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Capitolo 28

A svegliarci è un tale casino, al piano di sotto, che attraversa i muri, arriva agli appartamenti padronali di villa Ianmeyr, fa ondeggiare i drappi del letto, e prima di capire bene dove sono, chi sono, perché esisto e se mi sono svegliata o sto ancora sognando, sono già in piedi e tasto dove di solito tengo la Fendidraghi. Trovo soltanto legno scolpito, seta leggera, una testiera così spessa e massiccia che viene usata anche come mensola. Sopra c’è un vassoio con una caraffa d’argento e due bicchieri alti, e poi tovaglioli, pettinini, qualche libro, la lampada da lettura, e toh, una gemma liscia, tondeggiante, su una montatura d’oro. La sollevo soppesandola, sbattendo le palpebre confusa.
“Me la puoi dare, per favore?”
Accanto a me, Lars è ancora a letto, turbato la metà di quanto lo sono io e spaventato neanche un decimo. È seduto, ha le lenzuola in grembo, si sta buttando indietro i ciuffi ribelli che gli sono caduti davanti stanotte, e di colpo mi ricordo tutto. Gli porgo la pietraluce, senza una parola.
Il fracasso al piano di sotto si ripete, facendomi trasalire. Guardo Lars allarmata, ma lui si sta agganciando la pietra al collo e non ha l’aria di crucciarsi del fatto, apparentemente evidente, che stanno smantellando le fondamenta di casa con noi sopra.
“Ma cosa succede?” Mi decido a domandare.
Lars si stiracchia. Nella luce crescente del mattino, i suoi muscoli sono delineati uno per uno, dalle spalle al torace, pettorali, addominali, bicipiti e tricipiti. Le linee sinuose dei polpacci. Come avevo immaginato tempo fa, si esercita nella scherma fin dall’infanzia, da buon patriarca di clan aristocratico, e quello che per lui è un modo di rafforzare il corpo ed eccellere in un’arte basilare per qualsiasi nobile, per me si traduce in un modo decisamente piacevole di svegliarmi.
E sarà così ogni mattina. Questa cosa del matrimonio ha dei risvolti decisamente positivi. Penso di poterlo perdonare, mi sforzerò e riuscirò a lasciarmi alle spalle la stizza per avermi impalmata a sorpresa. Bisogna essere impavidi, superare i momenti difficili.
“Buon giorno a te, sposa mia.” dice con un sorriso, si solleva, mi circonda con le braccia e mi attira a sé. Tengo a precisare che, essendo quella appena trascorsa la nostra notte di nozze, indossiamo entrambi solo lo stretto indispensabile, il che esclude indumenti di qualsiasi tipo.
Mi lascio adagiare di nuovo sul letto: senza scendere troppo in dettagli, nell’essere sposata con Lars ci sono tanti e tali lati positivi che, quando il casino si ripete, mi ritrovo a sussultare, perché mi ero proprio dimenticata di quello che succedeva. Mi sollevo su un gomito, Lars non si scoraggia. Mi trattiene.
“Dai, aspetta… ma che sta succedendo?”
Giocherella coi miei capelli. “Ti ci abituerai presto. Non dimenticare chi è il nostro vicino di casa.”
Faccio un po’ fatica a fare ragionamenti complicati mentre lui mi accarezza dappertutto: è chiaro che per lui la notte di nozze non è finita per niente, e mi sembra una scuola di pensiero eccellente. Sono di nuovo stretta a lui, mentre mi bacia sul collo, quando realizzo che la residenza cittadina di Ianmeyr confina con il salotto del nobile Brinat, mecenate al pari di mio marito (marito, marito, marito; sì, la mia situazione va proprio bene), intellettuale rinomato, innovatore, inventore.
Ci baciamo, lui sopra di me, io con le braccia intorno al suo collo, e la situazione si sta facendo piuttosto incandescente, quando un nuovo boato, seguito da uno schianto assordante, da far tremare il pavimento, un fischio stridulo, e alla fine delle grida umane di allarme, costringono perfino Lars a rinunciare al buon giorno coniugale. Ci tiriamo su.
“Ma fa così tutti i giorni?”
In risposta, al piano di sotto si sentono altre grida, imprecazioni, ordini, e un nuovo schianto. Lars deve riconoscere che no, non è che questa sia proprio la norma, nemmeno per il nostro vicino. Quando, tra le grida e le imprecazioni, si solleva anche la voce nota del suo amministratore di fiducia, deve proprio rassegnarsi all’evidenza che, qualsiasi cosa stia succedendo, sta succedendo al piano di sotto, e non è una cosa buona.
“Non vorrai scendere così?” Mi chiede scandalizzato, nel vedermi infilare la vestaglia. Lui, la sua, l’ha già indossata, si sta annodando un fazzoletto al collo, lo infila nel bavero, ed ecco a voi il nobile Ianmeyr in veste da camera. “Ti mando la cameriera.” Taglia corto al mio sguardo perplesso, ed è già in mezzo alla camera, alla porta. Esce.
Ci metto un po’ a realizzare che presentarmi praticamente nuda, con la vestaglia di velluto d’accordo, ma i capelli sciolti, spettinati, niente gioielli, niente calze, e probabilmente in faccia l’impronta di quello che stavamo facendo fino a un secondo fa, sarebbe come minimo scandaloso. Siamo sposati e quello che facciamo lo sanno anche i sassi, ma io sono la signora di Ianmeyr. Non posso mostrarmi in pubblico – e il piano inferiore di questa casa è pubblico – se non in forma più che impeccabile.
