Browse By

Un ottimo selvaggio, cottura media, e contorno di patate

Quando si parla dei grandi eventi del passato, di solito ce li si immagina come un monolite: dalla data X alla data Y sono successe queste cose perché la gente le ha fatte succedere, poi dalla data Y alla data Z la gente ha cambiato idea (o un individuo preciso ha fatto cambiare idea alla gente) e ne sono successe delle altre.
Chiaramente le cose non stanno in questo modo. La concezione della storia come di tanti ‘blocchi’ è frutto degli studi scolastici, e del bisogno di ficcare molte nozioni in molte teste in poco tempo. È una cosa antipatica e ha l’effetto terribilmente controproducente di disumanizzare la storia, di renderla una sfilza di eventi nei quali i popoli si muovono come

Risiko

Il triangolo della schiavitù for dummies.

gli eserciti del Risiko.1
La percezione della storia come di una sequenza di avvenimenti in blocco rende spesso difficile rendersi conto che, magari, nel massimo fulgore inquisitorio esistevano anche un sacco di persone che inorridivano davanti ai roghi delle streghe; che durante la rivoluzione industriale erano in parecchi a vituperare lo sfruttamento dei bambini nelle fabbriche; che negli Stati americani del sud c’erano sì i mercanti di schiavi, ma c’erano anche proprietari terrieri e intere comunità che gli schiavi li tenevano nascosti e li aiutavano a scappare.
Ogni grande porcheria storica ha, come controparte, grandi esempi di umanità e di civilizzazione, e faccio notare che sono stati questi esempi che, alla fine, hanno portato a smettere di bruciare la gente, vietare lo sfruttamento minorile, abolire la schiavitù2.
Cesare Beccaria e il fugitive slave act sono prodotti della stessa società.
Per questo, in piena era coloniale, durante le grandi esplorazioni e i grandi sfruttamenti, i cui effetti nefasti hanno conseguenze anche sulla politica attuale, ecco spuntare un mito – perché di mito si tratta, una cosa credibile come Efesto che dentro i vulcani fa sprizzare

Il buon selvaggio conosceva la duck face prima che l'uomo occidentale la rendesse mainstream.

Il buon selvaggio conosceva la duck face prima che l’uomo occidentale la rendesse mainstream.

scintille perché prepara le armature degli dèi – il mito del buon selvaggio.
In sintesi, il buon selvaggio è l’uomo mai toccato dalla corruzione del peccato originale, del progresso, della distruzione dell’habitat e delle tentazioni cui è soggetto l’uomo occidentale, sta’ merda; vive in armonia con la natura, con gli animali, fa parte del meraviglioso cerchio della vita e, nella sua modesta semplicità, è un esempio per tutti noi, che dovremmo imparare a conoscerlo e rispettarlo, per diventare migliori a nostra volta.
Non sto ironizzando e non sto prendendo per i fondelli questo mito: anzi, lo considero uno degli esempi di solidarietà umana dei quali parlavo sopra. Smontarlo mi fa male al cuore, ma in quest’anno 2015 non fa del male a nessuno, quindi via: il mito del buon selvaggio è una solenne fesseria.
Non sono mai esistiti dei bravi uomini primitivi, pacifici, laboriosi, armoniosi, fiduciosi, che rispettavano la natura, gli animali, le donne (AHAHAHAHAHA) e che si aiutavano l’un l’altro perché non conoscevano i brutti sentimenti negativi dell’uomo occidentale.
La cultura preistorica è una roba immonda, fatta di fame, violenza, crudeltà inaudite e menefreghismo totale verso qualsiasi cosa non fosse la propria pellaccia e, al limite, la pellaccia dei parenti strettissimi – solo finché erano vivi, che da morti erano pasto.
In tutta onestà, incontrare un contadino del Neolitico è una di quelle esperienze che, avendo a disposizione un TARDIS, eviterei con il massimo della cura, a meno di essere bene armata e di poter sparare a vista.
Perché, quindi, durante l’impero coloniale vittoriano, cioè in piena epoca delle conquiste di terre fino ad allora vergini e inesplorate, sarebbe stato elaborato un tale mito?
Insomma, gli esploratori li vedevano, questi indigeni. Vedevano le teste che portavano alla cintura. I peni umani che le ragazze in età da marito dovevano ‘trovare’, prima di sposarsi, erano belli esposti nelle capanne. Le ossa sparpagliate nei focolari, con evidenti segni di macellazione, erano lì.

erectus_carne

È la natura che non rispetta noi, Simba!

