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Essere puliti senza pastorizzazione

La cosa buffa è che siamo davvero convinti che, anche fossimo nati al tempo di re Sole, non saremmo mai stati così zozzoni. Nel Medioevo, a costo di rompere il ghiaccio dei ruscelli, ci saremmo lavati ogni giorno, mai avremmo preso le pulci. E, ne abbiamo la certezza matematica, non avremmo contratto la peste, perché insomma, certe cose basilari dovrebbero saperle tutti, giusto?
Mi è capitato di leggere online sparate al limite del paradossale, come “se Aristotele fosse in vita adesso, perfino io sarei capace di seppellirlo, e io vado ancora al liceo”; il che, al netto della ridicolaggine – dopotutto, al liceo studiano Aristotele, non lo studente X – è un’affermazione molto interessante. Credo anzi sia la chiave per capire per quale motivo ci riesca tanto difficile comprendere perché nel Medioevo facessero bene a non lavarsi. Che

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Bagnante d’epoca remota intento alle sue abluzioni.

poi invece si lavavano, eccome, ed erano anzi molto rigidi in fatto di pulizia. Ma ci arriveremo.
La prima cosa da capire è che il punto di svolta per noi sono state le ricerche di Louis Pasteur. Senza la scoperta del micromondo batteriologico, senza il microscopio e senza concetti chiave come la sterilizzazione e la vaccinazione, noi non sapremmo lavarci. Non saremmo capaci di essere puliti in maniera igienica, e commetteremmo errori grossolani, come magari utilizzare gli stessi strumenti chirurgici su due pazienti diversi, senza prima averli sterilizzati. L’asepsi è un concetto che si è affermato scientificamente solo nell’Ottocento, e solo dopo che le teorie di Pasteur cominciarono a essere confermate; in precedenza c’erano state intuizioni, studi, e le grandi menti da Ippocrate a Paracelso avevano afferrato il concetto di base. Ma mancavano le prove empiriche. Non era possibile vedere il nemico.
Il microscopio, strumento fondamentale nella ricerca batteriologica, è stato ideato intorno al Diciassettesimo secolo. Il suo perfezionamento ha richiesto decenni, secoli, per il semplice fatto che la tecnologia non era ancora abbastanza sviluppata da permettere la costruzione di uno strumento adatto a vedere organismi grandi una singola cellula.
Come fai a combattere un nemico che non vedi, del quale nemmeno sospetti l’esistenza?
Il liceale di cui sopra, quello che seppellirebbe Aristotele ripetendo le sue interrogazioni del quadrimestre, sarebbe capace di trovare, da zero, senza che nessuno gli abbia dato la minima indicazione, senza microscopio, senza poter analizzare un campione di tessuto, la causa delle epidemie di vaiolo che periodicamente massacravano la popolazione europea?
C’erano delle intuizioni, certo. Già i primi pensatori greci avevano ipotizzato l’esistenza degli atomi, e si sospettava che le malattie, le infezioni (altra grande piaga che faceva stragi) fossero causate da ‘qualcosa’ che non si poteva vedere, qualcosa di inafferrabile e maligno. Qualcosa da combattere. La gente vissuta nei secoli passati non era una massa di stupidi, e insomma, erano loro a morire, quindi figuriamoci se non cercavano in ogni modo di trovare la risposta che permettesse di combattere quel mostro che arrivava dal nulla e li uccideva senza scampo.

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Pronti a sterminarci, subdoli e invisibili.

