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Capitolo 29

È notte fonda quando metto i piedi per terra, seduta sul letto. Sono stanca morta, mentalmente, fisicamente ed emotivamente, ma la stanchezza non è mai stata la scusa per battere la fiacca. Se mai l’ho pensato, un paio di liminari attaccati al culo mi hanno sempre chiarito subito le priorità della vita.
La vestaglia è appesa alla colonnina del baldacchino, dalla mia parte, e l’aria fresca mi fa un po’ rabbrividire, ma prima di alzarmi e infilarmela, mi volto a guardare Lars. Sta dormendo, la testa sul cuscino, i capelli chiari che sembrano argentei, alla luce della luna. Dopo fatto l’amore, mi ha chiesto se va tutto bene, non sono riuscita a rispondergli, sono stata vigliacca. Gli ho detto che sono esausta, che sta succedendo tutto troppo in fretta, il che è verissimo, gli ho detto che mi ha fatto un regalo che non potrò mai ricambiare in questa vita, ed è verissimo; lui ha riso e ha risposto che lo sto già facendo, che ho ribaltato la sua, di vita, che adesso è molto migliore di quanto avrebbe mai osato sperare diventasse. Mi vuole, mi desidera, è travolgente sotto questo aspetto. Superato il dolore e il fastidio delle prime volte, il piacere mi esplode dentro come fuochi d’artificio, se è per questo che le mie ex compagne di classe non vedono l’ora di sposarsi, beh, posso capirle, eccome.
O forse no. Non sopporterei che fosse qualcun altro, qualcuno a caso. Chissà se aspetto già un bambino, un guaio in più, ma mi sento tranquilla. Come Dhilarin
(non ancora)
lo saprei.
(puoi deciderlo se vuoi)
Ti prego, penso mentre mi infilo la vestaglia, devo cercare nei bauli i miei vecchi vestiti, chissà dove li hanno messi, ti prego, un passo per volta. Una cosa per volta. Per te tutto questo è già successo mille volte, io lo vivo adesso, e spero di non viverlo mai più.
(vieni)
Non ho tempo di ribaltare il guardaroba in cerca di calzoni, camicia, giacca e stivali. Probabilmente Darithia ha buttato via i miei vecchi stracci, non c’era niente alla mia altezza, e vedo che per domani, sul manichino, è pronto un bellissimo abito da cavallerizza, verde scuro, a inserti di velluto nero. La gonna è ampia e morbida, i calzoni sono di un tessuto talmente morbido e resistente che potrei cavalcare per giorni senza consumarlo. Verde e nero. I colori del vestito che avevo la sera del ballo, quando ho incontrato il mio cavaliere grigio, e Lars mi ha riconosciuta. Non è per caso se tanti dei miei nuovi abiti sono di questi colori, ne sono certa.
Gli stivali di capretto vanno bene, la camiciola anche. Trovo una blusa un po’ consunta, credo sia di Lars adolescente, per tenerla chiusa mi tocca prendere due delle sue cinture e incrociarmele a bandoliera sul petto, perché in vita vanno molto oltre l’ultimo buco.
Accosto i drappi del letto, perché non filtri luce a disturbarlo nel sonno, passo accanto a un servitore addormentato, sul divanetto in anticamera, e mi infilo tra i battenti accostati, per uscire. Il corridoio è deserto, silenzioso. I nobili Ianmeyr dormono, nessuno li deve disturbare.
La camera degli ospiti, dove sono stata alloggiata finché il re non ha deciso altrimenti, è chiusa, intatta. Ho chiesto io che nessuno ci entrasse, Lars ha detto che mi consegnassero la chiave, e il discorso è finito così. Quando apro la porta, vedo che ci sono ancora dentro le brocche per lavarsi, Lars sta facendo installare i nuovi sistemi di tubature, ma ci vuole tempo e disagio, quindi aspetta di non trovarsi in sede, per ordinare agli operai di spaccare i muri. Dopo la magnificenza della camera padronale, capisco perché Aillean si fosse scusata della frugalità di questo alloggio temporaneo. Non lo ritengo indegno di me, ci mancherebbe, ma riconosco che i riguardi, in questa casa, sono su un altro livello. Sotto il letto ci sono riccioli di polvere e sbuffi che mi fanno starnutire, quando tolgo la cartella e tiro la borsa che ho ficcato in fondo, agganciandola per la cinghia. Sciolgo la fibbia con il naso che mi prude, dentro ci sono parecchi stracci, per attutire la luce pulsante, che altrimenti trapelerebbe attraverso il tessuto, come un cuore che pulsa dentro un corpo trasparente.
Quando libero Dhilarin da tutti gli strati, la luce rosa-dorata riempie la stanza, trasformandola in una bolla ultraterrena, fuori dal tempo, dallo spazio, dai mondi. La mia Fendidraghi, accuratamente riposta su una rastrelliera laccata, sopra il comò, manda riflessi che non avevo mai visto prima. È come se le galassie si fossero riversate sul filo tagliente, e la superficie liscia, grigia come corno, pare quasi fremere, come se il drago che un tempo è stata digrignasse le zanne. Sollevo la gemma, lasciando cadere gli stracci, per sedermi sul bordo del letto.