Quelle popolazioni, rimaste agli albori della civiltà umana (cioè della nostra civiltà), non erano le tribù disneyane di Pocahontas o di Koda, fratello orso. Il motivo per cui i nativi americani o gli inuit vivevano così in armonia con la natura era molto semplice: la natura era più forte di loro.
Come fai a impedire a un orso di portarti via il pargolo mentre sei al fiume a prendere l’acqua, senza un fucile? Se le locuste decidono che i cereali della tua regione sono buonissimi, che puoi fare, a parte sperare che quell’inverno perderai solo i denti e non la vita?
Le scorte di cibo per l’inverno, senza una società che possa supportare attività che richiedono organizzazione, quali pastorizia e agricoltura, finiscono in un attimo (anche perché la roba marcisce). A primavera, tipicamente, ci arrivavano i maschi adulti, le femmine sane, e qualche bambino. I vecchi ‘morivano’.
Uhm. Non frugate troppo nelle ceneri dei focolari.
Le abitazioni, gli indumenti, quasi tutte le materie prime di queste popolazioni, erano ricavate dal legno o dalle pelli di animali. Non molto ecosostenibile, costruire un teepee in pelle di bisonte, che dite? Se l’intera civiltà occidentale si fosse convertita a un tale stile di vita, invece di decimare i bisonti, a quest’ora non ne avremmo più nemmeno il ricordo.
L’unica cosa che rendeva le popolazioni primitive dei ‘buoni selvaggi’ era il fatto di essere scarse di numero. Crepavano e si uccidevano a vicenda a un ritmo tale che sì, vivevano in perfetto equilibrio con l’ecosistema che li ospitava. Ne erano parte, ma non alla maniera hippie dei campeggiatori. Se eri il predatore o la preda non stava a te deciderlo.
La natura non è Nonna Salice dolce e carina che ti consiglia quando sei triste, e non è Timon e Pumbaa che ti sollevano dal deserto e ti crescono con tanto amore; dovessi

Wrong lion, Pumba.

Wrong lion, Pumba.

parlare di equilibrio naturale, i paragoni che mi verrebbero in mente sarebbero il babbuino che divora il cucciolo di gazzella ancora vivo3, il ragno che imbozzola la mosca e le inietta un veleno che la scioglie internamente, digerendola mentre ancora cerca di volare via, o il famoso ‘uomo dei ghiacci’, Ötzi.
Scoperto nel 1991 sulle montagne tra Italia e Austria, Ötzi rappresenta un esempio e una conferma di come fosse la vita nel Neolitico, ovvero di come vivessero i nostri antenati.
Anzitutto era ben equipaggiato: l’idea dei selvaggi seminudi è tipicamente vittoriana, e del resto gli esploratori dell’Africa equatoriale o delle Filippine trovavano soltanto tribù di individui che non avevano bisogno di vestirsi, visto il clima. Ma, quando ce n’era bisogno, erano bravi quanto noi a coprirsi e proteggersi.
Ötzi indossava strati su strati di pellicce, scarponi da montagna, aveva uno zaino con il telaio di legno ma, soprattutto, era armato fino ai denti.
Sì sì, lo so: doveva cacciare. La caccia come stile di vita, la caccia in armonia con la natura, e blablabla tante belle cose. Il buon selvaggio che limita le sofferenze, che ringrazia la preda per il cibo che gli dona, che erige totem con il volto dell’animale e lo dipinge sui muri delle caverne. Tutto molto bello.
Peccato che le armi di Ötzi fossero concepite per ammazzare gli esseri umani.
Peccato che la causa del decesso di Ötzi non fosse l’assideramento o una gamba rotta o

Salutiamo Otzi, che aveva dei vicini di casa veramente dimmerda.

Salutiamo Otzi, che aveva veramente dei vicini dimmerda.

