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Capitolo 33

Oggi perderò Tern.
È una strana sensazione guardare la città, sapendo che è l’ultima volta che riconoscerò i tetti, le strade, la foggia degli indumenti e il modo in cui sono costruiti i carri. La villa cittadina di Lars è fornita di un piano superiore sul quale è stato costruito un ponte di collegamento con l’altro lato della strada, dove c’è l’ala secondaria dell’abitazione, e le pareti si congiungono a botte sulla mia testa; i vetri sono spessi, gli arredi raffinati, ed è come essere in una qualsiasi stanza della casa. Gli Ianmeyr possono dominare la città in veste da camera, se vogliono, e io lo voglio, in questo momento. Il velluto blu scuro è pesante, mi soffoca anche se è la vestaglia di Lars e quindi per me enorme, ma non intendo toglierla. Sotto sono completamente vestita.
Da quassù non si vede il mio quartiere, figurarsi. La mansarda è da qualche parte, sommersa dai più alti tetti delle case nobiliari, giù verso la curva grande del fiume, quella che d’estate ristagna e un po’ puzza, e ci sono strade e gradinate nel mezzo, ad aumentare il dislivello e impedirmi anche solo di intuire la via dove vivevo. I miei libri sono stati prelevati e impacchettati, l’oro è stato prelevato è impacchettato, i vestiti e i gioielli hanno subito uguale sorte. Tra non molto, sarò prelevata e impacchettata anch’io.
Chissà come se la sta passando Maya, in questo momento. Sono sicura che Haldan si sia già presentato a corte, e scommetto qualsiasi cosa che re Zagart VII è stato felicissimo di accoglierlo. È anziano, senza mago di corte e senza figli maschi. Ho la netta sensazione che ad Haldan non mancherà per niente, il bordone bruciato nel Labirinto, o la proscrizione della Corporazione di Geenas. Ho scritto un biglietto al suo maestro, un generico saluto da parte mia e dei ‘miei amici, che sono felici e al sicuro’, e in risposta è venuto un valletto a dirmi che il suo signore è lieto delle belle notizie.
I conti con il passato sono saldati.
Nemmeno questo piacerà troppo ai Morghater, credo.
Sotto di me passano i carri e le carrozze del convoglio. Sono tante, di tutte le dimensioni, stracariche all’inverosimile. Il fracasso, in strada, deve essere micidiale, ma questo ponte coperto è talmente ben isolato che mi arriva un rumore attutito, lontano, come dall’altra parte di una Soglia non del tutto chiusa, ma quasi.
Sospiro, pensando che è un paragone più calzante di quanto sembri.
“Mia signora? Devo acconciarvi i capelli.”
Darithia mi è simpatica. Non verrà a Morghater, la sua famiglia vive qui e non è tanto affezionata alla nuova padrona da volerla lasciare; la capisco benissimo. Aillean la prenderà al suo servizio finché non troverà un altro impiego come cameriera personale. È in gamba e non avrà problemi.
Mi piace pensare alle persone cui non creerò problemi, quest’oggi.
“Basta una treccia – rispondo – oggi dovrò stare comoda. Puoi farlo qui.”
Mi siedo su un’alta poltroncina coi braccioli imbottiti, continuando a guardare fuori. Darithia, imperturbabile come sempre, tira fuori pettini e forcine da sotto il grembiule e, come al solito, rende un po’ più raffinate le mie grossolane richieste: intreccia prima i capelli sulle tempie, poi tira indietro l’intera chioma, e partendo da sopra la testa, la mia acconciatura diventa impeccabile. Non sarò mai capace di rifarmela da sola, peccato.
“Volete darmi la vestaglia?”
“No – rispondo – non in pubblico.”
Invece di osservare che sono completamente vestita e non ci sarebbe niente di male, fa un passo indietro, lasciandomi con i miei pensieri. Non sta a lei impedirmi di rosolarmi nei vestiti, se ho deciso così.
Stella Scarlatta ammicca sopra tutti noi, un punto rosso nel cielo azzurro. La vita cittadina è ripresa, nonostante la paura, e mi sembra una cosa buona, anche se so che è naturale: non è che possano tutti starsene rintanati in casa a tremare, fino a quando quella stella non si spegnerà nel cielo di Engelia, giusto?
Forse si spegnerà oggi.
Quando vedo il gruppo di cavalieri con la livrea grigia e dorata di Albarah, decido che è ora di muovermi. Volevo passare qualche momento in pace, prima di tuffarmi nel vortice di questa giornata, e in camera mia – in camera nostra – non sarebbe stato possibile. Gli appartamenti nobiliari sono, storicamente, il luogo nel quale si svolgono i colloqui a porte chiuse e le udienze riservate, il che significa che, al momento, è pieno di ambasciatori, diplomatici, messaggeri di ogni stemma e colore, in attesa dell’ultima parola, prima che i nobili Ianmeyr partano. Lars è assente, sta terminando gli ultimi preparativi, e nessuno si riferisce a me come a Dhilarin.
Il segreto viene custodito con cura.
Quando entro in camera, tutti si voltano. Ho addosso la veste da camera, ma non interessa a nessuno; ormai sono una proprietà dell’impero, l’etichetta convenzionale non si applica. Potrei essere nuda, e non farebbe nessuna differenza, per gli uomini con la tunica rossa, orlata di nero. Leyne il Sorvegliante è al centro del gruppo, con un mantello nero, foderato di rosso, e una fascia dorata sulla fronte, giusto per chiarire che quello che comanda, da queste parti, è lui.
“Mia signora – saluta, senza che lo faccia io per prima – dov’è la gemma?”
Gli passo accanto, per andare dietro il paravento. Per fortuna, nessuno protesta. Almeno il diritto di cambiarmi me lo lasciano, che carini.
“La gemma è al sicuro – rispondo, attraverso i pannelli opacizzati – non darti pensiero, sta bene dove sta.”
“Dobbiamo portarla con noi…”
Sì, come no. “Dove andrò io andrà il Gioiello. Dovresti sapere come funziona.”
Non è tanto disposto a mollare la presa. Ma davvero voleva sposarmi? Per me è praticamente un estraneo, e quando l’ho incontrato all’Adunanza non mi ha fatto capire nel modo più assoluto di essere interessato. La sua voce è ufficiale e impersonale:
“Ciò nondimeno, potremmo aiutarvi a tenerla al sicuro. Il potere di Dhilarin può essere molto pericoloso.”
Mi chiudo sul collo la fibbia del mantello da viaggio, che è scuro, pesante, e mi va così largo che le falde toccano terra. Esco da dietro il paravento tutta paludata, solo la testa spunta dal tessuto, e gli indumenti sotto mi soffocano e mi fanno sembrare grassa. Ammetto che vorrei chiedergli se, così, gli piaccio un po’ meno, o se per lui era solo una questione politica, ma la risposta mi suonerebbe antipatica in entrambi i casi, quindi evito:
“So perfettamente qual è il potere di Dhilarin, Leyne. I libri che hai letto tu li ho letti anch’io.” Non resisto a tirargli una stoccata: “Abbiamo un sacco di cose in comune, sai?”