Davvero incredibili dove si possono trovare gli dèi, oggigiorno.
Non puoi proprio accettare un compromesso?
(tu non puoi)
Andare a Morghater è un bene. È
(no no no no no)
Chiudo gli occhi per la fitta dolorosa della negazione, per l’avversione alla sola idea che nasce da me, proprio come da me nasce il desiderio di convincere Dhilarin, cioè me stessa, a fare quello che detesto anche solo pensare di fare, perché vorrei davvero farlo, lo desidero sinceramente.
Credo di stare spingendo a un livello mai visto il concetto di conflitto interiore.
L’imperatrice Fathiel, trecento anni fa, trovò un posto sicuro per te, prima di prendere il posto che le spettava, sul trono. Allora lo trovasti accettabile.
(passato passato passato)
Cosa andò storto allora?
(cosa andrà storto stavolta se mai basta pensare al passato)
Ma perché?
La testa mi si riempie di immagini, come acqua da una chiusa che viene alzata all’improvviso. Vedo liminari di ogni tipo, creature che conosco e creature che mi sembra impossibile possano esistere, perfino a me che sono Sorvegliante e so che la vita assume le forme più incredibili, vedo il Sorvegliante di quel mondo alieno, vedo un cavaliere a cavallo, vedo draghi in volo su vette incappucciate di nubi, e il mare scintillante. Vedo l’universo sconfinato. Vedo la terra, come la vedrebbe un seme, calda e scura e soffice come una coperta che tutto ammanta, e poi ancora arryxis e orsi e coccodrilli, volti di uomini che intuisco essere legati a Dhilarin, donne che ho visto nei ritratti, capelli castani, volto severo, occhi bruno-violetti, l’imperatrice Fathiel che saldò tutti i conti con il passato, e poi persone sconosciute, un ragazzo che tiene la gemma in mano mentre con l’altra impugna la spada, non tutti i Primi sono passati alla storia, non tutti, ma Dhilarin non ammette che io sia tra questi, Dhilarin vuole di più, stavolta vuole molto di più.
La mia ambizione è sconfinata.
Mi accorgo di essere caduta in ginocchio, serrandomi la testa tra le mani, solo quando sento qualcuno gemere, e capisco di essere io. Ho l’impressione che il cervello mi si stia gonfiando, che si stia espandendo oltre i confini della calotta cranica, per contenere tutto questo, è una sensazione terribile, perché io non ho confini, posso contenere molto più di questo, non lo sopporto, non lo sopporto.
Ansimando, cerco la gemma con gli occhi. È rotolata qualche passo più in là, lasciandosi una traccia bruciacchiata, ancora fumigante, che ha consumato il tappeto e inciso il marmo sottostante.
Tendo una mano, la poso su Dhilarin. È piacevolmente tiepida, liscia liscia, le sfaccettature sono troppe per renderla spigolosa. Mi chiedo, vagamente, se qualcuno le ha mai contate, e se l’ha fatto, se ha mai finito di contarle.
Non capisco cosa vuoi dirmi. Non riesco a capirti.
(non puoi)
Devo crederti per atto di fede, allora?
(no)
Quando ci innamoriamo di qualcuno, riusciamo a capire perché? Sappiamo cosa ci piace in chi amiamo, certo. Sappiamo che quella persona è unica, ma se scomponiamo tutti i fattori che ci piacciono in quella persona, li troveremo uguali in mille altre, Lars non è l’unico aristocratico attraente e dotato di cervello, in questo mondo. Non è il solo a capire le cose e a riuscire a incantarsi davanti alla bellezza dell’arte, e nel frattempo, senza colpo ferire, sbudellare un liminare come se fosse la cosa più normale del mondo. Non sono caratteristiche comuni, certo; ma non è l’unico ad averle. Al mondo ce ne saranno altri come lui, ce ne sono stati. Ce ne saranno. Ma lui è l’unico che amo. Tra cento uomini con quelle caratteristiche, sarebbe sempre solo Lars.
Non è atto di fede, il mio, anche se non so spiegarmi perché lui: so cosa mi piace di lui, ma perché lui, no. Nessuno che ama sa perché ami quella persona, tra tante. Non ha importanza. È così, e basta.
Io amo Lars e non posso andare a Morghater.
È così, e basta.
Mi alzo con un salto, sono agile, ho i riflessi di un grillo. Con Dhilarin in una mano, sollevo la Fendidraghi dalla sua rastrelliera, la inclino perché il fodero caschi a terra, e con un solo movimento del braccio, taglio la realtà. So cosa sto facendo, non ho bisogno di spiegarmelo. Dall’altra parte della fessura, mi arriva il profumo dell’erba e la brezza fresca della pianura di Wydan.
Un passo, e sono lontanissima da Tern, da casa Ianmeyr. La città è alle mie spalle. Sono immersa nella praterie fino alle ginocchia.
“Che cazzo vuoi, gnocchetta?”
