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Capitolo 31

Il consolato di Albarah è una magnifica villa sulle rive del Talam, in un punto dove il fiume si allarga e l’acqua scorre tranquilla, quasi un laghetto naturale. Da fuori non si vede niente, perché i muri sono così alti da formare un tutt’uno coi rami degli alberi sul perimetro, e schermano completamente quello che, sul piano legale, è di fatto un paese straniero. Finché nel consolato sventola la bandiera del drago, questo suolo è parte del regno della Cordigliera Scarlatta, soggetto alle sue leggi.
Nel sentire i cancelli chiudersi dietro di noi, ammetto di provare un certo brivido, non paura, ma il suo esatto opposto. Sollievo? Aspettativa? Mi sento protetta, mentre la carrozza attraversa il viale, gira intorno alla fontana, e si ferma alla base della gradinata? Non saprei dirlo bene, so solo che è il contrario della paura che ho avuto finora.
Sono fuori dal regno di Tern, e fuori dall’impero. La città dei signori dei draghi, morta e poi risorta, non riconosce altra autorità che quella del governatore Yanel, e il governatore Yanel è un amico.
Cautamente, come se non fosse sicuro della mia reazione, Derek osserva che recarsi in visita presso un ambasciatore straniero potrebbe essere ritenuto un oltraggio, per tutti gli altri, implicitamente esclusi.
“Non me ne frega niente.” rispondo concisa. Di quello che pensano gli ambasciatori di Geenas, di Deltah, di Pickal, dei regni isolani o delle regioni più remote dell’impero, in questo momento, non mi preoccupo più di quanto mi preoccuperei dell’acconciatura. Salto giù dalla predella e a mio cognato non rimane che venirmi dietro.
“Sono già venuta qui una volta – gli spiego, mentre attraversiamo l’atrio, un salone che, dopo avere visto quello di Lars, non mi appare poi tanto imponente – il governatore Yanel aveva capito tutto ancora prima che lo capissi io. Ha sempre sostenuto Dhilarin, o meglio: la sua controparte mortale. Il governatore Yanel…”
Mi interrompo. Il flusso di ricordi è intenso, i Sorveglianti venuti prima di me mi solcano la mente, ma è su lei, a Lothawen Dhilarin, la rinnegata, odiata dalla gemma, che mi fermo.
L’ha amata, Yanel. Non ha sesso, il suo amore non era del tipo passionale, ma lei, la Sorvegliante, sapeva che non si trattava solo di amicizia, o di fratellanza: sapeva che Yanel sarebbe morta per lei senza alcuna esitazione, che la sua devozione era così pura e completa da superare qualsiasi barriera, e il tempo non conta niente, quell’amore esiste ancora, anche se non esiste più la persona fisica che l’ha suscitato, perché non è mai stato un amore fisico. A suo modo, è più grande del mio amore per Lars.
Non so che tipo di persona fosse Lothawen Dhilarin, il Gioiello non è obiettivo nell’odiarla, ma ormai sono sicura che fosse qualcuno di assolutamente fuori dall’ordinario. È riuscita a cambiare il destino dei Mille Mondi, opponendosi perfino al volere di Dhilarin, lei.
“Il governatore Yanel cosa?” Mi esorta Derek, che non è d’accordo sulla nostra presenza lì, ma conosce il protocollo abbastanza bene da consegnare la spada senza commenti, quando un discreto servitore in livrea si fa avanti. Dal canto mio, stringo la Fendidraghi e non accenno a lasciarla. Il servitore esita un momento, ma deve avere ricevuto disposizioni precise, perché si inchina e si allontana, senza insistere.
“Il governatore Yanel era destinata a vivere una lunga, lunga vita – rispondo, lentamente, seguendo pensieri che sono miei solo perché io sono Dhilarin – continuerà a vivere dopo che saremo morti, e chissà quando comincerà a invecchiare… nessuno può saperlo. Metà del suo sangue è Rifulgente, e non ne esistono altri, ormai da parecchi secoli. Il lato immortale della sua natura è ignoto. Ma, comunque sia, ce n’è più che abbastanza da renderla, sempre, l’unica che vivrà, dopo che gli altri saranno morti. Ha visto morire tutti quelli che amava, e l’unico modo per non impazzire era tenere a mente che ne avrebbe visti nascere altrettanti… che non sarebbe mai finita davvero.”