Mi rivolge uno sguardo così gelido che capisco gli bruci davvero, l’essere stato superato da Lars all’ultimo momento. Lusinghiero, credo. Forse le rosse perennemente spettinate sono più ambite di quanto credessi.
Decido di parlare chiaro, prima che Lars torni e magari mi trovi a fare la civetta con un altro, insomma, non sto facendo la civetta, almeno non credo, ma mi aveva detto – ordinato – di stare alla larga da Leyne, e adesso lui è in camera nostra. Irrigidisco la voce, me ne frego se ci sono i delegati di almeno cinque nazioni che ascoltano:
“Non mi piace che si prendano accordi sul mio futuro alle mie spalle.”
Leyne rimane impassibile. Ha carattere, questo devo riconoscerglielo, e sono contenta per lui, perché, dopo oggi, gli servirà tutto.
“Non piace a nessuno, mia signora. Ma essere padroni del proprio destino è privilegio di pochi.”
“L’imperatore ha mandato qui proprio te perché supponeva che il Primo potesse essere una ragazzina?” chiedo a bruciapelo, ma non riesco a metterlo sotto neanche così.
“L’impero è preparato a qualsiasi cosa, per quanto riguarda Dhilarin. E Dhilarin potrebbe avere presto bisogno dell’aiuto dell’impero, perché ogni luce proietta un’ombra.”
E qui, con il massimo della calma, calo il mio asso.
“Oh, l’imperatore può dormire sonni tranquilli e tu puoi trovarti una ragazza, senza più preoccuparti del tuo dovere verso il Labirinto. Se ti riferisci ad Arthel, ho già risolto.”
L’atmosfera nella stanza cambia come se avessi fatto schioccare una frusta. I delegati di Morghater si irrigidiscono, quelli di Albarah si raddrizzano, tutti gli altri sembrano spaesati per l’improvviso silenzio dei due gruppi più importanti. Io scelgo di fare la bastarda e mi rivolgo all’attendente personale di Yanel:
“Il governatore quando arriverà?”
L’uomo si passa la lingua sulle labbra, a disagio. Ha ricevuto le debite istruzioni, ma litigare con quelli di Morghater rimane una cosa da evitare. “Attende gli ultimi vassalli, ma sarà qui in tempo, div… mia signora.”
Divina Dhilarin. Mi chiameranno così, da Albarah in avanti. E non mi piace.
“Bene – rispondo – mi dispiacerebbe non salutarla, dopo che mi ha dato un aiuto determinante, nel mio conflitto con Arthel.”
Leyne mi trafigge con occhi di fuoco. “Di cosa state parlando?”
Vado alla rastrelliera dov’è posata la Fendidraghi, volto le spalle a Leyne per allungare un braccio fuori dal mantello e prenderla. Me l’allaccio sotto la cappa, mentre torno a fronteggiarlo.
“Lo sai benissimo. Sono giorni se non settimane, mentre io vivevo in perenne oppressione senza neppure capire il perché, sapendo solo che qualcosa era nell’aria, che voi vi eravate messi in movimento. Se il problema fosse stato solo Dhilarin, non vi sareste scomodati con le Adunanze e tutto il resto, no?, quello che doveva succedere sarebbe successo. Ma Arthel è un’altra faccenda.”
Finalmente vedo che la faccia gli si contorce, hurrà l’ho colpito. Ci provo gusto. Ma chi ti credi di essere, per volermi sposare senza neanche chiedere? Così impari, tiè.
“Sono ancora una Sorvegliante, Leyne. Avreste dovuto avvertirmi di quello che succedeva.”
La mano gli si contrae sull’impugnatura della spada, si accorge che me ne sono accorta e la toglie, serrandola a pugno. Parla in un ringhio:
“E in che modo… avresti risolto con Arthel? Tutti i Sorveglianti, tutti i Primi, hanno sempre avuto bisogno dell’aiuto imperiale, per fronteggiare la minaccia, per…”
“I tempi cambiano – lo interrompo – le persone cambiano. Arthel, in quest’epoca, non sarà mai una minaccia.”
Spalanca gli occhi. “E’ vivo?”. Ma riformula prontamente: “Gli hai permesso di vivere?”
“Non sono un’assassina. Arthel è stato molto ragionevole.”
Utilizzo volutamente il maschile, per stornare sospetti. Il maestro di Haldan, è certo, dirà di avere consentito al suo allievo di lasciare la corte per una dove avrebbe avuto maggiori prospettive, ed essersi portato dietro la moglie è la cosa più normale del mondo, ma tanto vale non rischiare. Quando scopriranno che ha smesso di fare da referente, restituendo le consegne, potrebbero avere l’idea di indagare, e non voglio.
“Risparmiati la fatica di cercarlo. Non lo troverete mai.”
E se lo troverete, poveri voi. Tra lei e Haldan, poveretto chiunque cercherà di andare a disturbare la loro felicità domestica. Elunar sarà un posto molto sicuro per chiunque, tranne i Sorveglianti, nei prossimi anni.
Un sopracciglio di Leyne freme, come per un tic. “L’imperatore non sarà contento di saperlo. Voi non conoscere i rischi. Non avreste dovuto prendere iniziative in tal senso.”
La cosa assurda è che lo trovo simpatico, in fondo siamo entrambi Sorveglianti ed è solo per un caso fortuito che non ci siamo mai ritrovati spalla a spalla a coprirci a vicenda, ma le circostanze rendono i rispettivi interessi inconciliabili. Non ho niente per lui, nemmeno una risposta che non gli faccia digrignare i denti.
Lars sceglie proprio questo momento per fare il suo ingresso. Dato che è il padrone di casa, tutti si spostano per fargli ala, e non posso proprio evitare di pensare che mio marito è qualcosa di spettacolare: alto, biondo, con la tunica blu scuro e il mantello bianco a fasciargli le spalle muscolose, da lottatore, ma un viso liscio, imperturbabile, che sembra non vedere nemmeno il disordine e l’agitazione attorno a sé. Lo seguono suo fratello e sua sorella, noto che è Derek ad avere le insegne Ianmeyr sul petto, e Aillean è più bella che mai, con un abito color sangue e i capelli raccolti in fermagli di granato. Mi chiedo fuggevolmente se sia una scelta in mio onore, in onore di Stella Scarlatta, per meglio dire.
Ci sei, Dhilarin?
(sempre)
Devi fare qualcosa per me, io non ne sono ancora capace.
(più di qualcosa, temo)
Sarcasmo: la nuova frontiera del divino. Vado incontro a Lars, che apre le braccia e mi stringe, in maniera un po’ troppo possessiva, per essere in pubblico. Noto che non guarda me, ma Leyne.
“Scusa – bisbiglio – non potevo mandarlo via. Gli ho detto di Arthel.”
Lars non fa una piega. Non l’ha fatta neanche stanotte, quando siamo rimasti alzati fino a tardi per parlare, pianificare, decidere, preparare. Dopodiché, ha deciso che era ora di smettere di parlare. Chissà se avremo un bambino contemporaneamente, Arthel ed io…
Mi sono addormentata che era quasi l’alba, ma ho tanta di quella adrenalina in corpo che neanche me ne accorgo. Quando ho riaperto gli occhi, Lars era già uscito, a fare quello che doveva fare. Chissà se si disturba anche a dormire, ogni tanto.