Nel buio, mi volto, e vedo la luce di Dhilarin riflettersi in mille giochi prismatici sulle squame di Seddogh.

È diventato immenso. Già prima era un mostro che poteva strapparmi in due e mangiarmi in due bocconi, ma adesso credo che potrebbe fare lo stesso servizio a un bue. Un bambino di nove anni gli starebbe in piedi, dentro la bocca.
Nel vedermi immobilizzata, paralizzata dalla sorpresa, Seddogh aggriccia il muso per mostrarmi la chiostra di zanne, ciascuna un pugnale da caccia, e si erge in tutta la sua statura, spalancando le ali.
È come se un potere invisibile cancellasse le stelle, sopra di me. Due ventagli dagli orli frastagliati coprono la notte di tenebra, nella quale, aguzzando lo sguardo, scorgo l’ossatura, che sembra una mano enorme, dalle dita esilissime, con un artiglio in corrispondenza di quello che, parlando di esseri umani, sarebbe il gomito. Il collo e la testa di Seddogh sembrano la sommità di una colonna, tutta scheggiata, irta di rostri e aculei simili a corni ossei. I suoi occhi sono gialli, sottili, vedo la palpebra nittitante scorrere in orizzontale, mentre li gira su di me, abbassandoli. Deve abbassare di parecchio lo sguardo, per incontrare il mio.
È un drago. Non c’è più nessuna possibilità di errore. Seddogh è diventato un drago, e se le illustrazioni dei libri che ho visto non erano prospetticamente errate, è un drago enorme.
Inconsciamente, faccio un passo indietro. Seddogh si appoggia alle zampe anteriori, ciascuna è grossa come me, con gli artigli potrebbe strizzarmi come un tubetto di dentifricio, e da come continua a ghignare, è chiaro che l’idea lo diverte.
(servitore)
Mi riscuoto. Alzo Dhilarin, la sua luce pulsante si diffonde ovunque, trasforma l’erba in un fiume liquido, rosa-dorato, e Seddogh in una creatura irreale, accesa di riflessi verde dorati, di una bellezza sconvolgente. Il pulsare della gemma lo irradia come se fosse lui stesso a splendere, ma ci sono tratti di opacità in lui, che mi fanno aggrottare le sopracciglia.
“Quello cos’è?”
Indico qualcosa che sembra uno straccio, penzolante dal petto. Seddogh alza un unghione per grattarselo.
“Sono in piena muta, gnocchetta. Da quando siamo passati per quella Soglia, mi sto squamando, e sotto sono diverso. Poche storie, sono diventato un gran figo.”
Ha ragione, ma il suo tono compiaciuto mi fa saltare la mosca al naso, e per puro dispetto, faccio un passo avanti e afferro la pelle morta. Do uno strattone, e Seddogh sussulta in un modo che fa tremare la terra.
“Porca puttana!”
Salto all’indietro, con un lembo di pelle squamosa che mi pende dalla mano, e per fortuna che mi sono messa i guanti, perché sento gli orli acuminati che sfregano, tagliano. Se l’avessi preso a mani nude, mi sarei scorticata. La voce di Seddogh è cavernosa, ma non sono saltata indietro per questo.
Davanti a me, alcuni steli d’erba si strinano, fumano, e un momento dopo, le fiammelle divampano allegre. Le calpesto sotto gli stivali.
Quando ruggisce, questo stronzo emette scintille. Giusto quello che mi mancava.
“Non ti hanno insegnato a non sputacchiare, quando parli?”
Seddogh richiude le fauci, ma non prima che io possa vedere, sul fondo della gola, un chiarore fioco, che sembra una fornace vista da lontano. Da fuori, la sua gola risplende per un momento, poi è come se si spegnesse. Neanche riesco a immaginare che temperatura interna abbia raggiunto, ma di una cosa sono sicurissima: non lo faccio più. Niente più dispetti, giuro.
“Mi fa un prurito pazzesco, gnocchetta – si lamenta Seddogh – non vedo l’ora che sia finita. Per fortuna, le ali sono pronte, hai visto che roba?”
Abbasso gli occhi sul lembo che ho ancora in mano. Sembra un pezzo di corazza, da una parte la pelle, dall’altra le scaglie, ed è leggero, flessibile, indistruttibile. Secondo il mito, i signori dei draghi di Albarah si vestivano di corazze di drago, le armature definitive.
“Ne hai persa molta, di questa roba?”
Seddogh gira il testone da una parte, io mi avvicino con Dhilarin. Il mucchio di squame abbandonate sembra a sua volta un drago, addormentato come un monticello sull’erba alta.
“Accomodati, gnocchetta. Consideralo il mio regalo di nozze.” Avvicina il muso a Dhilarin, io mi tiro indietro. “Mica te la mangio. Mi sa che sarebbe indigesta.”
“Ti ucciderebbe – ribatto – è morte certa toccare i Mille Mondi, anche per te. Sta’ lontano.”
“E tu com’è che non muori?”
