Browse By

καλὸς καὶ ἀγαθός

WARNING:
Contiene spoiler su Regina di Fiori e Radici. Continuate la lettura a vostro rischio e pericolo.

Il titolo è tradotto letteralmente dal greco antico con “bello e buono”: tale epiteto esprime un concetto di perfezione fisica e perfezione morale, che il mito attribuisce, tra gli altri, ad Adone.

“Non da quella parte.”
Sentì una mano grande, con lunghe dita: una morsa non dolorosa, ma inesorabile, cui sottrarsi era impossibile anche scrollando la spalla.
La voce alle sue spalle era maschile, adulta, autorevole. La calma del tono era completa, e solo per questo Adone si trattenne dal rivoltarsi più attivamente.
“Vieni. Non devi raggiungere il crocevia.”
“Sì che devo…”
“No, ti dico. Al crocevia c’è il Giudizio.”
“Appunto, io…”
Trasalì e si voltò, per guardare in faccia il suo interlocutore, ma il trauma della rivelazione improvvisa fu tale che, per un lungo momento, non riuscì a metterlo a fuoco.
“Io sono morto!”
L’uomo davanti a lui era adulto, ma ancora giovane. Indossava una tunica lunga, di un rosso così scuro che alla luce soffusa sembrava nera, come nera era la clamide fissata sulla spalla sinistra, da una fibula di rubini. I capelli erano neri, lisci e fluenti sulle spalle, e creavano un contrasto quasi irreale con il suo incarnato pallidissimo, marmoreo. Gli occhi erano talmente infossati che Adone non avrebbe saputo dirne il colore; quanto all’espressione, era distante, indecifrabile.
C’era qualcosa di familiare nei tratti regolari dell’uomo, ma prima che riuscisse a focalizzare, l’altro annuì. Fu un gesto calmo, inteso a trasmettere calma anche a lui.
“Chi muore di morte improvvisa non realizza subito l’accaduto. Forse dovresti sederti.”
Era un ottimo consiglio e Adone lo seguì senza indugio, lasciandosi cadere su una pietra del sentiero. Fissò l’acciottolato grigiastro, rischiarato da quel chiarore che non veniva da nessuna parte, mentre le sensazioni tornavano, e con esse i rumori, gli odori, l’urto… si guardò le mani, come le vedesse per la prima volta.
“Avevo una lancia.” Sussurrò.
L’uomo rimase in piedi, accanto a lui. Adone vide che proiettava una lunga ombra, che superava il chiarore del sentiero e spariva nella tenebra assoluta, inesorabile, la notte di Erebo. Abbassò gli occhi su di sé. Quasi se l’aspettava, ma fu comunque un brutto colpo rendersi conto che lui, invece, non aveva alcuna ombra.
Sono morto, ed ebbe la sensazione che lo stomaco gli si annodasse in uno straccio zuppo, pesante come piombo e freddo come un pesce. Ansimò, quando la sensazione divenne pressione, la pressione divenne dolore, il dolore divenne trafittura, e si serrò il ventre tra le mani. Sentì tra le dita il tessuto stracciato, e gemette nel ricordo improvviso.
“L’ho colpito, quel cinghiale… sono certo di averlo colpito, ma… mi ha ucciso…”
Alzò sull’uomo accanto a lui occhi enormi, costernati.
“Quel cinghiale mi ha ucciso, vero?”
“Sono desolato.” Disse l’uomo.
Adone si accasciò, mentre il chiarore soffuso attorno a lui diventava la penombra verdenera della foresta, e quel silenzio ovattato, irreale, si infrangeva in rami spezzati, ansimare animalesco, l’odore di muschiato e selvatico… oh eccoti qui bastardo, ti cercavo… me la pagherai, ti strapperò quella bella pelle liscia, trarrò le budella dal tuo corpo perfetto… Adone!