Sposta lo sguardo da Leyne a me, e almeno si concede di ammorbidire un po’ quella faccia di marmo, nel dire:
“E scommetto che l’hai fatto con il tuo consueto tatto e diplomazia, vero?”
Sorrido, contrita. Lars torna a rivolgersi al delegato di Morghater.
“Vi sarò grato se, per il futuro, avrete la bontà di rivolgervi al capofamiglia, per qualunque necessità coinvolga il mio clan, nobile Morghater. La considererei un’enorme cortesia da parte vostra.”
“Vi stavo aspettando – è la rigida risposta – la vostra consorte mi ha informato di alcune… iniziative… che sarebbe stato opportuno discutere in sede preposta, nobile Ianmeyr.”
“Ah, sì?” Si limita a rispondere, Lars, prima di andarsene a sua volta dietro il paravento, per cambiarsi. Leyne è costretto a mollare temporaneamente la presa: potrebbe affacciarsi, ma sarebbe molto scortese e ammesso solo in circostanze di emergenza assoluta, cosa che non è.
Il nobile Brinat si fa avanti con il pacco dei vestiti per il viaggio, un involto legato con lacci di cuoio. Li sento parlottare dietro il paravento, sono amici, lui può. Leyne sembra sul punto di bestemmiare.
Se ripenso all’Adunanza, al senso di cameratismo che c’era tra me e gli altri, ammetto che mi viene un po’ di magone. Potevamo essere una bella squadra, se solo io non fossi la Prima e lui non avesse avuto l’ordine di avermi sotto controllo, a qualunque condizione. Sydelle e Lyott, e poi Toryer, che faceva il cascamorto ma non era una cosa seria, e Yalmith, che dev’essere affidabile come una roccia affondata nelle montagne, con Leyne e me, saremmo stati una grande squadra di Sorveglianti, eccome. Haldan per referente, Maya con suo padre e rimettere insieme i pezzi, e Lars…
Una bella squadra. Peccato, davvero. Chissà, forse in futuro il Primo avrà una squadra simile, ma non sarò io, e non sarà il mio futuro.
(succederà noi siamo l’arco che lancerà il futuro che lo farà succedere)
Sospiro. Aillean mi guarda con simpatia, e solo chi la conosce bene può avvertire la tensione, sotto il sorriso impeccabile. Strano, realizzo adesso di conoscerla bene: so che non vuole sposarsi, che vuole viaggiare, che appena diplomata partirà e che chissà quando, o se, farà ritorno. Per Lars non c’è problema, anzi, la incoraggia a sbrigarsi, prima che un cacciatore di dote riesca a incastrarla – a stuprarla, per dirla brutalmente. Al di fuori della famiglia, nessuno sa dei suoi sogni, e io sono della famiglia. Ha un posto speciale nel mio cuore.
Tra parentesi, sono davvero contenta che Seddogh abbia ottenuto il suo posto speciale, in questo mondo. Lo sa Ney cosa dovrei subire per questi pensieri smielati, se potesse sentirli.
Aillean dice: “Il tuo gatto è nei miei appartamenti. Me ne prenderò cura, non ti preoccupare.”
Annuisco. Non gli ho mai dato un nome per non affezionarmi, ma ho il nodo in gola lo stesso. Pazienza, glielo dirà Aillean come si chiama. Anche il gatto è un conto saldato, meno male.
Leyne torna a guardarmi, e non mi sbaglio nell’interpretare l’occhiata: non ha rinunciato. Temo di avere fatto colpo più di quanto credessi, anzi, ora che lo guardo bene, potrebbe perfino darsi che sia uno dei cavalieri con cui ho danzato, quella famosa notte… ma no… vero?
Dovrebbero venderli con il manuale delle istruzioni, i maschi.
“Quello che avete fatto è pericoloso – dice, a me e non a Lars – voi avete bisogno di aiuto, mia signora.”
“Mi sembra che siano tutti molto solleciti, nel fornirmi aiuto – ribatto – e che tendiate un po’ tutti a dimenticare che me la sono sempre cavata piuttosto bene da sola. Vivo con un piede sulle Soglie da quando avevo dodici anni.”
“Questa è faccenda di ben altro peso. Arthel Morghater non può essere lasciato in vita.”
“Dhilarin ha deciso il contrario.”
Serra le labbra. “Dhilarin è, al momento, ancora inesperta. Quello che credete di sapere è una piccola parte rispetto a ciò che è, mia signora.”
Sono inesperta, te lo concedo. Il problema è che nessuno sarà mai più esperto di me, sull’argomento.
“Non voglio che Arthel venga toccato e non vi aiuterò a trovarlo, Leyne. Questo è quanto.”
“Questo non facilita i rapporti in divenire tra Dhilarin e Morghater.”
(niente può facilitarli)
“Sarebbe una minaccia?”
Allarga le mani, non come se l’avessi punto sul vivo, ma come se ci fossi finalmente arrivata, al punto. “Il potere che vi ha scelta non tiene in grande considerazione le vite umane, questo sto cercando di dirvi.”
Il potere che mi ha scelta. Non hai capito niente, nessuno di voi ha mai capito niente. Dhilarin non ha più scelta di quanta ne abbia io, anzi, di meno. Se così non fosse, non avrebbe bisogno di me.
Abbassa la voce a un tono più confidenziale, per farsi sentire solo da me: “Vostro marito vuole aiutarvi, ma voi pensate di poter aiutare lui?”
Mi irrigidisco.
“Pensate che un solo uomo possa porsi tra Dhilarin e chi lo vuole, mia signora? Pensateci.”
Mi esce in un sibilo letale: “Se a Lars succede qualcosa, io…”
“So cosa farete – ribatte – ciò non cambia il fatto che sarebbe successo. Non siete voi a recarvi in una terra straniera come ostaggio, mia signora: è vostro marito a farlo, per amor vostro. Se non capite nemmeno qual è la prospettiva da cui guardare questa situazione, voi siete troppo inesperta, e dovete affidarvi a chi conosce la situazione.”
Lo guardo, un po’ pensierosa. Il tono non è di minaccia, anzi, sembra davvero preoccupato. A modo suo, è un fedele servitore dei Mille Mondi, e vuole fare la cosa migliore. Il fatto è che non sa qual è, la cosa migliore, e non accetterà mai che glielo spieghi io.
Suppongo che con l’imperatore sarebbe la stessa cosa, solo su scala molto più vasta.
(supponi bene)
“Il problema – rispondo – è che Arthel non ha fatto nulla di male, attualmente, e uccidere qualcuno che non ha commesso alcun crimine mi pare si possa prefigurare come assassinio a sangue freddo.”
“Nessuno pretende che lo facciate voi – è la secca risposta – sono in molti ad amarvi, mia signora.”
Oh. Oh, oh, oh oh. Lancio un’occhiata nervosa al pannello dietro il quale Lars si sta finendo di vestire, e Leyne sorride, con un certo sarcasmo. Io ho capito cosa voleva dirmi, lui ha capito che io ho capito, e se pensavo che il casino fosse grosso prima, adesso devo dire che lo è trecento volte di più. La vedovanza per Dhilarin è un’opzione già contemplata e risolta, a Morghater.