Di colpo mi ricordo tutto, mi ricordo perché sono qui, e istintivamente stringo Dhilarin al petto, come se fosse un cucciolo, o piuttosto come se il cucciolo fossi io, e dovessi stringermi a qualcosa, per non perdermi. “Dhilarin sono io.” sussurro.
“Sì, questo si era capito, gnocchetta. Il tuo scudiero mi ha raccontato, se no a quest’ora avrei incenerito Tern, per capirci qualcosa.”
Nonostante tutto, sorrido debolmente. “Puoi smetterla di fingere, Seddogh. Sei un drago, ormai. Eri la negazione di qualsiasi cosa esistesse, e sei stato rigenerato da Dhilarin, attraverso me. Per cosa credi sia venuta qui, stanotte?”
“Non lo so – borbotta – io me ne sarei rimasto a casa a scopare, ma tu sei sempre stata strana.”
Non posso pretendere che diventi un gentiluomo tutto d’un tratto. In fondo, neanche voglio. Mi è più simpatico così.
Mi abbasso per sedermi, mi metto a gambe incrociate, con la Fendidraghi accanto e la gemma in mezzo. Dove tocca terra, brucia istantaneamente le piante, e so che, in quel punto preciso, non crescerà mai più erba. Su questa piccola zolla, sepolta nel mare di Wydan, si sono abbattuti Mille Mondi, che è più di quanto sia possibile sopportare.
Non credo capirò mai perché per me sia diverso. Non credo che uno solo, tra i Sorveglianti che mi hanno preceduta, l’abbiano mai capito. Forse lo capirà qualcuno di quelli che verranno dopo di me.
Forse ‘dopo di me’ è proprio quello di cui ho bisogno.
“Siamo tutti strani, Seddogh. Sono tempi strani. Stanno cambiando tante cose, e ne cambieranno sempre di più, sempre più in fretta. Trecento anni fa, sarei nata e morta senza avere neanche mai visto un libro o una fonte di illuminazione diversa dal fuoco nella buca in mezzo alla mia capanna. Cinquant’anni fa, sarebbe stato impensabile che una plebea sposasse un aristocratico. E solo dieci anni fa, la massima ambizione che potessero concepire dei bottegai, come i miei genitori, era che la loro figlia imparasse le belle maniere e sposasse un mercante con una buona rendita.”
Allargo le braccia, come a scusarmi.
“E adesso guardami.”
Seddogh si accovaccia, per mettersi quanto può al mio livello. Sbatte le palpebre, quelle ordinarie, e non arriccia più le labbra per mostrarmi i denti.
“Adesso sei una dea, gnocchetta. E, lo dirò solo stavolta e poi negherò di averlo detto, sei la mia dea, e io sono al tuo servizio.”
“Lo so.” rispondo, senza scompormi.
“Quindi, cosa vuoi da me, stanotte?”
Un amico, penso, ma è ridondante. A Seddogh non piacciono queste smancerie, e in fondo neanche a me. Gli amici, certe cose, non devono dirsele. Così opto per la versione edulcorata:
“Le tue ali.”
Seddogh le apre di nuovo, facendo sparire il prato. Se lui è enorme, le sue ali sembrano arrivare fino all’orizzonte.
“Ci sto lavorando, gnocchetta, ma non è facile. Dopo la muta, si sono rinforzate, e posso fare delle belle planate, ma non ho mai rischiato a mostrarmi di giorno. Le cose sono cambiate?”
“Sono cambiate – confermo – stanno cambiando, e cambieranno. Per questo Dhilarin è tornato. Per questo Stella Scarlatta ci guarda da lassù. È tempo di cambiamenti, Seddogh.”
I suoi occhi sono d’oro. L’arryxis che era e il drago che è appartengono a un tempo che non mi interessa. Né presente, né passato. È del futuro che parliamo.
“I cambiamenti aumenteranno. Saranno vorticosi, inarrestabili. Dhilarin lo sa. L’ha già visto succedere, ha già visto ogni possibile declinazione di ogni possibile evento, e non vuole… in nessun modo… che Engelia soffra ancora per colpa sua. Io non voglio che Engelia soffra per colpa mia.”
Le creste orbitali di Seddogh si muovono, in un modo che, immagino, esprime perplessità.
“Quando il Popolo Potente, i Rifulgenti di Nisei, persero la loro utilità, Dhilarin li abbandonò. Giusto o sbagliato che fosse, il loro tempo si era concluso, e solo il governatore Yanel testimonia l’esistenza di quell’epoca. Di nuovo, parliamo del passato. Basta passato.”
Seddogh non è un filosofo. Io ci sto arrivando, pian piano e con la limitatezza delle mie risorse intellettuali, risorse umane, al cuore della mia essenza divina, ma il mio servitore non vuole tutte le risposte dell’universo, ne vuole una:
“Cosa devo fare, gnocchetta?”
Riprendo Dhilarin, come un cucciolo, e me la stringo al petto. Vicino a me, la mia spada risplende, una fessura di luce, su questo prato sconfinato, teatro di tanti avvenimenti, nella leggenda di Dhilarin. Avvenimenti antichi, avvenimenti leggendari.
