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Capitolo 30

I messaggeri arrivano contemporaneamente, con una sincronia così perfetta da farmi pensare che, con ogni probabilità, si sono visti da lontano e si sono affrettati, per non rimanere indietro rispetto all’antagonista. Penso si addestrino appositamente, per varcare la soglia nello stesso istante, stesso piede, stessa distanza, così che il problema di decidere chi sarà ascoltato per primo diventa dell’ospite, e spetta al padrone del messaggero lasciato indietro stabilire se tale insulto è imperdonabile o se ci si può passare sopra, magari in cambio di qualche concessione extra. Il protocollo è uno stile di vita.
Non serve essere Dhilarin, per avere voglia di sbattere la testa contro un muro, di fronte a tutte queste cortigianerie. Mi basta, in effetti, Lars che cammina avanti e indietro per la stanza; dovrebbe essere già al piano di sotto a concordare gli ultimi preparativi, visto che la partenza è prevista per domani, ma ha una faccia così scura che, quando alza una mano per fermare i messi, questi si arrestano di botto e, come un sol uomo, indietreggiano e si tolgono dai piedi.
“Lasciateci.” ringhia al suo seguito, e vivo tutta l’ingiustizia di vedere che gli stessi individui che mi accerchiano continuamente, per ricordarmi questo e quello, accertarsi che io sia in ordine e impeccabile e muta e sorridente, si inchinano e spariscono in silenzio, sulla scia dei servitori in livrea. Non ho avuto tempo di vedere gli stemmi, ma devono appartenere a casati importanti, per avere avuto l’accesso al piano nobile di casa, senza che nessuno li fermasse.
Il maggiordomo, che esce per ultimo, accosta con garbo la porta, in modo che rimanga una fessura. Anche origliare è uno stile di vita.
In tre passi di falcata, Lars attraversa la stanza, afferra la maniglia, e la sbatte per chiuderla, con una violenza che gli mette in rilievo i tendini del braccio, fino alla spalla. È in maniche di camicia, ma si vede benissimo. Dato che me l’aspettavo, non sussulto, rimango seduta sulla mia poltroncina, le mani in grembo, la vestaglia da camera ben chiusa, i capelli sciolti, però perfettamente pettinati, sono stata lavata e lisciata come si deve, prima che venissero ammessi estranei in stanza. La perfezione è il minimo sindacale consentito, da queste parti.
Lars si passa una mano tra i capelli, per buttarseli indietro. Mi incenerisce con uno sguardo che, immagino, deve avere provocato attacchi di incontinenza acuta a parecchi dei suoi vassalli, e svenimenti a catena nella servitù. Congiungo le dita e sostengo su di me quella rabbia, perché so di meritarmela tutta.
“Mi dispiace.” Posso soltanto dire, sapendo che lo farò arrabbiare ancora di più, sapendo che è l’unica cosa che posso dire.
“Ti dispiace.” Ripete lui, con una voce piatta che è come il silenzio prima dell’esplosione.
“Dhilarin mi chiamava – chiarisco per la centesima volta – non potevo ignorarlo.”
“Dhilarin sei tu.”
Messa così è evidente che il torto è mio, e posso soltanto abbassare gli occhi sulle mie mani congiunte, con in testa la stupida riflessione che non l’ho fatto nemmeno quando sono entrata in quella stanza, quel giorno, e pensavo che avrei ascoltato la mia sentenza di morte. Allora l’ho guardato in faccia senza nessuna paura.
Adesso sono terrorizzata.
“Sono io, e non potevo ignorarlo.”
Con una voce vellutata che, immagino, coincida con un barometro sul punto di scoppiare e schizzare mercurio per ogni dove, Lars mi chiede:
“E, di grazia, cosa ti impediva di svegliarmi e avvertirmi di quello che ti proponevi di fare?”
Potrei scoppiare in lacrime. Se mi metto a piangere si impietosisce e la sfango, di sicuro. Lo so con certezza assoluta, perché Lars sa quanto la situazione sia pesante per me, sta facendo i salti mortali per togliermi parte del peso, mi ha parato il culo in ogni modo possibile, lo sta facendo tuttora, so che continuerà a farlo. Mi ama. Se mi vedesse affranta, scarterebbe istantaneamente l’opzione ‘litigata epica’ per scegliere ‘maschio protettivo’, e sarebbe un sollievo per entrambi. Ce n’è più che abbastanza per coprirmi il viso con le mani e scoppiare in singhiozzi.
Levo su di lui occhi asciutti, viso fermo, alla sua rabbia sacrosanta contrappongo la mia sacrosanta paura, e non so davvero cosa succederà, nel punto d’impatto di due forze così ugualmente contrarie.
“Niente me lo impediva, Lars – dico – ma era qualcosa che dovevo fare da sola.”
Lui ha uno scatto, subito represso. Si sta controllando in maniera sovrumana, mi fa male vederlo così, mi fa male averlo fatto incazzare così.
Senza parlare, attraversa la stanza, lo seguo con gli occhi, e arriva al letto, ancora sfatto. Nessuno ha voluto toccarlo, non senza un ordine diretto del padrone.