Faccio un lungo respiro, finalmente capisco bene perché sento di potermi fidare così tanto di questa creatura così strana.
“Lothawen Dhilarin è cenere da secoli, Fathiel Morghater da quasi altrettanto tempo, e tutti quelli venuti dopo non esistono più. Ma li ha amati, tutti, perché in tutti loro c’era qualcosa che lei poteva amare. Io sono la prossima, e dopo di me… chissà. Adesso ci sono io.”
“Questo è…”
“Molto vero.”
Non scende dalle scale, come farebbe un re o un imperatore – l’imperatore di Morghater lo farebbe, mi sovrasterebbe con la sua imponenza, vorrebbe subito chiarire chi comanda, come se un essere umano potesse comandare Dhilarin. Ma il governatore Yanel non è qui per guardarmi dall’alto, ed entra da una delle porte finestre che danno sul parco, forse ci ha visti arrivare e ha aspettato che ci ambientassimo. Arriva, leggera come una fantasia, capelli chiari e pelle diafana, le spalle solide dello spadaccino e le braccia lisce di una fanciulla, mi restituisce il suo sguardo calmo, bianco e azzurro, senza alcun imbarazzo per il modo in cui ho espresso a voce alta quella che deve essere la sua più intima natura. Noto che non porta la spada. L’unica a essere armata sono io.
Non mi abbraccia, non è così tanto espansiva, ma mi prende le mani per un momento, prima di fare un cortese cenno del capo al mio accompagnatore.
“Nobile Derek – dice, con la sua voce serena – siete il benvenuto.”
Non mi chiede perché l’ho portato qui. Sono Dhilarin. Quello che decido è giusto, per lei. Ci invita a sederci sulla terrazza, la giornata è bella e si può prendere il the lì fuori. Aspettiamo che la cameriera versi a tutti, che ci lasci i vassoi di dolcetti, e poi prendiamo ancora tempo, a sorseggiare.
Non c’è più tempo, ma non c’è neanche nessuna fretta.
Alla fine, capisco che il governatore attende che sia io a decidere di cosa voglio da lei.
“Anche la vostra spada può aprire Soglie, vero?”
È qualcosa che ho pescato, nell’archivio enorme che è la memoria dei Sorveglianti venuti prima. Il governatore sorride.
“La spada è solo uno strumento. Il gesto di tagliare è simbolico e aiuta la mente a svolgere il suo compito, ma puoi farlo anche a mani nude, o senza muoverti affatto. Di certo succederà a breve.”
“È già successo.” dico, ricordandomi della pelle di Seddogh e di come l’ho trasferita senza bisogno di fare alcunché. L’ho soltanto voluto.
Il governatore annuisce con approvazione. “Allora sei già molto avanti nel tuo percorso. Partivi avvantaggiata, ma è davvero cospicuo. Sei al di fuori e al di sopra del potere dell’imperatore.” Sorride di nuovo, stavolta con aria divertita. “Era il suo peggiore incubo, sperava di arrivare a Dhilarin prima che Dhilarin si ponesse al sicuro.”
Mi passo la lingua sulle labbra, non mi sorprendo di sentirle secche come legnetti. “L’imperatore è un nemico, quindi?”
Derek si muove sulla sedia, a disagio. Capisce benissimo di stare ascoltando discorsi a dir poco importanti. Non ci interrompe.
“Nessuno è nemico di nessuno, Lwen. Devi capire che per noi, e includo la mia persona in questo noi, Engelia è l’unico dei Mille Mondi che vale la pena proteggere. Nessuno si oppone a che Dhilarin tuteli l’equilibrio negli altri, naturalmente, e l’ordine dei Sorveglianti ne è la prova, ma se occorresse fare una scelta… lo comprendi di certo… tutti i mondi potrebbero collassare e morire, basta che si salvi questo.”