Non importa. Ci saranno altri teatri, altri avvenimenti. Devo solo alzare gli occhi al cielo, per incontrare quelli del mio drago, e affrontarli.
“Devi volare via.”
Lentamente, con molta cura, non so se per ostentazione o per cautela, Seddogh ripiega i suoi arti supplementari sulla schiena, meravigliose, meravigliose ali di drago.
“Poteva andare molto peggio – sintetizza – e dove devo volare? La Cordigliera Scarlatta?”
Da sempre, la Cordigliera Scarlatta è la dimora dei draghi, il luogo della cova, da cui si allontanano solo quando le montagne sono innevate e inagibili. Albarah diventa irraggiungibile, sotto quella coltre che raggiunge l’altezza di tre uomini in piedi.
Al tempo di Lothawen Dhilarin, la Sorvegliante rinnegata, è stato sfruttando questo stato di cose che Arthel il Distruttore ha attaccato la città dei signori dei draghi. Tutto sarebbe stato diverso, se non fosse avvenuto.
Tutto sarà diverso.
“No – rispondo, rialzandomi – stavolta Dhilarin andrà molto più lontano. Tieniti pronto alla chiamata, drago, e rafforza il tuo volo. Il momento è vicino.”
Vorrei vedere Lyott. Vorrei parlargli, chiedergli consiglio. È strano: per anni l’ho visto tutti i giorni, pendevo dalle sue labbra, per qualche tempo ho avuto anche una piccola cotta per lui (e lo ringrazierò sempre perché, pur essendo un sottaniere della razza più pura, ha delicatamente evitato di dare esca alle speranze di una tredicenne confusa), ma da quando è iniziata questa storia, sembra quasi una comparsa, è rimasto sullo sfondo. Ha tamponato le mie assenze e poco altro.
Forse, mi dico, è il destino di tutti i maestri: il passato diventa sfondo, sul quale ci si muove per costruire il futuro.
Ma vorrei lo stesso vederlo. Stringo in pugno la Fendidraghi. Sei capace di portarmi in un posto preciso, che ignoro quale sia?
(io sì tu anche dobbiamo solo imparare)
“Non ti prendi il tuo regalino, gnocchetta?” Mi sfotte Seddogh, quando faccio per dirigermi verso il taglio che ho aperto nella realtà. Ormai lo faccio senza quasi badarci, dedicandoci lo stesso sforzo mentale a cui potrei dedicare il gesto di allungare una mano per prendere un bicchiere.
“Sei diventata sgarbata, mi ferisci, io ti tenevo da parte la mia forfora con tanto amore, e tu…”
Sposto gli occhi sul mucchio di pelle in muta, un dono, in verità, più prezioso dell’oro e dei diamanti; non credo esista qualcuno, a Engelia, che possegga questo cuoio di drago, i draghi fanno una muta ogni centocinquant’anni o più. Seddogh, che doveva liberarsi della sua natura demoniaca, è un’eccezione. Forse, mi dico, anche questo sta per cambiare.
Sembra che anche Dhilarin abbia un certo senso dell’umorismo, cioè io ce l’ho, e tutto d’un tratto, con uno schiocco assordante, che fa tremare i timpani, la pelle non c’è più.
I passaggi si aprono, i passaggi si chiudono. Non sapevo che potesse essere così istantaneo, ma so, con certezza assoluta, che Lars avrà un bell’infarto, quando si sveglierà e si ritroverà sul tappeto un ammasso di squame e di pelle grigiastra, attraente come una carcassa in decomposizione.
Oh, beh.
“Altre domande?”
Prudentemente, sia mai che la sua dea decida di fargli fare un tuffo di testa nel Grande Vuoto Cosmico, Seddogh rimane zitto.
Io passo dall’altra parte. Sempre più facile. Sono di nuovo in città.
Veloce, prima che qualcuno mi veda, infilo Dhilarin dentro la giacca, me la tengo premuta contro il corpo e penso che dovrò studiare un modo un po’ più pratico di portarmela dietro, ma per il momento mi concentro sul luogo dove mi trovo. Ormai sono così abituata a questi bruschi cambi di locazione che il senso di disorientamento lascia subito il posto a una necessità impellente di orientarsi, e sono due cose molto diverse, se ci si pensa.
Vedo bei giardini, fontanelle che irradiano ventagli argentei d’acqua, alte facciate di palazzi signorili. È un quartiere della città alta. Non è il quartiere in cui Lyott vive, ma come Sorvegliante, può essere ovunque, quindi mi incammino sul marciapiede ben selciato, sotto i lampioni che rischiarano la notte, come non avviene nei quartieri più popolari. Non scelgo una direzione precisa, ma so, dentro di me, dove sono diretta. Appena supero il cono di luce di un lampione, nel buio che c’è tra uno e l’altro, svicolo velocissima, nello stretto spazio tra due palazzi. Quante volte ho fatto percorsi simili, sbucando dall’altra parte e strisciando tra i cespugli! Per un momento, mi sento di nuovo io, la vecchia io.