Luce, sole, aria. Stavolta sono io a pensarlo, non Dhilarin.
Ricado seduta sul bordo del letto, mentre, sotto di me, l’apocalisse continua. Chissà Lars cos’ha pensato, quando ha visto che stavo per seguirlo, così arruffata e discinta. Chissà cosa sta pensando, adesso. Chissà quanto ci metterà a pentirsi di avere voluto sposare una piccola zotica di paese, considerata una dea per convenzione sociale, non perché qualcuno ci creda sul serio. Sono, veramente, la dea meno credibile che sia mai esistita.
Per fortuna, a questo punto arriva Darithia, insieme a un altro fragore da far venire giù gli affreschi, e posso dedicarmi a salvare l’onore di questo casato, che è diventato il mio, ma solo agli occhi del mondo.
Di un solo mondo, per l’esattezza.
L’ultimo fermaglio si chiude sui miei capelli, dopo la toeletta, la vestizione, e una lunga seduta con la spazzola. In me, cresce la consapevolezza che, di mondi, io ne incarno mille. Lars dovrà accettarlo. Dovrà rispondere alla mia domanda. Prima o poi, penso, troverò di nuovo il coraggio di porgliela.
Ma non adesso. Per adesso, voglio essere sua moglie, e basta.
“Cos’è questo baccano?”
Darithia finisce di fissarmi l’acconciatura e fa un passo indietro, con aria soddisfatta. “Avete dei capelli meravigliosi – mi adula, come se non sapessi di avere in testa un incendio – così folti e setosi, si prestano a qualsiasi…”
“Sì, ma chi sta smontando il pianterreno?”
“Non lo so, mia signora. Stavo per correre giù a vedere, ma la governante è venuta a chiamarmi per servirvi.”
Mi alzo, sentendomi accarezzata da questa seta verde, questo velluto nero; non stringe come l’abito da sera, è un vestito da giorno, ed è fatto su misura per me. Le maniche sono pendenti, così lunghe che, se abbasso le braccia, sfiorano terra. Abiti così non si usano più, tra la gente comune, ma l’aristocrazia può permettersi di seguire la tradizione a oltranza. Darithia mi drappeggia la stola sulle spalle, la signora di Ianmeyr non può certo girare per casa sua senza stola e senza perle tra i capelli, vengo richiamata all’ordine quando cerco di sgusciare e non ho le scarpine adatte.
Stavolta potrei davvero rivoltarmi, non ho intenzione di rinunciare a girare per casa in ciabatte, ma per fortuna un altro clangore, come se ottocento cavalieri in armatura si stessero prendendo a testate nell’androne, fa trasalire Darithia.
Prima che possa riprendersi, me la sono già filata. Esco nel corridoio, i servitori si inchinano tutti al mio passaggio, arrivo in cima alle gradinate. È così strano pensare che adesso vivo qui, ma non mi ci soffermo troppo: primo, perché fra tre giorni sarò lontano, e secondo, perché mi ritrovo davanti qualcosa che sembra un pozzo di miniera. Sono assolutamente sicura che, quando ieri sera Lars e io siamo saliti, questi cavi d’acciaio che pendono dal soffitto non c’erano, e nemmeno le carrucole a cui sono fissati, in alto – impalando senza pietà i puttini degli affreschi, devo notare con una certa fitta di sofferenza, perché era davvero un affresco pregevole. Ci sono carrucole che salgono e scendono, e dei contrappesi che, se cadessero in testa a qualcuno, compirebbero la magia dell’anguria umana. La balaustra di marmo è tutta sporca e viscida di olio lubrificante, che schizza mentre l’apparato si muove, con un rumore da far allegare i denti. Mi tengo a distanza di sicurezza e cerco con gli occhi qualcuno che mi spieghi le tradizioni aristocratiche in merito. Sono una zotica dei bassifondi, non sapevo, davvero, che nei casati nobiliari si usasse allestire una camera delle torture, la mattina dopo un matrimonio. Simbolismo interessante, non discuto.
“Qualcuno potrebbe…?”
Un altro fragore, che mi fa saltare su non per lo spavento, che ormai mi aspetto di tutto, ma proprio perché è talmente forte che la vibrazione solleva i tacchi, inghiotte il resto della mia domanda. Un paio di cameriere si avvicinano dicendo cose inudibili, il rumore di metallo che strofina sul metallo copre tutto il resto.
Tenendomi molto lontana dai cavi che hanno assassinato i puttini, vado sulle scale, per avere una visuale di quello che succede sotto.
Vista da sopra, la gabbia di ferro non ha un aspetto molto diverso rispetto a quando l’ho vista da sotto. La riconosco subito. Seguo con gli occhi i cavi che la imbrigliano, fino al soffitto, poi di nuovo giù, sulle carrucole e i contrappesi.
È con la certezza matematica di quello che troverò al piano di sotto, che scendo la gradinata, e giuro che, con lo strascico del vestito, la stola, e tutte le perle tra i capelli – per tacere di una bellissima collana di piastre d’oro, intramezzate da schegge di giada – mi sento davvero la principessa delle fiabe, giù per questo scalone che si incurva elegantemente, i miei sudditi sotto di me, pronti a inchinarsi.