L’ammasso di cuoio nero e scaglie verdi-dorate, alla luce del mattino, appare molto più bello di quanto non l’abbia visto stanotte. La pelle mutata sembra luccicare, come fosse smaltata di nero, come lacca, e le scaglie sono opalescenti. Già prima di arrivare vicino a quello squarcio, che non posso chiamare Soglia perché non lo era – l’unico modo corretto di definirla è ‘uscita’, era un’uscita e basta, da quel buco nel cielo si usciva, punto – il corpo di Seddogh era diventato quello di un drago. Se in queste vestigia è rimasto qualcosa del liminare, io non lo vedo. Forse le scaglie sono leggermente più piccole, ma mi servirebbe raffrontarle con quelle che gli sono spuntate dopo, nel processo di guarigione. Guardando l’ammasso, che sembra tessuto prezioso ricamato con madreperla e opali, penso che sia qualcosa di assolutamente unico, nato Fuori, nutrito in questo mondo. Appartiene a entrambi i piani dell’esistenza, e se comincio a capire come funzionano queste cose, ciò significa che il potere di questa mutazione rimane inalterato, Dentro o Fuori.
Ma, per quanto il fascino della muta di Seddogh possa ammaliarmi, devo riconoscere che non è molto piacevole svegliarsi la mattina e ritrovarsi un mucchio di pelle rinsecchita nel letto, al posto della propria moglie.
Quando ho pensato di spedirla dove mi trovavo io, non intendevo così tanto alla lettera.
(ciò che vuoi è ciò che avviene)
Mi sforzo di sembrare contrita, mentre Lars si avvicina al mucchio di robaccia – bellissima, ma rispetto a me è robaccia, almeno spero – e ne solleva un lembo, in punta di dita. Noto sul suo indice il taglio rosso che si è fatto prima, quando l’ha afferrata senza misericordia, e non è mai il caso di stringere nel pugno rabbioso una manciata di scaglie di drago. Gli è andata bene che non servano dei punti. I pensiero mi fa stare solo peggio.
“Mi sveglio la mattina e rimango per due minuti buoni a chiedermi se è possibile che mia moglie sia diventata un ammasso di frattaglie di drago – scandisce, e la sua voce sembra incidere ogni parola, prima di lanciarla contro di me – nemmeno per un momento ho pensato ‘ehi no, aspetta, questa è una follia, rimani razionale’, perché rimanere razionali è ridicolo, considerando che si tratta di te. E mentre stavo cominciando a pensare che no, forse Lwen non è morta in qualche maniera esotica e ridicola, ma se n’è soltanto andata, lasciando questa roba al suo posto, per ragioni note soltanto a lei…”
Imparare a gestire le conseguenze del mio nuovo potere ha tutta l’aria di essere qualcosa che devo imparare, per esempio, adesso.
“…scoppia il pandemonio al piano di sotto, corro a vedere aspettandomi di tutto, letteralmente di tutto, e vedo mia moglie, in assetto da battaglia, che rientra come niente fosse, insieme al mio vicino di casa con la cassetta degli attrezzi. Ho dovuto dire io ad Alexion che aveva ancora in testa il berretto da notte, a titolo di cronaca. Quindi, Lwen, amore mio, vita mia, sposa mia, mia cara…”
Serro mentalmente i denti e mi preparo all’esplosione. Ma Lars ha troppo stile per mettersi a sbraitare, prima di avere un quadro completo.
“… esattamente, vuoi dirmi cosa stai complottando alle mie spalle?”
Mi passo una mano sulla fronte, sentendomi stanchissima. La cosa ridicola è che Lars ha ragione, su tutto, eppure sbaglia completamente. Non sto complottando un accidenti alle sue spalle. Sa tutto quello che c’è da sapere. Ma io non so davvero come dirglielo. Opto quindi per fargli la domanda che chiunque farebbe al proprio marito, in queste circostanze:
“Tu credi che io sia pazza?”
Potrei innescare la lite, se il mio tono fosse anche lontanamente polemico, ma sono talmente seria, talmente interessata a sapere cosa ne pensa, che Lars se ne accorge e rimanda di un altro po’ il momento di cominciare a spaccare le cose a pugni. Anzi, sembra sorpreso.
“Ma no, Lwen. Nessuno lo pensa.”
“Oh.” Dico, e questo semplice monosillabo mi esce così stanco che mi viene il dubbio che Lars si stia dominando perché appaio talmente pallida e sfinita che sembro sul punto di svenire da un momento all’altro. Forse è così. Non ho questa sensazione, ma ultimamente dentro di me le sensazioni sono un tantino contraddittorie. Magari ha ragione lui. “Se nessuno ha la compassione di pensarlo, allora a me cosa rimane, Lars? Me lo puoi dire?”
Si acciglia, ma prima che possa rispondere io continuo:
“Sento Dhilarin nella mia testa. Sempre, continuamente. Anche adesso, mentre parliamo
(siamo una cosa sola)
in qualsiasi momento, sento e vedo tutte le Soglie, in tutti i Mille, devo solo… non concentrarmi, non mi devo concentrare, devo solo pensarci, tu non muovi una mano pensandoci coscientemente, lo puoi fare, ma se devi prendere un oggetto lo prendi e basta. Ma è sempre lì la mano, sempre, e io ho Dhilarin qui… sempre…”
La voce mi muore, non perché sono sopraffatta, ma perché non so davvero come spiegarmi. Provo una profonda vergogna nel vedere la collera lasciare gli occhi e il viso di Lars, completamente, lascia cadere il cuoio di drago e torna da me, ma senza camminare con le falcate furenti di poco prima. Adesso è solo preoccupato.
