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Lontano e vicino

 

Qualcuno suonò il campanello.
Era il primo pomeriggio, un po’ dopo l’ora di pranzo, ma Death Mask si era svegliato a metà mattina, e cominciava solo allora ad avere fame. Calcolava di impiegarci ancora una ventina di minuti, perché gli era venuta l’idea megalomane di prepararsi un pranzo megalomane: a base di pesce, pietanza che richiedeva tempo e attenzione. La cucina aveva l’aroma di un ristorante, tra il brodetto di scorfano e il profumo delle cozze, cotte a puntino, pronte a ricevere gli spaghetti nella padella.
I vicini, se avesse avuto dei vicini, di sicuro avrebbero spettegolato su inviti speciali e minchiate del genere, cosa che, naturalmente, non era. Niente inviti, ma soprattutto niente vicini.
Nessuno veniva mai nella villa, appartata alle pendici dell’Etna, in fondo a una strada sterrata, dietro i tronchi secolari della foresta. Ogni tanto qualcuno si perdeva, o arrivava il corriere, ma niente di più. In paese sapevano soltanto che lì viveva qualcuno che anche la ‘ndrangheta preferiva lasciare in pace – specie dopo aver perso tre o quattro emissari mandati a fargli una visitina. Death Mask non era noto per essere un modello di socievolezza.
Si tolse la sigaretta di bocca e la schiacciò nel posacenere.
“Ma chi cazzo sarebbe, adesso?”
Come a rispondergli, il campanello suono ancora, più forte, più a lungo.
Cercò di ricordarsi se aspettava qualche consegna postale, ma al terzo squillo, decise che avrebbe fatto prima a rispondere e liquidare lo stracciacazzi. Probabilmente, comunque, era soltanto un turista che aveva deciso di andare all’avventura e si era perso. Riprese la maglietta che aveva buttato su una sedia – faceva caldo, quel giorno – e andò alla porta infilandosela.
Aveva dormito male, quella notte, anzi, non aveva dormito affatto.
Nessuno, dotato di un cosmo sviluppato da anni di addestramento, avrebbe mai potuto chiudere occhio, fino a quando, all’alba, l’esplosione furibonda di potere cosmico si era placata, informandolo che la battaglia era finita. Se si fosse concentrato, avrebbe anche saputo la sorte di ciascuno degli interessati. Ma non intendeva farlo.
Non mi riguarda più. Non sono più Death Mask del Cancro. Chi ci ha lasciato le penne se lo meritava, chi ha vinto, altrettanto. Addio e vaffanculo.
Così, eri tu la più forte, Athena. Che razza di cosmo hai, adesso! Scommetto che lo sentono perfino in Polinesia. Saga se la sognava, una forza del genere.
A quel punto, aveva preso un Valium e si era buttato giù, con l’alba livida che delineava la forma del vulcano, fuori dalla finestra. Fanculo tutto e tutti. Si era sbagliato, clamorosamente sbagliato, e chi credeva forte si era dimostrato debole, mentre quella che lui pensava essere forza era stata sconfitta.
Era davvero un boccone amaro, pensare di avere perduto al gioco del quale lui stesso aveva stabilito le regole. La forza non era giustizia. Era la giustizia a essere forza.
Era stato sconfitto. Schiacciato. Era finito.
Spalancò la porta sul quarto squillo, che sembrava voler durare in eterno, fino a far venire giù i muri.
“Se vuoi convertirmi ti dico subito che con la religione ho chiuso, e…”
La ragazza appoggiata al pulsante si raddrizzò e quel fottuto campanello smise di trapanargli il cranio.
Era una tipetta molto carina, con una zazzera ricciuta di capelli rossi, degli shorts che mostravano tutte le chiappe, e una canotta verdolino pallido, di quelle con un filo annodato sulle spalle, giusto perché ogni singolo maschio del pianeta potesse lustrarsi gli occhi (che il termometro segnasse trentasette gradi non gli pareva una buona scusante per l’essere così discinta). Ai piedi aveva sneackers e calzettoni, almeno il buon senso di non scarpinare in sandaletti e magari tacchi a spillo le era rimasto. Accanto a sé, come cagnolini da compagnia, teneva un paio di borse da viaggio e una valigia trolley, una cosa oscena, verde a fiorelloni rosa. Con un panda di peluche che penzolava dalla maniglia. E c’era chi lo biasimava per il suo astio verso l’umanità.
La ragazza fece un sorriso teso, aspettando che lui dicesse qualcosa. Death Mask non ne aveva la minima intenzione.
Alla fine, si fece coraggio lei:
“Ehm… ciao.”
Death Mask le sbatté la porta in faccia.
Un momento dopo la maniglia si abbassò e nella fessura della porta apparve il faccino da elfo di lei.
“Posso entrare?”
“No. Levati dai coglioni.”
Le voltò le spalle e attraversò il corridoio, sentendo che l’emicrania gli peggiorava a ogni passo.
“Mi avevano detto che ti avrei trovato qui…”
“Mi hai trovato, no? Quindi ti hanno detto bene. Da queste parti non s’usa farsi i cazzi propri, e a chiedere in giro, vai a colpo sicuro.” Si voltò sulla porta della cucina. “Non dovresti essere al Santuario, così, giusto per chiarire la tua poco richiesta esistenza in casa mia?”
“Ho preso il primo volo di stamattina. Al momento hanno altro a cui pensare, che non cercare un’apprendista.”
“Immagino.” Rispose Death Mask, ironico. “Mi hanno tenuto sveglio tutta la notte, con le loro scalmane. Così il vecchio Saga ha sbarellato definitivamente, eh?”
La ragazza si umettò le labbra. Carina. Poi si abbassò per tirare dentro le sue borse. Stronza.
“Il sommo Saga ha… lui ha voluto espiare con la vita il proprio tradimento. Di sicuro te ne sarai accorto.”
Se n’era accorto, eccome. Ai primi chiarori dell’alba, quando quell’aurora boreale di cosmi lontani era al massimo del fulgore, i sensi di Saga erano come esplosi, un fuoco d’artificio di proporzioni immani, oro puro orlato di tenebra altrettanto pura, un caleidoscopio d’amore, odio, follia e rettitudine… per poi svanire nel nulla.
Saga era morto.
Saga di Gemini, sommo sacerdote di Athena, l’aveva tradita, e poi si era tolto la vita, incapace di sopportare il peso della sua stessa azione. Si era suicidato ai piedi della statua della dea, di fronte alla sua incarnazione, aveva esalato l’ultimo respiro tra le braccia di colei che amava più di qualsiasi cosa al mondo. L’avrebbe uccisa, e invece aveva preferito uccidere se stesso.