Per fortuna, appena tocco il marmo dell’androne e sono di nuovo al livello dei comuni mortali, il delirio si impadronisce della mia vita e torno nel mio elemento. Le due gambette che si agitano sotto la gabbia di ferro, che per un momento mi fanno venire un colpo per il timore che, alla fine, quella trappola diabolica abbia mietuto la sua prima vittima; ma subito cominciano a scalciare per estrarre il loro proprietario, e un momento dopo il nobile Brinat rimbalza verso di me. Ha i baffi più bisunti che mai, una macchia di olio nero sulla pelata, la camicia gli è uscita dai calzoni insieme al debordare della pancia, e non credo di avere mai visto qualcuno con un’espressione più felice, in tutta la mia vita.
Lars, che era in piedi accanto alla gambette, lo segue dicendo cose che deve dire, ma chiaramente neanche lui pensa davvero saranno ascoltate.
“Congratulazioni, congratulazioni! Mi dispiace non essere stato presente al matrimonio, ma è stato tutto così improvviso, non c’era tempo, e dovevo pur provvedere a un dono adeguato, non credete? Davvero, un’unione così straordinaria merita di essere celebrata adeguatamente, perché proprio è…”
Continua a congratularsi e sproloquiare, e intanto mi acchiappa le mani pompandole su e giù, come se azionasse un pistone. Le sue mani sono lerce come quelle di chiunque stesse facendo quello che sta facendo lui (smontare casa Ianmeyr, a occhio e croce), ma in dotazione all’abbigliamento casalingo per la signora di Ianmeyr ci sono i guanti di capretto al gomito, quindi non mi do pensiero. Ricambio la stretta, perché mi sto divertendo e perché è chiaro che è davvero contento.
Accanto a lui, Lars ha un’espressione sconfortata. “Davvero, Alexion, è un pensiero gentile da parte tua, ma…”
“Sciocchezze, sciocchezze! La tua consorte ammirava così tanto la mia gabbia ascensionale che non potevo non farle questo dono! Ci è voluto tutto ieri per smontarla da casa mia e ci vorrà ancora qualche ora per approntare il contrappeso, ma entro domani, di sicuro, sarà tutto funzionante!”
“Non serviva che te ne privassi.”
Devo trovare il ventaglio. Darithia me l’ha appeso alla cintura, adoro quella donna. Lo apro e me lo metto davanti, perché mi scappa da ridere. La faccia di Lars è quella di un uomo che… beh, di un uomo che è stato scaraventato fuori dal letto nuziale per ritrovarsi un incubo di meccanica sulle scale di casa.
Mi incenerisce con un’occhiataccia, sa benissimo perché mi sto coprendo la bocca, e continua:
“Davvero, non c’era bisogno che smontassi la tua per approntarla subito qui. Potevi farne un’altra con calma, c’è tempo… noi partiremo tra due giorni e torneremo tra un anno e mezzo. Non…”
“Dovevate aspettare un anno e mezzo per ricevere il mio dono di nozze? Non se ne parla!”
Un anno e mezzo, e già e già. La voglia di ridere mi passa di colpo. Abbasso il ventaglio e mi guardo attorno, cercando qualcosa che mi distragga. Non dovrebbe essere troppo difficile, considerando che siamo in mezzo a un capannello di servitori incuriositi e di nobili di rango inferiore, gente venuta a esprimere le sue congratulazioni, c’è una vera e propria lista d’attesa, secondo il ceto sociale. Gli strumenti di lavoro sono sparsi dappertutto sui mosaici e i marmi, tocco con il piede quello che sembra un trapano a manovella. Per un attimo, la punta scintilla forte.
“Oh, usate punte di diamante, per bucare l’acciaio?”
Il diversivo funziona. Il nobile Brinat liquida le deboli obiezioni di Lars con un gesto della mano, sciocchezze amico mio, l’ho fatto volentieri, smettila di fare complimenti, e si affretta a raccogliere il suo giocattolo, coccolandoselo tra le mani.
“Sì, ho una serie di punte adatte a bucare il metallo, sono il mio orgoglio. Volete vederle?”
“Non penso che…” Inizia Lars, ma io rispondo subito di sì. Sì, ho voglia di vedere questi marchingegni. Voglio guardare le punte che bucano il metallo, i trapani, le carrucole e tutto il resto. Voglio, disperatamente voglio, far qualcosa che non sia il mio destino, per cinque minuti.
Mi piace questo vicino di casa mezzo matto, che poi matto non deve essere neanche un po’, perché la mostruosità che ha impiantato in casa Ianmeyr è un capolavoro di ingegneria. Mi piace che sia sporco di olio e che mi mostri una punta di trapano come se fosse un gioiello, diamanti credo di averne parecchi negli scrigni in camera, devo ancora controllare, questo modo di usarli mi sembra molto più utile che non mettermeli addosso. Mi piace il nobile Brinat, perché, mentre esprimo doverosa ammirazione e ringrazio sentitamente per il bellissimo regalo (devo solo trovare un volontario per il collaudo, tra questi servitori magari ce n’è uno abbastanza fesso) capisco che, se scalcio e mi ribello un po’, forse riesco a uscire dal destino imposto.
(questo non è compromesso)
Sì, invece. Tutto sta a trovarlo.
(tu non vuoi compromesso)
Sì, invece.
(sole luce aria non è compromesso perché è quello che ci negano)
Raddrizzo le spalle e, da buona padrona di casa, come mi ha insegnato la professoressa Nisria, suggerisco che potremmo recarci a fare colazione, se il nostro ospite vorrà onorarci della sua compagnia. Con aria sollevata, Lars mi offre il braccio.