Occhi ridotti a fessure sanguigne, sepolte in una testa villosa, un grugno ingobbito dalle zanne ricurve, giallastre… aveva spinto la lancia più che poteva, l’aveva sentita spezzarsi, aveva…
Poi, dolore. Arsura in gola, una sete divorante, le gambe che cedevano come se qualcuno gliele avesse tranciate, e le grida, il cielo che roteava sopra di lui, finché un viso non si era fissato a guardarlo…
“Adone, caro, amor mio, non lasciarmi Adone…”
Boccoli biondi che si attorcevano languidamente, fino all’attaccatura dei seni, una pelle liscia, del colore della crema, mani sottili sul suo viso… labbra tumide, grandi occhi del colore del mare, liquidi per le lacrime, un’espressione che lo sconvolgimento emotivo rendeva ancora più seducente… Afrodite…
Scosse la testa e raddrizzò le spalle. Quando tolse le mani, vide che il suo corpo era integro: sotto la tunica stracciata, l’addome era liscio, abbronzato, guizzante di muscoli.
“Quel cinghiale mi ha ucciso – ricapitolò, a beneficio proprio e non del suo interlocutore – ma mi sono fatto onore, eh? L’ho comunque ferito. E Afrodite non mi dimenticherà tanto presto, era completamente avvinta da me.”
“Senza dubbio.”
Sarcasmo? Il tono era troppo impersonale per poterne essere sicuro, e Adone decise di non curarsene. Aveva scatenato la gelosia di qualche divinità, aveva visto l’odio negli occhi del cinghiale. Aveva vissuto una vita che qualsiasi mortale avrebbe volentieri suggellato da una morte precoce. Oh, sì.
“Forse è stato Ares – ipotizzò, per chiarirsi le idee – Afrodite non lo cercava più da tanto, visto che ormai aveva me… non credo che quel poveretto di Efesto abbia nemmeno mai sospettato che l’amore di sua moglie fossi io, sai?”
“Conosci i fatti meglio di me, senza alcun dubbio.”
Adone ghignò e si rialzò, compiaciuto nel constatare che il suo corpo, superata la debolezza del passaggio in aldilà, era tornato quello che ricordava: asciutto, atletico, con i muscoli solidi e la pelle abbronzata, gradevolmente priva di peli. I capelli castani gli ricadevano sulla fronte, ribelli, e se li gettò indietro con un gesto elegante. Adesso che lo guardava bene, l’individuo davanti a lui gli sembrò davvero privo di fascino, come una statua abbandonata prima di ricevere il colore.
“Beh, non dico che mi faccia piacere essere morto, ma ormai le cose stanno così, giusto? Inutile macerarsi.”
L’altro calò le palpebre sugli occhi, in un composto assenso. Adone pensò che era un tipo davvero noioso. Si guardò attorno, per orientarsi, e vide che più avanti il sentiero si divideva in tre strade diverse. Senza bisogno di chiedere, sapeva quale doveva imboccare, e sapeva che l’avrebbe portato ai piedi della gradinata ove l’attendeva il podio di Eaco. Poteva quasi vederlo: un uomo alto, con la figura prestante del Padre Celeste e la sua stessa barba castana, piacevole a vedersi, anche se non certo piacevole quanto lui. La tunica lunga, azzurra, la cintura dorata dalla quale pendevano le chiavi dell’Ade. Era lui a decidere per chi aprire le porte dei campi elisi.
“Non ho paura del giudizio – affermò – non ho commesso crimini tali per cui dovrei recarmi da Minosse e temere la condanna al Tartaro. Sono stato virtuoso.”
“È bello che tu abbia una tale certezza – disse l’uomo – molte anime si presentano tremanti e impaurite alla Giudecca. Anzi, le più virtuose sono quelle che a stento riescono ad alzare gli occhi per guardare i giudici.”
“Che sciocchi.”