Da qualunque punto di vista Death Mask cercasse di esaminare la cosa, gli pareva impossibile.
Non poteva essere successo così tanto, in così poco tempo. Tredici anni non potevano andare in pezzi così.
Invece sì, pensò, guardando la ragazza che sistemava le sue borse nell’ingresso, cosa che non le aveva permesso di fare e che non voleva facesse. Athena vince, Saga muore, e la giustizia è forza, non il contrario.
Cazzo, se era dura da mandare giù.
Non bastava conoscere la merda che lo aspettava alla fine della vita, la desolazione del tragitto verso l’Ade, l’ultimo sguardo dietro di sé, quando ci si lasciava tutto alle spalle, prima che l’inferno, era inferno per forza, non c’era nessun Paradiso, tutte stronzate, ti sbilanciasse e ti buttasse di sotto, nell’ultima caduta, verso la tenebra infinita. Da solo, perché l’inferno è essere soli. La gente si illudeva del contrario, ma lui l’aveva visto, lo sapeva. Death Mask aveva l’inferno negli occhi, era quello che terrorizzava le sue vittime, vedevano quello che non volevano vedere, ed era la loro maschera mortuaria, il momento della presa di coscienza. Non bastava sapere tutto questo.
Doveva anche realizzare che aveva sprecato la sua vita, e che ogni sua singola azione andava nella direzione sbagliata, rispetto a quella giusta – ed era giusta, perché Athena aveva vinto, e chi vince detta la sua legge. Athena era forte, Saga era stato debole, e lui non aveva capito un cazzo della vita, anche se sapeva tutto sulla morte.
Non c’era modo di mandarla giù.
“Non sono riusciti a impedirglielo, ho saputo – riprese la ragazza – Athena lo aveva perdonato, e il potere della Nike gli aveva restituito lucidità, ma… lui non ha perdonato se stesso. Non poteva sopportare il peso del proprio errore.”
Death Mask non disse niente. Gli parve la risposta più appropriata.
“E quindi, mi sono detta dopo, quando ormai tutto era finito e tutti raccoglievano i cocci… c’è qualcun altro che ha commesso un errore clamoroso, no? E questo qualcun altro se ne accorgerà, molto presto, e insomma, se il sommo Saga ha fatto quello che ha fatto… anche lui…”
Era più di quanto si sentisse in grado di sopportare. Si rivoltò contro la ragazza e contro i suoi stessi pensieri:
“Non mi sono ammazzato, e non ho nessuna voglia di anticipare il mare di merda che mi aspetta in fondo alla bocca di Ade. Quindi puoi girare le chiappine e tornare da dove sei venuta, mocciosa.”
“Non sei più un Santo d’Oro. Non puoi darmi ordini, ormai.”
Death Mask serrò i pugni, poi si costrinse a distendere le dita. Quella stronza stava giocando con il fuoco, stava proprio cercandosela.
“Non ho più l’armatura e non posso muovermi alla velocità della luce, ma il mio cosmo rimane lo stesso, e così i miei poteri. Vuoi un assaggino, o ti decidi a uscire da casa mia?”
Lei tornò a passarsi la lingua sulle labbra, come una troia che non vede l’ora di farsi sbattere. Death Mask si concentrò su quel pensiero, ma non riuscì a pensare davvero a lei come a una troia, non lo era, anche se la voglia di sbatterla ce l’aveva eccome, e da parecchio. Quella non gli creava problemi.
Era tutto il resto, il problema.
La ragazza raddrizzò il mento:
“Non me ne vado. Tu sei mezzo fuori di testa e vorrei pensare che la colpa è di quel potere terribile che ti porta in Ade ogni volta che attacchi, ma la verità è che penso che tu stronzo ci sia nato, che ti piaccia esserlo e che non sia nemmeno un po’ pentito di esserti rivoltato contro Athena. Ti rode esserti sbagliato, ecco tutto.”
Death Mask si voltò, percorse a ritroso il corridoio, raggiunse la ragazza, la spintonò contro la parete, le serrò una mano sulla gola. Affondò le dita, forte, le fece sicuramente male, ma lei non tradì la minima paura, non alzò le braccia a difendersi, non abbassò gli occhi. Erano grandi, neri come pezzi di universo, e li tenne fissi nei suoi, con un’avversione nella quale si mescolava qualcos’altro: era la ragione per cui aveva lasciato il Santuario, per raggiungere la Sicilia.
Per raggiungere lui.
“Cosa cazzo vuoi ancora da me?”
La scosse, sperando di spaventarla, ma non riuscì a sottrarsi a quello sguardo.
“Non ho perso abbastanza, per colpa tua? Mi hai quasi fatto ammazzare da Lymnades, porca troia, mi hai trasformato in un paria, ho perso l’armatura, cos’altro vuoi per completare l’opera? Eh?”
Finalmente lei sollevò le mani, ma non per difendersi. Le posò sulla sua, e non cercò di fargli allentare la stretta, non lo respinse; avrebbe potuto strangolarla in quello stesso momento, spezzarle il collo, e non avrebbe reagito. Non le serviva.
Perché lei sapeva. Sapeva che Death Mask poteva minacciarla, poteva insultarla, poteva infuriarsi quanto voleva, ma non sarebbe mai, mai, stato capace di farle del male.
Lo aveva visto, era successo davanti a lei.
Lymnades avrebbe potuto ucciderlo, senza che lui reagisse contro la cosa che aveva il suo aspetto.  Era bastato quello, l’aspetto, l’apparenza, e si sarebbe lasciato ammazzare.
Quella pelle bianca.
Quei capelli rossi.
Quegli occhi neri.
Solo un’apparenza.
Non ne era stato capace.
Oh, se lo desiderava, oh, se sarebbe stato felice di poterlo fare, colpire quell’immagine, macellarla, distruggerla. Ce l’aveva, morta sotto le sue dita.
Non era apparenza, quella.
Non poteva.
La voce della ragazza suonò ferma, dolce: “Io volevo che ti salvassi. Solo questo. Volevo soltanto che tu vivessi, che vedessi l’alba, dopo stanotte.”
Stringere la presa. Affondare in quel pulsare vitale che sentiva, sotto la pelle liscia di lei, spegnere la fiammella, schiacciarla per sempre. Death Mask non aveva mai desiderato niente con un’intensità maggiore.
La lasciò andare.
“Torna al Santuario – disse, completamente svuotato – quando si accorgeranno che te la sei data a gambe, verrai accusata di diserzione. È alto tradimento, per quali possano essere i tuoi meriti passati. E Athena non ci va leggera, con i traditori.”
“Non mi interessa. Io resto.” rispose Angela.