che so io, bensì una punta di freccia che gli trafisse la scapola da parte a parte, paralizzandogli il braccio sinistro e provocando la sua morte per dissanguamento, a 3000 metri di quota.
In altre parole, l’uomo dei ghiacci è stato ucciso durante una battuta di caccia all’uomo, che aveva come scopo preciso quello di raggiungerlo, colpirlo, assassinarlo. Cosa che lui sapeva benissimo, o non sarebbe stato armato a sua volta e, soprattutto, non si sarebbe spinto fino a quelle altezze da solo, nel tentativo di mettersi in salvo.
La punta di freccia trovata nel suo cadavere era il frammento rimasto nella carne, impossibile da estrarre senza un aiuto esterno (e anche così, la faccenda era rischiosa e dolorosa oltre ogni dire). Le punte di freccia in selce, che se ben tagliata diventa più affilata di una spada d’acciaio, sono state trovate in tutta Europa, nel nostro civilissimo Occidente: i nostri antenati sapevano forgiare, e forgiavano, lame progettate in modo da conficcarsi nel corpo della vittima e da rimanerci. Non si potevano togliere, a meno di fare danni ancora peggiori, e se proprio ci si riusciva, beh, la punta si spezzava e rimaneva dentro. Ötzi, nel guardare la freccia che si era strappato di dosso, sapeva di essere appena diventato un cadavere. Doveva saperlo per forza: anche lui era armato in modo da restituire la cortesia ai suoi inseguitori.
Se mi sto riferendo all’uomo dei ghiacci in termini di assassinio, cadavere, se parlo delle sue sensazioni e delle sue paure, lo sto facendo per cercare di togliere quella patina di impersonalità con la quale vengono sempre trattati questi argomenti: uomo primitivo

Solo in un fantasy potreste strapparvela dalla carne e continuare a correre.

Solo in un fantasy potreste strapparvela dalla carne e continuare a correre.

rinvenuto nel ghiacciaio. Causa della morte: dissanguamento. Aveva una punta di freccia spezzata in corpo.
No.
Quelli erano persone, esseri umani come noi, che consapevolmente e volontariamente hanno braccato e assassinato un essere umano come loro. Erano i nostri antenati, vivevano così. Non erano buoni selvaggi, proprio per niente.
Certo, è possibile che Ötzi se lo meritasse. Magari era un criminale, un assassino a sua volta, e quanto capitatogli è stato nient’altro che l’esecuzione di una sentenza. Chi lo sa. Ma questo sposta semplicemente la domanda dagli inseguitori alla vittima: un crimine così efferato da esigere sentenza di morte, in una società pacifica, che vive in armonia con la natura e gli animali? Frecce antiuomo, concepite non per cacciare ma per uccidere, l’importante era uccidere, pazienza se succedeva lontano, dove non si poteva recuperare il corpo?
Uhm…
Io non voglio immaginare troppo nei dettagli come fosse la vita durante l’ultima glaciazione, ma immagino qualcosa di orribile: non c’erano ripari dal freddo, non c’erano misure di sicurezza, non c’erano garanzie per il domani. Se eri donna, passavi tutta la tua vita in stato di gravidanza, in un mondo nel quale non potevi curare la tua alimentazione per evitare di finire senza denti e affetta da cretinismo, intorno ai vent’anni o giù di lì; se eri maschio te la passavi meglio, ma di poco. Qualsiasi cosa poteva ucciderti, da una buca nel terreno – una caviglia rotta era una sentenza di morte – a una radice velenosa, divorata per la disperazione, dopo che per tre giorni non avevi trovato altro. Essere ottenebrati dalla fame, irrigiditi dal freddo, incattiviti da malattie o parassiti, doveva essere talmente diffuso da venire considerato normale.
In mezzo a quest’incubo, mentre ti chiedi come potrai tornare di nuovo dal clan a mani vuote, che stavolta forse non moriranno solo i vecchi e i neonati, ma le femmine fertili e i

Ti vedo, amico sconosciuto. Lascia che ti inviti a cena!

Ti vedo, amico sconosciuto. Lascia che ti inviti a cena!

maschi validi (per tacere della tua meravigliosa persona), ecco che vedi davanti a te un essere umano che non appartiene al tuo clan.
Non gli devi niente. Anzi, se è lì sta cercando anche lui del cibo, cibo che se trovasse sarebbe sottratto alla tua fame, alla fame dei tuoi congiunti. Per quanto magro e patito, quell’estraneo pesa comunque almeno una cinquantina di chili. È forte quanto te, veloce quanto te, non può scappare più lontano di quanto scapperesti tu. È carne fresca che si muove.
Per qualche giorno a venire, nel tuo clan non morirà nessuno.
Per molto tempo, dopo l’ideazione del mito del buon selvaggio, l’antropologia e l’archeologia hanno aderito a una corrente di pensiero che li spingeva a occultare, a non vedere, i chiari segni di antropofagia primitiva.
Nel 1979 uno antropologo di nome William Arens pubblicò un saggio, intitolato ‘Il mito del cannibale’, che metteva in dubbio tutto quello che i suoi predecessori del XIX secolo avevano descritto, nel corso delle grandi esplorazioni. Secondo la sua tesi gli antropologi dell’epoca erano stati, fondamentalmente, dei razzisti che pensavano solo a giustificare lo sfruttamento dei territori nei quali vivevano gli indigeni, e quindi non perdevano occasione di denigrare, insultare e sminuire la loro cultura, allo scopo di legittimarne lo sterminio.