Sole, luce, aria. Vi prego.
Lars esce dal paravento, vestito e ammantellato di tutto punto, coperto dal collo alle caviglie.
“Potremo continuare a parlare nel cortile – dice a Leyne, e io spero non abbia sentito quello che mi ha detto – ci mancano gli ultimi saluti, e il governatore Yanel attende. Vieni, mia cara.”
Mi mette un braccio attorno ai fianchi, invece di prendermi convenzionalmente a braccetto. Mi conduce alla porta così, tenendomi tanto stretta che deve buttarmi una falda del mantello sulle spalle, coprendomi parzialmente, come se non fossi accanto a lui, ma parte di lui. Una parte di proprietà, per essere precisi.
Ha sentito.
Onde evitare che pensi male, sussurro in tono di scusa: “Non avevo pensato ai rischi che tu avresti corso a Morghater. Credevo che gli Ianmeyr fossero invulnerabili.”
In tono acido: “Un po’ tardi pensarci adesso, non credi?”
Scuse respinte, mi zittisco. Il lato possessivo di Lars lo conosco poco e non so bene come gestirlo.
Il cortile è in linea con il resto del casato Ianmeyr: enorme, curatissimo, praticamente un piazzale circondato da alti muri, con un gazebo al centro, a scopo pubbliche relazioni. I nobili più in vista sono seduti lì, all’ombra e al fresco, mentre l’intera carovana è perfettamente schierata, carri cavalieri uomini e facchini, in attesa di ricevere l’ordine. Il cancello è spalancato, e la colonna continua anche fuori.
Sono qui per portarmi via.
Mi accorgo di stare stringendomi a Lars, non vorrei essere in soggezione di fronte a questa parata, ma lo sono, e lui si addolcisce un pochino: “Vieni, andiamo dal governatore. Ci sta aspettando.”
La figura chiara, androgina, leggendaria, sembra quasi brillare, nei colori spenti dei suoi accoliti, nel contrasto con il rosso e il nero di Morghater. I capelli sono sciolti, le arrivano fino oltre i fianchi, come un liscio torrentello argenteo, e i suoi occhi, simili a nuvole su un cielo estivo, guardano solo me, mentre salgo i gradini del gazebo insieme a Lars. C’è un tavolo apparecchiato con la colazione, ci sono sedie comode, cuscini. I nobili signori non si mescolano alla confusione invereconda del convoglio, aspettano qui che sia tutto pronto. Alla fine, mio marito mi prenderà per mano e mi guiderà alla carrozza, nel frattempo mi fa accomodare sulla panca imbottita.
Devi aiutarmi. Adesso.
(adesso)
La mia mente sembra espandersi, come se crescesse, per poi divagare nel cielo azzurro, con nuvole soffici come batuffoli ad addolcire un po’ il clima. Temperatura mite, stagione delle piogge appena passata, estate in arrivo. È una splendida stagione per viaggiare, bisogna dirlo. Vago lontano, in questo cielo, nel profumo dell’erba di Wydan, della pianura…
“Esiste la possibilità che Dhilarin si sia ingannato, mia signora?”
La voce di Leyne è un’interferenza. Devo tornare in me, rimettere a fuoco questo spazio circoscritto, questo gazebo che sembra una gabbia a cielo aperto. Non ci sono sbarre e sopra di me il pergolato profuma di glicine, ma so benissimo di non essere libera di alzarmi e andare, qualora volessi. Non mi lascerebbero mai andarmene.
(sole luce aria vieni ora)
Quante volte è successo che abbiano cercato di imprigionare Dhilarin?
(molte ed è successo che ci siano riusciti)
Rassicurante. Guardo Leyne, che sta continuando a parlare, guardando me, non Lars, come Lars gli aveva chiesto di fare. Non vuole rendergli facile la missione diplomatica, poco ma sicuro.
“Cosa vorresti dire?”
“Se la persona che avete… incontrato, fosse Arthel, perché vi avrebbe aspettata, anziché mettersi al sicuro?”
Lo guardo, pensierosa. Crede davvero di potermi estorcere informazioni in maniera tanto grossolana? Oppure crede che salterò su per la niente affatto velata insinuazione sulla mia inesperienza e incompetenza, come nuovo Primo sorvegliante?
“Era Arthel – dico, con calma – temo che dovrai accontentarti di questo.”
“Non possiamo…”
Lars, che è in piedi davanti a me, si sposta mettendosi in mezzo. Mi volta le spalle, ma so benissimo che indossa la sua faccia modello ‘maschera di ghiaccio artico’, gli sento il gelo nella voce, quando scandisce:
“A quanto mi risulta, nobile Leyne, Dhilarin non può sbagliare, per tali questioni. Se dubitate, voi dubitate dei Mille Mondi nella loro interezza. È dunque così?”
Uuuh, Leyne non gli rende facile la missione, ma Lars gli ricambia il favore. Un miscredente non può ronzarmi attorno, va da sé, e Leyne è costretto a sorridere forzatamente, mollando la presa. Si limita a chiedere come mai, allora, questo Arthel non abbia pensato a fuggire da solo, poiché la facoltà di aprire Soglie gli è propria quanto lo è a me.
Sto per rispondere, ma Lars, che ha il diritto di parlare per conto mio, mi previene:
“Presumo che non volesse farsi catturare da voi, nobile signore. Un Sorvegliante percepisce subito l’apertura di una Soglia, e gli sareste piombati tutti addosso, o sbaglio?”
Leyne stringe gli occhi, ma ha il buon senso di non guardarmi più. Qualsiasi ordine abbia ricevuto dall’imperatore, su di me, è chiaro che dovrà attendere, perché io ho il basilisco bianco a farmi la guardia, e occorrerà prima abbattere questa difesa.
Lo uccideranno, appena ne avranno la possibilità, vero?
(senza dubbio alcuno)
Potremmo fare in modo che non abbiano mai tale possibilità. Siamo Dhilarin. Non sarebbe difficile.
(no non lo sarebbe)
Inutile, la gemma non mi dirà mai cosa fare. È mia competenza, tocca a me. Chiudo un momento gli occhi, per godermi la sensazione del cielo azzurro e del profumo d’aria fredda, di nuvole, di grandi altezze. Vorrei rimanere così tutto il tempo, alienarmi dal rumore del convoglio che ormai è pronta, le ultime grida, le ultime casse, nitriti di animali, vorrei godermi solo l’aria, la luce e il sole, ma non posso. La domanda retorica di Lars non è stata lasciata cadere nel vuoto, e Leyne è spalleggiato dai suoi compatrioti. Passano all’empiriano, lingua che capisco poco, ma ce n’è più che abbastanza perché io afferri che gli stanno dicendo che da lui si aspettano riesca a tenere a bada sua moglie. Scappo dappertutto e faccio come voglio, gli accordi erano diversi.
