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Il vello d’oro, Medea e Lavinia

Riscritture e riletture dei miti classici ne esistono talmente tante, di ogni epoca, che personalmente penso non si possa neanche parlare di riscritture, bensì del proseguimento di una tradizione che non si è mai interrotta. La mitologia è parte di noi.
Non è fantasy in senso stretto, perché le riletture dei miti sono spesso viste in chiave metaforica, realistica

Perché io non ho la mente monotematica in maniera maniacale. Lo escludo nella maniera più assoluta.

Perché io non ho la mente monotematica in maniera maniacale. Lo escludo nella maniera più assoluta.

o comunque sono lo spunto per affrontare tematiche che ancora oggi, dopo più di duemila anni, risultano attualissime. L’elemento fantastico può esserci, ma non è essenziale.
Certo, quando c’è, è di una potenza immaginifica unica.
Resisto alla tentazione di parlare di Gaiman *si prosterna* perché se non avete mai letto Sandman e non conoscete American Gods non avete mai letto del fantasy che… che… beh. È Gaiman. Mi prosterno e ambisco a essere lui, consapevole che, se mi impegnerò tutta la vita, potrò forse riuscire a essere l’ombra dei suoi lacci da scarpe. Una mia analisi dei suoi lavori di rilettura e di mitopoiesi sarebbe una leccata di scarpe dall’inizio alla fine, e non è il caso. Preferisco conservare quel poco di dignità che mi resta e passare oltre. Per quelli di voi che non hanno letto Gaiman, ne riparliamo in tribunale.
Il romanzo della Bradley, La Torcia, l’avevo recensito tempo fa, e anche se non è una recensione che mi soddisfa, sulla Bradley preferisco non aggiungere altro. Avere scoperto che tutto quello che ha scritto era una menzogna ha distrutto completamente la figura di quest’autrice, ai miei occhi. È un’autrice che mi ha fatto amare il fantasy, ma è anche un’autrice che considero una porta chiusa alle mie spalle.
Preferisco quindi scegliere, tra i tanti esempi di riletture mitologiche, tre romanzi dei quali solo uno è fantasy in senso stretto, low fantasy per di più. Li ho apprezzati tutti e tre, per ragioni diverse, perché chiedere alla LeGuin pagine adrenaliniche o pensare che Christa Wolf componga pagine badando alla commercialità dell’intreccio significa, banalmente, non saper leggere.1
Quanto a Robert Graves, devo dire che l’ho trovato migliore come romanziere d’avventura che come archeologo.2 Inoltre ha reso la dovuta giustizia al personaggio di Medea, la cui vera storia è sconosciuta ai più. Penso quindi che comincerò proprio con Graves e con il suo