Tutto torna nei ranghi, ci rechiamo nella saletta adibita ai pasti, tra due ali di nobili di second’ordine che ci fanno le congratulazioni, cui rispondiamo graziosamente, con un cenno di congedo. Sono troppo inferiori per potersi sedere con noi, loro.
(è quello che ci negano)
Come per reazione, dico: “Lars…”
“Sì?”
Scuoto la testa, come se non fosse niente di importante. In realtà lo è troppo, troppo per parlarne qui, in pubblico, per fargli quella domanda. Per avere la mia risposta.
Ci sediamo a consumare una colazione sontuosa, splendidamente allestita, mentre l’amministratore di casa Ianmeyr ci legge gli impegni del giorno. Mi sorprendo nel sentire, infilata tra visite e colloqui, il nome di Aillean, ma dissimulo, perché so che è la norma. Aillean non può semplicemente venire qui e salutare. Non funziona così. Lei è la sorella nubile, è subordinata. Non è un capoclan, come il nobile Brinat. Sarebbe una mancanza di riguardo imperdonabile verso la padrona di casa, verso di me, e non esiste mancare di riguardo alla signora di Ianmeyr. Così, Aillean, che è sorella di Lars e mia amica, deve mandare un biglietto e l’amministratore della casa la inserisce nel calendario del giorno. Ha precedenza su tutti tranne che sulle urgenze improrogabili, si capisce, ma è l’idea che debba chiedere udienza a infastidirmi. Arrivo dritta da una mansarda dove, entrandoci, puoi trovare un uomo seminudo svenuto a letto e un demone sul tavolo che ti fa fuori il prosciutto, non dimentichiamocelo.
Mangio un boccone di frutta candita, guarnita di crema, per dominare l’irritazione. Serve a poco. Soltanto a ricordarmi che, d’ora in poi, non sarò più io a preparare i miei pasti. Queste bellissime composizioni di fiori e frutta, disposte su tovaglie di lino, non usciranno dalle mie mani. Non affetterò più verdure e non controllerò la cottura, non sceglierò gli ingredienti al mercato, non sperimenterò con le spezie, giocando come se fossi al parco giochi. Non aprirò più un forno per essere investita dall’odore caldo del pane appena cotto. Con la cucina ho chiuso. E a me cucinare piace.
(un compromesso unilaterale si chiama resa)
Smetto di ascoltare l’amministratore, tanto è per Lars che sta leggendo. Il nobile Brinat sta entusiasticamente spazzolando la pancetta arrosto con le uova, mi dice che devo assolutamente vedere i suoi aghi con punta di diamante, per i fori più sottili. I servitori dietro di lui lo guardano come se fosse un demente, ma quando mai a una nobile come me possono interessare certe cose, anche propormelo è quasi sconveniente.
Una cameriera mi chiede cosa desidero. Rispondo, senza quasi accorgermene, che vorrei aprissero la finestra, per fare entrare il sole, la luce, e l’aria. Mi accontentano per modo di dire, tirano solo le tende, a quanto pare c’è un po’ di venticello e sia mai che spettini le frange dei tappeti. Finisco di piluccare in silenzio, senza voglia.
Con la coda dell’occhio, vedo che Lars mi guarda, ma non mi va di sorridergli. È lui a sollecitare la mia attenzione, chiedendomi se sono pronta per uscire; non avevo capito che il primo impegno era una visita che doveva fare, anziché ricevere. Me ne frega pochissimo. Confermo di essere pronta, tanto se il vestito non va bene, ci penseranno le cameriere a placcarmi, acchiapparmi, e riportarmi nel guardaroba. Quando mi sono seduta ho trovato, su un vassoio d’argento accanto al mio piatto, i guanti puliti, di capretto candido, non posso certo andare in giro con le macchie d’olio.
Dato che nessuno mi sbarra la strada verso l’uscita – si parano soltanto tra me e la sporcizia che si allarga lentamente, in un anello di olio bisunto, tutto attorno alla macchina ascensionale – deduco di essere presentabile per l’ospite da cui ci rechiamo, chiunque egli sia. Per quel che me ne importa, potrebbe essere parimenti il mio vecchio padrone di casa o l’imperatore di Morghater.
“Mi dispiace per il contrattempo – dice Lars, in carrozza – non è proprio quello che speravo, per il nostro primo giorno come marito e moglie.”
“È stato divertente. Il nobile Brinat mi è simpatico.”
“Non sapevo avessi ammirato quell’affare.”
“Lo guardavo perché lui ci era salito dentro e avevo paura che si ammazzasse.” Mi sposto, sul sedile imbottito di velluto, sulla seta del mio abito. Mai il mio fondo schiena è stato così coccolato, prima d’ora. “Mi dispiace per gli affreschi del soffitto, però.”
“Figurati – esclama Lars – quegli stupidi puttini risalivano ancora al primo Ianmeyr, li ho sempre detestati. Alexion non si è fatto scrupoli perché mi ha sempre sentito dire che volevo un pretesto per toglierli. Una bella mano di calce, e al nostro ritorno troverai un soggetto più di tuo gradimento.”
Al nostro ritorno. Guardo fuori dal finestrino, perché so che ogni volta che viene fuori il discorso, la mia faccia diventa quella di chi soffre il mal di denti. L’avversione di Dhilarin è la mia, oppure la mia è la sua, ormai è inutile che mi chieda chi sta influenzando chi. Dhilarin ama Lars, io odio Morghater. Ed è la stessa cosa.
Nel riflesso del vetro, vedo che Lars mi sta guardando, ma non dice niente. Confondo la sua immagine per tornare a vedere la strada, è un quartiere della città alta, con nobildonne che passeggiano, siepi potate, gentiluomini seguito dai loro servitori. Mi ci devo abituare.