Il governatore Yanel non interviene, rimane in piedi appoggiato al patio, ma so che mi sta guardando. Dover tornare in questo presente fatto di gabbia senza sbarre e prigionia dorata non aiuta il mio umore a migliorare, e già prima, tutta vestita con questa roba pesante e con Lars scocciato perché sa benissimo di non essere l’unico uomo della mia vita, ma soltanto il primo della lista – e non per mia volontà, sia chiaro – non è che fosse proprio felice.
Stranamente, mi viene il pensiero di Althesia. Se lei ha passato tutta la vita sentendosi così, un po’ posso capire perché fosse tanto carogna.
Lars risponde in empiriano, padroneggia bene l’idioma. Ovvio, o non sarebbe stato scelto come ambasciatore, sarebbe stato solo un tizio al mio seguito, che incidentalmente la notte dormiva con me. Sta rispondendo per le rime, sta dicendo che non sono soltanto la Prima, ma anche un Sorvegliante, e che come gestire i problemi di Soglie e minacce di altri mondi è cosa che faccio da molto tempo. Sta dicendo che non si possono imprigionare Mille Mondi
(aria sole e luce che meraviglia)
con le semplici forze umane, Leyne lo interrompe, non sta dicendo di imprigionare Mille Mondi, ma di impedirmi di fare stupidaggini. È la stessa cosa, ribatte Lars, stiamo dicendo la stessa cosa, io non posso ingabbiare Dhilarin, nessuno può farlo. Siamo noi al suo servizio, non il contrario.
Non capisco l’empiriano tanto bene da cogliere le sfumature del parlato, eppure so esattamente cosa stanno dicendo. Lo dicono da tanto tempo, sempre gli stessi discorsi, sempre le stesse liti, Arthel è una minaccia, Arthel va ucciso, Dhilarin va tenuta al sicuro, dov’è la gemma, oh che noia sempre questi discorsi, ne ho le tasche piene.
Il gruppo di delegati, ambasciatori e aristocratici sembra un’onda, quando fremono tutti assieme. Mi sono alzata.
“Ho bisogno d’aria.”
Vado dal governatore, che si sposta cortesemente per lasciarmi spazio sulla balaustra. Mi appoggio coi gomiti, tutta coperta dal mantello, e i raggi di sole sul viso mi schiariscono un po’ la mente. C’è un gran casino qui dentro, e le cose non miglioreranno, nel futuro prossimo venturo.
“Voi me l’avevate detto.”
Yanel si appoggia a sua volta, mentre attorno a noi, gli uomini di Albarah formano un muro. Che io non voglia la gente di Morghater attorno sarebbe chiaro anche a un cieco.
“Sei sicura di volerlo fare?”
“No – dico – ma sono sicura di cosa non voglio fare, e forse è un po’ la stessa cosa.”
“Tuo marito?”
Lancio un’occhiata fuggevole a Lars. Il basilisco bianco di Ianmeyr, l’alfiere Dhilarin, dai tempi del mito. Anche questo è passato, anche questo deve cambiare.
Ignoro la stretta al cuore al pensiero.
“Una volta a Morghater, quanto varrebbe la sua vita? Poco, nulla, meno ancora?”
“Se giocherai bene le tue carte, Morghater sarà ai tuoi piedi, non il contrario.”
“Hai ragione – rispondo alla mia amica dei tempi del mito – ma il tempo di avere qualcuno ai piedi di qualcun altro è finito. Non si può impostare sempre tutto sul sottomettersi o essere sottomesso. A un certo punto occorre passare oltre.”
Gli occhi di Yanel sono limpidi come questo cielo, le nuvole delle pupille riflettono la mia immagine, come superfici di porcellana. “Tutto sta a pagarne il prezzo.”
Come se fossi io a deciderlo.
“E il creditore sta arrivando.” Dico, scrutando il cielo. È come se fossi lassù, tra le nuvole, nell’azzurro, immersa nel vento e nel sole, la parte di me in cui ormai vive Dhilarin respira estatica quell’aria libera.
Mi volto a guardare Lars, a spalleggiarlo ci sono i suoi uomini, e c’è anche Derek, Aillean è al tavolino, seduta composta da brava signorina. Qualcuno mi ha detto che ha ricevuto una caterva di proposte di matrimonio da Morghater, le ha rifiutate tutte. Le rifiuta sempre tutte. Non vuole sposarsi, vuole andarsene, anche lei. Vuole il suo futuro.
È il sentore del futuro, questo.
È meraviglioso, sole, aria, luce, vento tra i capelli, tanto vento, la polvere che si solleva, un aroma magico, penetrante… beh, forse non proprio un aroma, diciamo un odore, che come un’ombra enorme copre il cortile, solleva la terra, fa impennare le bestie attaccate ai carri, un odore forte, di vento sì, ma anche di zolfo, di azoto, un respiro incandescente. Due occhi gialli come oro, grandi come tazzine, solcati dalla fenditura nera della pupilla, che ruota in giro, cercandomi.
D’accordo, anche ‘odore’ è lusinghiero. È proprio un tanfo da fare schifo.
Devo gridare, per farmi sentire sopra le urla dei presenti, tanti presenti, quindi tante urla:
“Ma hai mangiato una vacca decomposta o cosa?”
Il collo è lungo come un serpente, grosso come una colonna, mentre spinge la testa verso di me. Tra le fauci ghignanti, vedo un baluginare chiaro, come se avesse inghiottito una colonia di lucciole.
Dimostrando notevole coraggio, un cavaliere di Morghater solleva la spada, mettendosi tra Dhilarin e il drago. Un momento dopo, la spada con il cavaliere attaccato vola fuori dal gazebo, descrivendo un arco quasi perfetto, mantello svolazzante e urlo in sincrono.
Trasalisco al tonfo dell’impatto, mi affaccio ansiosamente, ma l’uomo si sta già rialzando. Seddogh si strofina gli unghioni sul glicine, stracciandolo tutto.
“Sei diventata piccola, gnocchetta. Ormai ti posso tirare su con una mano.”
Nella confusione degli uomini che cercano di capire se devono scappare per salvarsi la vita o combattere a costo della vita, io incrocio le braccia, per tenermi chiuso il mantello. Chissà cosa sta facendo Maya, adesso. Magari è già alla reggia, negli appartamenti del mago di corte, e sta organizzandosi la nuova vita, in attesa di iniziare l’università. Haldan, di sicuro, non si è dimenticato della sua aspirazione e farà di tutto per agevolarla.
Bello, questo futuro che ci aspetta, dove le ragazze studiano e viaggiano, gli imperatori devono prendersela in saccoccia, gli dèi diventano umani, e i draghi sono demoni evoluti, capaci di decidere per sé e di farsi capire. D’ora in poi, i draghi parleranno.
Non giudicatemi troppo severamente, voi posteri. È solo che, quando Stella Scarlatta si accende nel cielo di Engelia, le cose cambiano.
“Sei tu che sei un gigante – rispondo, andando da lui – e puzzi in maniera indegna. Cos’è quest’odore, in nome di Ney?”