L’uomo scrollò le spalle, e i rubini sulla fibula rimandarono bagliori scarlatti. Era una fibula molto bella, e Adone gliela invidiò, perché le gemme che Afrodite gli aveva donato non erano certo scese con lui nell’Oltretomba.
“A quanto pare, più un uomo è severo nei confronti della propria rettitudine, più si tormenta nel timore di avere commesso empietà senza volerlo, oppure volendolo senza avere avuto il senso della misura. Per questo i virtuosi hanno paura.”
“Io sono virtuoso – replicò Adone, irritato – non ho mai commesso empietà e in vita sono stato venerato quasi alla pari di un dio. Ho avuto l’amore di due dee. I tre giudici di Ade possono forse vantarsi di avere ottenuto tanto?”
Finalmente l’uomo impassibile parve tradire una qualche emozione, per quanto blanda: sollevò un sopracciglio, in segno di perplessità.
Due dee? Parlavi di Afrodite. Se sei stato infedele, questo verrà conteggiato, nel giudizio.”
Adone pensò che quello sconosciuto dal volto familiare era davvero un ficcanaso. Ma lui aveva voglia di parlare. Quello era un argomento che gli piaceva, e che suscitava sempre l’ammirazione nei suoi interlocutori. Se non si vive per essere ammirati, non ha neppure senso nascere.
“Non starai dicendo davvero che Eaco, Minosse e Radamante sarebbero capaci di condannare un uomo perché ha fatto di tutto per soddisfare due dee, che detto tra noi, erano davvero delle puttane così insaziabili che…”
Fece un gesto eloquente, ghignando.
“Ma come Afrodite non ce n’è nessuna, va detto. L’altra… bah, a una dea non si può dire di no. Che razza di condanna vuoi che possano darmi, per questo?”
L’uomo non disse nulla. Adone cominciava a trovarlo irritante. E se solo fosse riuscito a ricordare dove aveva visto quella faccia di marmo, che aveva cercato di nobilitarsi facendo crescere la barba… qualcuno avrebbe dovuto dirgli che serviva solo a rendergli l’incarnato ancora più cadaverico.
“Ma tu chi sei, si può sapere?”
“Perdonami – disse l’altro, con cortesia completa – mi presenterò subito, ma prima devo riconoscere la curiosità nei confronti della tua storia. Parlarti di me richiederà un certo tempo, e sarà poco interessante, mentre incontrare un uomo conteso da due dee non è davvero cosa di tutti i giorni.”
Finalmente l’uomo si decise a sorridere. Adone pensò che faceva bene a farlo raramente: era spaventoso. Un taglio che solcava il volto, sinistro come un precipizio nascosto in mezzo all’erba. Per fortuna, smise subito.
“Sono davvero felice di averti trattenuto dall’andare alla Giudecca. Ti prego, raccontami.”
Adone sogghignò, un ghigno complice, cui però l’altro non rispose. Poco male. Adesso che la memoria gli tornava, sentiva che si sarebbe divertito abbastanza per entrambi.
Ma dove l’ho già visto? Con quegli occhi che sembrano trafiggerti…
Scosse la testa, sentendosi un po’ a disagio sotto quello sguardo così diretto, così immobile. L’uomo era considerevolmente più alto di lui, lo superava di tutta la testa, facendolo sentire quasi una ragazzina al cospetto di un adulto.
“Una ragazzina.” Ripeté, seguendo il corso di quel pensiero, riportandolo a proprio favore e non contro di lui. “Era soltanto una ragazzina. Carina però, questo sì. Degli occhioni grandi così, tutta miele, e dopo un po’ aveva imparato a baciare proprio come si deve, ma era rimasta così lagnosa… voleva sempre che le parlassi d’amore. Non mi lasciava neanche toccarla, se non le dicevo che l’amavo.”
Sbuffò.