IL VELLO D’ORO

indexLa missione degli Argonauti, i circa cinquanta eroi che dalla Grecia risposero alla chiamata che avrebbe portato Giasone a Colchide, alla conquista del vello d’oro, qui diventa un puro romanzo d’avventura. Scordatevi gli dèi e i fulmini e gli incantesimi, Graves affronta gli eventi secondo una pura logica popperiana. I figli divini sono, di fatto, figli delle orge sacre, le ninfe sono le giovani delle tribù che vivono secondo le antiche tradizioni, e le antiche tradizioni… beh, se avete letto il mio precedente articolo sull’antropofagia, capirete che non c’è bisogno di scomodare Apollo e Marsia, per vedere scene di rara efferatezza.
In sintesi, Giasone è l’unico erede legittimo al trono di Iolco, usurpato da suo zio Pelia. Il caro zio, che non poteva semplicemente uccidere Giasone, ricicciato fuori dopo essere stato nascosto nell’infanzia, pensò bene di imporgli una missione pressoché impossibile: recarsi in Colchide, prendere il vello d’oro e riportarlo a Iolco, dove avrebbe garantito l’eterna prosperità. A qual punto, lui avrebbe abdicato, sicuro che il giovanotto fosse degno di essere re. Giasone accetta e riunisce il meglio degli eroi dell’epoca, secondo le cronache una cinquantina, i più famosi dei quali sarebbero: Eracle, Orfeo, Castore, Polluce, Teseo, Piritoo, Meleagro, Atalanta (la quota rosa della missione), Peleo, Laerte, Argo, il costruttore della nave, chiamata così in suo onore.
Graves si attiene fedelmente al mito per quanto riguarda ciascuno dei partecipanti della missione: tutti seguiranno il loro destino, con una precisione che ha deliziato il mio maniacale cuoricino di appassionata. E tutti sono tratteggiati in maniera credibile, concreta, umana. Graves non si perde e non indugia nell’autocompiacimento: esalta quanto c’è di bello e ironizza, senza sminuirlo, quanto di brutto appartiene alla vicenda. E di brutto ce n’è.
I grandi eroi del mito erano, fondamentalmente, una manica di mentecatti, di violenti, di rozzi bruti, di teste di cazzo di proporzioni megalitiche. Punto.
Ne Il vello d’oro scordatevi l’eroe disneyano tanto caro agli americani: Eracle è un colosso senza un briciolo di cervello o di pietà, una specie di cinghiale che capisce solo il linguaggio della violenza. Fa promesse a chiunque gli sia simpatico, e poi provoca devastazioni perché nessuno si deve permettere di mettere in dubbio la sua parola. I compagni lo tollerano perché la sua forza è molto utile, ma quando Ila, il suo assistente (leggi: schiavetto sessuale) riuscirà finalmente a darsela a gambe con la ninfa di cui si è invaghito, anziché dirgli la verità inventeranno la storiella tramandata fino a noi, quella secondo cui il povero Ila fu annegato dalle perfide ninfe. Ed Eracle ci crede come un pirla. E, tanto per gradire, uccide chiunque metta in dubbio tale storiella3.
Quelli che sono eroi del mito, gli eroi che siamo abituati a vedere nei film, non vengono trattati benevolmente da Graves: spada in pugno e violenza in animo sono sottilmente condannati, e non c’è da stupirsi che i personaggi coi quali si empatizzi più facilmente siano l’intelligente Orfeo, il pratico Argo, la vergine cacciatrice Atalanta, il suo innamoratissimo spasimante Meleagro. Sono, in effetti, personaggi ideati perché il lettore moderno possa identificarsi un minimo e calarsi in un contesto che altrimenti risulterebbe intollerabile.
Ma, in realtà, tutti gli Argonauti dimostrano peculiarità e abilità particolari, che in almeno un’occasione salvano le terga ai compagni. Graves riesce ottimamente a delineare un equipaggio del tutto fuori della norma, dove ognuno possiede una propria individualità, motivazioni personali, scopi da perseguire. Le spiegazioni si alternano all’azione, le descrizioni non stufano mai e ci sono anche momenti di puro sentimento e dolcezza. Le avventure di questi eroi sono note e vengono sviscerate con una scrittura molto scorrevole e a tratti davvero ironica, senza dimenticare che si tratta di avventura e che la missione è una sola.
I personaggi sono visti in quest’ottica: hanno ciascuno la sua utilità, ciascuno conosce il suo ruolo (sì, anche Eracle XD) e si impegna a fondo per svolgerlo.
Tutti, cioè, tranne uno.
Giasone.
Signore e signori, ecco a voi un assoluto, perfetto, tridimensionale imbecille. Il protagonista più inutile mai esistito in un romanzo. Un mammalucco che Pelia ha tutte le sacrosante ragioni di volere morto, per la capacità che possiede di non sapere mai, neanche nelle situazioni più semplici, che cazzo debba fare della sua esistenza. Vuole essere re perché gli sembra una cosa molto figa, ma più di così non è capace di elaborare. Gli Argonauti fanno più affidamento sulla polena apotropaica dell’Argo che su di lui.
Ed è per questo che, dopo un lungo viaggio e infinite avventure, arrivano sani e salvi a Colchide. Dove a Giasone, finalmente, viene offerta la possibilità di fare l’unica cosa che, nel lungo e periglioso viaggio, ha dimostrato di saper fare davvero bene: approfittarsi delle ragazze ingenue.
Medea è la figlia del re di Colchide, una fanciulla buona e gentile, una principessa caritatevole che non condivide la spietata politica del padre nei confronti degli stranieri; è anche una vergine che conosce poco gli uomini, e quando Giasone, bello come il sole, le sussurra paroline d’amore (le stesse che, in tutto il libro, ripete a ogni ragazza che incontra), Medea ci casca con tutte le scarpe.
E fu così che la principessa bella e intelligente, istruita nelle antiche arti magiche, si innamorò del mentecatto venuto dal mare. Niente di nuovo sotto il sole, come si suol dire.
Anzi.
Qualcosa di nuovo c’è, o meglio qualcosa di vecchio. Qualcosa che Graves sapeva e che ha descritto efficacemente nel finale del suo romanzo.
Qualcosa che introduce il romanzo di Christa Wolf, ovvero