La verità è che l'uomo occidentale sa solo rosicare.

La verità è che l’uomo occidentale sa solo rosicare.

Questo era in larga parte vero, ma bisogna ricordare che il mito del buon selvaggio nasce proprio nel XIX secolo, e proprio in risposta al disprezzo razzista che gli studiosi (pagati da chi aveva interessi economici nei territori interessati) riversavano sugli scomodi indigeni.
La deumanizzazione di questi popoli era il modo più semplice per legittimare l’esproprio delle loro terre e la depredazione delle risorse locali, per tacere della schiavitù.
Insomma, anche mentre l’impero britannico procedeva a ‘esplorare’ regioni ‘disabitate’ e considerava  le tribù locali scimmie non troppo evolute, c’era chi inorridiva per quel modo di agire e cercava di salvare il salvabile. In questo senso, la negazione dell’antropofagia è stata forse l’argomento più determinante, vista la mentalità dell’epoca: il peccato di Caino non apparteneva alle popolazioni primitive. Loro non avevano peccati da espiare. Loro erano esseri umani, ed erano i proprietari legali delle terre nelle quali vivevano. Ingegneri minerari, Compagnia delle Indie orientali, andateveneaffanculo.
Personalmente non mi sento di condannare gli studiosi o i missionari che occultavano i teschi scoperchiati, le ossa bruciate, che omettevano le testimonianze nelle quali veniva chiaramente detto che la carne umana era un cibo come un altro: lo facevano con lo scopo preciso di poter sostenere che quelle tribù non meritavano lo sterminio e andavano rispettate. C’erano un sacco di bastardi che pensavano solo al profitto, ma c’era anche parecchia gente che non voleva vedere villaggi bruciati, donne stuprate e sventrate,

Lo preferivano duecento anni fa, lo preferiamo oggi.

Lo preferivano duecento anni fa, lo preferiamo oggi.

bambini sgozzati. Se per salvarli dovevano mentire, benissimo4 .
Ecco com’è nato il mito del buon selvaggio.
Oh, capiamoci: questi studiosi dal cuore tenero hanno comunque tramandato osservazioni utilissime. Concentrandosi sull’aspetto umano di queste persone, hanno evidenziato proprio il fatto che quei selvaggi fossero, a tutti gli effetti, quello che noi siamo stati. Le tecniche di caccia, la spiritualità, i rituali, l’artigianato, sono incredibilmente simili ai reperti che sono stati rinvenuti in Europa. Loro siamo noi.
Ma loro sono cannibali.
L’idea che il Neolitico fosse un’Arcadia di pace e prosperità è talmente allettante da essere stata sposata in pieno, e solo di recente si sono cominciati a osservare i reperti senza che l’occhio scivolasse via sugli evidenti segni di macellazione a scopo alimentare (e non rituale: i sacrifici umani non c’entrano niente con il consumo di carne umana). Se ancora negli anni ’70 si negava che i nostri antenati non si facessero scrupolo di sgozzarsi e divorarsi a vicenda, è facile capire come la ricerca in questo senso sia ancora all’inizio.
Il punto è che, finora, tutti gli indizi sono a favore, e non sembra essercene nessuno contro: la nostra specie, da quando è scesa dagli alberi, ha sempre dimostrato una ferocia e una pericolosità fuori dal comune.
Intorno ai due milioni di anni fa, all’epoca di homo erectus, il predecessore di homo sapiens (ciao mamma!), esistevano almeno quattro o cinque specie di australopitecine, ciascuna

È quello che sembra: un massacro.

