica nella quale orientarsi, fosse pure al più inconscio dei livelli.
terradimezzoOra, personalmente sono dell’idea che fare la punta agli spilli sui mondi immaginari sia una cosa abbastanza ridicola: voglio dire, l’ambientazione magari è medievaleggiante, ma il mondo è immaginario. E magari il clima è bello caldo, tanto che tutti vanno in giro in perizoma e bikini di cotta di maglia. Stare a puntualizzare che i personaggi non possono mangiare insalata di pomodori perché i pomodori sono stati introdotti in Europa solo dopo la scoperta dell’America fa un po’ ridere i polli. Voglio dire, è un mondo immaginario, per quel che ne sa il lettore il pomodoro potrebbe essere autoctono. Tolkien ha piazzato il pan di Spagna nella Terra di Mezzo.
Qualcuno mi saprebbe indicare la Spagna, nella mappa della Terra di Mezzo?
La cosa interessante però è notare che il pomodoro salta subito all’occhio come anacronismo. Il cibo gode (o soffre) di una sovraesposizione enorme rispetto ad altri elementi della storia: è più facile passare sopra un’asola o una spada di foggia incongrua rispetto a quella che sarebbe la cultura locale – se ben definita dall’autore – che a un pan di Spagna piazzato in una terra dove la Spagna non esiste.
265487Giusto per riportare alla memoria ricordi scolastici poco piacevoli, c’è una scena dei Promessi Sposi abbastanza rivelatoria su questo argomento: nel capitolo V, quando fra Cristoforo si reca da don Rodrigo per cercare di farlo ragionare, lo trova a banchetto intento a gozzovigliare. Rifiuta di prenderne parte (e questo rientra nel rituale di cui ho parlato poco sopra) e si mette in un angolo ad aspettare. Ebbene, rileggetevi quella parte: il Manzoni non nomina nessun cibo. Quello è un banchetto fantasma, fatto di bicchieri alzati e svuotati (ma non si sa cosa contengano), di piatti e di caraffe e vassoi e non ricordo cos’altro, ma nessun alimento. Laddove si citano capponi, brodo di gallina, tozzi di pane, è sempre per creare familiarità ed empatia, si tratta sempre di offerte o doni. Nel banchetto di don Rodrigo questo non c’è. Il cibo, che dona calore e senso di vita, in quella sequenza manca.
Ed ecco che si torna alla lavastoviglie: te ne accorgi quando si rompe e devi lavarti i piatti a mano. George Martin ci dà dentro pesantemente con le descrizioni dei cibi, e considerando quanto gli piaccia andare a cena coi fan sono sicura che lo faccia per piacere personale oltre che per necessità di creare atmosfera, ma fateci caso: il cibo è sempre, SEMPRE, coerente con l’ambientazione scelta, che è quella dell’Inghilterra durante la guerra delle due rose. Non solo: cibo appetitoso nelle occasioni liete, cibo vagamente ripugnante quando sta preparando (per modo di dire) a un evento drammatico. Rileggetevi il capitolo delle Nozze Rosse: il cibo offerto risulta respingente, suona come una minaccia al palato. Fa parte della coreografia.

"Così non è che mi incoraggi a combattere lealmente, no?"

“Così non è che mi incoraggi a combattere lealmente, no?”

Il senso del gusto è importante, anche troppo. L’impero coloniale britannico è nato e si è sviluppato principalmente per soddisfarlo. E ogni paese possiede il proprio, ogni epoca è ben specifica nelle proprie risorse: avena e aringhe secche per l’Inghilterra medievale, mandorle, mosto e pane per l’Europa continentale. Oltreoceano i sapori sono molto diversi.
Penso che se un giorno un cuoco scrivesse un fantasy, sarebbe qualcosa di interessantissimo da leggere, e potrebbe avere risvolti drammatici non da poco. Finora ho letto soltanto un racconto che parla di una gara di cucina tra il cuoco di un signorotto feudale e un demone che intende prendere il suo posto, per ragioni che non approfondisco ma che potete intuire non siano proprio ‘ti preparo il miglior maialetto alle mele che tu abbia mai assaggiato’, ed era molto leggero nei toni.
Ma sono fiduciosa. Il senso del gusto avrà la sua riscossa!

[da leggere in caso si voglia approfondire: L’arte della cucina nel Medioevo. Storia, ricette e personaggi dell’epoca favolosa della tavola – Terence Scully – ed. Piemme]

  1. Ciao, Miranda. Ti voglio bene. []
  2. semicit. di Umberto Eco, da Il nome della rosa []
  3. sì sì, il veleno è insapore. Sì, state leggendo un fantasy. Sì, rimane una fesseria. Per le ragioni che esporrò più giù []
  4. non sulla pizza o Ade vi fulminerà in eterno nel girone di Masterchef []
  5. la differenza tra un bel libro e una merdaccia indegna è proprio questa: un bel libro sollazza l’istinto mentre stuzzica l’intelligenza. Una merdaccia indegna sollazza l’istinto con lo scopo di spegnere l’intelligenza. Magari un giorno ci scriverò sopra uno sclero. Sclerare è bello. []

One thought on “Il sapore del fantasy”

  1. Vale
    Vale says:

    “Insomma, il senso del gusto fa la differenza. Anche nelle storie.”

    Comunque questo post mi spiega perché ogni volta che guardo un qualsiasi film di Hong Kong poi mi viene l’impellente bisogno di andare a cena dal cinese.

    Ecco, commento inutile, ma lo hai chiesto tu.
    Ah, a quando il prossimo post?

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