MEDEA – VOCI

41Usd2OGbwL._BO2,204,203,200_PIsitb-sticker-v3-big,TopRight,0,-55_SX324_SY324_PIkin4,BottomRight,1,22_AA346_SH20_OU29_Christa Wolf ha iniziato a interrogarsi in merito al mito di Medea partendo da una premessa molto semplice: com’è possibile che abbia fatto quel che ha fatto? La storia della sua terribile vendetta su Giasone, consistita nel mandargli i cadaveri dei cinque figlioletti avuti da lui, reo di avere deciso di sposare un’altra donna (cadaverizzata anch’essa, naturalmente), è nota anche a chi non ha mai studiato i miti classici.
La sindrome di Medea descrive proprio quello stato patologico che insorge a volte a seguito di una grave depressione post partum, che porta a uccidere il proprio figlioletto. In psicoanalisi, Medea è la figura della madre cannibale, che distrugge il figlio in preda alla sete di vendetta, tipicamente per fare del male all’ex durante un divorzio. Una figura iconica, insomma.
C’è solo un problema che, come un tronco in mezzo alla strada, impedisce di arrivare alla conclusione nota: Medea non ha mai ucciso i suoi figli.
La Wolfe ha iniziato a indagare sulle fonti antecedenti Euripide, per vedere confermata o sbugiardata la propria premessa. Medea era una regina, una sacerdotessa, in una società nella quale i figli erano il tesoro più grande della tribù. Anche un bastardo (leggi: il figlio di uno stupro) sarebbe stato tenuto in vita e allevato, se sano. I figli di Medea erano figli di regina, erano sacri per se stessi, anche senza tenere conto del naturale affetto materno. Erano un tesoro infinitamente più prezioso di Giasone, uno straniero arrivato e assurto al ruolo di re soltanto perché aveva sedotto la principessa destinata alla corona.
La figura descritta anche da Graves, quella della principessa d’animo gentile, contraria alla feroce politica paterna (morte per tutti gli stranieri), trova conferma nelle testimonianze e nei documenti raccolti dalla Wolfe, insieme alla dimostrazione che Medea tutto era tranne una pazzoide omicida.
Al contrario, sembra essere stata la vittima di un’ingiustizia enorme, talmente brutale che la popolazione di Corinto ha scelto di cancellarla, pagando la somma di dodici talenti affinché venisse scritta la tragedia giunta fino a noi. La verità sarebbe stata troppo dura da affrontare, per l’intera città.
Medea sposò Giasone rendendolo re, e Giasone, lo straniero venuto dal mare, tradì clamorosamente la città di Corinto, ritenendo di potersene servire come fosse sua, come se la corona appartenesse a lui e non a Medea. Ripudiandola, di fatto perse tutti i propri diritti, ma le tradizioni stavano cambiando… i figli non erano più solo della tribù, non erano più un patrimonio del clan. I figli erano del padre.
Sebbene regina, sebbene avesse punito il fedifrago e la rivale (che poverina un po’ mi fa anche pena, perché dubito avesse avuto molta voce in capitolo, ma tant’è), Medea non poté salvare i figli di Giasone dalla furia della popolazione di Corinto. Sia Graves che la Wolfe in questo sono chiari: Medea si vendicò sul marito, ma tentò di proteggere i bambini. Li nascose al tempio di Era, confidando nel diritto di asilo.
Non servì. La popolazione di Corinto massacrò i bambini senza che Medea potesse farci niente.
Un atto, questo, oltre che di estrema crudeltà, anche sacrilego, qualcosa che turbava la coscienza civile della polis; non era accettabile, anche se lo sarebbe stato di lì a non molto (il figlio di Ettore che venne gettato dalle mura, tanto per fare un esempio).
Così, la colpa di tutto venne attribuita a Medea, alla sua gelosia folle per essere stata abbandonata, e alla crudeltà che, come regina, sicuramente aveva dovuto dimostrare in più di un’occasione.
Euripide intascò dodici talenti per la sua tragedia. E, anche se ce l’ha messa davvero tutta per incolpare Medea, riuscendoci più che bene, persino nel suo lavoro traspaiono chiaramente tutte le attenuanti che era necessario concederle, per un semplicissimo fatto: le persone davanti alle quali quella tragedia sarebbe stata messa in atto conoscevano la verità. E dipingere una Medea-mostro, davanti alle persone che avevano linciato i suoi figli, sarebbe stato eccessivo, sarebbe suonato la beffa finale.
Il romanzo è strutturato come un ‘coro’ dei vari personaggi, ciascuno portatore del suo punto di vista e della propria tessera del mosaico. La prosa di Christa Wolfe, personalmente, mi ha sempre affascinata moltissimo per l’uso che fa del discorso indiretto, che riesce a tenermi inchiodata tra subordinate, coordinate, articolate, senza mai farmi respirare.
E quando scoprirete la verità che ha scoperto Medea, per la quale ha pagato il prezzo più alto, smetterete di respirare anche voi.