Ma, di nuovo, come si fa a debellare una malattia, se non puoi vederne le cause? Perfino ai giorni nostri, nonostante tutti i mezzi e gli strumenti che abbiamo a disposizione, periodicamente veniamo presi dalla psicosi della pandemia. Okay, quelle degli ultimi anni sono state talmente ridicole che alla fine i telegiornali hanno abbandonato il filone, ma basta tornare indietro, agli anni Ottanta, per ripiombare dritti sparati in pieno Medioevo.
Cominciava a diffondersi l’AIDS, malattia nuova, sconosciuta. Il virus era stato sì e no individuato, le cause erano pressoché ignote. I programmi radiofonici e televisivi sembravano essere stati scritti dal Manzoni, infarciti com’erano di “e tu, pensi di essere immune dall’AIDS?”, oppure “se il tuo vicino di casa è stato in Africa, prendi le opportune misure di sicurezza”. Ricordo, nella mia scuola elementare, episodi vergognosi di intolleranza nei confronti di un bambino emofiliaco, che si sospettava avesse ricevuto sangue infetto. Oggi, nel 2015, ci sembra assurdo che delle mamme cambiassero addirittura scuola ai figli per una cosa del genere, ma oggi sappiamo come si trasmette l’AIDS. Nei primi anni Ottanta questa conoscenza ancora non c’era, era qualcosa di nebuloso, di sinistro.
Quello studente liceale che seppellirebbe Aristotele, senza uno scienziato a indicargli il virus dell’AIDS e a spiegargli come viene trasmesso e soprattutto come NON viene trasmesso, avrebbe creduto a qualsiasi cosa. Se gli avessero detto ‘dagli all’untore’, non ci avrebbe pensato su due volte.
E così tutti noi.
Non siamo più intelligenti degli zozzoni del passato. Siamo soltanto nati dopo che qualcuno, più intelligente di noi, ha scoperto qualcosa che stavano cercando tutti da secoli, e faccio notare che nemmeno Pasteur, senza le ricerche di chi lo aveva preceduto, sarebbe riuscito a cavare un ragno dal buco.
Tutti i principi dell’igiene prima di Pasteur erano basati sull’osservazione empirica di ‘come fare per non ritrovarsi a morire sputando sangue’. Non c’erano altri modi per capire come rimanere puliti, non esistevano. Le malattie erano un veleno che si diffondeva nell’aria o nell’acqua, e come tale venivano trattate.
Che poi non è che come ragionamento fosse sbagliato, eh. Moltissime delle norme igieniche che utilizziamo ancora oggi arrivano dritte dal Medioevo, e né Pasteur né nessun altro scienziato le hanno mai bollate come fesseria, anzi.

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Louis Pasteur. Non ne sappiamo più di lui. E ce n’erano tanti che ne sapevano quanto lui, prima di lui.

Lavarsi le mani, per esempio. Dai tempi dell’impero romano a oggi, questa pratica è sempre stata fortemente radicata, è sempre stata considerata un segno di civilizzazione. Offrire all’ospite bacinella e salvietta, prima del pasto, era una cortesia che distingueva il padrone di casa dal buon padrone di casa (o l’ospite gradito da quello che si vorrebbe buttare dalla finestra).
Certo, non usavano il sapone. Non sapevano di dover, almeno parzialmente, disinfettare le mani. Non sapevano che sulla loro pelle si annidavano batteri di ogni tipo. Tolta la polvere e la sporcizia da sotto le unghie – chi poteva permetterselo, ovvero chi non doveva svolgere lavori manuali per vivere – si riteneva che fosse sufficiente. Oltretutto il sapone, quello per il corpo1, era un lusso, non è che si potesse sprecare tre o quattro volte al giorno. Sarebbe come se noi ci spruzzassimo Chanel nr. 5 prima di ogni pasto. Dopo un anno, dovremmo aprire un mutuo per continuare con questa pratica, oppure rinunciare.

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In tanti rinunciano anche ai giorni nostri, comunque.