“Le volevo un gran bene da bambini. Siamo cresciuti insieme, sai? Sua madre mi aveva trovato, mi avevano rinchiuso in una cassa ed esposto, volevano sbarazzarsi di me. Aveva il cuore tenero, sua madre, ha visto che avevo la stessa età di sua figlia e credo si fosse fatta tutto un viaggio mentale sul crescerci assieme, come fratellini. Che dolce!”
L’uomo si accigliò. Pareva non avere gradito il dileggio nella voce di Adone. “Lo trovo un atto virtuoso. Non sono molte le dee che crescerebbero un bastardo nella propria stessa casa, assieme alla propria stessa figlia.”
“Sì, sì, per carità, ma che lagna, anche la madre. Si è messa a fare ricerche per scoprire da dove venissi, alla fine c’è riuscita ed era tutta felice, e la bambina anche più di lei. Era cresciuta proprio bene, la bambina.”
Mimò con le mani due rigonfiamenti sul torace, ridacchiando. Ma l’altro rimase serio, e Adone, dopo aver sbuffato ancora, riprese a raccontare:
“Adesso viene la parte migliore. Insomma, c’era questa ragazzina, un fuscello, ma era venuta su proprio bene, e io pensavo: va bene, la devo sposare, mi tocca sdebitarmi con la sua famiglia per avermi sfamato e allevato, lo faccio. Se poi non la sopporto più, esiste la caccia, esistono i viaggi, insomma era la soluzione ottimale, no?”
L’uomo non confermò né smentì. “La ragazzina non aveva fratelli che potessero opporsi?”
Adone rise di cuore al ricordo che tornava. “Macché, era l’unica figlia del padrone di quella casa! La luce dei suoi occhi, ogni capriccio di quella mocciosa era un ordine, per il padre. Casato ricchissimo, mi viene in mente ora; non ricordo il nome, ma mi tornerà. Insomma, ne valeva la pena, chiederle di sposarmi.”
“Evidentemente.”
“Ma lei non ha voluto.”
Per un momento, il viso pallido dello sconosciuto parve illuminato dalla luce soffusa, che diede l’impressione fosse sul punto di sorridere.
“Ma davvero?”
Adone annuì, e mentre raccontava i ricordi che tornavano, andava incupendo il volto e la voce:
“Davvero, roba da pazzi. Un momento prima era lì che mi faceva gli occhioni e si lasciava toccare, e le piaceva, altroché se le piaceva, e un momento dopo mi faceva una scenata. Femmine!”
“Aveva scoperto di Afrodite – ipotizzò l’uomo – sono cose che portano le femmine a fare scenate, in effetti.”
“No, non l’aveva scoperto. Lo ha scoperto poi, quando ho raccolto le mie cose…”
“Le sue cose.”
“Prego?”
“Vivevi in casa sua, ospitato dai suoi genitori. Quello che avevi apparteneva a loro.”
Adone storse la bocca all’antipatica precisazione. “Senti, vuoi che ti racconti la storia o vuoi fare l’usuraio? Perché io devo superare il giudizio e andarmene nei campi elisi, che qui è tutto buio e fa schifo, se non l’avessi notato.”
Il tono polemico di Adone non parve turbare l’uomo, né la cortesia della sua voce:
“C’è di peggio del limbo, credimi sulla parola. Ma hai ragione, desidero ascoltare l’intera storia. Eri rimasto al momento in cui la ragazzina ti ha respinto.”
“Quella stupida!”
“E ti ha detto il perché di tale stupida scelta?”
“Uh, mi pare di sì…” Strinse gli occhi, mentre la nebbia della morte si disperdeva e quel particolare ricordo riaffiorava alla sua mente. Quando lo ebbe afferrato per intero, gli venne da ridere.
“Oh povero me, non voleva dare un dispiacere a suo padre! Ci crederesti?”
L’uomo non disse niente.