LAVINIA

Unico fantasy tra le rivisitazioni mitiche che vi propongo, e per di più low fantasy.
Una macchia d’inchiostro, poche righe alla fine di un poema incompiuto: ecco chi è Lavinia, moglie italica dell’eroe Enea, giunto alle foci del Tevere fino ai colli che ospiteranno la più grande civiltà occidentale indexantica. Virgilio non si è sprecato con lei, dopotutto era solo un altro casus belli, né più né meno di Elena: ma, se Elena ha scatenato la guerra perché si lasciò prendere dall’uomo sbagliato, Lavinia l’ha scatenata per il motivo opposto.
Ursula K. LeGuin è famosa soprattutto come autrice di La mano sinistra delle tenebre e per il ciclo di Earthsea, ma credo che qualsiasi autore di fantastico, prima o poi, senta il bisogno di misurarsi con i grandi miti, di rielaborarli a modo suo; in questo senso, all’inizio dell’articolo, avevo parlato di proseguimento di una tradizione mai interrotta. LeGuin non fa eccezione.
Lavinia è la figlia del re, bionda e bella e corteggiata da tutti i sovrani del Lazio. Questo dice di lei Virgilio, e non dice altro, perché doveva parlare di eroi e di battaglie e sperare di concludere il suo poema prima di morire. Cosa che non gli è riuscito di fare, con suo profondo rammarico.
Lavinia lo sa. Lavinia ha incontrato il poeta ad Albunea, mentre interrogava l’oracolo sul proprio destino, e il poeta ha chiesto a lei quale fosse il suo. Il poeta e la sua creatura sono reciprocamente oracoli. Lavinia non è né bionda né ignorante come Virgilio credeva, e grande è il suo imbarazzo, quando la macchia d’inchiostro indistinto assume, ai suoi occhi, la concretezza di una persona e gli fa notare le sciocchezze che ha scritto, pregandolo di correggerle.
Lavinia è una ragazza saggia, con la testa sulle spalle e tutte le intenzioni di aiutare il re suo padre, dopo che la madre è impazzita in seguito alla morte dei figli maggiori. Interrogato l’oracolo sul proprio destino, raddrizza le spalle e decide di seguirlo fino in fondo.
La guerra è l’ovvia conseguenza. Se Lavinia dovrà sposare lo straniero, non potrà sposare Turno, e questo significa che dovrà accettare di essere la causa del conflitto. Ma Lavinia, a differenza del padre e di tutti coloro che sono coinvolti, conosce il futuro, e sa di essere destinata a sposare Enea.
Ursula K. LeGuin non è un’autrice che si può leggere pensando di trovarci scariche di adrenalina e battaglie forsennate. Il romanzo è molto statico, la narrazione procede attraverso i pensieri in prima persona di Lavinia, e quando qualcosa scuote gli eventi, si ha comunque l’impressione di leggere un resoconto, non di viverlo. La bravura della LeGuin non è mai stata nel farti divorare le pagine, ma nel fartele gustare lentamente, una per una.
Che l’ambientazione e la storia siano particolarmente nelle sue corde è chiarissimo fin da subito: Lavinia parla, pensa e agisce in tutto e per tutto come una figlia del suo tempo. Dà per scontate cose di cui noi abbiamo perso anche la memoria, bada a particolari che noi ignoreremmo e non si sofferma su fatti che per noi sarebbero fondamentali. Mi è rimasto particolarmente impresso il dettaglio dei sacrifici: invece di cadere nella solita retorica sentimentale della ragazza buona e gentile che prova pena per l’agnellino sgozzato, Lavinia lo considera un dono per gli dei, e nel comportamento dell’animale ravvisa il fatto che egli stesso sa di essere destinato all’altare. È solo un dettaglio, ma mi è piaciuto moltissimo.
Il Lazio è rievocato in maniera incredibilmente vivida, e giuro che a volte ho provato quasi un senso di straniamento per il fatto di leggere descritti posti che qualsiasi italiano conosce benissimo.
Ripeto: leggere Lavinia pensando di trovarci le grandi battaglie e l’azione che guidano il personaggio di Enea significa voler sprecare il proprio tempo. Lavinia non parla di questo e non pensa queste cose. Lavinia conosce il proprio futuro e conosce il futuro della sua terra, impresso nello scudo di Enea, che neppure lui sa interpretare.
Se Medea è stata vittima del suo destino, Lavinia lo conosce e lo percorre con decisione, fino in fondo, pur sapendo che alla fine non avrà nemmeno il riposo della morte.
Perché lei, in fondo, è una riga su un poema, e come tale dovrà vivere in eterno.