Rimaniamo in silenzio finché la carrozza non si ferma e il cocchiere, da fuori, apre lo sportello.

Rimango un po’ interdetta quando riconosco il cortile interno della mia scuola. I portici dove passavo la ricreazione, le aiuole per le lezioni di giardinaggio – adesso che frequento un certo tipo di ambiente, capisco quanto devono odiarle, le ragazze nobili, non sono aiuole, sono pozze di terra puzzolente coltivate controvoglia – i muri alti, con gli occhi severi delle finestre allineati fino alle torri dei dormitori, in cima. Aillean deve essere là.
“Siamo venuti a trovare tua sorella?” chiedo, perché mi sembra l’unica spiegazione possibile.
Lars sorride e mi offre il braccio, sempre galante, come marito è il sogno di qualsiasi ragazza. So che non sarebbe contento di sapere che io preferisco l’altro Lars, quello che osserva, pensa, e poi agisce, quello che si arrabbia perché non ho mai contato i lingotti, che zittisce Seddogh e che ha creduto in Dhilarin, quando eravamo là Fuori e gli ho chiesto di farlo. È la stessa persona, lo so. Ma questo Lars è troppo il Lars che mi stava antipatico, prima di conoscerlo.
Sospetto fortemente che tutte le botte che ho preso in testa mi abbiano lasciato frastornata. I miei pensieri non hanno nessun
(basilisco bianco lui decide tu decidi ma presto)
senso.
“Mia sorella verrà a trovarci nel pomeriggio, non ricordi?”
“E allora perché…?”
“Pensavo volessi salutare le tue vecchie compagne e le insegnanti, prima di partire.”
Il tono di Lars è perplesso, il suo sguardo anche. Ha tutte le ragioni di esserlo, e io dovrei aver saputo che stavamo venendo qui, lo saprei, se solo avessi ascoltato l’agenda di impegni, a colazione. È un pensiero carinissimo il suo, con tutte le cose che ci sono da fare, ricordarsi di dire all’amministratore che c’era anche questo, e no, non si può omettere, si va la mattina dopo il matrimonio, punto e basta. Non ho neanche dovuto chiederglielo.
“Grazie.” sussurro, mentre penso che questo è un addio. Odiavo questa scuola e odiavo parecchie delle ragazze, ma tante altre no, e alcune insegnanti sono davvero in gamba. Stringo il suo braccio, mi sento un groppo in gola. Sto per partire e non le rivedrò mai più. Tra un anno e mezzo saranno tutte diplomate, quasi tutte sposate, e ognuna andrà per la sua strada. Questo capitolo della mia vita si è concluso per sempre, e io sto per partire.
Lars forse fraintende la mia espressione, perché dice: “Non andremo nell’ufficio della direttrice, non preoccuparti. Passeremo per la tua vecchia classe, a salutare le tue compagne.”
Lo guardo, pensierosa. Davvero pensa che per me sarebbe un trauma tornare in quella stanza, dove per poco non mi ammazzavano? Se dovessi evitare tutti i posti dove quasi ci lasciavo la pelle, potrei a malapena camminare per strada.
Quando entriamo – il cocchiere ci apre la porta, che lo dico a fare – faccio resistenza un momento. La prospettiva di rivedere Althesia e le sue orrende amiche non è precisamente piacevole. D’accordo, io farò un’entrata trionfale e loro saranno livide di invidia. Ma io non ho mai voluto essere invidiata da nessuno. Mio marito è Lars, non il nobile Ianmeyr.
Non ho più rivisito Maya. Cosa farò, quando la vedrò seduta al solito banco, accanto a quello che era il mio, dopo avere tradito il suo segreto in quel modo?
“Che c’è?”
“Forse non è il caso.” dico, innervosita, e sicuramente Lars pensa quello che chiunque penserebbe, perché sorride indulgente e mi tira con sé su per le scale.
Questi corridoi. Li conosco a memoria, conosco ognuna delle classi che stiamo superando, le porte chiuse, le voci delle insegnanti. È orario di lezione, naturale: se ci fossimo presentati durante una pausa, si sarebbe creato un casino pazzesco. Non voglio neanche immaginare cosa raccontino su di me, in questi giorni. Chissà se gira ancora la voce che sono una strega, forse sì. Con quello che mi hanno visto fare…
La sensazione di già vissuto, nel vedere i lacchè di Ianmeyr accanto alla porta della mia aula, è fortissima. L’altra volta che mi sono trovata in questa situazione c’era la professoressa Nisria con me, e Lars era l’irraggiungibile e odioso idolo dall’altra parte, sulla pedana dell’insegnante. La cosa strana è che ho la sensazione che niente sia cambiato per davvero.
Stavolta entro in maniera dignitosa, senza scaraventarmi dentro per la fretta.
L’applauso è quasi immediato.
Sono tutte in piedi. La professoressa Tarsya, è ancora professoressa anche se dirige la scuola, scende dalla pedana e viene da noi, mi ritrovo presa in un abbraccio che non mi aspettavo, mentre sbatto le palpebre cercando di capire cosa succede. C’è la professoressa Nisria dietro la cattedra, era la sua ora di lezione, oppure è qui appositamente, non so. Sono contenta che non sia stata licenziata.
La professoressa mi prende per le spalle per farmi raddrizzare, mi guarda negli occhi. “Stai benissimo!”