In risposta, Seddogh apre parzialmente le fauci, scatenando un’ondata di controffensiva nei miei paladini: uomini con la cotta rossa e nera che si schierano, le lance puntate, gli scudi abbassati, gli elmi che dovrebbero proteggere il volto. Incrocio lo sguardo di Leyne, e nella sua espressione sconvolta vedo quello che so anch’io: un arryxis canonico potrebbe buttare a terra in un attimo uno di questi prodi – e non sono ironica nel definirli tali, occorre coraggio vero per non scappare davanti a Seddogh – perché sono troppo lenti, troppo pesanti, e il classico colpo di coda li farebbe cadere.
Un drago li può spazzare via dal primo all’ultimo. Oltre la chiostra di zanne, la gola di Seddogh splende come se ci stesse sorgendo dentro il sole.
“Allora gnocchetta, vieni?”
D’ora in poi, i draghi parleranno, ma spero che siano un po’ più educati di questo cafone. Faccio per raggiungerlo, ma Leyne mi sbarra la strada.
“Cosa significa questo?”
Mi viene da sospirare, ma riesco a trattenermi. Il tafferuglio alle mie spalle mi fa capire che gli uomini di Ianmeyr e quelli di Albarah stanno prendendo posizione. Hanno i loro ordini, sanno cosa devono fare.
E, finalmente, lo so anch’io.
Alzo una mano, sgancio la fibbia del mantello. Cade ammassandosi intorno alle mie caviglie, sontuoso, pesante, quanto mi ha fatta sudare, accidenti a lui. Non credo ne indosserò mai un altro. Non mi servirà.
Perfino se non guardo, il riflesso delle squame mi luccica negli occhi. Il nobile Brinat ha fatto davvero un ottimo lavoro, considerando che non solo non ha mai cucito un abito in vita sua, ma che questo abito in particolare era da cucire con trapano e punte di diamante, giacché nient’altro avrebbe mai forato la pelle corazzata di Seddogh. Le squame sono verdi-dorate, più scure di quelle dei draghi che ho sempre visto da lontano, in cielo. Non ho dubbi che Seddogh farà in modo che questo colore si diffonda a macchia d’olio, nelle prossime covate.
La tunica arriva sopra le ginocchia, con i fianchi tagliati per darmi maggiore libertà di movimento. I calzoni sono attillati, per poterli infilare negli stivali e per mettere sopra gli stivali delle uose, fin sopra le cosce, a maggiore protezione. Il collo è alto, chiuso sulla gola. I guanti sono stati la cosa più difficile, ha detto il nobile Brinat: con delle mani piccole come le mie, è stato un lavoro di fino, lo ha tenuto per ultimo perché non era sicuro di fare in tempo, e l’essenziale era il resto della tenuta da volo. Per il cappuccio è stato tutto più semplice, è separato dal collo, posso fissarlo coi lacci e toglierlo all’occorrenza. È una tenuta fatta per essere pratica, anche se la cintura della Fendidraghi la stringe sui fianchi ed è abbastanza attillata da essere provocante, credo. Mi calza perfettamente, mi aderisce addosso. Non è una scelta civettuola, è solo che non penso che gale e svolazzi vari siano l’ideale, lassù.
È leggerissima, non ci si crede. È come avere addosso soltanto la biancheria. Ma è davvero calda. Mi sento come se fossi davanti a un camino acceso.
L’espressione di Leyne si fa livida. Comincia a capire.
“Cosa significa questo, Dhilarin?”
Questa volta sospiro sul serio, un po’ rammaricata lo sono. Poco, però. Mi faccio saltare in spalla la borsa a tracolla, non è grande e l’ho tenuta tutto il tempo sotto il mantello, nessuno poteva notarla. Il nobile Brinat è riuscito a cucire anche la borsa, insomma, cucire: faceva i buchi, poi Darithia imbastiva e cuciva, per lei il modello era semplice. Una brava cameriera è anche molto veloce. Mi mancherà, lo ammetto.
Mi mancheranno tutti.
“Quello che pensi, Leyne – dico, quasi con dolcezza – Dhilarin non verrà a Morghater. Non avete modo di costringerla, e questo significa che non avete modo di costringere me. Non esiste manovra politica che possa assicurarvi il potere sui Mille Mondi. Mi dispiace.”
In risposta, sguaina la spada, e non è una cosa molto furba, con un drago grande come il cortile, che ti alita addosso il procedimento chimico che gli tiene la gola in fiamme, pronta per il respiro letale. Ma lui non vacilla:
“Questo è tradimento, Lwen Dhilarin.”
Oh, adesso ragioniamo. Come cascamorto non sei affatto credibile, ma con la spada in pugno a fronteggiare il nemico inizi quasi a piacermi. Così deve fare un Sorvegliante, altro che politica e menate varie.
Alzo una mano per trattenere Seddogh dall’avventarsi.
“Un tradimento verso chi?” Mi informo accademicamente, e sono davvero curiosa di conoscere la risposta. “I Morghater hanno servito la causa Dhilarin, mentre il contrario non può avvenire. Chi ha tradito chi, Leyne Morghater?”
Non abbassa lo sguardo, non arretra, con un drago a poche braccia di distanza. È un Sorvegliante.
“Tu sai cosa può causare Dhilarin – risponde – tu sai quali catastrofi ha provocato, all’epoca del mito.”
“I miti cambiano.” Dico, e cerco di andare da Seddogh, ma Leyne torna a sbarrarmi la strada. Sa che molto probabilmente morirà per questo, ma la morte non ha mai fermato nessuno del nostro ordine. Mi fa sentire fiera di appartenervi, di essere la Prima Sorvegliante. È per questo che, all’ultimo momento, grido:
“Seddogh… no”!”
Per fortuna, sono riuscita a parlare prima che gli artigli smisurati del mio drago demoniaco calassero sullo sparuto essere umano, che si pone tra lui e la dea. Il rumore quasi copre la mia voce, ma da come mi agito, quello che voglio è chiaro.
Seddogh si ferma in tempo, ma durante il percorso ha strappato la copertura del gazebo, tutta intera, come un guscio d’uovo, e l’ha scaraventata via, a fracassarsi sui muri dall’altra parte del cortile. Persone e animali fuggono da tutte le parti, nessuno rimane ferito per miracolo. Una delle colonnine cade giù dalla balaustra, le altre dondolano e penzolano, semistrappate dal pavimento.
L’artiglio di Seddogh si abbatte vicinissimo a Leyne, vedo le mattonelle divelte e lo squarcio, gli squarci anzi, sono quattro paralleli. Ha deviato il colpo l’attimo prima di far fare quella fine al Sorvegliante dei Morghater, e a pagarne il prezzo è la ringhiera, che vola via come una scheggia.