È quello che sembra: un massacro.

delle quali troppo evoluta rispetto alle attuali scimmie antropoidi, per essere considerate ‘solo’ scimmie.
Non ne è rimasta una.
Homo erectus non tollerava concorrenza5, e le austrolopitecine, più piccole e più deboli, costrette nella stessa nicchia ecologica, erano le prede ideali.
Mangiarsi i propri simili è conveniente: non ci sono i pericoli correlati a una battuta di caccia – la preda ha capacità atletiche e combattive pari a un solo cacciatore, e non può fare assolutamente niente contro una squadra – la carne è più controllata, si elimina un concorrente per le già scarse risorse a disposizione. Se il cibo è morto di morte naturale e non è stato ammazzato, i vantaggi raddoppiano per l’azzerarsi dei rischi corsi.
I primi riti funerari coincidono non con un’imprecisata ‘introduzione della spiritualità’, ma con un miglioramento delle condizioni di vita, che consentiva di fermarsi un momento per concedersi il cordoglio di avere perso il caro nonno o la dolce sposa.
Va detto che, non appena è stato possibile, i nostri antenati sono stati ben felici di continuare a voler bene ai loro simili onorandoli anche dopo che erano morti – ed erano stati mangiati: il cannibalismo alimentare viene nobilitato dal cannibalismo rituale. La pancia

Non faccio domande, è ora di cena.

Non faccio domande, è ora di cena.

piena rimaneva la priorità, ovviamente.
È assai probabile che, senza l’attitudine al cannibalismo, la nostra specie non avrebbe portato alla nostra esistenza. Se i nostri antenati non avessero considerato i loro simili più deboli come legittima fonte di cibo, noi non saremmo qui.
Non è facilissimo da mandare giù6.
Okay, adesso facciamo un bel saltone temporale e ci lasciamo alle spalle i cavernicoli puzzoni e i vittoriani bigotti: TRACCHETE, eccoci nel nostro civilissimo ventesimo secolo. L’antropofagia è stata edulcorata nei sacrifici religiosi, passando dal sacrificio animale per diventare sacrificio rituale: se ne possono trovare scarse tracce nel mito, ma insomma, siamo gente civile, adesso ci ammazziamo e basta, non ci mangiamo più a vicenda.
Sicuri? Sicuri sicuri sicuri?
Ammetto di essere, personalmente, abbastanza certa che non avrò mai bisogno di andare a cercare il mio vicino armata di ascia – potrei farlo per ragioni di gratificazione personale, forse, ma non me lo mangerei di sicuro7.
La parola chiave è ‘bisogno’.
Ci sono pochissime testimonianze in merito al cannibalismo in epoca moderna, e tutte quelle che ho reperito sono o incerte o frutto di costrizione: se non puoi negare di averlo fatto, ti tocca ammetterlo. Chi può cancellare le prove, lo fa.
È più facile ammettere di avere annegato il proprio figlioletto neonato perché non morisse lentamente di fame, che confessare di avere ucciso il bambino dei vicini per sfamare la famiglia. L’ovvia ragione è che chi ammettesse un atto simile verrebbe subito espulso dalla comunità, in quanto fortemente pericoloso per tutti, anche laddove non ci fossero leggi per punire un simile atto. Durante la carestia in Cina, sotto il regime di Mao, si sono verificati proprio questi fatti, e il raccapriccio è stato generale. I colpevoli sono stati giustiziati sommariamente, nessuno ha trovato da ridire, ogni cosa è stata messa a tacere.

No, sai, è che il rancio ultimamente fa proprio schifo...

No, sai, è che il rancio ultimamente fa proprio schifo…

Ma è un dato di fatto che ci siano state persone che, in preda alla fame, abbiano ucciso e divorato i loro simili, oppure ne abbiano venduto la carne, spacciandola per carne animale. E non penso che una carestia cinese sia tanto diversa da una carestia europea…
È ragionevole pensare che, in mancanza di alternative, l’essere umano finisca per rivolgere l’occhio affamato ad altri esseri umani. Se noi non siamo cannibali, è solo perché non ne abbiamo più bisogno. Quando il bisogno torna, tutta la nostra civilizzazione sparisce.
È abbastanza noto l’episodio del 1972, quando un aereo si schiantò sulle Ande e i superstiti, per sopravvivere, mangiarono i corpi delle vittime. Non l’avrebbero mai ammesso se non fosse stata l’unica spiegazione plausibile al come fossero riusciti a resistere, ed escludo che qualcuno li condannerebbe per averlo fatto. Ma la loro situazione era esattamente quella dei nostri antenati: privi di sostegno sociale, sommersi dal gelo, con un’unica fonte di cibo a disposizione.
In tutta Europa, dall’Austria all’Inghilterra, si possono trovare grotte preistoriche letteralmente ricoperte di frammenti di ossa umane, mischiate a ossa animali, sparpagliati senza alcuna traccia di sepoltura. Cibo, nient’altro che cibo.
Il buon selvaggio non è mai esistito, se non come scudo per proteggere popolazioni che sono quello che erano i nostri antenati.