L’ironia, pensò Aiolos, non era che alla fine Dohko avesse ragione, e che i Santi di Athena avessero saputo gestire la crisi anche in sua assenza; non era che, dopo tredici anni, la mitra sacerdotale fosse posata sul trono vacante, e che i Santi d’Oro all’unanimità, avessero designato lui come unico uomo al mondo degno di portarla; non era nemmeno l’aver avuto, per tredici anni, ragione su quello che aveva sempre saputo sarebbe successo, perché sapeva che sarebbe successo, era inevitabile come una valanga dopo dieci giorni di nevi a tremila metri d’altezza. Il sommo Shion sembrava più vecchio che mai, e non era servito a niente che Athena in persona lo ringraziasse, per l’opportunità che aveva offerto a Saga.
“Tu gli hai donato tredici anni di pace – aveva sussurrato, la voce rauca per aver pianto ore intere – se tu non l’avessi designato sommo sacerdote, tutto questo sarebbe accaduto molto prima, quando ero ancora in fasce, e non avrei potuto fare nulla per i miei Santi. Non so davvero cosa ne sarebbe stato di noi, in quel caso, Shion. Non tormentarti più.”
Era vero, naturalmente. Se Aiolos ripensava a quella notte malefica, tredici anni prima, non poteva non ricordare l’amarezza profonda nel vedere la scelta del sommo Shion cadere sul rivale, una bile acida che gli aveva divorato le budella per giorni interi, perché nemmeno il più puro tra i Santi d’Oro è immune da sentimenti umanissimi come l’invidia. Perché lui? Perché non io?
Gli ci era voluto tempo, per accettarlo, e ancora più tempo per capire le ragioni di quella scelta.
Salvarti, Saga. È stato fatto tutto per salvarti, o almeno provarci. Il nostro cosmo e le nostre forze si equivalevano, si sono sempre equivalse, ma tra noi eri tu ad avere bisogno di essere l’uomo più vicino ad Athena. Se il sommo Shion te l’avesse impedito, quella notte, forse nessuno di noi sarebbe qui, adesso.
Se Saga si fosse visto negare la sua dea, quella notte, sarebbe stato tutto diverso, adesso.
E ancora, non era questa l’ironia che gli riempiva l’anima di piombo fuso, incandescente, sale e limone sulle ferite, veleno laddove un tempo aveva invidiato Saga e i suoi privilegi, rifiutandosi di vedere come essi fossero la sua unica ancora di salvezza, e come Athena fosse tutto ciò che lo tratteneva dal passare alle forze oscure.
No, l’ironia era che tanta pena, tanto dolore, tanti anni sprecati, alla fine, non fossero serviti a niente.
Saga era morto.
La tomba era ancora fresca, terra smossa, un tumulo, una ferita aperta nel prato, con la lapide di pietra posata da una parte. L’erba tutto intorno era schiacciata dalla moltitudine di gente che, dopo aver sostato incredula, osservando il cadavere avvolto nel sudario che scendeva tra le zolle, si era allontanata alla spicciolata, in silenzio, a piccoli gruppi confusi, sperduti. Saga era stato un condottiero capace, e in pochi conoscevano il tormento della sua anima. Le ragioni del tradimento rimanevano, ai più, inspiegabili.
“Se vuoi attribuire colpa a qualcuno, attribuiscila a me.”
Non ebbe nemmeno bisogno di voltarsi, per riconoscere chi parlava. Se non fosse bastata la voce, era il suo cosmo a palesarsi, ancora più del viso.
“Il tormento di Saga ha avuto inizio da ben prima di rinchiuderti a capo Sounion, Kanon.”
“Ma sono stato io a sfruttarlo. Sapevo che allontanare Athena dal Santuario gli avrebbe tolto l’ultimo filo che lo tratteneva dal passare alle forze oscure.”
La voce di Kanon, mentre pronunciava quelle parole, era ferma. Aiolos pensò che sarebbero stati in parecchi, nei giorni a venire, a trovare validissime ragioni per rimproverarsi.
“Sarebbe accaduto comunque. Non ho alcun dubbio su questo.”
“In un mondo parallelo, dove tu saresti stato sommo sacerdote, forse non sarebbe capitato.”
“No – disse Aiolos – sarebbe successo qualcosa di molto peggio. Saga si è aggrappato ad Athena come nemmeno io avrei mai potuto fare. Se il sommo Shion gliel’avesse tolta, quella notte…”
Io, sommo sacerdote. Saga umiliato, amareggiato, che chiedeva spiegazioni incapaci di soddisfarlo, di soddisfare il mostro nero che lo divorava dall’interno, il pugnale d’oro, il gladio di stanotte… tredici anni prima…
Gli mancò la voce, gli mancarono i pensieri. Che importava, ormai? Il Santuario era salvo. Quei giovani Santi di Bronzo, i capri espiatori usati da Saga per celare il proprio complotto, si erano ampiamente riscattati, combattendo in nome della dea, affrontando il sommo sacerdote senza un attimo di esitazione, lottando perfino contro coloro che amavano, perché non accadesse il peggio.
Si costrinse a essere pratico.
“Come sta Camus?”
“Si riprenderà – rispose Kanon, alle sue spalle – le ferite sono nell’animo, più che nel corpo. Credeva di avere perduto entrambi i suoi discepoli. Quanto ad Aphrodite, è già in piedi: attende udienza da Athena, ignoro il perché.”
Se solo riuscissi a smettere di guardare la tua tomba, Saga. Sarebbe già un passo avanti, vero?
“Quel ragazzo, Seiya. Sembrava conciato abbastanza male, quando l’ho visto.”
Kanon: “Saga lo ha privato dei cinque sensi, perché non riusciva in nessun altro modo a fermarlo. Questo gli ha permesso di raggiungere un nuovo livello di consapevolezza, lo ha portato a un piano superiore.”
Ci fu una pausa, e Aiolos immaginò che Kanon si tastasse le bende. “Lui e l’altro Santo di Bronzo, Ikki… hanno acquisito entrambi il Settimo Senso. Anzi, credo che tutti e cinque, se non ne sono diventati padroni, ne abbiano comunque compreso l’essenza. Sono superiori ai Santi d’Argento, è sicuro.”
Aiolos si domandò cosa se ne sarebbero fatti, di cinque Santi così fuori dalle righe, in un momento del genere. Qualcosa. Non aveva la forza di rispondersi, per il momento.
“Vivrà?”
“Si salverà. Ha la testa troppo dura per rompersela.”
La nuova generazione. Quanto l’aveva bramata. Adesso che era lì, che i ragazzi destinati a succedere tutti loro, nella Guerra Sacra ormai imminente, Aiolos si accorse che non gliene importava assolutamente nulla. Avrebbero combattuto, forse avrebbero vinto, sicuramente sarebbero morti. Erano lì per quello. Oh, Saga.
“È grazie a loro se sono riuscito a prendere lo scudo di Nike.”
E lo scudo di Nike ti ha restituito la sanità mentale. Insieme a essa, il peso del rimorso per le azioni di cui ti sei macchiato.
Com’era possibile che l’unico modo di salvarlo fosse stato ucciderlo? Questa non era ironia, questa era crudeltà allo stato puro.
Aiolos cadde in ginocchio. Erano successe tante cose, mentre si trovava nel Jan-darra, in cerca dell’Acqua della Vita, la miracolosa acqua che avrebbe dovuto restituire la vista a Shura, ma che alla fine si era rivelata inutile, perché Shura aveva trovato in sé la forza di sconfiggere il colpo del Generale degli Abissi, tutti l’avevano trovata, e il sommo Shion aveva ragione, lui era molto meno indispensabile di quanto gli piacesse credere.
Aiolos del Sagittario, il più puro dei Santi d’Oro e nuovo sommo sacerdote designato, vittorioso, trionfante.
Il demone che aveva infestato il Santuario per tredici anni era stato debellato. Saga riposava in pace, i Santi erano pronti alla guerra imminente, e c’erano dei nuovi combattenti, i successori, coloro che avrebbero ricostruito le macerie, quando tutto fosse finito.
Avevano vinto.
Era peggio che essere sconfitti.
Aiolos si coprì gli occhi con una mano e pianse per l’orrore di avere trionfato sul suo unico amico.