E quindi, ecco che le mani se le lavavano, come pure il viso. Rispetto alle nostre abitudini moderne è una sciocchezza, ma le nostre abitudini moderne nascono da un fatto molto semplice: noi non temiamo di buscarci la peste nera.
Tutti, e dico tutti i principi dell’igiene prima di Pasteur avevano come scopo principale, se non unico, quello di tenere lontane le epidemie. Farsi un bagno poteva essere molto pericoloso. L’acqua, per cominciare, andava attinta al fiume o al pozzo. A meno di vivere in alta montagna, vicino alle sorgenti, era invariabilmente acqua inquinata, non solo dagli scarichi delle botteghe – che tra tintori, cappellai, orefici, profumieri, fabbri, bottai e compagnia cantante, rendevano i fiumi cittadini una garanzia di leptospirosi fulminante; altro che bei tempi d’acqua pulita! – ma anche e soprattutto dalle fognature. La tecnologia era quello che era: i condotti fognari erano tubi che arrivavano al più vicino corso d’acqua e scaricavano, tra le case, in mezzo alla gente. La gente cagava allora come oggi, signori miei. E i malati cagavano proprio come i sani.
Quanta voglia avreste di farvi un bel bagno, dopo avere attinto acqua che sapete o sospettate inquinata dalle deiezioni del vicino ospedale?dipinto-peste-nera
Certo, l’acqua si poteva bollire, ma voi non sapevate che in questo modo l’avreste disinfettata. E, anche se l’aveste saputo, avreste dovuto essere dannatamente ricchi per permettervelo. Riempire una vasca da bagno richiede tempo e lavoro, occorre servitù che, invece di cucinare o zappare il campo, si dedichi al vostro bagnetto personale. Non erano mica in tanti a potersi permettere dei domestici preposti a lavori così frivoli, e nemmeno noi avremmo potuto permetterceli: sarebbe come potersi permettere di comprare e mantenere una Ferrari.
Per il novanta per cento della popolazione europea, la scelta era tra rischiare di essere infettati pur di farsi un bagno, o rimanere a macerare nella propria sporcizia – che più che nutrire i propri stessi pidocchi non è che potesse fare.
Io non credo che voi sareste stati disposti a morire di vaiolo, pur di farvi un bagno. E ringraziate il cielo che non lo sono stati i nostri antenati, perché se non avessero deciso di rimanere zozzi, ma vivi, noi non saremmo qui, adesso.
Ma non è ancora finita. Poniamo che siate usciti indenni dal bagno (o che crediate di esserne usciti indenni). Servirà asciugarsi, giusto? Quindi salviette, asciugamani, accappatoi puliti. Wait… puliti?
Non esistevano prodotti battericidi, che lo dico a fare. I panni sporchi si affidavano alla lavandaia, e siccome la lavandaia andava pagata, dovevano essere veramente sporchi. I soldi non crescevano sugli alberi nemmeno allora. La riga di sporco sui polsini o sul colletto era accettabile. Quello che non si perdonava erano i vestiti spiegazzati o pieni di pelucchi, perché denotavano incuria, e avere cura dei propri vestiti è qualcosa che si può fare a casa. Ma la sporcizia in sé significava soltanto che non era ancora arrivato il momento di affidare il pacco alla lavandaia.
Le lavandaie facevano una vita infame. Era un lavoro massacrante, perché dovevano svolgere con le mani l’opera che ai giorni nostri svolge una lavatrice. Avete presente il ciclo di risciacquo, quella centrifuga che fa letteralmente sobbalzare un elettrodomestico indexpesantissimo, che voi non sapreste sollevare? Ecco, quel tipo di lavoro doveva farlo un essere umano. Ed era talmente abbruttente, come lavoro, che veniva assegnato come punizione alle cameriere che si erano macchiate di qualche colpa (o che avevano padroni non abbastanza ricchi da permettersi la lavandaia ogni mese).
Quindi, voi siete usciti dal bagno e non sapete ancora se avete contratto il vaiolo che l’ospedale cittadino ha riversato nel fiume a cui il vostro servitore ha attinto l’acqua. Dovete asciugarvi, e prendete le salviette che la lavandaia ha lavato in quello stesso fiume, e a cui si è limitata a togliere le macchie, perché questa povera donna deve lavare montagne di panni e non può pensare solo ai vostri. Montagne di panni, prego: i vostri indumenti, i vostri accappatoi, si sono mescolati a quelli di perfetti estranei, sani o malati lo dirà solo il tempo. Certo, la lavandaia probabilmente ha messo tutto a mollo nella liscivia, ma questo prima di sciacquare ogni cosa nel fiume. E se è vero che il calore uccide i batteri, stirare smette di essere una frivolezza da fighetti e diventa davvero qualcosa di vitale, qualcosa per cui si guarda davvero storto chi va in giro con il colletto spiegazzato. Ma, di nuovo, stirare è un lavoro, e il lavoro costa, e non tutti potevano permetterselo.
Rassegnarvi a puzzare un po’, e tollerare la sporcizia che annerisce la pelle, di colpo non vi sembra più tanto intollerabile, vero?
Naturalmente, non sapevano che i batteri e i virus si annidavano proprio lì. Erano un nemico invisibile, ignoto. Ma sapevano, e molto bene, che la vicinanza o il contatto con un malato potevano farti ammalare. I focolai di peste o di vaiolo portavano a immediate quarantene, con quartieri e città isolati e sorvegliati da guarnigioni armate, che avevano l’ordine di ammazzare senza complimenti chiunque cercasse di uscirne. Il Decamerone parla di dieci fortunati che se la sono data a gambe in tempo.