Beve un sorso di the, come se non avesse appena descritto l’apocalisse in poche frasi. Continua:
“Era il dilemma di L’wen, la mia L’wen: non aveva mai voluto essere Dhilarin, non l’aveva chiesto, la sua vita era un’altra. Apparteneva a questo mondo, si preoccupava di questo. E Dhilarin non può permettere una cosa del genere.”
Allude alla distruzione di Albarah, allo sterminio dei signori dei draghi. Yanel ha ricostruito ciò che era stato distrutto, ma l’antico stato di cose venne alterato irrimediabilmente e irrevocabilmente. Il sangue dell’antico popolo della città della Cordigliera Scarlatta è stato versato a fiumi, per proteggere i Mille Mondi.
“A costo di sacrificare questo.” mormoro, comprendendo. Non è una verità piacevole, anzi, è davvero spaventoso: se dovessi scegliere, dovrei scegliere di sacrificare un mondo, per tutelare gli altri. Lothawen Dhilarin non riuscì a farlo, e il Gioiello dovette costringerla. Che orrore.
Derek non riesce a trattenersi, sono discorsi troppo inquietanti per chiunque: “No, un momento. State davvero parlando di distruggere Engelia? Se le cose stanno, così, allora…”
Per fortuna non ha bisogno di finire la frase, perché il governatore sta scuotendo la testa, con energia, un diniego assoluto che viene esplicitato, e non rafforzato, dalle spiegazioni:
“Engelia è uno dei Mille Mondi e va protetto, faremo di tutto per proteggerlo. Non pensate nemmeno al peggio, nobile Derek. Lo scopo dell’imperatore è non arrivare nemmeno nelle vicinanze del peggio, ecco perché esiste l’ordine dei Sorveglianti, il supporto per Dhilarin, ed ecco perché vuole che Dhilarin sia sotto il suo potere… proteggere, è quello che vogliamo tutti. Il disaccordo è solo nelle modalità adottate.”
Non serve a tranquillizzarlo molto: “Ho visto uno squarcio nel cielo, e Stella Scarlatta brillare proprio nel mezzo. Anche adesso, quel malaugurio rosso è lassù.” Fa un cenno con la mano, ma non alziamo gli occhi, non ne abbiamo bisogno. Sento su di me l’occhio di Stella Scarlatta ogni singolo istante della mia vita, e so che sarà sempre così, anche dopo che quella luce sarà spenta. Fugacemente, mi giunge il pensiero che, sotto quella luce, sono invulnerabile.
Derek insiste: “Se esiste un pericolo, e se lo scopo dell’imperatore è prevenirlo, scusate governatore, ma credo sia nostro dovere fare tutto il possibile per agevolarlo nel suo compito. L’ordine dei Sorveglianti è stato fondato dall’imperatrice Fathiel, e da allora si sono sempre occupati della sicurezza di Engelia.”
Ma io non posso pensare solo a Engelia, guardo il governatore, che annuisce impercettibilmente. Capisce benissimo quello che non posso dire ad alta voce. Sentirsi compresa così tanto è meraviglioso, era la cosa di cui avevo bisogno.
Come vedi, Dhilarin, anche dal passato può arrivare un aiuto, se ne abbiamo bisogno.
(il passato che lancia verso il futuro)
Già, proprio così. Mi appoggio allo schienale e finalmente posso porre la domanda che mi manda fuori di testa da quando ho riportato la gemma nel mondo della materia, per soddisfare il nostro bisogno di sole, luce, e aria:
“Qual è il pericolo da cui dobbiamo guardarci, governatore? Cos’è che spinge l’imperatore di Morghater a stringere accordi internazionali e abbandonare il giuramento di segretezza che tutti noi Sorveglianti pronunciamo, al momento di impugnare le lame di drago?”
Yanel finisce il suo the. Non ha toccato i dolcetti e devo dire che, evento storico, nemmeno io ne ho voglia, anche se hanno un aspetto davvero invitante e sono invero splendidamente decorati, con glassa e frutta secca. Ma più che guardarli per ricordarmi il modo di guarnirli non ho voglia di fare.