(non è male la vecchia io)
Tu vuoi il futuro, giusto? Quindi non affezionarti.
(siete sempre rancorosi come se la colpa fosse mia)
L’autocritica non è una delle prerogative principali del divino, pare.
Le finestre più basse della facciata posteriore di questo palazzo hanno le sbarre, delle belle volute di ferro battuto, imbullonate agli infissi e impossibili da scardinare, ma favolose per arrampicarsi. Anche questo lo faccio (facevo?) sempre, sono un grillo, tra le grondaie scolpite e i ricciolini ornamentali. Mi incastro tra un puttino e il bordo superiore della finestra sotto quella che mi interessa, allungo il collo, e sbircio dentro.
È una camera, con una tappezzeria a rose delicate e mobili intarsiati, vasi di fiori dappertutto, tendine di mussola leggere, quadri a colori vivaci. La camera di una persona giovane, una ragazza. È seduta allo scrittoio, in veste da camera, mi da le spalle, ma la riconosco subito. Ho visto quella figura seduta di spalle per quasi tre anni. Quei capelli neri, lisci, che riflettono la luce del lume, li riconoscerei tra mille.
Althesia.
Aderisco meglio alla parete, al sicuro nella mia oscurità rischiarata da Stella Scarlatta, è la sua luce a guidarmi, è grazie a lei se vedo nel buio come un gatto, tanto che la luce della stanza mi da quasi fastidio agli occhi. Li stringo un momento, poi li riapro, un po’ si adattano. Althesia sta piangendo. Le sue spalle sono scosse ed è tutta rattrappita in avanti, si sta stringendo tra sé e sé, un tristissimo abbraccio solitario, non c’è nessuno con lei, neanche la cameriera. Conoscendola, l’avrà cacciata via in malo modo, ma mi fa pena lo stesso.
Allineati contro la parete opposta, in perfetto ordine e perfino in accostamento cromatico, i bauli e le cappelliere del suo bagaglio sembrano creare un parallelismo quasi sinistro con quello che sarà il mio destino, entro breve. Ma il suo, constato subito, sembra essere perfino peggiore. Lo stemma sui bauli non è quello del casato Drucsen. Aguzzo gli occhi, riconosco il cancello verde, su campo dorato, e la mia pena aumenta. Non ci vuole tanto a capire cosa la aspetta, dopo quello che è successo, il tiro che mi ha combinato, e l’epilogo del mio matrimonio con Lars.
La stanno mandando via. L’hanno data in sposa a stranieri, nel Malar, oltre l’Arcipelago degli Amanti. Il disonore verrà cancellato dal suo clan, come entità fisica.
Perché siamo venute qui? Cosa volevi mostrarmi?
(eri tu a voler venire tu sei venuta)
Oh, grandioso. Vado dove mi porta il mio inconscio, e l’inconscio voleva farmi vedere la mia arcinemica distrutta. Oltremare, sposata con uno sconosciuto, non sarà mai la moglie di cui vantarsi e da venerare: le usanze sono troppo diverse, le tradizioni incompatibili, e Althesia sarà se mai un’imbarazzante corredo a una dote cui qualche cacciatore non ha saputo dire di no. Non potrà paragonarsi alle nobildonne locali, non entrerà mai nelle loro grazie. Essere una straniera è come essere una plebea, negli ambienti che sarà costretta a frequentare.
Mi mordo le labbra, combattuta. La detesto, ma mi accorgo che non riesco neanche a detestare lei, come persona. In sé, Althesia è un’insignificante stronzetta che pensa di sottrarre agli altri per avere di più lei, e se neanche questa batosta le ha insegnato niente, non c’è molto che possa fare. L’imperatrice Fathiel, racconta la leggenda, in una situazione molto simile si tagliò i capelli, si travestì da ragazzo, e sparì nella notte dalla casa paterna, per tornare a dare notizie di sé dopo essere diventata il mito che oggi ricordiamo. Non dico che Althesia diventerà mai un mito, ma oggigiorno non serve neanche travestirsi da ragazzo, per uscire senza accompagnatori. Un abito semplice, una diligenza di linea, e tanti saluti a Drucsen, al cancello verde del Malar, a una vita di merda. Se Althesia preferisce stare qui a piangere, è perché non vuole rinunciare alla vita che conosce. L’hanno educata così, d’accordo, ma in teoria l’hanno anche educata a essere carina e gentile, e per quello, la forza di mostrarsi refrattaria l’ha avuta.
Althesia è il passato, il cambiamento rifiutato, la salvezza a portata di mano che non prenderà, perché la vestaglia di seta appena alzata e la cameriera che versa la brocca dell’acqua aromatica, per tergersi il viso, è troppo importante per lei. C’è una forbice sulla scrivania, lì accanto. Potrebbe tagliarsi le lunghe chiome. Potrebbe tagliarsi le vene. Potrebbe lasciarla lì, alzarsi, riempire una sacca di roba, e via.
Rimane seduta e piange.
Adesso capisco perché Dhilarin aveva bisogno di venire qui. Non volevamo vedere, ma adesso è chiaro.