Con premesse simili, la domanda non è tanto perché si lavassero così poco, quanto piuttosto: ma perché la pratica del bagno non è mai andata completamente in disuso?images
Le alternative c’erano. Esistono trattati medici e cosmetici dove si parla di spugnature e sfregamenti, per togliersi l’odore caprino delle ascelle2 e la spidocchiatura era una pratica quotidiana. Le mamme spidocchiavano i figlioletti, le fidanzate spidocchiavano gli innamorati, le nonne spidocchiavano gli uomini della famiglia che tornavano stanchi morti dopo una giornata nei campi. Nei manuali di galateo si trovavano le circostanze nelle quali era ammesso acchiapparsi un parassita e spiaccicarlo tra le unghie e quelle in cui non si doveva fare. Vedere, alla corte del re, nobili e aristocratici che strizzavano un pidocchio tra le dita era normale.
I parassiti erano sgraditi ospiti con i quali occorreva convivere. La ricerca medica progrediva, non è che i medici medievali fossero dei somari (le prime università sono nate in quel periodo), è solo che mancavano loro gli strumenti per trovare cure adeguate.
Niente microscopio, ricordate? E niente microscopio vuol dire niente panoramica del meraviglioso mondo dei principi attivi, dei farmaci. I medici dell’epoca erano ciechi che tenevano per mano degli altri ciechi e arrancavano in una stanza chiusa, cercando di evitare gli spigoli e cercando di evitare che i loro protetti si ammazzassero.
indexI medici morivano come mosche. Contraevano le malattie quanto e più della gente comune. Erano più esposti a virus e parassiti, andavano nelle case degli infetti, e sì, portavano in giro la malattia, ma di nuovo, non lo sapevano. Quello che invece sapevano era che rischiavano la vita per cercare di contenere il diffondersi dell’epidemia. Lavoravano in condizioni disumane, con l’unico vantaggio, sui loro pazienti, di essere un po’ più sani di loro. Non esistevano anestesie, gli arti in cancrena si amputavano a colpi di seghetto, mentre infermieri nerboruti tenevano fermo il paziente che urlava; se un parto andava male dovevano essere pronti a fare a pezzi il feto per tirarlo fuori smembrato, nella speranza non troppo realistica di salvare almeno la madre; se anche sapevano qual era l’affezione del paziente, non potevano farci nulla. Come puoi consigliare a un contadino con l’ernia di stare a riposo? Chi lo miete il raccolto? Chi sfama i suoi figli? Non c’era la Caritas, i bambini morivano di fame nell’indifferenza generale. E sì, anche i genitori dell’epoca amavano i loro figli e soffrivano se li perdevano. Rassegnazione all’abbruttimento della propria vita non vuol dire essere incapaci di amare.
Gli ospedali erano posti orribili. Ci si andava per morire, o meglio: ci si portavano i moribondi per evitare che diffondessero la malattia. Non c’erano moderni sistemi di smaltimento dei rifiuti, e il lavoro del personale era al novanta per cento basato su ‘portare via l’immondizia’. Cambiare le lenzuola era qualcosa che, semplicemente, non c’era il tempo di fare. Tenere puliti i pazienti probabilmente nemmeno veniva preso in considerazione. Non c’era tempo, non c’erano i mezzi, non era possibile. Ci sono dei limiti umani, e dopo aver tolto la merda, il vomito, i cadaveri e l’immondizia, dopo aver sfamato sommariamente chi era in grado di sfamarsi, dopo aver somministrato terapie a chi era ancora all’incirca vivo, secondo voi un infermiere che altro poteva fare, prima di cadere ammalato e crepare anche lui?uomo-con-influenza
È molto facile per noi definire stupidi i medici dell’epoca, che consigliavano spugnature per togliere la puzza e di lavarsi la faccia con acqua fredda per rinvigorire la vista; ma, oggettivamente, non c’era molto altro che potessero fare.
Anche ai giorni nostri, con tutte le nostre conoscenze, non è possibile aiutare i pazienti, in mancanza di mezzi. Le cronache attuali sono piene di situazioni orribili nei paesi afflitti dalla guerra, e situazioni come quelle del Medioevo, fino all’Ottocento e oltre, accadono ancora oggi. Senza mezzi, il medico è impotente.
Sconsigliavano di fare il bagno. Per forza, era pericoloso. I bagni pubblici vennero chiusi intorno al 1600, proprio per il pericolo di epidemie3. L’acqua era stata riconosciuta come veicolo di contagio, come l’aria; ma se dell’aria non si poteva fare a meno, dell’acqua si poteva.
Il bagno, come attività, veniva tenuto d’occhio al punto che perfino re Enrico, saputo che uno dei suoi cortigiani, al momento della convocazione, era immerso nella vasca, gli mandò subito a dire di non uscire assolutamente e di stare in casa almeno fino al giorno dopo, per non compromettere la sua salute. I suoi delegati, d’altra parte, tornarono indietro proprio per riferirgli della situazione, sapendo che il re avrebbe dato quell’ordine.camille-lacourt-vasca-da-bagno
Non è che fossero tutti imbecilli: sapevano che nell’acqua poteva annidarsi un pericolo. Ignorando il micromondo che Pasteur avrebbe svelato, le ipotesi erano basate sulla pura osservazione: un pezzo di carne macera nell’acqua, l’acqua lo penetra, lo compromette, lo fa marcire. Anche un corpo vivo, immerso a lungo nell’acqua, diventa molle e pieno di piegoline. Le malattie penetrano più facilmente. Il bagno è da evitare.