Quando pronuncia l’unica parola necessaria a spiegare tutto, anche la voglia di guardarli mi passa completamente:
“Arthel.”
(ogni luce proietta un’ombra ogni ombra divora la sua luce)
Lo rivedo, uomo adulto, volto di ragazzo, occhi grigi limpidi come il cielo, schermati come nebbia, eppure è anche un volto diverso, lineamenti regolari sfigurati da un calore che non è di questo mondo, rancore e odio, e poi qualcos’altro… non so bene. Arthel è la parola che significa che qualcosa o qualcuno pone fine, ciò che inizia deve finire, e se io ho iniziato, qualcun altro finirà, è semplice ma è talmente potente che mi attraversa il cervello come una scarica, e mi serro la testa tra le mani con un gemito. Derek pare allarmato, mi chiede cosa mi stia succedendo.
“Non è nulla – la voce del governatore è una boa sicura in un mare in tempesta – sta comprendendo tutto e tutto insieme. Più una mente è agile e svelta, più è traumatico, ma passerà… ecco.”
Sbatto le palpebre, scuoto la testa. Finalmente il quadro è completo, dentro di me. Finalmente so esattamente cosa mi aspetta, e so quali conseguenze aspettarmi da ciascuna delle scelte che mi si prospettano.
“Arthel pone fine – dico, più per chiarirmi i concetti a parole, che per spiegarli a chi li sa benissimo – e forse… anzi no, sicuramente, c’è riuscito, talvolta. Prima di questo mondo, prima forse di questo universo, qualcosa è finito, e da quella fine è nato il nostro inizio. Arthel pone fine. L’imperatore vuole Dhilarin prima che sia Arthel a possederla…”
Sussulto, altra comprensione. Guardo Yanel.
“Lothawen Dhilarin corse questo rischio, vero? Ci andarono vicinissimi, allora. E anche l’imperatrice Fathiel… no.”
Torno a scuotere la testa. Questo è ancora nebuloso, ma sono sicura che Fathiel avesse imparato dall’errore. Il suo non fu un incidente, fu… un rischio calcolato?
Ecco perché gli dèi vengono smerciati con il manuale delle istruzioni, comunemente detto testo sacro, pensò irritata. Altrimenti capirci qualcosa è impossibile. Non puoi darmi una spintarella, Dhilarin?
(non serve arthel c’è)
“Arthel c’è – dico meccanicamente – l’imperatore può risparmiarsi la fatica. Arthel torna con Dhilarin, è già successo.”
Derek sgrana gli occhi, ma il governatore non fa una piega. Per lei deve essere tutto così familiare…
“Se Arthel c’è, e ci sono io, la domanda è… quanto l’imperatore può essermi d’intralcio, nobile Yanel?”
Stavolta sorride apertamente, scopre proprio i denti, per un momento penso che quasi si stia per mettere a ridere, ma non ci casca. Prende un dolcetto e lo spezza, invece, come se la tensione se ne fosse andata e adesso possa occuparsi di questioni più puerili e terrene.
“Molto bene, mia signora – è il suo commento – adesso non hai più bisogno del mio aiuto. Adesso hai capito qual è la gerarchia cui devi badare.”
Mh, interessante. Ho sempre saputo che l’imperatore farà bene a rimanere buonino a cuccia, visto che io so cosa devo fare e lui no, ma sentirmelo dire è proprio quello che mi occorreva. A quanto pare l’autostima non è una delle qualità peculiari di Dhilarin.
Osservo: “Rimane il dettaglio che, alla fine dei conti, tutti vogliamo la stessa cosa. La pace.”
Il governatore Yanel mangia il suo dolcetto e non dice niente.
“E voi? Se vi schierate dalla mia parte, potreste avere grossi problemi.”
“Non crucciarti di questo – è la tranquilla risposta – ho affrontato crisi molto peggiori. La tua antenata, Fathiel…”
“Con tutto il dovuto rispetto, dubito fossimo parenti.”