“Il mio maestro mi aveva ordinato di girare al largo, ma sono tornata lo stesso alla Dodicesima – raccontò Angela, senza che Death Mask glielo chiedesse, senza che gli interessasse, senza che volesse saperne niente – stavano già combattendo, è stato brevissimo, non ho visto quasi niente…”
“Ma non mi dire – le ringhiò – non sei riuscita a vedere un combattimento alla velocità della luce. Suicidati, come quel coglione.”
Angela lo ignorò. Sapeva che il modo migliore per relazionarsi con lui era di continuare, ignorando i tentativi di sabotaggio di Death Mask.
“Il nobile Camus tratteneva il suo allievo, non voleva ucciderlo, si sentiva chiaramente. E neanche lui voleva fargli del male, ma hanno continuato, e continuato, anche se io non c’ero, l’esplosione dei loro cosmi era qualcosa di incredibile. Ho sentito arrivare i nemici alla Dodicesima prima di poter capire, ma credo che, verso la fine, il nobile Camus gli credesse, credeva a quel ragazzo, Hyoga mi pare si chiamasse, il suo cosmo era diverso. Era meno nemico, più maestro. Credo gli stesse insegnando qualcosa, alla fine.”
Death Mask andò al frigo a cercarsi una birra, bella gelata. Chiaro, ovvio che quel demente di Camus ci fosse cascato ancora, come già alla colonna di Lymnades: amava i suoi allievi, era un debole, e ritrovarsi davanti il suo secondo discepolo, dopo avere sconfitto il primo, per lui era stato peggio che morire, sicuramente. Peggio che morire, figurarsi. Come se sapesse cosa significa.
Significa come… come colpire un’icona cui non puoi fare del male.
Afferrò una lattina di Coca, figurarsi se lei avrebbe accettato la birra, e la tirò ad Angela, sperando che la mancasse e magari si facesse un livido; ma ovviamente la stronzetta aveva i riflessi di un grillo e la prese al volo, ringraziandolo pure.
Death Mask aveva sentito l’esplosione dei cosmi all’Undicesima, era stato come esserci.
Lo credevi impazzito, Camus. Te lo sei ritrovato davanti, tutti loro te li sei ritrovati davanti, ma hai fermato solo il tuo discepolo, naturalmente: non volevi che Aphrodite lo facesse a pezzi, non l’avresti sopportato. Tanti anni a predicare la freddezza e l’autocontrollo, ed è bastato il tuo figlioccio a farti perdere ogni parvenza di obiettività.
Hai cercato di convincerlo.
Lui ha convinto te.
Ma c’era Saga, alla Tredicesima. E Saga era impazzito completamente, fuori da ogni controllo, forse neanche gli dèi avrebbero potuto arginarlo, di certo non il tuo biondino, con quei colpi ridicoli. Saga lo avrebbe disintegrato insieme alle galassie che fa esplodere, ogni volta che lancia un colpo.
Athena contava meno, per te, della salvezza del tuo allievo. Chissà se per la dea questo è tradimento?
Death Mask era sicuro di no. Quella mocciosa con gli occhi sempre umidi, le labbra sempre sorridenti, i capelli sempre sciolti, senza alcun dubbio aveva ritenuto Camus il più nobile e umano dei suoi Santi, quella notte nella quale chi tradiva faceva la cosa giusta e chi rimaneva saldo al proprio posto era un traditore. Era certo che Athena, quando era alla fine giunta alla Dodicesima, li aveva abbracciati entrambi, gelidi e morenti com’erano, il maestro che aveva deciso di sacrificare la propria vita, pur di fare acquisire il Settimo Senso al suo allievo, l’allievo che non aveva capito, Camus aveva accuratamente fatto in modo che non capisse, aveva combattuto in nome di Athena e aveva vinto.
Nella mente di Death Mask, a un certo punto, si era formata un’immagine strana, una nave che sprofondava in un abisso, non aveva capito bene, ma era stato in quel momento che il cosmo del Cigno si era tinto di bagliori dorati. Strano, stranissimo.
Bevve metà della sua birra direttamente dalla bottiglia e ruttò, con intenzione. Angela non gli badò affatto.
“Il mio maestro pensava di liquidarli tutti, lui è davvero forte. È il più forte di tutti i Dodici.”
“Se solo non fosse il più finocchio, ti saresti potuta risparmiare il viaggio in Italia, eh?”
Non riuscì a farla arrabbiare. Non riuscì a scrollarsela di dosso. Angela disse:
“C’era Kanon, il traditore del Santuario, c’era un Santo di Bronzo con un cosmo che bruciava come un incendio. Ikki, mi pare si chiami. Ed è arrivato di corsa quel Seiya, lui l’ho visto bene, era conciato male, ma quando ha lanciato il suo colpo, le rose della Casa sono state spazzate via tutte, dalla prima all’ultima. Ci ho passato tanto di quel tempo, in mezzo a quelle rose, le ho sempre odiate, per come sono velenose e piene di spine, ma quando sono scomparse, ho pensato per la prima volta che erano bellissime. Davvero, bellissime.”
“Vuoi un fazzoletto?”
“Sei uno stronzo – disse Angela, in tono tranquillo – Seiya voleva affrontare il mio maestro, ma doveva correre, i suoi compagni erano già lontani… come li ha insultati! Mentre lui veniva pestato, e dico pestato sul serio, il mio maestro lo calpestava proprio, il traditore Kanon era già lontano, e Ikki con lui… nessuno voleva fermarsi. Seiya sì. Ma quell’altro, quel Shun, beh, sembrava tanto piccolo e debole, ma le sue catene hanno fatto muro, si è messo in mezzo, ha urlato a Pegasus di andarsene, di non insultarlo pretendendo di aiutarlo, come fosse un bambino. Quello non voleva, ma ha dovuto, si è rialzato approfittando della distrazione ed è scappato. Il mio maestro si è irritato, si è girato per affrontarlo, agli altri poteva pensarci appena finito con Andromeda. Ma non è andata così.”
No, naturalmente. Dirlo era ridondante, ma Death Mask aveva rinunciato a qualsiasi speranza di farla stare zitta, a meno di ammazzarla, e non gli piaceva pensare al motivo per cui la teneva lì, nella sua cucina, invece di trasformarla in una maschera mortuaria.