“Suo padre era qualcuno di importante, un nobile, un… boh, non mi ricordo, comunque non avrebbe mai acconsentito. E neanche sua madre, da un po’ aveva cominciato a guardarmi male: ho idea che sospettasse che la sua pura figlioletta, in fondo in fondo, non era altro che una troia famelica…”
Venne interrotto in tono brusco: “Gradirei meno volgarità, se non ti spiace. E le gradiranno anche i tre giudici, perciò attieniti alla narrazione: posso desumere gli aggettivi con cui descrivi le femmine di cui parli anche senza conferme da parte tua.”
Adone si irritò. Cominciava a non sembrargli più una conversazione, ma un interrogatorio, e aveva sempre più forte la sensazione che l’uomo non trovasse molto avvincente sapere in che modo era riuscito a infilarsi nel letto di due dee, prima una e poi l’altra. Pensò di smettere di parlare con lui e di andarsene, ma la menzione al Giudizio gli fece cambiare idea. Forse, pensò, quell’uomo aveva informazioni utili. Gli conveniva essere gentile.
E poi gli piaceva ricordare quegli eventi. Sono cose che un uomo rievoca sempre con gusto.
“Ma quanto sei permaloso. Vabbè, non c’è molto altro da dire, suo padre non avrebbe mai acconsentito. Io volevo convincerla a scappare insieme, così il vecchio alla fine si sarebbe rassegnato, ma lei no! Era tutta un Adone non posso fargli questo, Adone non puoi chiedermelo, Adone smettila, Adone mi fai male, e alla fine si è messa a strillare. A quel punto, me ne sono dovuto andare per forza, no?”
“Scappare.”
Il disprezzo nella sua voce era appena percettibile, abbastanza da poter essere ignorato. Adone scrollò le spalle e proseguì:
“Insomma, me ne sono andato, mi sono rifugiato in uno dei templi di Afrodite, e ho incontrato la dea. E che incontro!”
Tornatogli completamente il buonumore, nell’oscurità incombente tutto attorno, si lanciò un entusiastico resoconto che includeva le grazie della dea, le sue qualità di amante, e come l’avesse fatta impazzire, fino all’alba e anche dopo.
“Mi ha chiesto di rimanere con lei – rievocò, sognante – e chi se lo sarebbe fatto ripetere due volte? Davvero, Afrodite conosce di quei giochetti che…”
L’uomo lo interruppe in tono piatto: “E quindi hai dimenticato la ragazzina?”
“Ah, io sì, ma lei non aveva dimenticato me, per niente. Mi è venuta a cercare, tutta in lacrime. Mi ha chiesto di perdonarla.”
Rise ancora, mentre l’espressione del suo compagno diventava scura come la tenebra del limbo. Anche la sua voce era scura, quando gli chiese:
“Perdonarla per cosa? Per essersi rifiutata di disonorare la sua casa scappando con un ospite ingrato?”
La critica lo fece irritare: “Senti, al posto mio avresti fatto la stessa cosa. La ragazzina è un’ereditiera ricca sfondata. Afrodite è… beh, è Afrodite. Cosa avrei dovuto fare?”
“Non lo so – la voce era talmente monocorde che era come se l’uomo non avesse neppure pensieri – dimmi cosa hai fatto. Sono davvero curioso.”
“Le ho detto che faceva ancora in tempo a cambiare idea, ovviamente. Ad Afrodite non interessa che qualcuno le sia fedele, lei almeno è onesta in questo: se può spassarsela, è felice così. Ma la ragazzina aveva tutte altre idee. Il suo vecchio l’aveva veramente viziata da fare schifo.”
“Se è la sua unica figlia, è possibile che sia stato troppo indulgente con lei. Ma forse, visto che la ragazzina non ha voluto disonorarlo, non ha poi sbagliato così tanto. Lei non è scappata con te.”
Era una constatazione, non una domanda. Adone si chiese come facesse a conoscere la conclusione, ma gli veniva da ghignare, e quindi disse:
“Beh, dire che non l’ha disonorato è relativo, perché me la sono fatta in ogni modo possibile e immaginabile. Ormai sarà un problema del povero idiota che le appiopperanno come marito.”
Strano: malgrado il pallore mortale del suo volto, la sua faccia era diventata oscura, piena di buio. Adone era sicuro di conoscerlo già, ma davvero non…
Lui disse, con voce di seta:
“Quindi è tornata nella casa dei suoi genitori.”
“Sì, sì, piangendo come una vacca – tagliò corto Adone – e buon pro le faccia. Io sono rimasto con Afrodite, e ne è valsa la pena, altroché se ne è valsa la pena. Andavo a caccia, mangiavo, bevevo, e avevo la dea dell’amore nel mio letto. Pazienza per l’ereditiera!”
La fibula di rubini scintillò ancora, quando l’uomo si volse parzialmente, verso il crocevia della Giudecca. Era davvero alto, e anche se la tunica nascondeva la corporatura tra le pieghe, Adone pensò che quell’asciuttezza doveva nascondere muscoli d’acciaio. La presa sulla sua spalla, quando l’aveva stretto al suo risveglio in Averno, era stata inesorabile.
Inesorabile come la…
L’uomo disse, sempre con quella voce calma, impassibile:
“Mi spiace che un cinghiale abbia messo fine a tutto: hai indubbiamente avuto un’esistenza pregna di piaceri.”
Il cinghiale, già. Adone ricordava come fosse uscito dal folto, caricando tra i rami spezzati e le zolle divelte, gli occhi sanguigni su di lui. Lo aveva puntato senza un attimo di esitazione, così fulmineo che era riuscito solo a mettere la lancia in posizione, solo per farsela spezzare, prima che quelle zanne lo trafiggessero. Il cinghiale aveva mosso la testa dal basso verso l’alto, per sventrarlo. Adone aveva incontrato i suoi occhi, sanguigni, infossati.
Il buio arrivava da ogni parte. La luce non arrivava da nessuna. Adone si spostò in mezzo al sentiero, dove c’era ancora un po’ di visuale. Quando parlò, si sorprese nel sentire la propria voce leggermente incrinata, un vaso pregiato, ceramica e filigrana d’oro, attraversato da una crepa. Sottile. Quasi invisibile.
“Bene amico, è stato un piacere, ma io devo proprio andare. Mi prenderò una bacchettata sulle dita per avere sedotto una ragazzina, ma non sono certo queste le cose che ti mandano nel Tartaro, no?”
L’uomo lo guardò apertamente, attentamente. Aveva occhi infossati, scurissimi, e in fondo a essi Adone colse uno scintillio strano, sanguigno, che sembrava di brace.
Inconsciamente, si allontanò da lui.
“Non mi hai ancora detto chi sei.”
“No – ammise l’uomo – non te l’ho ancora detto.”
Si spostò per fronteggiarlo, ponendosi in mezzo al sentiero. Sbarrandogli la strada per la Giudecca.
“Persefone aveva ragione, tu cancelli qualsiasi cosa non lusinghi il tuo narcisismo. La riconoscenza non è la tua virtù. Non potevi ricordarmi, dopotutto.”
Fece un passo verso di lui. D’istinto, Adone fece un passo indietro.
“Cosa vuoi da me?” chiese, incapace di controllarsi.
L’uomo fece un altro passo.
“Non hai bisogno del Giudizio. Non serve che ti affanni per arrivare al triplice crocevia della Giudecca. Eaco non ha chiavi per te.”
Gli sorrise quel sorriso spaventoso, che tagliava il volto di pallido marmo come una promessa di dannazione eterna.
“Io sono Ade, signore dell’Averno e dio delle anime dei defunti. E tu, Adone, sei il bastardo che ha spezzato il cuore di mia figlia. Della mia Kore.”
L’oscurità inghiottì ogni cosa.