“Siete ben più che parenti, e quando aiutai lei, si sfiorò realmente la guerra. Stavolta, al massimo, qualcuno sarà contrariato, ma di contrarietà non è mai morto nessuno.”
La fa sembrare davvero semplice. Forse anche Lars la pensa nello stesso modo, in fondo.
“Avete conosciuto tutti i miei predecessori?”
“Tutti – conferma – a partire da Lothawen Dhilarin, naturalmente. I Sorveglianti delle epoche più remote precedono anche la mia nascita, per quanto a volte mi sembri incredibile che siano avvenuti cambiamenti che non ho veduto di persona. Sono molto, molto vecchia.”
Il tono è quasi triste, e reputo opportuno non infierire. Chiedo: “E com’erano? Come persone, intendo dire.”
Questo sembra restituirle il sorriso e un po’ di buonumore, nel rispondermi:
“Direi come te, all’incirca. Tu e Lothawen sareste andate d’accordo, e Fathiel vi avrebbe tenute entrambe al vostro posto, ma vi sareste piaciute a vicenda. Isengkel, Libec, Lorgar e Danhin, invece, sarebbero stati più graditi all’imperatore, per il profondo desiderio di pace ed equilibrio che li caratterizzava. Non amavano affatto la luce scarlatta che guida te, loro.”
Anche scegliere la pace e l’equilibrio è una scelta consapevole e degna di rispetto. Questi Sorveglianti, che non hanno lasciato traccia di sé nella storia ma fanno parte di me quanto le figure leggendarie della rinnegata, del Maledetto che distrusse Darithia, dell’imperatrice che, da ere remote, mi ha resa Sorvegliante prima che diventassi il Primo, hanno tutti preso la loro decisione, in base alle circostanze contingenti e alle necessità della gemma, oltre che a quelle dei tempi in corso.
Ora tocca a me, tutto qui.
“In quest’epoca penso che la necessità prioritaria sia…” comincio a dire, ma un servitore si inchina all’orecchio del governatore e lo vedo cambiare faccia. Bevo il mio the.
Il governatore si raddrizza, e ho la netta sensazione che reputi conclusa la nostra chiacchierata amichevole: da qui in avanti le cose si faranno ufficiali.
Quando parla, ne ho la conferma.
“Hai mai notato come possano passare anni interi nella tranquillità di un’attesa non troppo imminente, e poi, tutto d’un tratto, l’attesa finisce e si comprende di avere passato quegli anni non ad attendere, bensì a prepararsi?”
In risposta, poso la mano sulla Fendidraghi. Il governatore Yanel ha appena riassunto la mia vita intera, e i conti stanno tornando, con una rapidità che mi lascerebbe disorientata, se non fossi preparata proprio a questo.
Non serve nemmeno che mi spieghi cosa sta succedendo, posso dirglielo io:
“Quello che l’imperatore temeva più di ogni altra cosa è avvenuto, vero?”
Faccio una pausa, quasi sorrido. Sono serena e tranquilla, adesso.
“Volevano tenermelo nascosto: a differenza vostra, loro pensano che meno ne so, meglio è per tutti. Ma quello che vogliono farmi sapere è irrilevante. Sono giorni e giorni che vivo in uno stato di turbamento, ero sfiancata, mi sono quasi fatta ammazzare nella più stupida delle maniere, perché lo sapevo. E ora è successo.”
Prima che Derek ci chieda di che diamine stiamo parlando, di esprimermi in termini comprensibili ai comuni mortali, lo dico apertamente:
“Arthel è qui. L’ombra dietro la luce è finalmente visibile, e si è materializzata su Engelia.”
Chissà quanti incubi è costata tale paura, all’imperatore.
Se solo capisse che certi problemi vanno lasciati risolvere a chi ne è capace.
Mi alzo e sguaino la Fendidraghi, con grande allarme del servitore e di Derek, che fa perfino il gesto di afferrarmi il braccio. Ma è il governatore Yanel ad afferrare il suo, e tirarlo indietro, con quella sua forza sorprendente e nascosta.
“Non interferire.” Gli dice.
