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Alamut – la fortezza

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ALAMUT – La fortezza

 

Autore: Vladimir Bartol
Editore
: Castelvecchi
Numero di pagine: 471
Lingua: Italiano
Prezzo: 22 euro (lo so… ed è pure con copertina flessibile, nemmeno cartonato e no, non esiste l’ebook)

Il mio commento:

Siamo intorno all’anno Mille, in medio oriente. Due ragazzi, da due diversi luoghi di provenienza, vengono condotti ad Alamut, l’inespugnabile fortezza della quale esistono ancora delle rovine, al giorno d’oggi poco più che macerie (a un certo punto, non in questo romanzo ma in seguito, è stato l’esercito mongolo a espugnare Alamut e a farlo a pezzettini).
Alamut è uno di quei siti che, con il passare dei millenni, ha perso la sua connotazione geografica e storica, per scivolare nel mito e nella leggenda: tutti voi, sicuramente, da bambini avrete ascoltato storie su un giardino delle delizie, irraggiungibile se non in volo (tipicamente d’aquila), custodito da un mago tutt’altro che benevolo, anzi, scaltro e manipolatore verso lo sventurato che finisce nelle sue mani. In cambio della permanenza nel giardino meraviglioso, viene richiesta una prova, che nelle favole è un furto, e che dà l’avvio alle vicende, tipicamente a lieto fine.
Ma non ad Alamut.
L’Alamut storica era una fortezza tra le montagne, scavata nella pietra e dalle pareti così scoscese che nessuno avrebbe potuto valicarle; al suo interno, il Veglio della Montagna, Hasan ibn Sabbah, gestiva la politica del tempo in maniera efferata e priva di scrupoli, con un rigore assoluto. Mise a morte il proprio stesso figlio, faceva largo uso dell’omicidio a fini politici, e pretendeva dai suoi seguaci una lealtà totale, cieca, una devozione alla propria parola che non doveva essere messa minimamente in discussione. Si attribuiva il titolo di Profeta, alla pari con Maometto, il quale, a suo dire, l’aveva designato come proprio erede ideale.
Su queste basi storiche, Bartol costruisce la vicenda basandosi anche sul mito che ne seguirà, a cui si intreccia la visione coranica del Paradiso. Così Halima, la ragazzina condotta ad Alamut, viene allevata e istruita in un giardino pieno di animali addomesticati e delizie di ogni tipo, per essere usata come uri, ovvero la ricompensa paradisiaca che aspettava i martiri della causa coranica. Pilotando opportunamente la volontà dei suoi feyadin – il corpo scelto di cui il giovane Tahir entrerà a far parte – attraverso indottrinamento religioso e utilizzo di pasticche di hashish, Hasan Ibn Sabbah crea un’armata di fedelissimi, disposti a tutto pur di accedere al paradiso, del quale solo il Veglio – dice e dimostra – possiede le chiavi.Pubblicato negli anni ’30, e poi riscoperto dopo l’11 Settembre, Alamut – la fortezza è ancora talmente attuale da mettere i brividi. Il conflitto tra sciti e sunniti viene qui sviscerato in ogni particolare, chiarendo – una cosa di cui in questo periodo c’è davvero un gran bisogno – che la guerra dell’Islam è innanzitutto una guerra interna.
E’ impossibile non trovare un parallelismo tra l’indottrinamento fanatico di cui Tahir sarà fatto oggetto, con gli eventi di questi ultimi anni, e Hasan Ibn Sabbah merita appieno l’aura leggendaria di cui è stato rivestito nel corso dei secoli: fine politico, manipolatore senza scrupoli, leader a modo suo lungimirante, ha creato la leggenda della setta degli assassini (dall’hashish che li rendeva schiavi e pronti a qualsiasi omicidio, pur di ottenerlo), un mito che è entrato nel folclore, quasi nella mitologia, e non solo. La saga di Assassin’s Creed è stata ispirata proprio da questo romanzo: “niente è reale, tutto è permesso”, vi suona?
E’ impossibile sfuggire al Veglio della Montagna.
E se Hasan possiede davvero le chiavi del paradiso, o soltanto dice di possederle, è qualcosa che i suoi fedeli non metteranno mai in dubbio. Alla fine, vi sentirete manipolati anche voi. E quando vi lascerà andare, sarà per entrare nella leggenda.

Libro da abbinarci: Le donne di Cesare, di Colleen McCullough, perché solo Caio Giulio Cesare può tenere testa ad Hasan Ibn Sabbah.

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