Mi lascio cadere per tornare a terra, ripercorro il vicolo in senso inverso, senza voltarmi, senza alzare gli occhi alla finestra illuminata dalla tenue fiammella del lume da scrittoio. È un’altra la luce che mi guida, stanotte.
Quell’occhio rosso nel cielo nero, mi accorgo, sto cominciando ad amarlo.
Il mio prossimo passo, sotto la luce di Stella Scarlatta, a questo punto diventa semplice.
La Fendidraghi si muove, e attraverso la città, da un capo all’altro, dal quartiere aristocratico a quello popolare, non i bassifondi, ma comunque un quartiere di gente che lavora per vivere. Non troverò Lyott, qui, ma in effetti non lo sto neanche cercando. Il maestro si cerca quando si vogliono aiuto e consiglio, e non ho bisogno né dell’uno né dell’altro.
Stavolta non mi arrampico per salire fino alla finestra, l’ho fatto qualche volta, ma stanotte no. Stanotte rimango dall’altra parte della strada, appena fuori dalla luce del lampione – questo è l’ultimo quartiere servito dall’illuminazione pubblica, prima di passare alle zone più disagiate – appoggiata al muro, braccia conserte per trattenere Dhilarin contro di me.
La camera di Maya è buia, le tende tirate. Potrebbe stare dormendo, vista l’ora, ma ho la netta sensazione che non sia così. Nel buio e nel silenzio, la mia amica rappresenta l’altro volto del passato, quello che rimane nel passato, per non contaminare il futuro. So che è un modo tremendo di vederla, ma so anche che è il modo che ha lei di vederla. Maya non può rappresentare un futuro, per Haldan, e un passato che non ha sbocchi può comportarsi come Althesia, oppure farsi da parte e lasciare che chi un futuro ce l’ha vada avanti.
Non è una lezione che mi faccia piacere imparare.
(per evitare questo)
Lo so
(è solo per evitare questo)
cosa è necessario
(che dobbiamo andare non può esserci compromesso)
devo farlo ma non voglio
(o ripetiamo il passato o cerchiamo il futuro altre strade non ci sono)
fargli ancora quella domanda.
Ed è guardando l’occhio accecato della finestra di Maya, buia come deve esserlo il suo cuore, in questi giorni, che alla fine le lacrime mi sgorgano dagli occhi, e sono le lacrime dell’inevitabilità di quello che mi aspetta. Volevo incontrare Lyott? A che pro, misericordiosa Ney? Cosa devo fare lo so. So perché in quest’epoca Dhilarin non è una nobildonna o una discendente dell’ultima Lothawen, forse qualche goccia di quel sangue è nelle mie vene, ma parliamo di una diluizione tale che, volendo, qualsiasi passante potrebbe essere divino quanto me. Dhilarin non è una nobildonna, non più. Non sarà imperatrice o somma sacerdotessa, mai più. I libri vengono stampati su scala industriale, le strade sono illuminate da lampioni, le ragazze vanno a scuola, e chi può permetterselo, investe nel realizzare le proprie invenzioni, congegni e strane gabbie ascensionali, stanno succedendo tante cose e altre ne succederanno. Forse, chissà, un giorno l’uomo esplorerà i cieli, il fondo degli abissi, le vette innevate.
Non è più tempo di Sorveglianti seduti sul trono. Inutile dirmi che posso trovare un compromesso: non c’è.
Volto le spalle alla casa buia della mia amica, taglio la realtà, e dall’altra parte compare uno scorcio di stanza chiusa, una camera da letto, non quella di Lars. Nemmeno riesco a considerarla la mia camera, per la legge lo è, ma il mio cuore lo sa, come stanno davvero le cose.
Io non posso accettare nessun compromesso. È una cosa che va oltre le mie possibilità.
Entro nella camera da letto del nobile Brinat, mi richiudo il passaggio alle spalle, e sussulto brevemente, perché sul mio palmo, sottile come una rigatura di una scheggia di vetro, si apre un taglio improvviso: i Mille Mondi sono stati danneggiati, non gravemente. È una Soglia piccolina, quasi innocua. Immagino che, se si aprisse un varco capace di distruggere Engelia
(non lo permetto)
mi scoppierebbe il cervello in un attimo, e sarei la prima vittima.
Stringo il pugno, chiudo gli occhi, e nel sipario delle palpebre abbassate, vedo Lyott che riunisce i lembi slabbrati della realtà. È inginocchiato, la Soglia è davvero piccola. La spada gli pende dal fianco, non ha neanche dovuto sguainarla. Ordinaria amministrazione.
Riapro gli occhi. Sento che Lyott non è solo, c’è un’altra presenza Sorvegliante con lui, non l’ho vista, ma so chi è. So tutto quello che riguarda Dhilarin, non a livello mentale, forse, ma è un archivio enorme che consulto a piacere, e in questo caso particolare scelgo di no. Non so quando il mio maestro e la Sorvegliante di nome Sydelle siano diventati intimi, ma direi che sono ampiamente affari loro e ampiamente non affari miei. Vorrei soltanto poter salutare il mio maestro, prima di partire.