Bevve la sua birra sorseggiando in maniera civile, mentre la ascoltava dire ovvietà; non gli interessava il resoconto, ma chiacchierava talmente tanto che gli conveniva farsi piacere la sua voce, visto che non poteva in nessun modo liberarsene:
“Il Santo di Andromeda non voleva combattere, cercava solo di trattenere il mio maestro. Il mio maestro, beh, lui invece combattere voleva, lo ha messo a terra in un attimo, e non si lasciava convincere, il sommo Saga era il Sacerdote, quel ragazzino era insieme al traditore del Santuario, per lui la questione nasceva e si chiudeva lì. Athena stava arrivando, e lui non voleva che giungesse alla Dodicesima trovandoci un traditore. Gli ha lanciato la rosa bianca. Ho visto i petali che si venavano di sangue”
La voce di Angela tremò, un pochino.
“Sono uscita dal mio nascondiglio. Gli ho chiesto di risparmiarlo, l’ho supplicato. Era tutto troppo strano, troppo, quel ragazzo continuava a rialzarsi, anche se il sangue sgorgava, il sangue del suo cuore, era bianco come un cadavere, e il mio maestro già non gli badava più. Si era voltato per raggiungere gli altri, il cosmo di Kanon era esploso, sapevamo che aveva spazzato via le rose della scalinata.” Un sospiro. “Era debole ed era rallentato, ma ha salvato la vita ai suoi compagni, che stavano per cadere nella trappola.”
Senza bisogno di averlo visto, Death Mask sapeva perfettamente che il cosmo del traditore aveva trattenuto l’altro, il Pegaso Celeste, pronto a lanciarsi su per le scale avvelenate, l’imbecille.
“Renderanno più agevole il cammino, che altro possono fare!”, e Kanon gli aveva rifilato uno spintone che l’aveva buttato a terra, non c’era tempo di discutere.
Secondo Death Mask sarebbe stato divertente vedere il muso giallo che arrancava in mezzo alle spine, sempre più debole, sempre più confuso, chiedendosi per quale motivo il dolce profumo delle rose lo intorpidisse così. Sarebbe caduto tra i fiori, si sarebbe mosso sempre più debolmente, fino all’immobilità, fino alla paralisi polmonare e cardiaca, fino alla morte. Alla fine, i petali l’avrebbero sepolto. Molto divertente. Kanon aveva spazzato via tutte le rose prima che iniziassero la scalata, distruggendo quell’illusione.
Finì la sua birra, per consolarsi.
“Tra il sommo Saga e i traditori era rimasto solo il mio maestro, e lui è inesorabile, quando combatte. Ma l’ho supplicato lo stesso.”
“E sei ancora viva. Hai avuto culo due volte, dopo avere rotto i coglioni a due Santi d’Oro di fila.”
“Tu non conosci il mio maestro – rispose sdegnosamente Angela – nessuno lo conosce. Lui sapeva della follia del sommo Saga, lo sapeva quanto il nobile Aiolos o quanto te, e ci era arrivato da solo, senza bisogno di suggerimenti o rivelazioni. Il mio maestro l’ha capito da solo, mentre tutti voi, che gonfiate tanto i muscoli e vi credete fortissimi, siete stati gabbati per tredici anni. Che mi dici di questo?”
Death Mask si alzò, con la scusa di controllare la pasta. Che si comportasse in maniera tanto urbana, con quella maledetta stronza, era qualcosa che non riusciva a spiegarsi. Doveva buttarla fuori di lì, e alla svelta, prima che succedesse l’irreparabile. C’era un limite all’umiliazione che si sentiva in grado di sopportare.
“Ti dico che me ne sbatto il cazzo di questo amarcord, mocciosa. Hai supplicato il tuo maestro e sei ancora viva, quindi immagino che si sia convinto, bene, e allora? Kanon ha raggiunto Saga, lo ha piallato come una tavola, e Saga s’è ammazzato. Fine della storia.”
“No, non si era convinto – Angela era peggio delle Parche, filava, tesseva e tagliava, qualsiasi cosa lui potesse dire o fare per fermarla – mi ha detto di togliermi di mezzo, o sarei diventata una traditrice anch’io. Ha detto che il Santuario era stato violato, non gli serviva sapere altro. Ha detto…”
La voce le mancò. Death Mask fu tentato di sfotterla, chissà cosa le aveva detto Aphrodite, niente di gentile è certo; ma vederla con gli occhi lucidi, momentaneamente ammutolita, gli diede una tale nausea che distolse lo sguardo, lo fece errare fuori dalla finestra, e aspettò che si fosse calmata e si rimettesse a parlare:
“Il nobile Kanon era già alla Tredicesima, Pegasus e Phoenix con lui. Combattevano, e il cosmo del sommo Saga era come un laser impazzito, colpiva tutto, distruggeva tutto, non badava a niente. Era tutto troppo strano, ho detto al mio maestro di aspettare Athena, il mio maestro non voleva… è stato Shun a difendermi. Cioè, insomma, mi ero messa in mezzo, volevo proteggere lui, era troppo strano, e il mio maestro mi ha detto che se non mi toglievo, ci avrebbe spazzati via tutti e due. Perciò Shun mi ha difesa.”
Ne sarebbe passato di tempo, prima che Death Mask ammettesse – ma solo con se stesso – che l’ira che gli montò dentro a quelle parole non fu perché lei non stava zitta, ma perché lei era stata attaccata, e qualcuno l’aveva protetta.
Qualcun altro, cioè.
Ti è andata bene, Aphrodite. Se ci fossi stato io, avrebbero dovuto staccarti dai muri con un raschietto.
“Era furioso, il Santo di Andromeda. Non credevo ci si potesse arrabbiare tanto. Ha detto che combattere per proteggere i deboli è quello che i Santi devono fare, che avermi colpita lo degradava, che non avrebbe avuto nessuna pietà. Le sue catene si sono sollevate, sembravano vive, sembravano le onde del mare, anzi una tempesta, è stata un’esplosione, e tutto questo mentre la rosa diventava rossa, il sangue sgocciolava perché i petali erano talmente intrisi che… non sarebbe dovuto essere ancora vivo, a quel punto. Ma lo era.”
Si morsicò il labbro inferiore, nel tormento. Ma perché non aveva la maschera?
“Era il Settimo Senso, quello che ha fatto esplodere la Nebulosa di Andromeda. Ha travolto il mio maestro, non ho fatto in tempo neanche a capire cosa succedeva, ed erano già crollati, tutti e due. C’era sangue dappertutto. I loro cosmi si spegnevano come… come fiammelle in un tornado.”