  1. parlo di analfabetismo funzionale, anywhere, detto anche: gnegnegne, questo autore non parla delle cose che a me piace leggere, quindi questo autore fa schifo. Pensavo fosse un bubbone circoscritto a gruppuscoli di disagiati incapaci di andare oltre le copertine istoriate e le stramberie messe tanto per farli esaltare, invece la piaga sembra diffondersi.
    No.
    L’autore parla delle cose che dice lui. È lui che vi dice qualcosa, e voi leggete per sapere cosa. Non siete voi che dite all’autore di cosa parlare. Sono libri, non una batteria di pentole. La scelta del lettore è a monte, quando si immerge nella lettura di quel dato libro anziché in un altro. Una volta che siete dentro quel libro, dovete ascoltare. Se l’autore non ha detto bene quel che doveva dire, siete in presenza di un cattivo libro. Se il lettore si lamenta che l’autore non ha detto quello che voleva sentirsi dire, siete in presenza di un analfabeta funzionale. Lineare. []
  2. la Dea Bianca è una teoria suggestiva, bellissima, affascinante. Peccato sia falsa. Graves ha volutamente occultato reperti e modificato le relazioni per non dover rinunciare alla sua teoria, che lo ha reso famoso. Ma non è mai esistita una società matriarcale né un culto della Grande Madre. Niente, nisba, zero. Le donne non hanno mai comandato. Se siete wiccan, ho una brutta notizia per voi. []
  3. questa è la caratterizzazione di Eracle che prediligo e che ho utilizzato anche in Regina di fiori e radici, per inciso: nonostante il lavoro certosino del mito per farne un eroe, ho sempre pensato che un individuo con quelle caratteristiche dovesse essere, sul piano umano, del tutto disprezzabile. Potete immaginare quanto ho amato l’Eracle di Graves, in questo senso []

7 thoughts on “Il vello d’oro, Medea e Lavinia”

  1. Vale
    Vale says:

    “I grandi eroi del mito erano, fondamentalmente, una manica di mentecatti, di violenti, di rozzi bruti, di teste di cazzo di proporzioni megalitiche. Punto.” Che bello come lo dici! L’ho sempre pensato anche io (senza osare metterla giù in questi termini, ai tempi del liceo).

    1. Cielo says:

      Tranne Ettore. Ettore aveva solo un senso dell’onore che bagnerebbe il naso a quello di Aiolos.
      Che si potrebbe pure chiamare stupidità e voglia di suicidarsi, ma non rovinatemi la mia cotta di tiposempredallaquartaginnasioinpoi T.T

      1. Strix
        Strix says:

        Quanto
        odio
        Achille

    2. Lem
      Lem says:

      Se la mia prof di greco mi sentisse credo che mi prenderebbe a roncolate con un capitello dorico. Lo so che bisogna contestualizzare e capire i valori che quegli eroi trasmettevano, e i simbolismi delle loro storie e tutto il resto…
      Diciamo solo che, se dovessi farmi una comitiva di amici, Eracle e Achille sarebbero quelli che mi dimenticherei sempre di chiamare. Tutto qui.

      1. Cassandra
        Cassandra says:

        Ma sei tu quella che quando i Greci hanno bussato alla porta ha aperto esclamando: “Oh che bello un cavallo! *_*” ?

        1. Lem
          Lem says:

          Gli avevano fatto gli occhioni! Capisci? AVEVA GLI OCCHIONI!

          1. Cassandra
            Cassandra says:

            Lo sapevo u.u

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