“È stato Dhilarin a farti fare questo, stanotte?”
“Dhilarin sono io. Sono stata io.” Scuoto la testa e gli racconto per sommi capi dove sono stata, chi ho incontrato, e perché il nobile Brinat si trova nel salotto degli ospiti, in questo momento, a consumare una colazione che sfamerebbe per una settimana una famiglia indigente, mentre aspetta di poter cominciare a trapanare e fresare il regalo di nozze di Seddogh.
“Punte di diamante, eh?” Lancia un’altra occhiata alle scaglie lucenti, davvero belle, e quasi gli scappa un sorrisetto. Non voleva arrabbiarsi con me, non voleva litigare con me. Se può evitarlo, ne è ben felice. Mi fa soffrire terribilmente che mi ami così tanto. “Avevo sentito dire che fa parte dell’antica arte perduta dei signori dei draghi. Quindi vuoi tentare?”
Scuoto la testa, non per smentirlo, ma per sbatacchiare un po’ i miei pensieri, sia mai che tornano un pelino in ordine. Ovviamente non funziona. “Sarebbe più facile, se Dhilarin mi avesse fatta impazzire. A volte è successo.”
Sembra allarmato. “Ah, sì?”
“Sì – confermo – il Gioiello a volte desiderava un Sorvegliante in particolare, ma non era quello che doveva scegliere, oppure era il Sorvegliante che desiderava il Gioiello. Ma queste cose non finiscono mai bene. La decisione non dipende da Dhilarin.”
“Questa mi giunge nuova – commenta Lars – avrei detto che fosse la gemma a chiamarti.”
“O io chiamavo la gemma. Qual è la differenza?”
“Tu non lo facevi volontariamente.”
“Dhilarin non lo fa mai volontariamente, infatti.”
Sul tavolino accanto alla mia poltrona c’è una brocca con due bicchieri. Quando Lars la inclina, vedo il liquido rosato. Quando me la porge, sento che è un vino leggero, di quello che si dà a chi ha bisogno di riprendersi dopo un mancamento.
“Così non arriviamo da nessuna parte, Lwen. Avresti dovuto svegliarmi, stanotte.”
Me l’ha già detto molte volte, da quando la porta degli appartamenti privati di casa Ianmeyr si è chiusa alle nostre spalle, niente scenate in pubblico, che già abbiamo dato abbastanza spettacolo. Ogni volta la sua voce era tesa, ostile. Stavolta no. Mi fa stare peggio.
“Avrei dovuto – concordo – ma dovevo andare da sola.”
“Perché?”
Tautologico, Ianmeyr. Dovevo andare da sola perché dovevo andare da sola. Ci sono decisioni troppo importanti per poterle prendere con qualcun altro, e decisioni troppo difficili per poterne imporre il peso a qualcun altro.
Naturalmente, non glielo dico. Non perché non capirebbe, ma perché sarebbe in assoluto disaccordo.
“Mi dispiace di avere dato scandalo – dico quindi – speravo di non portare vergogna al tuo casato, ma evidentemente non ne sono capace. Scusami.”
Mi fissa come se non potesse credere alle sue orecchie, e di nuovo ho la percezione esatta di quanto sarebbe facile litigare, se nella mia voce ci fosse il benché minimo sarcasmo. Ma la serietà e la sincerità che mi escono con le parole lo disorientano.
(di tutti tu sei quella meno brava a mentire non saprei mentire per niente al mondo)
Oh, sta’ zitto.
Senza che io lo voglia, anzi, non voglio proprio, le mie corde vocali modulano e la mia lingua spinge fuori le parole che danno forma alla paura più grande, da quando ho capito che mi sono innamorata di Lars:
“Non vedo nessuna possibilità che la situazione migliori in futuro, anzi andrà a peggiorare. Non sono la moglie perfetta che ti serviva, non ne sono capace… nessuno di me ne è capace, ho ricevuto a malapena un’educazione di base a scuola, ma come Sorvegliante, e come Primo, non posso… è tutto troppo in contrasto, e il disonore che ti porto è troppo, per…”
Annaspo. Annego. Dhilarin non mi aiuta. Dhilarin sono io. Non trovo appigli che mi impediscano di annegare nelle mie paure.
“Non sono la moglie adatta a te, Lars. Questa… questa relazione che c’è tra noi, so che tu volevi solo fare la cosa più onorevole, ma è stato tutto un errore, perché sarò la tua rovina politica, e aristocratica, io…”
“E credi di potermi scaricare così?”
Sussulto, mi irrigidisco, come se il ruggito di Lars mi avesse urtata fisicamente. Credo che abbia fatto tremare i vetri, di certo lo hanno sentito al piano di sotto, nel giardino, nelle case accanto, e non escluderei i due o tre mondi accanto al nostro.