E questo immagino sia pacifico. Tra seta e velluto, e gemme nei capelli e guanti candidi, risalto in mezzo alla scolaresca come un airone tra le galline. Non mi ero mai accorta che le borsiste hanno quell’aria sgraziata, infagottate in uniformi della misura sbagliata, di quel verde smorto, con il laccetto nero a chiuderle sulla gola. Le trecce tirate senza che un solo ricciolino civettuolo possa scendere ad addolcire i lineamenti. Non mi piace accorgermi di queste cose.
Ma devo dire qualcosa, qualsiasi cosa.
“Come vanno le cose, direttrice?”
Gli applausi si smorzano. Non ho capito bene se applaudono Lars, se applaudono il matrimonio, se applaudono me che mi sono accaparrata il trofeo del regno, o se c’è qualcos’altro, non lo capisco. Mi scoppia la testa. Questa stanza è chiusa e non entra un filo d’aria. Non so come ho fatto a resistere qui dentro, per tanti mesi.
“Adesso vanno come devono andare. Non è vero, ragazze?”
Un ubbidiente, ma devo ammettere, entusiastico, coro di assensi. Sono tutte in piedi e non riesco a vedere se Maya è al suo posto, eravamo sedute abbastanza indietro e lei è piccolina, sparisce dietro le compagne. Ma noto che il posto di Althesia è vuoto, un dente mancante in una bocca completa. Anche i due posti accanto al suo sono vacanti, il che rende ancora più evidente l’assenza.
La direttrice Tarsya segue il mio sguardo.
“Si sono ritirate.” dice semplicemente, con un tono tranquillo che non attira l’attenzione sulla questione. “Sono lieta che abbiate regolarizzato la situazione, nobile Ianmeyr.”
Lars sorride, un po’ contrito. “Mai avrei osato presentarmi a voi senza avere restituito l’onore alla vostra pupilla, direttrice. Confido nella vostra indulgenza.”
Tarsya si volta retoricamente verso le ragazze. “Vedete, lui confida nella mia indulgenza. E credete forse che l’avrà?”
Risate generali. Il clima è decisamente diverso, rispetto ai vecchi tempi. I miei tempi. Questa non è più la mia scuola, non che ci sia da rimpiangerla, ma questo posto è diverso, è una località ignota, racchiusa dentro le solite pareti. Mi si stringe il petto. Il mondo che conoscevo sta scomparendo, cancellato pezzo per pezzo, e non posso farci niente.
La professoressa Nisria ha gli occhi lucidi, il suo abbraccio è quasi doloroso. “Ho sempre saputo che ce l’avresti fatta.” mi sussurra all’orecchio, e per un momento sono di nuovo Lwen la figlia dei panettieri, la borsista che sta qui e subisce sperando di diplomarsi e di avere un futuro migliore. Per la mia professoressa è andato tutto come doveva, ed felice per me. Le frustate che mi somministrava erano parte di quelli che considerava i suoi doveri, e posso scommettere che la nuova direttrice è stata chiara, nello specificare che non sono più tali. Se aprissi i cassetti, non ci troverei più le verghe di betulla, poco ma sicuro.
Come a un segnale convenuto, le due insegnanti si separano, invitandoci ad avvicinarci alla cattedra. Mi accorgo soltanto adesso che sopra non ci sono i libri di scuola, che è tutta libera e vuota, tranne per una pergamena arrotolata. Con dolcezza, Lars mi spinge avanti.
La direttrice Tarsya si volta in parte, comprendendo sia noi che la scolaresca.
“Lwen Tern, ora Lwen Ianmeyr, per i risultati conseguiti e per i molti meriti che hanno contraddistinto il percorso della tua istruzione…”
Mi irrigidisco. Riconosco il discorsetto, l’ho sentito ogni fine anno da quando sono qui, ma non dovrebbe essere riferito a me. I meriti scolastici, i risultati, la condotta integerrima (qui ammiro la direttrice, per riuscire a rimanere seria), la pazienza esemplare (e qui penso che seria lo sia davvero), ecetera eccetera, insomma, so benissimo che sta per prendere la pergamena, rompere il sigillo, srotolarla e offrirla all’esame collettivo.
Le ragazze sono ferme, composte e attente.
“È stato un onore avere un’allieva come te, Lwen Ianmeyr.”
Come fosse la cosa più naturale del mondo, mi porge il mio diploma.
A questo punto, in maniera così prevedibile da essere inevitabile, il groppo in gola si scioglie, ribolle, risale, si trasforma in lacrime e mi ritrovo a piangere con una mano schiacciata sulla bocca, per controllare i singhiozzi. Senza il minimo successo.
Piango.
Tocca a Lars prendere l’attestato, io proprio non ci riesco. Sento che mi mette un braccio intorno alle spalle, sento altri applausi, ma sto singhiozzando come la ragazzina che mi ero dimenticata di essere, e deve pensare lui ai ringraziamenti e a un discorsetto di circostanza.
Mi trovo in mezzo alle mie ex compagne, il pensiero che siano ex mi fa piangere ancora di più, chiaramente pensano tutte che sia commozione, mi ritrovo abbracciata e coccolata come non mi succedeva da quando la mamma è morta. E un pensiero del genere non mi aiuta di certo a recuperare l’autocontrollo.