Ma la gente non ha mai smesso di lavarsi. Per un motivo molto semplice: essere puliti è piacevole.
La sporcizia non piace a nessuno, non piaceva neppure ai nostri antenati. Puzzare fa schifo. Indossare vestiti sporchi fa schifo. Il relax che si prova dopo un bagno è qualcosa di impagabile. Se ci si lava i pidocchi e le pulci se ne vanno, e dato che non esistevano antisettici, lavare se stessi e gli indumenti era l’unico modo per sbarazzarsene, almeno per un po’. Che sollievo!4
Avete presente tutti quegli aneddoti su ricchissimi aristocratici che non si cambiavano la camicia da vent’anni, sulle dame francesi che avevano un nido di topi nella parrucca, sulla puzza insopportabile dei vari mister Darcy che chiedevano la mano dell’amata bene dopo essersi fatti una cavalcata di due ore e aver camminato nei campi appena concimati? Sapete perché quegli aneddoti sono stati tramandati?
Sappiamo tutti benissimo che se un giornale dedica la prima pagina a un omicidio, è perché quell’omicidio è un evento eccezionale. Non è una cosa che vediamo tutti i giorni. È una notizia, appunto.
Un re che muore e svela sul suo cadavere la stessa camicia che portava da giovane, ormai talmente intrisa e zozza che è diventata una seconda pelle, è una notizia. È un caso di zozzeria talmente ripugnante che i medici e i cronisti dell’epoca sentono di doverlo indexannotare, mentre non sentono il bisogno di segnalare tutta la folla di persone che invece si cambia ogni settimana (ogni giorno era impossibile: la lavandaia costa, ricordate?). E quindi, a noi sono arrivate le notizie della nobile francese che teneva la stessa parrucca da così tanto tempo che i topi ci avevano nidificato dentro, del re che prima dei sette anni non si era neanche mai lavato i piedi, della signora adulta e sposata, madre di prole – sapete quanto ci si sporchi a partorire, immagino – che dopo che il marito aveva allestito una stanza da bagno in casa si fa il segno della croce, perché non ne aveva mai fatto uno in vita sua. Sono notizie. Chi cerca di tenersi pulito non fa notizia.
E si torna sempre al discorso iniziale: se nei secoli passati la gente era più sporca di noi, non è perché fossero delle bestie ignoranti che si divertivano a contarsi i pidocchi e a sventolarsi le ascelle come i protagonisti di un film dei Vanzina.
Soffrivano di parassiti interni ed esterni, i loro denti facevano schifo, puzzavano, indossavano gli stessi vestiti settimana dopo settimana e mese dopo mese; ma lo facevano per delle ottime ragioni.
Nella metà dei casi, semplicemente, non potevano permettersi un livello di pulizia personale più elevato, nell’altra metà, pur potendoselo permettere, preferivano tenersi addosso il proprio lerciume, anziché rischiare di buscarsi il vaiolo o, in tempi più recenti, il colera.
Lo studente liceale che citavo a inizio articolo non sarebbe stato né più pulito né più colto della media dei suoi coetanei dell’epoca, nemmeno avendo le conoscenze che proprio i medici (quegli stupidi che sconsigliavano di fare il bagno, eh già) hanno introdotto nella nostra vita, migliorandola enormemente.
Non avrebbe potuto lavarsi con la frequenza che è concessa a noi e non si sarebbe cambiato volentieri. Le pulci, i pidocchi, le cimici, i parassiti intestinali, se lo sarebbero mangiato vivo, perché questi animaletti non vanno via se fai la faccia disgustata e urli “CHESCHIFOOOOO”. Occorre proprio una profilassi, non solo personale, ma anche ambientale. E molti parassiti noi, oggigiorno, nemmeno sappiamo dove si annidano, perché il cibo che mangiamo è controllato alla fonte. Allora, se compravi una bistecca, probabilmente compravi anche un’affettuosa nidiata di tenie.
I grandi zozzoni medievali, per farla breve, avevano altre priorità che tenersi le ascelle profumate- cosa che comunque cercavano di avere, se il loro tenore di vita lo consentiva: essere puliti è piacevole, appunto.
Per loro era fondamentale evitare di finire ad agonizzare nella propria merda, ammassati su un pagliericcio sporco insieme ad altri cinque o sei moribondi, con medici sfiniti che passavano loro accanto senza neanche guardarli, perché i medici sono esseri umani, hanno a disposizione un tempo limitato, e cercano di salvare chi può essere salvato, non chi è senza speranza.
E sono stati gli sforzi congiunti di tutti quei grandi zozzoni che, alla fine, hanno prodotto la tecnologia, la ricerca, e le conoscenze che permettono a noi di essere sempre tutti belli lisci, depilati, profumati, sani e vispi.
Per noi è scontato. Per loro, che passavano le notti in bianco per la tortura dei pidocchi intenti a pungerli, era vitale trovare una soluzione. E faccio notare che l’hanno trovata rischiando parecchio, visto che combattevano un nemico del quale neppure sospettavano l’esistenza. Perfino Marie Curie ci ha lasciato le penne per le sue scoperte.
Con buona pace dello studente che si crede tanto figo perché ha studiato (male) le loro scoperte, e con ciò è convinto di essere più competente di Louis Pasteur o di Aristotele.