Di colpo sono in piedi. Le spalle mi fanno male, come se avessi tanti punteruoli dentro, perché Lars mi ha sollevata di peso, mi affonda le dita nella carne, con cattiveria. Mi scuote, non forte, più che altro sono un paio di spintoni, e mi lascia subito. A giudicare dalla sua espressione, credo che lo faccia per la paura di non riuscire a fermarsi.
“Adesso che puoi trovare di meglio, non hai più bisogno di accontentarti di me? Ma con chi credi di avere a che fare, eh?”
Sbatto le palpebre, stranita. Ho come la vaga sensazione che parliamo di cose diverse.
“Sei mia moglie.” È un soffio letale la sua voce, non grida più, ma spaventa in maniera esponenzialmente maggiore. Con le urla si sbraita e ci si impone, ma è con queste inflessioni adamantine che si emettono le sentenze capitali.
“Sei sposata con me. Se credi di poterti sbarazzare di quello che non ti fa più comodo, hai sbagliato i tuoi conti, Dhilarin. Li hai sbagliati completamente.”
Mi afferra di nuovo, stavolta per le braccia, senza farmi male. Mi intrappola nella tenaglia delle sue mani, mi spinge di nuovo sulla poltrona, ma non fa altro. Capisco che sta cercando, con uno sforzo quasi affranto, di non perdere completamente le staffe.
“Non potrò mai più riavere la ragazza che guardava il quadro, ormai l’ho capito. Ma non ti permetterò di portarmela via, Dhilarin. Non la porterai chissà dove, a morire in chissà che modo, lontano da qualsiasi mondo conosciuto, solo perché… perché volevi tornare ad appestare Engelia. Non succederà. Puoi averne la certezza.”
D’accordo, direi che mentre io avevo i miei conflitti da risolvere, Lars era alle prese con i suoi.
Devo trovare un modo di capirci, devo riuscire a fargli capire che Dhilarin sono io, non è che siamo due cose separate, e che la ragazza del quadro era Dhilarin anche allora, in realtà è tutto molto semplice, i problemi sono solo politici, ecco, partiamo da qui, così magari riusciremo a tornare su un terreno noto e…
Scoppio a piangere.
Me l’ero tenuta anche troppo, direi. Lars è rimasto calmo di fronte alle cose più folli, ma non appena gli ho ventilato la possibilità che tra noi finisse ha perso completamente il controllo, si è infuriato come non l’avevo mai visto, e questo è davvero troppo, quindi piango con le lacrime che mi rigano le guance e non cerco nemmeno di controllarmi, ho novecentonovantanove mondi in testa e vivo in questo, dove il casino vale per tutti gli altri. Piangere è una reazione nervosa, più che emotiva.
Ed è per reazione nervosa che dico quello che mi ero ripromessa di non dirgli mai, almeno non prima di avere avuto la risposta alla mia domanda, perché insomma, prima dovevo sapere cosa volesse fare Lars, non posso caricargli addosso un peso simile. Ma sto crollando in pezzi, i miei nervi non ce la fanno più, e posso soltanto singhiozzare, come una cretina:
“Aiutami, Lars. Ti prego, aiutami…”
È subito in ginocchio accanto a me, mi stringe le mani, mi dice certamente, sono qui per questo, ti aiuterò.
Ti aiuterò.
“Non posso andare a Morghater – l’argine è rotto, mi esce tutto insieme – non posso, Dhilarin non può, non vuole, non me lo permetterebbe neanche se volessi, e io non voglio. Sarebbe un disastro andare a Morghater, credimi…”
Mi spinge una ciocca dietro l’orecchio, sono sudata, ma non sembra interessargli.
“Lwen, lo so. L’imperatore vuole la gemma e vuole te, so che è difficile. Se perfino dagli altri Mille Mondi si sono mobilitati, per entrare in possesso del Gioiello, quali siano i piani imperiali è fin troppo evidente.”
Sbatto le palpebre, per perplessità e per liberarmi dalle lacrime, in modo da vederlo chiaramente.
“Non capisco…”
“Ci sono Sorveglianti provenienti da altri mondi che vorrebbero essere al tuo posto, l’abbiamo appurato. Ti sai difendere e non mi preoccupo, ma se perfino i membri del nostro ordine sono pronti a tradire, pur di possedere il tuo potere, cosa pensi che potrebbe fare l’imperatore?”
A questa rispondere è facile. “Qualunque cosa.”
“Sì – concorda Lars – certo che farà qualunque cosa. La pace non vale niente, confronto a un potere simile. La pace si può imporre, se si ha abbastanza potere. L’imperatore di Morghater vuole te, Lwen. E non si fermerà davanti a niente per averti.”
Stai cercando di rassicurarmi? No, perché devo dirtelo, amore della mia vita, non è che ci stai riuscendo molto bene.
“Ma allora perché…”
“Non c’è altro modo, Lwen. L’unico sistema di preservare la pace è questo. Lui non può averti, se tu hai scelto un altro signore, capisci? Se scegli me…”
Sembra esitare. Mi sa che, mentre io mi chiedevo perché volesse proprio me, lui si stava facendo la stessa identica domanda. Sarebbe divertente in una commedia di teatro, penso. Anche passare anni a servire i Morghater e d’un tratto ritrovarseli praticamente come nemici è un bel paradosso.