“Cosa diavolo sta succedendo?”
Il governatore lo ignora, congeda il servitore con un cenno del capo, quello esita – lasciare il suo signore alla presenza di una matta armata gli crea qualche problema di coscienza – e Yanel si sposta, parandoglisi davanti.
“Intendi farlo subito?” mi chiede, senza preoccuparsi di altro.
Io annuisco. “Perché aspettare? Domani cambierà tutto. Come cambierà sta a me. O sbaglio?”
“Dhilarin non sbaglia.”
Tanta sicurezza nelle mie decisioni potrebbe snervarmi, se non ne avessi talmente le scatole piene del contrario – nessuno che pensa che le mie decisioni valgono qualcosa – da essere grata a Yanel, per il suo appoggio incondizionato. Come vedi, Dhilarin, un piede sul passato è un buon trampolino per il salto nel futuro.
Dopodiché, taglio. La realtà dall’altra parte è profumata di muschio, verdeggiante, schermata di alberi. Una radura.
Sento Derek ansimare, dietro di me. Poveraccio, è appena uscito dal tunnel dell’alcolismo, e doveva capitargli di vedere qualcosa che gli fa desiderare di tornarci, al volo. Ma non riesco a rallentare. Non riesco ad avere riguardi, non più. Arthel mi aspetta.
“Faresti bene a tornare a casa – gli dico, senza mezzi termini – da qui in poi è affare di Soglie e di Sorveglianti.”
Derek si passa una mano tra i capelli, nello stesso identico gesto di Lars. “Cosa intendi fare?”
“Quello che va fatto – rispondo criptica, visto che non ho la minima idea di cosa farò, per adesso – se questo deve essere un inizio, non posso lasciare che arrivi arthel, sostantivo, colui che pone fine. E’ dovere del Primo, il primo dovere. Capisci?”
“Capisco che Lars mi ammazzerebbe, se ti abbandonassi – è la risposta – e che dovrebbe esserci lui, ma ti dovrai accontentare, perché qui nessuno ti fermerebbe, giusto?”
Il governatore sorride in maniera sottile e non dice niente.
“Al diavolo!”
Sorprendendomi, perché davvero questo Lars in scala minore non ha niente a che fare con la schifezza puzzolente che ricordavo, mi si piazza vicino e ordina che gli riportino la spada. Vivo un momento di terrore, all’idea di cosa succederebbe, se il fratello di mio marito morisse, di quello che Lars soffrirebbe, ma mi basta guardare di sottecchi Derek, per capire che perderei soltanto tempo a cercare di dissuaderlo. La sua faccia è un riflesso della mia.
Il governatore pare leggermi nel pensiero: “Quando si respira la nebbia delle Soglie, e si vedono luccicare le zanne al di là, si impazzisce o ci si tempra. Altre strade non vi sono, Dhilarin.”
Porge a Derek la sua spada. “Desiderate la mia presenza?”
Ci penso su, solo un momento, mentre l’aria di bosco dall’altra parte del passaggio mi rinfresca il viso.
“No – dico alla fine – se devo morire per compiere il mio dovere, meglio che non siate coinvolto. Questo non è un affare politico, ma le conseguenze della mia morte lo saranno. Ho bisogno di voi qui.”
“Come comandate.” Risponde impassibile, ma giurerei che ha un’idea molto precisa delle mie possibilità di sopravvivenza. Preferisco non chiedere.
“Allora, cognato, se sei proprio deciso a infilarti in un guaio che potrebbe ucciderti in maniera molto dolorosa…”
“Sei sempre così dolce e carina.” Impugna bene la spada, mi guarda con occhi così gelidi che un po’ mi sembra di essere con Lars. “Avanti, allora.”
Passiamo dall’altra parte.

Il profumo è familiare, siamo in una foresta nei dintorni, forse perfino ancora a Tern. Stella Scarlatta, il mio personale polo nord, mi dice che non ci siamo allontanati, e gli scoiattoli che vedo saltare tra i rami, suscitando le proteste dei pennuti, sono quelli che vedo sempre.