 

Bibliografia di riferimento:

  • Bill Bryson – Breve storia della vita privata (ed. TEA)
  • Georges Vigarello – Lo sporco e il pulito, L’igiene del corpo dal Medioevo a oggi (ed. Marsilio)
  1. il sapone da bucato era una roba immonda che bruciava come fuoco, non a caso le lavandaie erano donne distrutte dalla fatica e dai miasmi []
  2. prima di ridere per come puzzavano, prendete l’autobus a Roma in estate e ridimensionate il vostro complesso di superiorità; i nostri antenati, almeno, facevano lo sforzo []
  3. c’erano, naturalmente, anche motivi religiosi di pudore, ma soprattutto era una questione di ordine pubblico: i bagni erano un luogo di promiscuità e divertimento, si trovavano alcol, prostitute, ci si divertiva. Erano, insomma, le discoteche del Medioevo. Considerando che venivano costruiti in piena città, perché i corsi d’acqua non si possono certo spostare, è facile capire che gli abitanti dei dintorni non li vedessero di buon occhio []
  4. il bagno era, in effetti, un’attività ludica più che un momento di cura dell’igiene personale. Non sapevano dei batteri, sono pedante lo so, ma occorre sempre premetterlo. Non sapendo dei batteri, non potevano sapere che con un bagno la maggior parte viene eliminata. Sapevano solo quello che potevano sentire, e quello che potevano sentire era che un bel bagno è qualcosa di molto gradevole. []

4 thoughts on “Essere puliti senza pastorizzazione”

  1. Ice
    Ice says:

    Spettacolo questi post <3 ne vogliamo ancora *-*

  2. Strix
    Strix says:

    Bellissimo post.
    Ora però ci fornisci le generalità dello studente del liceo da picchiate :3

  3. Applausonio says:

    Brava, veramente brava. Una goduria di ripugnanti curiosità a questo articolo.
    Sono sicuro che ti piacerà (se non l’hai già letto) il Gargantua e Pantagruel, che ha un capitolo in cui vengono dettagliatamente menzionati tutti i fantasiosi metodi dell’epoca per pulirsi il culo!

    1. Lem
      Lem says:

      Molti degli esempi portati dai libri che ho citato in fondo all’articolo provengono da lì 😀

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