No, niente da fare, nessuno dei rovesciamenti che mi sono cascati addosso riesce a farmi ridere. E io che pensavo di avere un senso dell’umorismo fuori dal comune.
“Se scegli me, l’imperatore potrebbe accettarlo, se penserà di tenerti sotto controllo. Ma deve pensarlo. Ecco perché dobbiamo andare a Morghater.”
“No.”
“È fondamentale per tutti, Lwen.”
“No, Lars – insisto – no. È fondamentale per questo mondo, forse. Ma Mille Mondi sono ben altro.”
I suoi occhi sono topazi che arrivano da epoche leggendarie, quando Ianmeyr era un capostipite solitario e forse, ancora, non sapeva niente di mondi paralleli e strane divinità che plasmano gli universi cercando il proprio doppio mortale. In questo riflesso mi specchio, perché non c’è più rabbia né oltraggio. Non so come faccia Lars a capire sempre tutto sempre così in fretta, ma l’ha rifatto, e le sue mani stringono le mie per trasmettermelo.
Adesso gliela posso fare, la mia domanda. Gli posso chiedere se è ancora il mio scudiero. Suona piuttosto stupida, date le circostanze.
La sua risposta è pleonastica, mi liquida con un gesto della mano, e viene al punto:
“Cosa vuoi che faccia?”
(lo amo perché a differenza tua non perde tempo a piangersi addosso)
Concordare con se stessi e volersi al contempo prendere a calci per questo. Non serve avere Mille Mondi in sé per vivere con simili disagi mentali, immagino.
Lars si siede a gambe incrociate sul tappeto, davanti a me, e mi ascolta mentre gli spiego tutto quello che ho vissuto, che mi è successo, che ho capito, e quali conseguenze questo comporta.
Alla fine, prevedibilmente, la sua espressione è cupa.
“Sarà un bel guaio.” osserva.
“E pensa che guaio sarebbe, in caso contrario.”
“Ne sei sicura? Insomma…”
“Lascia stare – lo interrompo – tutti i Dhilarin passati erano concordi, anzi, potremmo dire che questa è l’unica cosa su cui potremmo essere concordi, se fossimo tutti assieme nella stessa stanza. Dhilarin a Morghater è una sciagura da evitare assolutamente.”
(morghater è dove tutto finisce arthel e la madre dove tutto inizia noi dobbiamo stare nel mezzo)
“Ma in precedenza il Primo era a Morghater – osserva Lars – non ci sono stati questi problemi.”
(ci sono stati eccome)
La mia mente è un caleidoscopio di volti e avvenimenti, battaglie epiche e strane guarigioni, un uomo con il volto da ragazzo, che mi suscita un senso di avversione e odio del tutto irrazionale. Arthel, colui che mette fine. Ce ne sono stati tanti, come ci sono stati tanti Sorveglianti. Ciò che inizia deve anche finire, e Dhilarin e Arthel sono due facce della stessa medaglia.
(cominci a capire)
C’è Arthel a Morghater?
(arthel è la fine che segna l’inizio)
Utilità delle risposte date dagli dèi: nessuna. Cerco di concentrarmi sulle cose concrete:
“Il Primo può andare dove vuole, è il Gioiello a non poterlo fare.”
“Questo si risolverebbe facilmente.”
Stavolta tocca a me dargli la lezione di politica internazionale. “Stai dicendo che l’imperatore vorrebbe farsi scappare l’occasione di mettere finalmente le mani sulla gemma?”
Lars sbuffa.
“O che ci rinuncerebbe
(arthel)
re Talris?”
“Lwen…”
“O qualsiasi altro sovrano di Engelia? E sarei io la principiante in fatto di politica, Lars?”
Nonostante tutto, sorride debolmente. “Non in politica, forse, ma in diplomazia… povero me.”
Si rialza, con una scioltezza da leone dei boschi.
“Tra le molte storie che si tramandano nella mia famiglia, c’è la tendenza che ha Dhilarin a… come dire… rompere gli argini. Succede ogni volta.”
Cosa che, naturalmente, l’imperatore sa benissimo, è il sottinteso nella sua osservazione. È una cosa di cui tenere conto, senza dubbio.
“I Morghater avranno preso tutte le contromisure necessarie perché Dhilarin non sfugga loro tra le dita, una volta che sarà a tiro – concordo – se andrò senza gemma, non so davvero cosa succederà, ma dubito che basteranno gli accordi diplomatici a trattenerli. Come dici tu, Dhilarin rompe gli argini.”
Lars tentenna il capo, gravemente. Sta pensando. “Può essere una cosa molto traumatica, oppure no. Dipende da noi.”
Ormai mi sono calmata abbastanza da osservare: “Rompere gli argini è un evento traumatico in sé, Lars.”
Sorride di nuovo, con più decisione e minore calore. “Oh, sì. Tutto sta a dove è opportuno indirizzare il trauma. Lasciamici ragionare sopra un poco, vuoi?”
“Il tempo…”
“Qualche ora – puntualizza – devo comunque occuparmi di alcune questioni, e tu hai i tuoi impegni, giusto? Ci sono dei messaggeri che aspettano, e non sei ancora vestita.”