“Acqua.” Dice Derek, che come me si guarda intorno per orientarsi. C’è effettivamente un lieve rumore scrosciante, un torrentello da qualche parte. Ottimo, sarà d’aiuto. Se Arthel ci brucerà vivi, potremo spegnerci prima che i nostri cadaveri orrendamente sfigurati diventino troppo irriconoscibili. Grandioso.
Nell’attesa, lo usiamo come punto di riferimento, e ci dirigiamo da quella parte. L’erba diventa più rigogliosa e i cespugli più invadenti, finché non dobbiamo fermarci, il luccicare dell’acqua un po’ più in là. Ci guardiamo attorno, in cerca di un punto libero tra i rami, per avere un po’ di visuale.
Il primo a vedere è Derek. “Accidenti, siamo quasi a casa!”
Indica qualcosa con la spada, vedendomi perplessa abbassa le ramaglie con la spada, e prima che lasci andare, mi balena uno scorcio di rudere, che non distinguo in nessun modo da qualsiasi altro rudere cascinale, abbandonato da decenni e inghiottito dalla foresta. Un mulino, forse, o una mezzadria che ormai rendeva troppo poco.
Vedendo la mia faccia perplessa, Derek sogghigna. “Che figura, per la signora di Ianmeyr, non riconoscere i suoi possedimenti. Dovresti averli impressi nella mente e nel cuore, ogni pietra e ogni tronco, senza mai sbagliare o…”
“Insomma, siamo nel feudo a nord di Tern – taglio corto – quel rudere cosa sarebbe?”
“La fattoria di Roddel Imori. Durante le battute di caccia, Lars e io ci venivamo sempre a giocare, la riconoscerei tra mille. Da questa parte del confine, ci sono ancora delle liti sul demanio, la fattoria fa parte delle terre di famiglia, ma solo da poco, insomma, vent’anni, o giù di lì. Hai aperto il passaggio appena fuori dal tuo legittimo possedimento, cognatina. Come puoi non averlo riconosciuto?”
Soprassiedo sul tono da presa per i fondelli e mi concedo un momento per ripensare alla storia nella quale compare questa fattoria, una delle tappe del viaggio dell’imperatrice Fathiel. È annotato nella sua revisione degli appunti del monaco Tyras, in un raffronto tra la fattoria nella quale prese alloggio i primissimi tempi e la locanda dell’oste devoto che ospitò il monaco. È un luogo con una storia importante, perché da qui è passata la storia, ma adesso è in rovina e non interessa più a nessuno. Giusto perché se no non mi ricordavo abbastanza che il passato è passato e non tornerà.
“Andiamo.” Dico bruscamente, per non immalinconirmi. Attraverso i rovi e le siepi, come ho fatto tante volte, e sbuchiamo sul lato posteriore del rudere.
Che, ovviamente, rudere non è.
Buona parte dei muri sono crollati e l’edera ha ricoperto quasi tutto, stritolando il porticato e infilandosi nei buchi del tetto, ma il pozzo è sgombro, con una corda nuova arrotolata accanto al secchio pulito, e ci sono dei vetri alle finestre. Nel cortile razzolano delle gallinelle, che non si scompongono a vederci, sono domestiche. Addossata a uno dei muri integri, una stia di legno, con il palo di traverso, trabocca di fieno e di odore di animale. Cosa ancora più indicativa, dal comignolo esce un esile filo di fumo.
Non è come l’Arthel dei tempi del mito, ma d’altra parte, nemmeno io sono la Dhilarin dei tempi del mito.
L’epoca degli stendardi oscillanti e delle armature che accecavano a dieci lance di distanza è trascorsa per sempre, a noi non serve una coreografia grandiosa, per essere letali. Stringo la Fendidraghi. No, non ci occorre.
Attraverso il cortile, mentre cerco di non pensare che ho attraversato Soglie, combattuto demoni, che ho visto sulle mie mani sangue nero e verde, macellato creature di ogni tipo, ma mai, in vita mia, ho commesso un omicidio.