Leyne barcolla, ma rimane dov’è. Il sole del mattino, senza più l’ostacolo del pergolato, ci investe, e so di splendere, nella mia tenuta di scaglie di drago. So che i miei capelli sono rossi, e che la spada al mio fianco è una zanna. Leyne non può fermarmi. Nessuno, in questo mondo o negli altri novecentonovantanove, lo può. E tuttavia non cede:
“Non pensi alle conseguenze? Le alleanze che crolleranno, il…”
“Ci penso – rispondo, sforzandomi di rimanere calma – è per le conseguenze che devo fare quello che sto facendo, Leyne. Di’ all’imperatore che il potere conferitogli dalla prima Fathiel dovrà bastargli, perché da Dhilarin non ne avrà altro. L’umanità dovrà arrangiarsi, per i prossimi anni, e…”
Lo stemma del basilisco bianco, lo scudo di pietra sopra il cancello, cade, si spezza, va in frantumi. Lars mi aveva detto che risale al primo Joyce, passava sotto quell’arco ogni giorno, e forse lo odiava, perché Joyce Ianmeyr non era nato a Engelia, proveniva da un altro mondo, e non vi era mai potuto tornare. Il basilisco bianco era un prigioniero del suo emblema. Adesso è distrutto. Molto simbolico.
“…da quello che ho visto, non penso se la caverà tanto male. Ci saranno scivoloni e brutture, ma qualcosa di buono ne uscirà. Dhilarin deve seguire un’altra via.”
“L’ordine dei Sorveglianti crollerà – Leyne non molla, è uno in gamba, del resto se non lo fosse, non sarebbe qui – i Morghater non potranno sostenerli, non potremo supportarli, senza il Primo!”
Si riferisce ai mezzi economici, tra le altre cose. Ovvio. Con il Labirinto, e il controllo sulle Soglie, possono avere l’oro che vogliono, prenderlo da dove vogliono, e averne sempre in abbondanza. L’ordine dei Sorveglianti, così come lo conosco, è destinato a sparire.
Pazienza, ne dovranno sparire tante, di cose.
“Addio, Leyne.”
Tra me e gli uomini di Morghater, non sono scappati, e anzi stanno caricando le balestre, cala l’artiglio smisurato di Seddogh, come un ponte levatoio che si abbassa. Avanzo verso il drago.
“Buona fortuna, Dhilarin.”
Guardo il governatore, che non si è mosso dal suo posto, ancora appoggiato alla balaustra, ancora tranquillo, in mezzo ai suoi cavalieri sconvolti. L’unica differenza è che, stavolta, sorride, ed è un sorriso bellissimo, che mi fa capire per quale ragione si riferisca a sé come a una donna. I suoi tratti sono troppo delicati anche per il mio sesso, ma è la cosa che più ci si avvicina. Tornerà sulla Cordigliera Scarlatta, dopo questo saluto. Io no.
“Addio, governatore. Stavolta i draghi scompariranno davvero.”
“Così pare.” Risponde senza scomporsi, cogliendo l’allusione al mito, sapendo che i draghi seguiranno Dhilarin. Cambieranno percorso di migrazione, o forse perderanno in toto l’istinto a migrare, chissà. Dipende da tanti fattori, che ancora ignoro. “Addio, e che la Salamandra ti protegga.”
Leyne non può fermarmi, i balestrieri scoccano, ma i quadrelli rimbalzano su Seddogh come tante pulci, e lui, con un ringhio, fa schioccare la coda. I balestrieri volano fuori dal gazebo.
“Allora, ci muoviamo? Non ho tutto il giorno, gnocchetta.”
Leyne si volta verso Lars, che è immobile, nella distruzione dei simboli Ianmeyr, e sta guardando. Il suo volto è inespressivo, i suoi fratelli sono statue alle sue spalle. “Voi!” Esclama, con un accento quasi disperato. La sua missione fallisce, la sua dea fugge, e chissà, magari anche la ragazza dei suoi sogni. Adesso lo so che sono carina. Adesso tutte le mie giornate sono buone.
“Glielo permettete? È la vostra sposa, e la lasciate fuggire così?”
“Dhilarin non chiede permesso.” Dice Lars. Sotto il mantello, stringe la spada, e so quale spada è. È la sua scelta, quella che ha fatto stanotte, quella che non dipende da me. Ho le lacrime agli occhi, per la durezza della scelta che ha fatto. “Dhilarin decide, e i Sorveglianti devono obbedire.”
“Voi avevate garantito – insiste Leyne – vi rendete conto che se ne andrà per sempre?”
Lars chiude un momento gli occhi. “Me ne rendo conto. Questo è un addio.”
Perfino Seddogh si risparmia commenti stronzi, quando gli appoggio la fronte sulle scaglie, per non fare vedere che sto piangendo. Questa è la parte peggiore, sapevo che sarebbe stata la parte peggiore, ma non mi aspettavo di soffrirci così tanto. Il basilisco bianco prende le sue decisioni in maniera autonoma, e nemmeno Dhilarin può fermarlo.
Sento Lars che si volta, sento i singhiozzi di Aillean, gli sento dire: “Addio.”
Sento Derek che sguaina la spada. Sussulto, mi volto a guardare, in tempo per sentire Lars che fa altrettanto. Si incrociano, per un momento, la lama d’acciaio di Geenas, la spada del casato, e la zanna di drago, niente emblemi, niente stemmi, solo liscio grigio luccicante, mentre Lars si sbarazza del mantello. La sua tenuta da volo è perfino più semplice della mia. Lui non l’ha voluta, la tunica lunga fino alle ginocchia.
“Addio, Ianmeyr – dice il mio basilisco bianco – stai lontano dalla fiaschetta.”
Derek piange, si passa un braccio sugli occhi, ma gli serve a poco. Non importa. In certi momenti perfino gli uomini possono piangere e non vergognarsi. “Oh, tranquillo. Se prima avevo bisogno di bere per dimenticare, adesso ho bisogno di restare sobrio. Ho la necessità fisica di rimanere sobrio, ne sono dipendente. Voglio la sobrietà come prima volevo bere.”
Esistono dipendenze molto peggiori, immagino. Lars sorride nel rinfoderare la spada, gli molla un pugno alla spalla, e abbraccia la sorella un’ultima volta. Aillean piange come se fosse al nostro funerale.
“Non tornerete… mai più? Mai?”
Lars si volta a guardarmi, io posso solo scuotere la testa. Lui arruffa i capelli alla sorella, le rovina tutta l’acconciatura, che era riuscita a resistere perfino al vento di propulsione dell’atterraggio di Seddogh. Le cameriere sanno come fissare i capelli, altroché. La mia treccia è ancora impeccabile.
“Cerca di farti promuovere, Aillean. D’accordo?”
Senza aspettare risposta, del resto Aillean piange troppo per parlare, Lars si volta, supera Leyne pietrificato, viene verso di me. La borsa che porta a tracolla è di cuoio ordinario, rinforzata con delle borchie, ma è molto più grossa e pesante della mia. Quando la getta sulla schiena di Seddogh, con la cinghia tra le creste dorsali per tenerla ferma, lui brontola.
“Mammoletta.” Dice Lars.
“Fottiti.” Risponde Seddogh. “Ti porti dietro più mutande della gnocchetta, hai poco da fare il gradasso.”
Lars sorride finemente. È ancora commosso, ma non intende perdere verbalmente contro un drago, non sia mai, lui è un basilisco, è una questione d’onore: “Sono uno Ianmeyr, non ho bisogno delle mutande, se ho l’oro. Sali, Lwen.”