Vuole che gli regga il gioco, finché non avrà tratto le debite conclusioni. È giusto. Troppo. Mi preoccupa quali conclusioni potrebbe trarre, ma d’altra parte, che alternative ho? È lui il basilisco bianco, il protettore di Dhilarin.
“Lars – chiedo, esitante – ma tu hai capito cosa mi propongo di fare, prima che succeda
(colui che mette fine)
il peggio?”
La sua risposta è soltanto un sorriso, e non ho il coraggio di chiedergli di essere più preciso. L’illusione è insidiosa, ma così dolce che non trovo la forza di rinunciarci, per ora.

Nemmeno alzo gli occhi sull’amministratore di casa, mentre scorro avidamente le righe della lettera. Il governatore Yanel ha una grafia sottile, elegante, arcaica in maniera calligrafica. Ha imparato a scrivere qualcosa come quattrocento anni fa, e il foglio scritto è un’opera d’arte, qualcosa che merita di essere incorniciato. I miei quaderni, al confronto, sembrano defecati da uno sciame di mosche.
Rigiro il foglio, dedicando solo un orecchio all’amministratore, mentre tutta l’attenzione è per quello che Yanel mi sta comunicando. Il desiderio di incontrarla, ormai, è praticamente una necessità fisica. E di tempo non ce n’è quasi più.
“…impegno improrogabile, mia signora. Non possiamo spostare gli appuntamenti, e sarebbe scortese se sdegnaste di accogliere le congratulazioni di…”
“Darithia, portami i vestiti che avevo stanotte – dico, ignorando questo poveretto – e fammi preparare un cavallo… la carrozza, cioè.”
Mi ricordo appena in tempo che, in mezzo alla mia abilità di spostarmi ovunque, cavalcare draghi, uccidere liminari, non ho ancora imparato l’arte dell’equitazione. Anzi, a parte una volta con Lars, non sono proprio mai salita su un cavallo.
Sempre utile ridimensionarsi, quando ti viene il dubbio di essere una divinità.
“Mia signora, non è possibile assentarsi, in un momento simile.”
Guardo pensierosa l’amministratore di Lars, sulla cui probità non nutro il minimo dubbio. È fedele al mio marito fino alla morte, pensa al suo interesse, e anche se sa benissimo l’ammontare concreto della mia dote – sa che Lars non ha sposato una pezzente, insomma – non è trapelata la minima voce a riguardo, e so che non trapelerà. Parla in nome del casato, e lo fa meglio di me, devo ammettere.
“Non mi interessa chi sta aspettando di congratularsi per il colpo che ho fatto, sposando il tuo padrone – scandisco – io adesso andrò a incontrare il governatore Yanel, ed è quanto. Vai a protestare con Lars, se credi.”
Lo giuro, lo giuro, mi dispiace vederlo aprire la bocca per protestare, ricordarsi chi sono io e chi è lui, e doverla richiudere, con l’aria di soffrire una fitta improvvisa di mal di denti. Lo so di stare creandogli un mucchio di problemi, in un momento in cui i problemi sono la base di partenza ufficiale per altri problemi. In un altro momento, mi sottometterei, perché lui sa come ci si comporta, quando si è un’aristocratica del mio rango, e io no.
Se sapesse anche come ci si comporta quando si è la controparte mortale della divinità che governa Mille Mondi, lo giuro, gli darei retta.
Ma non lo sa.
“Darithia?”
La mia cameriera ha già procurato quanto chiesto, impassibile. Contestare quello che faccio non è affar suo, e qualsiasi cosa ne pensi, se anche qualcosa ne pensa, rimane dietro i suoi occhi tranquilli. Quando ha saputo che passerà il resto della giornata a reggere cartamodelli al nobile Brinat, mentre lui trapanerà e lavorerà di fresa su un mucchio di pelle di drago, si è limitata a chiedere se non fosse più opportuno svolgere tale mansione nel cortile. Negativo, ho risposto. Non voglio fare sapere a tutti che Dhilarin ha i suoi piani, paralleli ma non analoghi a quelli dei Morghater. Darithia ha annuito, e il nobile Brinat ha iniziato a sfregarsi le mani, felice come un bambino. Ogni nuova esperienza lo rende felice, e ogni nuova stranezza lo rende smanioso. Dalla camera interna, quella dove dormiamo, si sentono già occasionali rumori di cose sfasciate e cose che fanno attrito tra loro.
“Mi dispiace – dico all’amministratore, che deve stare zitto ma quello che pensa di me traspare chiaramente dalle labbra serrate – non ho tempo per le pubbliche relazioni. Devo incontrare il governatore Yanel prima della partenza, non c’è niente di più importante.”
(passato)
Sarà anche il passato, ma chi lo ignora è condannato a ricaderci. Adesso chiudi il becco.
Al pover’uomo non rimane che inchinarsi e levarsi di torno, con la certezza che andrà difilato da Lars per illustrargli le mie manchevolezze di sposa. Mi pare quasi di vederli sospirare insieme e cercare di mettere una pezza dove ho fatto lo strappo.
Giuro, potessi buttarli tutti dalla finestra, lo farei adesso.