(ci proveremo)
Mi avvicino al letto nel quale il nobile Brinat dorme abbracciato al suo cuscino, la coperta calpestata sotto i piedi, la camicia da notte che per fortuna lo copre completamente. È solo, ma me lo aspettavo. Sua moglie è morta qualche anno fa di collasso puerperale, ha due bambine piccole, e non si è mai risposato per avere l’agognato maschio, dicono che non gliene importi niente. La fama di eccentrico gli arriva, più che dalle sue invenzioni e dal suo comportamento, dal bizzarro pensiero che le sue figlie femmine siano in grado di tenere in piedi il casato come qualsiasi erede maschio, se debitamente istruite. Una cosa allucinante, per cui tutti lo prendono in giro, alle spalle, mentre approfittano dell’opportunità enorme del suo salotto intellettuale.
Lo scuoto per una spalla, con dolcezza. Mi è simpatico, se non si fosse capito, e che abbia un aspetto anche più ridicolo del solito, con il berretto da notte tutto schiacciato sulla testa, e due mollette enormi a tenergli i baffi in piega – mamma mia non solo non se li taglia, ma lo fa proprio apposta, ad avere quei riccioloni penzolanti – me lo fa piacere ancora di più. Se ne frega alla grande di quello che pensano gli imbecilli, lui.
(qualsiasi scelta farai ti giudicheranno tanto vale fare ciò che ritieni giusto)
Oltre che petulanti, gli dèi sembrano essere anche filosofi.
Il nobile Brinat apre gli occhi. Poi, vedendomi, li spalanca. Salta sul letto, balza all’indietro, spaventatissimo.
Mi poso un dito sulle labbra, perché non gridi.
“Siete sveglio e sano di mente come me – gli dico, confidando che lo rassicuri invece di deprimerlo completamente – non potevo aspettare domattina. Ho bisogno del vostro aiuto.”
Il nobile Brinat si tiene il cuscino stretto, come uno scudo. “Come… cosa…”
Prendo una sedia, l’accosto al letto, mi metto comoda, con le gambe accavallate e Dhilarin sotto la giacca. Uh, che bel salottino di conversazione. Regolo il lume sul comodino, non per me ma per permettere a lui di vederci.
“Devo raccontarvi una storia – comincio – e quando avrò finito, voi sarete l’unico a conoscerla per intero, all’infuori di me e forse di Lars.”
Non dipende da me, Lars. Il compromesso non dipende da me. È un pensiero che mi fa stare così male che riprendo subito a parlare, per non doverci pensare, per ora:
“In questi giorni ho capito tante cose, e ho imparato a riconoscere chi può aiutarmi e chi mi sarebbe solo di ostacolo. È stato tremendo, credetemi. Devo lasciarmi alle spalle gli amici, e affidarmi agli estranei. Devo affidarmi a voi.”
Il nobile Brinat controlla che la camicia da notte sia ben tirata giù prima di tornare a guardarmi.
“Scusate se ve lo chiedo, ma vostro marito sa che siete in camera di un altro… ehm…”
“Passato – dico, con impazienza – non sono qui per venire a letto con voi, se è questo a preoccuparvi. Da voi voglio altro.”
“Oh…”
Sembra quasi deluso. Lo prendo come un complimento, o penso che sia un amico di merda, per Lars? Scelgo il complimento, non ho tempo per queste cavolate.
Il nobile Yanel. Dovevo andare da lui.
(passato)
Esiste anche un passato buono, il passato che ci tramanda le antiche conoscenze.
(ma devi distinguerlo dall’altro)
Non è facile, non sarà facile.
E ho pochissimo tempo.
Raddrizzo le spalle, smetto di pensare anche al governatore Yanel. Forse tra qualche ora, alla luce del giorno, sarà il suo momento, ma adesso no. Adesso ho bisogno di porre una domanda molto più importante al nobile Brinat, che sta cominciando a lanciare occhiate al campanello sul comodino, quello per chiamare la servitù. Probabilmente sta pensando che sono una pazza pericolosa, e non è che possa dargli torto più di tanto.
Quindi gli faccio la domanda fondamentale, vitale per il mio futuro, il futuro di Dhilarin, e dei Mille Mondi tutti:
“Come ve la cavate con il taglio e cucito?”

3 thoughts on “Capitolo 29”

  1. Vale
    Vale says:

    “Non è più tempo di Sorveglianti seduti sul trono. Inutile dirmi che posso trovare un compromesso: non c’è.”
    Bello, mi piace, mi fa intravedere soluzioni che nel (pochissimo) fantasy che ho letto non sarebbero nemmeno prese in considerazione… e so che non mi deluderai *_*

    E poi Brinat è *_* aw.
    Anche sarto! <3

    1. Strix
      Strix says:

      Brinat è un dannatissimo mito assoluto! XD

    2. Lem
      Lem says:

      Lo vedi che se ti impegni ce la fai?
      *scappa*

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