Althesia si è ritirata. Probabilmente suo padre non ha sopportato il disonore, oppure ha deciso di togliersi dalla linea di tiro della vendetta di Ianmeyr, la mia, di Lars, di Aillean, fa lo stesso. Mi sembra un modo così vigliacco di uscirne…
“Sono così felice per te, così felice!” La rappresentante di classe piange quasi più di me, devo sembrare davvero una dea ai suoi occhi. Se solo sapessi, vorrei dirle. Se solo potessi spiegarti, se ci fosse il tempo, se esistessero le parole, ma non ci sono, e anche se ci fossero, mi risponderebbe che ne vale la pena, comunque sia ne vale la pena, e a quel punto dovrei stare zitta, perché effettivamente ne vale la pena. Il prezzo è altissimo, ma ne vale la pena.
D’altra parte, volendola vedere con i miei occhi mortali e non con quelli trascendentali di Dhilarin, ne vale la pena, ma il prezzo è altissimo.
È soltanto quando tornano tutte al loro posto che realizzo che Maya non era tra loro.
Mi asciugo gli occhi, fortuna che Darithia mi ha passato la matita nera sulla palpebra superiore e non su quella inferiore, o a quest’ora sembrerei un buffo procione. Chissà se era previsto. Non mi sorprenderebbe.
Devo dire qualcosa, trovare le parole per ringraziare, è un diploma honoris causa naturalmente, ma ha pienamente valore, era quello che volevo, per cui mi ero iscritta. Continuare la scuola era fuori questione, anche se non avessimo una partenza tra due giorni.
(partenza sì)
Stringo la pergamena tra le mani. So che è stata un’idea di Lars. La direttrice lo ha assecondato senza difficoltà, non ha certo bisogno che sia lui a dirle che sono intelligente e che, se esaminata, posso sotterrare buona parte delle mie insegnanti. Lo vedeva quanto leggevo, mi ascoltava quando rispondevo alle interrogazioni. Correggeva, o meglio non correggeva, i miei componimenti. Questo diploma è una scorciatoia, ma so di meritarmelo. So che i miei genitori sarebbero fieri di me.
Quando parte l’applauso, sbatto le palpebre stupita, mi accorgo di avere parlato a voce alta. Beh, non ho certo detto ‘io sono intelligente e voi siete delle capre, gne gne gne’, perfino io so censurarmi su queste cose, ma di mamma e papà sì, li ho ricordati, ho detto a voce alta che sarebbero fieri di me, due bottegai di panetteria sarebbero fieri di me e le ragazze applaudono, e tutto ciò è profondamente strappalacrime, infatti mi rimetto a piangere.
La direttrice torna ad abbracciarmi. “Ti auguro tutta la felicità di questo mondo, Lwen – mi sussurra all’orecchio – dopo quello che hai passato, nessuno la merita più di te. Quando farete ritorno a Tern, ti prego, non dimenticarti della tua vecchia amica, concedimi una visita. Ne sarei onorata.”
Ricambio il suo abbraccio, come se stessi naufragando. Non so bene perché. Parla di un ritorno, ma è la partenza a essere il mio chiodo fisso.
“Sarei felicissima di rivedervi, professoressa – spero capisca che le attribuisco il titolo di professoressa e non di direttrice per affetto, non per arroganza – siete stata la migliore maestra che potessi sperare.”
Tarsya si scioglie dolcemente dall’abbraccio, mi sorride. Ah, se tutto questo non ha il sapore di un addio!
I saluti durano quella che mi sembra un’eternità, quella che vorrei fosse un’eternità. Quando uscirò di qui, sarà per sempre. Mi accorgo che non voglio.
Ma è inevitabile. La porta si chiude sulle mie compagne che salutano con la mano, io ricambio, chi se ne frega se sono diventata la signora di Ianmeyr, basilisco bianco, ricchissima nobilissima e tutte quelle cose, alzo il braccio e fendo l’aria, finché i battenti non sono accostati e devo smettere.
“Per loro c’è ancora lezione – dice Lars, con un tono dolce che vuole essere comprensivo, e che non sa alle mie orecchie suona peggio di un boia – è stato organizzato tutto in fretta, data la scarsità di tempo a disposizione. Le cerimonie sono lunghe.”
Annuisco, senza parlare. Naturale, certo. La consegna dei diplomi è una cosa che prende una giornata intera, e noi non ce l’abbiamo.
Stringo il mio plico tra le mani, cerco qualcosa da dire:
“Non so davvero come ringraziarti…”
“Non devi – replica Lars – esaudire i tuoi desideri è un privilegio, per me.”
Tipica risposta da nobile, ma lui è mio marito e che mi risponda così me lo fa amare ancora di più. Stretta a lui, attraversiamo di nuovo i corridoi, torniamo nel cortile, risaliamo in carrozza. Sono confusa, e lui lo capisce, mi lascia il tempo di riorganizzare i pensieri, di rileggere il diploma, è un diploma vero, è quello che speravano i miei genitori per me. Ho pagato il debito con loro, e anche se so che per chiunque questa sarebbe una fesseria, chi se ne frega. Non lo è per me.
“Una dea figlia di maestri di bottega – dico alla fine, seguendo i miei pensieri – chissà se ci scriveranno una leggenda, su questo.”
“Ne scriveranno tante, di leggende su di te.”
Non sorrido. So che ha ragione. Tra trecento anni, parleranno di Lwen Dhilarin come io parlo di Fathiel Morghater.
“Vorrei fare loro visita, dove sono sepolti.”
Lars risponde con delicatezza: “Temo non ci sia il tempo: il tuo paese è a mezza giornata, e con la partenza tra due giorni, non faremmo in tempo.”