Mi sto allacciando i calzoni quando un crash decisamente forte attraversa la porta chiusa e induce perfino l’imperturbabile Darithia a lanciarmi un’occhiata interrogativa. Il nobile Brinat ci sta dando dentro volenterosamente, ma se ha appena, come penso, distrutto una pregevole brocca con catino che stava accanto al caminetto, reliquia dei tempi in cui non c’erano ancora le tubature dell’acqua corrente, forse è arrivato il momento di fargli proseguire il lavoro insieme a qualcuno capace di evitare che la casa ci crolli in testa.
“Vai, Darithia. Finisco di vestirmi da sola, non devi allacciarmi niente. E preferisco uscire spettinata, che rientrare e trovare la villa ridotta a un cumulo di macerie. Vai a tenere a bada il nostro ospite.”
“Sì, mia signora.”
L’altro messaggio consiste in una grossa busta sigillata, al cui interno ho trovato una lettera e una seconda busta. Ho aperto la prima, e infilo la seconda della sacca che porto alla cintura, accanto alla Fendidraghi. Il messaggero che ha recapitato tale missiva se n’è già andato, l’unica risposta che gli serviva erano i ringraziamenti al latore.
Per quale motivo il mago di corte dovrebbe mandare a me le referenze di Haldan, insieme alle raccomandazioni di prammatica quando un mago desidera prendere servizio presso un nuovo signore, mi è ancora ignoto. Ma non mi do troppo pensiero. La scrittura dell’anziano maestro del mio ‘amico’ è quasi altrettanto calligrafica di quella del governatore Yanel, solo più tremolante e incerta. Deve averci impiegato molto tempo a redigere quelle poche righe, e chissà le ore che ha dovuto impiegare, per riempire i fogli della raccomandazione per il suo allievo.
Esco con le referenze di Haldan in tasca, il suo lasciapassare per qualsiasi corte voglia servire. Senza queste, nessuno tra quelli che hanno richiesto la sua presenza a corte potrebbe accoglierlo, perché non si pestano i piedi alla Corporazione dei maghi. Per trasferirsi, occorre essere autorizzati a farlo, o si è soltanto dei banditi. Questi fogli sono la sua libertà.
‘Ti sarà tutto chiaro prima di quanto pensi’, concludeva la lettera, e mentre la leggevo, l’anellino portafortuna che mi aveva regalato per il matrimonio mi scintillava al mignolo, quasi a confermare le parole, ‘l’Invisibile opera per vie non meno misteriose di quelle che stai percorrendo tu, e dopo una vita passata a servire i reami magici, ho imparato che talvolta occorre smettere di porsi domande, e limitarsi ad agire in base alle risposte. Ti chiedo unicamente di recare con te la lettera per il mio diletto allievo, fino a quando le circostanze non ti permetteranno di recapitargliela. L’Invisibile non ha dubbi che sia la cosa migliore per tutti, e soprattutto per te.’
Ci mancavano giusto i maghi e i loro intrighi, per non semplificarmi troppo la vita.
Ma occorre qualcuno meno suonato di me per ignorare una richiesta dei reami Invisibili, la fonte del potere magico, e mi terrò la lettera, anche se non capisco per quale motivo il mago di corte non possa darla direttamente al suo allievo. L’interrogativo inquietante è su Haldan. Che cosa sta…?
Talvolta occorre smettere di porsi domande, e limitarsi ad agire in base alle risposte.
A quanto pare, sono tutti un po’ più saggi di me. Prendo il mantello dalla sedia, è molto grande e foderato, un mantello da viaggio color verde foresta, mi conferirà un po’ di anonimato per lasciarmi muovere liberamente, spero. Tiro su il cappuccio e vado alla porta. C’è qualcuno, lì fuori.
Sbatto le palpebre, mentre mi chiedo perché Lars si sia cambiato da capo a piedi, lasciando la camicia e il gilet che usa a casa in cambio di una giubba di cuoio scuro, del tipo per cavalcare. E quando si è tagliato i capelli, o perché se ne stia tutto sghembo appoggiato alla balaustra, lui sempre così composto e perfettino, o perché la sua faccia sembri ringiovanita, e adesso che si raddrizza, mi sembra sia anche più basso di un buon palmo… scuoto la testa, per liberarmi dalla sensazione straniante che mio marito abbia subito una mutazione analoga a quella di Seddogh.
“Misericordiosa Ney – mormoro, mentre il Lars succedaneo viene verso di me – sei identico spiccicato a tuo fratello.”
Derek Ianmeyr si passa una mano tra i capelli, nel gesto che conosco tanto bene. È rasato, con la faccia pulita e gli indumenti in ordine. Ha la fronte alta e occhi penetranti come quelli di Lars, ma senza la serietà responsabile che oscura i suoi, talvolta. Quando mi viene vicino per l’abbraccio di saluto, sento il suo odore, che è piacevole di dopobarba e sapone. Un bel progresso, rispetto all’alcol e vomito dell’ultima volta.
“Non sembri neanche la stessa persona, da sobrio.” commento, quando ci stacchiamo e torniamo a distanza di decoro. Lui ride.
“Sì, mi ricordo che non le mandavi a dire, cognatina. Mi sono mosso appena ho saputo, ma è stata una cosa piuttosto improvvisa, eh?”