A quel punto, ringraziando Athena, che era la più forte e quindi meritava di essere pregata, perfino da lui, Angela fu sopraffatta dalle emozioni, Death Mask fu affrancato dal rivivere quella notte, e nella cucina scese il silenzio.
Ebbe tutto il tempo di saltare gli spaghetti in padella con il pesce, di prendere un altro piatto, fare le porzioni – okay, forse mangiare da solo tutta quella roba sarebbe stato eccessivo – e piazzarle davanti il pranzo, o la cena, o quel che era a quell’ora, prima che Angela trovasse la forza di dire:
“Ho tolto… ho tolto la rosa dal suo petto. Non sapevo che altro fare.”
“Mangia.” Rispose, con malgarbo. Le buttò accanto al piatto tovagliolo e forchetta e le si sedette accanto. “Aphrodite non ti ha staccato la testa dal collo, quindi immagino che con Athena abbia fatto finta che era stata un’idea sua.”
“Ti sbagli,” rispose lei, sdegnosamente, “lui è un vero Santo d’Oro e mai avrebbe mentito. Quando Athena è arrivata alla Dodicesima sembrava morto, non sapevo cosa fare… ero disperata. Sembravano morti tutti e due.”
Probabilmente lo erano. Arrotolò gli spaghetti intorno alla forchetta e se la ficcò in bocca, anche se la fame si era volatilizzata.
“Com’è che la rosa non ti ha uccisa?”
Angela parve incerta. “Non so…”
Balle, pensò con ira. Lo sai benissimo, lo sa il tuo maestro, probabilmente lo sa anche quel cazzone a cui hai salvato la vita. Le rose di Aphrodite ti avevano riconosciuta, da molto prima che il tuo maestro ne avesse voglia.
La rompipalle aveva risvegliato il suo cosmo. Solo per un istante, certo, dopotutto si trattava di una pidocchiosa apprendista, ma quell’unico istante era bastato. La Dodicesima aveva reagito l’armatura d’oro aveva reagito, e quel disgustoso amore che Angela aveva impiegato per strappare via la rosa venefica aveva fatto il resto.
Un cosmo giusto che serve un ideale giusto.
Aphrodite e il suo avversario dovevano la vita alla ragazzina. Gli sembrava quasi di vederla: sommersa dalle rose e dal sangue, stordita dal profumo velenoso, più morta che viva per essere stata così imbecille da mettersi tra un Santo d’Oro e la sua vittima, ma ehi, occhi brillanti come sempre, labbra decise come sempre, mai mollare la presa, mai capire quando era ora di darsela a gambe, mai pensare che forse la sua vita valeva un po’ più di quella di due idioti che si erano ammazzati a vicenda. Non c’era niente come credere che la propria vita valesse meno dei propri ideali, per risvegliare il cosmo del proprio animo.
Anche per me era così un tempo. Poi l’ho lasciato passare, non valeva la pena trattenerlo…
Perché l’ha fatto? Perché si è messa in pericolo così?
Continuò a mangiare senza gusto e senza appetito, per puro nervosismo. L’armatura del Cancro lo aveva abbandonato, dopo essere rimasta con lui fino all’ultimo, dopo avere tollerato tutto il tollerabile. La sentiva ancora, il legame non era spezzato. Non poteva essere spezzato. Finché Death Mask fosse rimasto in vita, l’armatura d’oro della Quarta casa sarebbe rimasta occupata, il che poteva essere un problema, quando Saga era in vita… ma Athena non avrebbe mai mandato qualcuno a sgozzarlo, giusto per recuperare una corazza.
L’armatura del Cancro non voleva più saperne di lui, e cazzo se aveva ragione, ma per essere Santi non serviva un’armatura.
Per quei pochi istanti, mentre le anime dei contendenti abbandonavano i loro corpi e il veleno delle rose di Aphrodite la uccideva, Angela era diventata un Santo. La Dodicesima non era più stata sguarnita, e le rose avevano riconosciuto la volontà giusta di un Santo devoto ad Athena. Un Santo in un Santuario, che bello scioglilingua.
Per questo, quando la dea era arrivata, i due imbecilli avevano potuto riprendersi l’anima, trattenuta dal cosmo, e riaprire gli occhi.
Per questo l’armatura mi ha abbandonato. Non per le vittime che ho mietuto: Athena disapprovava, ma quello che ho fatto, l’ho fatto ritenendolo la cosa giusta.
Dimmi Athena, quanti dei tuoi devoti cagnolini avrebbero il coraggio di guardarti in faccia e fare quello che ritengono giusto, anche se tu disapprovi? Quanti, a parte me?
Respinse il piatto, tanto forte da spedirlo in mezzo al tavolo. Vicino a lui, Angela era muta e immobile, pallida come se stesse per svenire, sotto quella zazzera esasperante di ricci rossi.
L’armatura non mi ha abbandonato per punirmi dei miei crimini.
Mi ha abbandonato perché avevo bisogno che mi abbandonasse.
Non era mai stato così vicino a essere un Santo, Death Mask, come adesso che era sullo stesso piano di un’apprendista che aveva appena capito cosa significasse esserlo. Non era mai stato così tanto Santo d’Oro come lo era adesso, privo dell’armatura che gli conferiva i suoi diritti.
Poteva vederlo, lo scrigno del Cancro, luccicante e immobile al centro della stanza principale della Quarta casa: sul suo podio, nel buio e nel silenzio. Paziente. In attesa.
Aspetti me? Aspetterai un pezzo. Fai prima a respingermi ancora, a respingermi per sempre.
Adesso che era davvero un Santo, Death Mask si accorse che quel potere non gli interessava più. Non lo voleva, quel potere. Non ne aveva bisogno.
Non quando poteva averne un altro, uno molto più grande, immenso, sconfinato. Talmente enorme che bastava una preghiera per scatenarlo. Quando si scatenava, quel potere, non esisteva Santo d’Oro che potesse opporvisi.
La cinesina lo sapeva. Ecco perché dovevo ammazzarla. Ed ecco perché non ci sono riuscito.
Si voltò verso Angela, che lo guardava con quei suoi enormi occhi scuri. Già le aveva messo un braccio intorno alle spalle.
Così non dovette fare un grande sforzo per attirarla a sé e baciarla, fermamente, imperiosamente.