9 thoughts on “καλὸς καὶ ἀγαθός”

  1. Cielo says:

    …buahahahahah è esilarante! Ha qualcosa di tragicomico che mi ha fatta ridere per tutto il tempo (o forse sono io ad avere un terribile senso dell’umorismo, chissà). A pensarci a mente fredda, è davvero una storia drammatica per la povera Kore – che ok, forse poteva svegliarsi, ma in fondo è una ragazzina. La grettezza di Adone è nauseante, con quel narcisismo e l’autocompiacimento per il male che ha provocato. “tu cancelli qualsiasi cosa non lusinghi il tuo narcisismo”, definizione assai appropriata.
    Però.
    Però.
    Però c’è questo idiota che racconta tutto al primo tizio che trova nell’Ade, con tanto di volgarità e seg… autoerotismo mentale, senza capire quando è meglio tenere la bocca chiusa. Va bene, magari non poteva capire che fosse proprio Ade, ma dai guardalo in faccia e chiediti se per caso non è il caso di startene zitto sotto quello sguardo che incenerisce.
    Tragicomico, appunto.
    E un sospiro di sollievo perché almeno non è stata Persefone, a farsi sedurre da Adone. Nella mia testa i tradimenti dei signori dell’Averno NON ESISTONO. Punto. Lalalalalala addio Menta addio Leuce addio Adone, benvenuta fedeltà coniugale.
    Insomma, la tua versione è adorabile.

    1. Lem
      Lem says:

      Tradimenti? Non so di che parli. Credo tu debba studiarti meglio il mito, Ade e Persefone non si sono mai traditi, ti confondi sicuramente con qualcun altro e.e
      Il mito di Adone qui l’ho proprio massacrato XD Povero, forse non se lo meritava, dopotutto era conteso da due dee e non è che la sua volontà ha contato più di tanto, e alla fine è pure stato ammazzato da sfigato XD Povero, povero Adone XD
      …ma anche no. Mi è sempre stato antipatico. Mi ha sempre dato l’idea di tenere il piede in due scarpe. E che Ade non abbia avuto due paroline da dire a riguardo… su, non ci crediamo per niente, vero?
      BTW, nella mia storia non era proprio possibile che Persefone tradisse il suo adorato Ade, dopo tutto quello che era successo tra loro. Mi spiace per Kore, ma queste cose fortificano il carattere u.u
      Ovviamente l’idiozia di Adone è funzionale allo spasso che il lettore prova, sapendo fin dall’inizio che quel tizio con lo sguardo assassino è Ade, e che sente parlare di sua figlia in quei termini lì. Posso solo immaginare cosa pensasse, mentre Adone gliel’offendeva e diceva di averla sedotta.
      Effettivamente Adone poteva tenere la bocca chiusa, ma si sa che dopo morti non esistono più segreti. E poi gli eroi dei miti non hanno mai brillato per intelligenza. Terrà compagnia a Teseo e a Piritoo, hanno tanto in comune XD

  2. Linda says:

    Adone con cosa fa rima? Con Cog… Ehm.
    Ho riso tantissimo. Ribadisco che Adone è piuttosto pirla, c’hai davanti uno alto, forte, inquietante, che pare LA MORTE INCARNATA e non ti fai due domande? XD
    Go, Ade, go!

  3. Mellivora says:

    Domanda forse stupida. Ma se Ade e Persefone sono sposati, perché lui si riferisce a lei come “sua figlia”?

    1. Lem
      Lem says:

      Non è affatto una domanda stupida! È uno dei motivi per cui ho messo ‘spoiler alert’ dappertutto 🙂

      1. Cielo says:

        In realtà Ade e Persefone avevano gusti strani in camera da letto…
        *fugge*
        *di corsa*
        *più veloce*

        1. Lem
          Lem says:

          *tira dietro un innaffiatoio pieno di Zeus*
          (chi ha orecchie per intendere…)

  4. Giuls says:

    ma che meraviglia! Grande Papà Ade! lo adoro, e sinceramente il personaggio di Adone mi è sempre stato antipatico, poi cavolo, sei morto c’è un essere un pò inquietante che se ne va in giro per l’ Averno come se niente fosse, e tu non ti fai due domande?! bellissimo e come sempre è un piacere leggere questi racconti!

    1. Lem
      Lem says:

      Eh, Adone non brillava per intelligenza. La dolce Kore ha avuto sfortuna con il suo primo amore, ma per fortuna c’è papà che aggiusta tutto. Cosa aveva Ade nel cervello mentre sentiva parlare di sua figlia in quei termini è qualcosa che è meglio non immaginare nemmeno °_°

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

*