Sì, del tipo che non avevo capito che ci stavamo sposando finché non me l’hanno detto. Naturalmente rispondo che le circostanze hanno imposto di muoversi in fretta.
“La ragazza più contesa del reame, eh?” Mi squadra dall’alto in basso e dal basso in alto, senza ostilità, anzi con aria divertita. “Lars è riuscito ad arrivare per primo, quindi? Niente duello?”
“Duello?”
Fa un gesto con la mano, per lui deve essere una cosa scontata. “Ma sì, quel messo di Morghater che ti faceva la corte… no? Beh, tanto meglio, allora. Lars l’avrebbe fatto a fettine.” Torna a ridere, una risata genuina, contagiosa. Adesso che ha un aspetto umano, sembra un tipo simpatico. “O l’avresti fatto a fettine tu, mi ricordo che te la cavi abbastanza bene con quello spiedino.”
Poso la mano sull’impugnatura della Fendidraghi, mi accorgo che sto sorridendo anch’io. “Tra nobili si usa fare la corte alle ragazze senza che le dirette interessate se ne accorgano? Perché sto sentendo questa storia da te, per la prima volta.”
“Già, immagino che mio fratello non avesse voglia di parlarti del tuo pretendente. Beh, mi basta essere arrivato in tempo, visto che partite domani.”
Sussulto, ricordandomi di colpo che ho un bel po’ di questioni in sospeso. “Già, e davvero, vorrei fermarmi a parlare, ma sono attesa con urgenza, quindi se non ti dispiace…”
Gli dispiace, anzi, sembra offeso. “Sarebbe a dire che non basta nemmeno mandare ad avvertire, ormai?”
Oh, bene. Adesso devo preoccuparmi anche della famiglia di Lars… ah no, è la mia famiglia, giusto. Questo è mio cognato, non un estraneo. Non posso liquidarlo così. A parte tutto, anche mamma e papà si arrabbierebbero non poco, se
(ma ti sembra il momento di pensare a certe stupidaggini)
piantassi qui mio cognato.
E poi Derek è a conoscenza della mia doppia vita, insomma, quella che un tempo era la mia doppia vita. Se scopre anche tutto il resto, non sarà certo peggio di ora.
Come dice Lars, la soluzione è sempre il compromesso. Acchiappo Derek per un braccio e me lo tiro dietro, mentre scendo le scale. Colgo le occhiate sconvolte dei servitori, naturalmente il fratello di Ianmeyr non va in giro da solo, ma non ho tempo per pensare anche a loro.
“Devo assolutamente incontrare il governatore Yanel, adesso, subito – illustro al sosia di mio marito, che ha una faccia allibita che non vedrò mai sul volto di mio marito – e per essere debitamente cortese con te, dovrei spiegarti tutto quello che è successo, da quella notte in avanti, non so Lars quanto ti abbia raccontato, ma credo poco o niente, quindi facciamo prima se penso agli onori di casa mentre andiamo, mi costa meno fatica mostrarti che chiacchierare. Sali!”
Non credo sia molto consono all’etichetta che sia io a spingerlo su per la carrozza, coi servitori disposti attorno a ventaglio che non sanno che pesci pigliare. Nella loro vita inamidata e ordinata, io sono arrivata come un uragano fuori stagione, devo spaventarli più delle macchie di olio per motori del nobile Brinat. Il cocchiere esita un momento, poi è lui a tendermi la mano per aiutarmi come da protocollo, ma lo ignoro. Con un saltello, sono dentro.
Derek si lascia spintonare, troppo stupefatto da questa cognata fuori di testa per sapere come opporsi, o anche se può, protocollarmente parlando, farlo.
“Ma… Lars…”
“Sì, sì – dico, con impazienza – tranquillo che Lars non si spettina per così poco. Anzi, spettinato non l’ho visto mai. Tu sì?”
Mi rivolgo al cocchiere.
“Di’ a mio marito che sto facendo gli onori di casa al nobile Derek, anzi manda qualcuno a dirglielo, sono un po’ di fretta. Torneremo per pranzo, almeno credo, insomma, fagli sapere che torneremo, penso che già questo gli basterà.”
Sbatto lo sportello per prevenire domande e mi siedo davanti a Derek, che comincia ad avere l’aria di chi si chiede se da un momento all’altro inizierò a schiumare e ululare alla luna. Non sarò certo io a escludere a priori la possibilità.
Ricordando che l’ultima volta che ci siamo visti lui era alle prese con i postumi di una sbronza e io alle prese con il dubbio che mi volessero morta, penso che sia il caso di trovare un’atmosfera migliore, e cerco di sorridergli in maniera amichevole.
“Allora, cognato, raccontami com’è andato il tuo ritiro in campagna. Hai un aspetto splendido. Sei riuscito a liberarti dei fantasmi del passato?”
Dopo un bel po’ di silenzio, mentre io persisto nel sorriso e ascolto il rumore fesso degli zoccoli dei cavalli, riesce a uscire dallo choc di avere me per cognata, e apprendo con piacere che sì, ha chiuso con la fiaschetta del liquore. È ufficialmente un astemio.
Se non rimpiangerà amaramente di avere fatto questa scelta prima che la giornata sia finita, penso che la sua vita diventerà bellissima.

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