6 thoughts on “Lontano e vicino”

  1. Ryanna says:

    Yeeeh, lancio di raudi dagli spalti, ole e cori da stadio, petardi e mortaretti!

    Herm, okkei, mi ricompongo un pochino e cerco di scrivere qualcosa di sensato…
    Innanzitutto grazie per aver trovato la voglia e il tempo di concludere la fanfic quando magari avresti altro cui dedicarti (“altro” che per inciso potrebbe essere remunerativo), e per averlo fatto rimettendo in gioco i due personaggi che negli ultimi capitoli erano stati necessariamente messi in disparte. Deathino è stato un personaggio che ho sempre detestato cordialmente dal profondo di quella cosa che, in mancanza di definizioni migliori, definisco il mio cuore, ma la chiusura con questo disastro d’uomo che ritrova la Santitudine (Santità fa troppo Papa) proprio perché l’armatura lo ha abbandonato gli dà senso, finalmente, e spiega perché l’armatura stessa non lo avesse mandato a stendere da subito.
    L’espediente di narrare gli avvenimenti tramite Angela e i ricordi onirici di Deathino funziona perché le due versioni della storia ormai stavano convergendo, e leggere non i semplici fatti ma le versioni che ne danno i personaggi ne offre un punto di vista differente, imprecazioni di Deathino comprese.
    Mi è dispiaciuto per Saga, che come sempre schiatta, ma almeno gli altri Santi d’Oro si risparmiano certe fini ingloriose (Camus, sto parlando con te!). E adesso finalmente ci sarà da ridere col Santuario governato da Aiolos, che nella mia testa è flessibile e accomodante come una sbarra di ghisa! Vabbe’, Athena provvederà!
    Grazie ancora!
    Ryanna
    PS Certo che se Deathino si chiede perché Angela sia senza maschera appostostiamo, eh…