Bibliografia di riferimento:

  • Taylor: Come l’uomo inventò la morte, Newton Compton Editori
  • Bill Bryson: Breve storia di (quasi) tutto, edizioni TeA
  • Jung Chang: Mao – La storia sconosciuta, edizioni Longanesi

 

  1. Non intendo qui fare pipponi sui programmi scolastici, sullo studiare a memoria e la rava e la fava, e non intendo offrire solidarietà agli studenti che, non avendo voglia di conoscere gli eventi fondamentali della storia umana, si nascondono dietro il ‘non ci insegnano a pensare’. Il tempo a disposizione è poco, le cose da insegnare tante e prima di pensare occorre averne gli strumenti basilari; se manco quelli si vogliono tenere a mente, tranquilli, le fila degli analfabeti funzionali sono sempre più vaste e accoglienti. Insomma, se non si fosse capito, sono tra le persone squallide e noiose che considerano il nozionismo scolastico come necessario. []
  2. Sto tranciando gli eventi con l’accetta, naturalmente: ciascuno di questi fatti meriterebbe un’enciclopedia a parte, e in effetti ciascuno di questi eventi ha un’enciclopedia dedicata o due; non si è trattato solo di un trionfo della bontà umana, sono entrati in gioco calcoli politici, rapporti di potere, opportunismo di chi era abbastanza astuto da cogliere il vento dell’opinione pubblica; ma non è di questo che mi interessa parlare qui []
  3. lo trovate su Youtube. Non lo linko perché è sconsigliato ai deboli di stomaco, novero nel quale metto anche me stessa; non ci tengo proprio a rivedere quella scena spaventosa, grazie []
  4. va da sè che cercavano anche di convertirli a un tipo di alimentazione che li rendesse dei vicini di casa un po’ migliori []
  5. okay, sto romanzando un po’: il concetto è che, per ragioni ancora non chiarite, homo erectus aveva un cervello un buon 50% più grande delle australopitecine, e un cervello così grande è anche un cervello molto ingordo: richiede nutrimento ricco, costante. Homo erectus era così feroce e così violento perché se non lo fosse stato sarebbe morto in breve tempo. Naturalmente, questo discorso vale anche per noi sapiens, ed è almeno in parte una spiegazione alla nostra caratteristica di essere così avidi e invadenti []
  6. ba-dum-tsssh []
  7. anche perché sono sicura che mi infetterebbe con le peggio cose, per tacere del sapore sicuramente schifoso []

4 thoughts on “Un ottimo selvaggio, cottura media, e contorno di patate”

  1. Cielo says:

    “I peni umani che le ragazze in età da marito dovevano ‘trovare’, prima di sposarsi, erano belli esposti nelle capanne”
    …aspetta, cosa?

    1. Lem
      Lem says:

      Una simpatica tradizione del Borneo. La dolcezza di queste ragazze che volevano piacere all’amato bene <3

  2. artemis5 says:

    Mamma mia… Non ci avevo mai pensato. Ma é perfettamente logico, tutte le specie animali, in assenza di altre fonti di cibo, si rivolgono ai propri simili. Perché noi dovremmo essere diversi?
    Comunque il mito del buon indiano, o comunque del buon indigeno continua ad essere propinato e diffuso dai documentari sulle popolazioni africane. Ma in effetti per sopravvivere tanto teneri non possono essere…

    1. Lem
      Lem says:

      Credo che l’idea alla base di quei documentari sia la stessa alla base della creazione del mito. Se mostrassero le sacrificazioni rituali sulle bambine – per tacere dell’infibulazione – o in che modo orrendo uccidono gli animali durante le festività, o i sistemi educativi che prevedono bastonate fino allo svenimento, sarebbe impossibile una divulgazione di massa, che chieda rispetto per gli stili di vita altrui. Quelle popolazioni sono sempre vissute così per la mancanza di alternative, adesso le alternative ci sono, ma non è facile cambiare di botto.
      Se perfino per i nostri genitori è stato difficilissimo adattarsi alla tecnologia degli smartphone, figuriamoci che razza di salto debba essere il passare dall’infibulare la propria figlia al mandarla a scuola…
      Chiaro che certe cose non sono accettabili nemmeno in nome della diversità culturale, ma il cambiamento deve essere fatto con le telecamere spente e i libri aperti. Altrimenti arriva ‘qualcuno’ che urla RUSPAAAA RUSPAAAAA e ogni posibilità di dialogo si chiude.
      Just my two cents.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

*