Davanti alla casa è legato un asino, ancora con il basto, c’è un carretto e oltre l’angolo vedo spuntare la recinzione di un orto. Inizia a venirmi il dubbio di avere sbagliato
(non sbagli)
perché, sul serio, questo clima di pace bucolica non si attaglia molto all’idea spaventosa che terrorizza l’imperatore al punto di far traballare un’alleanza: Arthel, Colui Che Pone Fine, restaura ruderi in mezzo alla foresta, alleva polli, coltiva le zucchine. E si fa anche il bucato, a giudicare dalle lenzuola che prendono il sole, dietro una staccionata perché non ci vadano gli animali.
Derek sembra nutrire i miei stessi dubbi. “Ma la nemesi di Dhilarin e dell’impero sarebbe questa?”
Mi sforzo di ironizzare: “Beh, con una Dhilarin come me, nemmeno Arthel poteva essere proprio quello che ci aspettavamo.”
E io dovrò ucciderlo. Insomma, credo. Nella mitologia Dhilarin sconfigge sempre Arthel, ed è per questo che il mondo va avanti.
Mitologia, passato. Se tu avessi voluto il passato, avresti scelto Althesia, non me.
(non ho scelto ma il concetto è giusto)
Così, giusto perché questa situazione non è ancora abbastanza ridicola, invece di fare irruzione e usare per la prima volta la mia spada contro un essere umano – o comunque qualcosa che somiglia abbastanza a un essere umano da togliermi il sonno da qui al resto della vita – vado alla porta, che è nuova, montata su nuovi cardini, con la facciata già un pochino tinteggiata, e busso.
Ci sono dei vasi di erbe aromatiche sui balconi.
C’è una striscia di terra sarchiata, accanto al muro, chiaramente ci pianteranno o ci hanno già piantato dei bulbi, fiori o ortaggi.
Una chioccia si gode l’ombra di un cespuglio, circondata dai suoi pulcini.
Arthel.
Colui Che Pone Fine.
La mia voglia di essere Dhilarin è al minimo storico. Sento rumore di passi, voci basse. Qualcuno corre su per le scale, qualcun altro arriva. Grandioso, il Distruttore di Mondi ha una famiglia.
Il mito prevede che passi a fil di spada moglie, figli, figlie, il cuginetto in visita, il gatto e il criceto?
La porta si apre. Guardo il mio nemico, la minaccia da distruggere prima di poter pensare a qualsiasi altra cosa, perché Arthel pone fine (non si fosse capito) ed è mio dovere, e insomma, o Arthel muore, o su Engelia scoppierà la guerra, perché l’imperatore non ha la minima intenzione di affrontare un’altra guerra dei Mille Mondi. C’è voluto oltre un secolo per risanare la parte di città vetrificata dal fuoco di drago, e non ci sono neanche riusciti del tutto. Certe aree saranno inabitabili per sempre.
Mi vedo riflessa negli occhi azzurri dell’uomo che ha aperto, prima che incurvi le labbra in un sorriso ironico. È vestito come un cacciatore, pantaloni spessi, stivali, giubba sopra la camicia. Probabilmente la caccia è l’altra attività di sostentamento.
Non fa una mossa, né per difendersi né per assalirmi. Non sembra sorpreso. D’altra parte, sarebbe uno stupido a esserlo.
“Benvenuta, Lwen. Ti stavamo aspettando.” Dice Haldan.
Non faccio in tempo a riavermi che lui alza una mano e io ho la sensazione di essere stritolata, sgozzata dalla stessa aria che respiro.
Annaspo, mi porto le mani alla gola, ma ottengo soltanto di accentuare la sensazione orrenda di venire strizzata.
Davanti a me, mentre macchie nere cominciano a danzarmi davanti agli occhi, vedo Haldan che solleva lentamente la mano, serrando il pugno. Non ho bisogno che qualcuno me lo dica: quando sarà chiuso, io morirò.

One thought on “Capitolo 31”

  1. Vale
    Vale says:

    E ti pareva che non doveva arrivare pure lui?
    Però, oh!, l’orticello e le galline! <3

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