Partenza, partenza, questa maledetta partenza! Qualcuno si è degnato di chiedermi se voglio partire? Inghiotto la rispostaccia – davvero, litigare dopo che mi ha fatto questo regalo inestimabile sarebbe indegno perfino di Althesia – e dico, sforzandomi di adottare un tono neutro:
“Lungo la strada, allora. Mentre andiamo?”
“Non credo proprio si possa fare deviare un corteo imperiale, Lwen. Non è il caso di cominciare subito con le richieste, a meno che non siano fondamentali.”
Alzo la testa di scatto, oltraggiata, ma Lars non è stato scelto come diplomatico perché usa un dopobarba gradevolmente aromatico, e aggiunge subito, con calma:
“Quando torneremo, sarà il primo luogo in cui ci recheremo, prima ancora di fare visita ai sovrani. Te lo giuro fin d’ora. Andremo a onorare i tuoi genitori insieme, e se gli dèi saranno propizi, a quel punto saremo già in tre.”
Sussulto, arrossisco come una scema. Eh sì, tra un anno e mezzo avremo sicuramente avuto il nostro primo figlio; anzi, direi ben prima, perché Lars non è che abbia fatto complimenti, finora…
“Hai la mia parola, Lwen.”
Parola di Ianmeyr, il basilisco bianco di Tern. Ci sono targhe scolpite, al tempio di Ney – ho sempre rimandato il momento di andarci, adesso è troppo tardi, perdonami dea, stavolta perdonami sul serio – le cui incisioni sono più sbiadite di quello che potrà mai essere un impegno solenne di mio marito. Lo amo, mi ama. Cosa potrei chiedere di più?
(luce sole aria)
Sento tornarmi le lacrime, le lascio uscire. Sono in un equilibrio emotivo talmente fragile che Lars può soltanto abbracciarmi e coccolarmi, senza sapere che questo, per me, rende solo le cose più difficili.
Quando nel pomeriggio incontriamo Aillean, mi sono calmata abbastanza, anche se non abbastanza da accettare l’invito del nobile Brinat a fare un collaudo. Lui insiste, ma Aillean deve essere abituata al vicino storico del clan, e riesce a svicolare abilmente stordendolo di chiacchiere sui vestiti e le sete che si spiegazzano, finché non è il nostro ospite a cambiare discorso.
È deliziosa come sempre, è contentissima di questo matrimonio, anche se per lei è stato una sorpresa proprio come per me, e non trovo il coraggio, davanti a Lars, di chiederle se ha notizie di Maya. Non è neanche nella stessa classe, dubito si sia anche solo mai accorta della sua esistenza. Quanto ad Haldan, mi accorgo di non voler sapere cosa stia facendo, in questo periodo.
E poi, visite, congratulazioni, strette di mano, preparativi. A sentire questi personaggi vestiti di raso che mi girano attorno, sono talmente meravigliosa, bellissima, intelligente, piena di qualità, che era naturale finissi accanto a un nobile di cotale levatura, insomma, lo sapevano tutti che sarebbe finita così; era impossibile che non mi liberassi del fango della mia nascita, asserisce un tale. Per fortuna, Lars si mette in mezzo ed evita l’omicidio, con tanto stile e sfoggio di abilità diplomatica che l’imbecille non si accorge nemmeno di stare venendo, di fatto, buttato fuori dalla residenza. Gli altri, a quanto sembra, capiscono l’implicito, perché i complimenti si spostano dal fango della mia nascita allo splendore dei miei occhi, e lì restano.
Il nome di Dhilarin, in questo florilegio di leccapiedi, non salta fuori per niente. Il segreto è custodito con cura, dall’inizio dei tempi.
Scopro di averne, di diamanti, anelli e pendenti e collane e una spilla bellissima, con una pietra trasparente come acqua, delle dimensioni di una nocciola; non che non mi faccia piacere, mica sono stupida, certo che mi fa piacere, solo che non riesco a sorridere, nemmeno quando mi informano che sono i gioielli di famiglia, tramandati da generazioni di spose Ianmeyr. È il tesoro del casato, che ora mi appartiene. Non potrebbe fregarmene di meno. Ripongo le gemme e chiudo gli scrigni.
Lars se ne accorge, vedo che mi guarda con un’intensità strana, ma non fa commenti e continua a parlare con non so che delegato, che ha l’incarico di renderci il viaggio il più comodo possibile. Fa il difficile, il mio novello sposo. O si è dimenticato che tipo di vita ho sempre fatto, o ha deciso che comunque non ha importanza.
Quanto si sbaglia.
So molto bene cosa mi aspetta. Anche se tutti sembrano averlo scordato, sono Prima sì, ma la Prima Sorvegliante. Un aggettivo numerale non annulla il sostantivo. C’è stato un tempo, remoto ma nemmeno troppo, per i criteri di Dhilarin che vive in me, nel quale era possibile essere solo Primo, perché il Sorvegliante era uno solo. Era l’unico a essere solo.
Meglio che mi ci abitui alla svelta.
Se solo non sentissi il mio cuore lacerarsi e cadere in mille pezzi, come vele stracciate dal vento.

One thought on “Capitolo 28”

  1. Milla Grattastinchi Renzi De Medina says:

    Arrivo dritta da una mansarda dove, entrandoci, puoi trovare un uomo seminudo svenuto a letto e un demone sul tavolo che ti fa fuori il prosciutto, non dimentichiamocelo.
    hahahahahahahahaha

    il nobile brinat (discendente di derek cugino di joyce) si chiama Alexion! ti adoro. è ufficiale.

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