La mia tracollina che contiene Mille Mondi pesa meno delle nostre necessità materiali. È una questione filosofica interessante, ma non faccio in tempo a fare una battuta a riguardo, perché di colpo mi sento afferrare per un braccio e tirare indietro. Ero distratta, lo eravamo tutti, e Leyne non si è dato per vinto, neanche un po’. Il passato non cede senza combattere, mai. È giusto così, in fondo.
Mi divincolo, ma la sua presa è ferrea. “Voi non andate da nessuna parte, vi dico – mi ringhia all’orecchio – dovrete uccidermi, per riuscirci.”
“Io non voglio ucciderti, Leyne.”
Sono molto tranquilla. Gli uomini con la tunica grigio ghiaccio, gli uomini del governatore, stanno già venendo avanti, Lars si avventa, e Seddogh ci sovrasta, le zanne snudate, delineate una a una dal bagliore accecante della sua gola in fiamme. Scommetto che per imparare non ha fatto altro che ruttare cavernosamente, per giorni e giorni. Scommetto che dovremo sopportarlo mentre fa il cretino, coi suoi rutti incendiari, per giorni e giorni.
Poi.
Gli uomini di Yanel agguantano Leyne, Lars agguanta me, e Seddogh rivolge le sue attenzioni ai cavalieri di Morghater, che cogliendo l’antifona, si riuniscono attorno al loro signore, facendo finta che la testa di drago sopra di loro non li terrorizzi com’è giusto che sia. Leyne si dibatte.
“Voi non potete! Questo è tradimento, verso i Morghater e verso l’ordine, verso il…”
“Se c’è un traditore, quello sei tu, collega.”
Sbatto le palpebre, mentre i cavalieri di Yanel si tolgono l’elmo. Sono sorpresa, ma meno di quanto pensassi, e molto più contenta di quanto fossi fino a un attimo prima.
Lyott mi spedisce il suo sorriso abbagliante. “Sai che ho trovato una nuova copertura?”
Il tizio grande e grosso accanto a lui sospira. Toryer non può rinunciare all’ultima stoccata: “Perché le rosse carine sono sempre quelle che volano via coi draghi?”
Sydelle è alta quanto un uomo, ma adesso che la guardo bene, mi chiedo come abbia potuto non riconoscere la corporatura. È bella, non bellissima, ma insomma, credo che per Lyott sarà perfetta. Il mio maestro ha bisogno di qualcuno che gli tenga testa.
“Buona fortuna. Aspetteremo che Dhilarin ci faccia conoscere la sua volontà, in quest’epoca.”
L’ultimo cavaliere annuisce. Torreggia sugli altri di tutta la testa e le spalle, tanto da sembrare l’unico adulto in mezzo a dei ragazzini.
Yalmith dice: “Nel frattempo, continueremo con la nostra missione, divina. Quando la volontà di Stella Scarlatta sarà nota, noi saremo qui.”
(voi sarete sempre con me)
“Sarete sempre con me – dico – i Sorveglianti non moriranno mai, in nessuno dei Mille.”
Leyne scalpita, ma Sydelle non è una dolce pulzella indifesa, e lui non riesce a liberarsi. “Non potete abbandonarci!”
Mi rendo conto che lo penseranno in tanti. Sorveglianti, guerrieri dell’ombra che rischiano la vita ogni notte, e che stanno perdendo la loro divinità, senza colpa e senza poterlo impedire. Provo
(non succederà mai)
Pietà.
“Non succederà mai, Leyne. Dhilarin abbandona l’impero, e lo fa per non abbandonare voi. Non capisci?”
Infilo una mano nella borsa, sento la levigatezza tiepida della gemma. Quando la tiro fuori, il gazebo distrutto diventa una bolla irreale, sospesa tra i mondi, illuminata da un nucleo arancio-dorato, bellissimo. I rumori del mondo spariscono, è come se non esistesse nient’altro, e di fatto, per noi, non esiste. Li ho appena portati Fuori, non nel Labirinto, nel Fuori Dhilarin, che se non è il paradiso, è la cosa più simile al paradiso che potremmo mai toccare, da vivi.
Si immobilizzano tutti, anche Seddogh.
“Voi siete Dhilarin. Noi, voi, i Mille Mondi. Dhilarin è tutti noi. L’unica cosa che non è Dhilarin è Quello che ci aspetta alla fine, non possiamo evitarlo, ma possiamo rimandarlo. Si chiama vivere, e non vi serve Dhilarin sul trono di marmo, a Morghater, per riuscirci.”
Sollevo la gemma, perché la vedano tutti bene. So che questo momento li accompagnerà per il resto della loro vita, e oltre, fino alla fine del tempo, fino al mito.
Niente male, per la figlia di due panettieri, diciamocelo.
“Vivrete meglio, senza Dhilarin. Vivrete diversamente. È questo l’augurio di Stella Scarlatta, quando si accende nel cielo di Engelia. A volte è necessario cambiare, e se aiuterete il cambiamento, se ne sarete parte, sarà un cambiamento in positivo.”
Ripongo la gemma nella borsa, il mondo torna a essere il nostro mondo. Ma vedo negli occhi degli astanti tutta la luce dei Mille. Hanno capito, forse senza nemmeno capire, ma hanno capito.
“Addio.”
Afferro una delle creste dorsali e mi sollevo sulla groppa di Seddogh, che sembra il bastione del palazzo reale, per come l’ho sempre visto, da lontano. Se rimanessi, potrei visitarlo, ma non rimarrò. Non rimarremo.
Lars sale in arcioni con la scioltezza del cavallerizzo. Anche come cavaliere di draghi se la cava meglio di me, e so che sarà sempre così.
“Tenetevi forte e cercate di non cagarvi sotto – ci avvisa Seddogh – là sopra vi assicuro che si balla alla grande.”
“Ma tu hai imparato? No, perché l’ultima volta facevi abbastanza schifo, scusa se te lo ricordo…”
In risposta, spalanca le ali, tanto enormi da coprire il cortile da una parte all’alta. Lars e io siamo due cosini insignificanti, aggrappati alla schiena del mostro. Anche questa potrebbe essere un’interessante questione filosofica sul senso della vita.
“Te lo faccio vedere io, gnocchetta. Ti ribalto come neanche il tuo biondino ti ha mai ribaltata!”
L’ultima cosa che vedo, prima del botto, l’impatto a rovescio che ci catapulta in aria, è il governatore Yanel, che sorride e mi saluta con la mano. Per lei questo è un commiato meno folle di tanti altri, sicuramente meno triste, e sicuramente non è quello definitivo. Non sa quanto le rimane da vivere, ma non è poco. Dopo più di tre secoli, è ancora giovane.
Ci rivedremo, governatore. Forse non saranno questi occhi a rivederti, ma il nostro è un arrivederci. Lo sai anche tu. Per questo sorridi.
Poi, nel sole, nel vento, nella luce.
Ci tuffiamo in cielo.

2 thoughts on “Capitolo 33”

  1. Vale
    Vale says:

    Lo avevo già detto, che mi piacciono le soluzioni nuove in un genere che si adagia fin troppo su certi “lieti” finali?

    (comunque, ma quanto mi stava sulle balle Leyne? XD)

    1. Lem
      Lem says:

      Leyne esiste per attirare antipatia xD

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