    1. Lem
      Lem says:

      Ciao!
      Ti ringrazio tantissimo per il tuo commento *_* Mi fa piacere che qualcuno si ricordi ancora di questa veeeeeeecchia fic, abbandonata da anni e anni… spero soltanto di non farne passare altrettanti per il prossimo capitolo, ehm.
      Mi fa piacere sapere che l’espediente funzioni, anche se avrei voluto approfondire la battaglia tra Kanon e Saga, sarebbe stata epica… ma, in fondo, c’era già stato uno scontro tra loro, e non volevo ricorrere sempre ai soliti, telefonatissimi colpi di scena con Seiya che le prende, Kanon che si mette in mezzo, Kanon che le prende, Seiya potenziato che si mette in mezzo, Seiya le prende, Ikki si mette in mezzo, Seiya ancora più potenziato…
      No davvero, mi veniva un tocco. Il mio nervetto della coerenza narrativa avrà un massaggino gratis per placarsi, ma non ce la potevo davvero fare.
      E poi, Deathino… insomma, Deathino. Da quando ho visto quella malefica puntata 4 di SoG ho pensato che dovevo decidermi a scrivere questo capitolo, dove appunto si parla dei conflitti tra il Granchietto e la sua armatura. Che poi, anni e anni fa avevo già deciso che Death si sarebbe redento dopo aver preso un fracco di botte e aver incontrato la ragazza giusta per lui, LOL, però io mai avrei pensato a una fioraia con famiglia a carico XD A lui serve una tipa che non si spaventi e non si scoraggi, e che gli molli un calcio negli stinchi quando c’è bisogno. Non so se Angela sopravvivrà a lungo, ma insomma, l’idea sarebbe questa.
      E speriamo di finire presto il penultimo capitolo della saga!
      grazie ancora *_*

  2. Jessica Nama says:

    Sono una tua vecchia lettrice, anche se negli anni ho cambiato talmente tanti nick su Efp che a momenti non me li ricordo nemmeno io… Beh, credo che questo capitolo dovrebbe essere vietato per legge tanto è bello… Pensavo non sarei mai riuscita a leggerlo e invece mi sbagliavo!! Con mia grande soddisfazione, aggiungo. Il tuo racconto mi ha tenuta col fiato sospeso fino ad ora: la battaglia è conclusa, la pace è ristabilita ma… come sempre tutte le fini sono condite da tanta amarezza, ma anche dalla promessa di qualcosa di nuovo. Mi è piaciuto “vedere” la battaglia finale con gli occhi di Angela, penso sia stato quasi poetico. Anche il modo in cui il discorso di lei si intrecciava con le immagini e i pensieri di Death Mask, è stato… non so come dirlo, ma mi ha trasmesso una bellissima emozione.
    Oltre a questo, io sono un’inguaribile romantica e quindi spero che concederai ai due innamorati, chiamiamoli così anche se penso il loro rapporto sia qualcosa di più particolare rispetto a una semplice storia d’amore, ancora un po’ di spazio nei capitoli che ti rimangono da scrivere.
    Detto ciò, sappi che sono tutta un cuore. E vaffanculo al contegno!
    Complimenti, per me questa fanfiction è un capolavoro.
    A presto (spero, si sa che la speranza è l’ultima a morire)

    1. Lem
      Lem says:

      Scusa il ritardo con cui ti rispondo, sono stata un pochino impegnata su tutti i fronti u.u
      Che posso dire se non GRAZIE, con annessa risatina ebete di felicità? Con questo capitolo ho fatto un salto temporale non indifferente, ma nel prossimo la battaglia sarà ampiamente recuperata. Ho pensato che, dato che sapevamo già tutti cosa sarebbe successo e chi avrebbe vinto, sarebbe stato forse più interessante concentrarsi sul ‘dopo’, sulle ferite fresche che sanguinano e su quelle vecchie che non si sono mai rimarginate, sullo choc da stress post traumatico che nella serie classica non è mai considerato (pare che sti cavalieri siano automi), e su tante altre cose.
      La prima che ho voluto raccontare è stata la sottotrama di Death Mask e Angela perché… beh. L’ho fatto soprattutto per me, lo confesso: sono anni e anni che volevo scrivere di loro due, non ce la facevo più.
      Spero di finire quanto prima il prossimo capitolo!

  3. Synnovea says:

    Mia cara, non mi ero assolutamente resa conto della pubblicazione di questo capitolo, sebbene sia passato più di un anno.
    Ho letto altre storie tue originali, ho comprato dei romanzi, ti seguo sempre… ma questo capitolo proprio non lo avevo visto.
    Considerando che ti ho conosciuta una vita fa proprio per Sliding Sanctuary e considerando che, dopo aver letto la tua fanfic, l’originale ormai mi pare una boiata pazzesca, penso che tu “mi debba” la conclusione di questa storia. Ho atteso gli eventi per un sacco di tempo e ora, con quest’ultimo limone duro, non puoi di certo piantarmi qua così come una pinguina, ne convieni?!?!
    Quindi, rincuorami e dimmi che il nuovo capitolo è già pronto e in attesa di essere pubblicato ma che sarà la prossima cosa che farai subito dopo avermi risposto……

    Dai, Laura…. dai….

    Un abbraccio,
    Elena

    Ps: è scritto davvero splendidamente. Un’opera d’arte questo intreccio tra il racconto di Angela e il cosmo che mostra a Death Mask cosa è successo quando lui non c’era.
    Non lasciarci così, ti prego…

    1. Lem
      Lem says:

      Ma ciao! Quanto tempo, sono davvero felice di rileggerti.
      Sulla fic… mamma mia dall’ultimo aggiornamento è passato un anno. Un anno. Parbleu. Mancano due capitoli più epilogo e non mi decido a scriverli. In questo momento le storie originali assorbono tutte le mie energie del tempo libero (e del sonno). Però gongolo tantissimo a vedere, alla luce dei vari spin off usciti da quando ho iniziato a scrivere Sliding, che ci avevo preso su quasi tutto. Anche su Death Mask 😀
      Devo finirla questa storia, DEVO. Ma non sarà a brevissimo, ho paura…

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