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Capitolo 27

Alla fine del Consiglio ci alziamo tutti, mentre le loro maestà scendono dai rispettivi seggi, per i saluti.
Da come Leyne e Lars si squadrano, in cagnesco neanche avessero passato tutto il tempo a prendersi a calci sotto il tavolo, posso dedurre facilmente che fare una scenata (come vorrei) anziché accettare il braccio del mio novello marito (come si dà per scontato farò), sarebbe un ottimo modo per mostrare ingratitudine. Non volevano fare lo sgambetto a me, e anche se mi sento come se mi avessero scaricato un sacco di farina grande proprio sulla nuca, so benissimo che il re, la regina, Lars, forse perfino Haldan nell’influenzare il mago di corte, hanno agito secondo il mio interesse. Forse non era la priorità assoluta – e mi fa male pensare che anche Lars potrebbe vederla così – ma sicuramente non volevano il mio male.
Mi hanno, di fatto, tolta di mano ai Morghater, legandomi per sempre a Tern. Sposarmi con Lars
(storia vecchia schema già noto)
fa di me una nobildonna terniana, ora e per sempre. Sono una Sorvegliante, la Prima Sorvegliante, ma sono al di sopra e al di fuori del potere imperiale, in novecento novantanove mondi. Adesso, anche in questo.
L’espressione di Leyne, un attimo prima di celarla dietro un sorriso di circostanza e una simpatia ipocrita, è di astio puro. Posso stare sicura che l’imperatore aveva altri progetti per me, e chissà, forse Leyne ne faceva parte. Se non puoi essere il Primo, diventa signore e padrone del Primo, no?
(anche questo già successo non siamo tornati perché tutto si ripetesse l’abbiamo permesso in passato ma questo è il futuro)
Mi porto una mano alla fronte, come per un’emicrania improvvisa, anche se l’istinto sarebbe afferrare i pensieri nella mia testa e strangolarli. Il governatore Yanel, in piedi a parlare con alcuni membri del Consiglio, coglie il gesto, e conosce troppo bene Dhilarin, per non capire quello che significa.
“Stai bene, Lwen?” Mi chiede Lars, tutto premuroso, come se non mi avesse appena costretta a sposarlo, con decisione unilaterale, per sovrano decreto. Non occorre una cerimonia al tempio, non serve la festa nuziale, se il re dice che siamo sposati. La parola di sua maestà è legge.
Immagino che, se lo chiedessi, sarebbero abbastanza generosi da concedermi una celebrazione al tempio di Ney, e il pensiero mi fa venire voglia di mollare un calcio negli stinchi a mio marito.
“Perché non me l’hai detto?”
Per lo meno, ha il buon gusto di non chiedere di cosa sto parlando. Dice:
“Il tempo stringeva. L’imperatore vuole il Primo, lo vuole al punto che sarebbe stato capace di ripudiare l’imperatrice per sposarti, e per qualche tempo pensavamo che l’avrebbe fatto, con le conseguenze che ciò avrebbe comportato, ma il suo piano era un altro. Non mancano certo membri della famiglia imperiale disposti a sposare la dea dei Mille Mondi, a Morghater.”
I principi ereditari sono già tutti sposati, ma se perfino l’imperatore era pronto a sciogliere la sua unione, immagino che l’unica cretina a sentirsi al sicuro pensando a questo intoppo fossi io.
“E il mio consenso, in tutto questo, dove sarebbe?”
A domanda stupida, pietoso silenzio. Lars mi spiega che la questione ‘come vincolare Dhilarin a chi, fregando gli altri concorrenti alla gara, senza che questi potessero risentirsi’ era una faccenda fondamentale, di quelle che toglievano il sonno ai diplomatici e facevano alzare il re nel cuore della notte.
“Quando è stato chiaro che Dhilarin eri tu, per noi la gara era vinta – conclude, soddisfattissimo – bisognava solo regolarizzare la nostra situazione, e adesso nessuno potrà più sottrarti la cittadinanza terniana!”
Ho un bisogno disumano di parlare con Yanel, che per fortuna sembra avere capito e sta prendendo congedo dai suoi interlocutori. Lars è contento, mi tiene stretta e pensa di avere agito nel migliore dei modi possibili. In effetti, dal suo punto di vista, è così. Non ha chiesto il mio parere, e allora?, quasi a nessuna ragazza viene chiesto. E sappiamo entrambi che, comunque, non avrei rifiutato, se non per ragioni che ormai devono essere accantonate definitivamente. Volevo diplomarmi. Nel rendermi conto che questo non avverrà, mi sento chiudere la gola da un magone enorme, assurdo.
La mia vita è cambiata per sempre, comincio solo ora a capirlo. E di cose da capire ne ho ancora talmente tante che non so davvero come farò a non impazzire.
“Divina Dhilarin.”
Metto a fuoco un calice, il governatore mi porge una bevanda.
“Ci vorrà del tempo per abituarsi – dice gentilmente, dando per scontato che so di cosa parla – e voi partite molto avvantaggiata, rispetto ai vostri predecessori.”
La bevanda è un vino bianco, ghiacciato, e piuttosto alcolico. Ottimo, mi ci voleva. “Davvero? In che senso?”
“Voi siete già Sorvegliante. Siete già educata e addestrata alla comprensione dei Mille Mondi, e a combattere in nome di essi.”
Questo è vero, ma non mi aiuta, mentre cerco di gestire il panico di Dhilarin, al pensiero della costrizione di Morghater. Il palazzo imperiale, il tempio, il Labirinto… non vuole, non vuole assolutamente.
Potrei lasciarti da qualche parte, al sicuro, che ne dici?
(sole luce aria trovali per me)
Sorseggio il vino liquoroso, cominciando a capire. Dhilarin vuole un luogo nel quale vivere questo ciclo di esistenza, dopo tanti cicli passati Fuori. Fa parte del processo. Deve rigenerarsi nei Mille Mondi, nel mio corpo e nel mio sangue, deve respirare quest’aria, scaldarsi a questi raggi, lontano dalla ferita nella realtà attorno a cui è stata edificata la capitale dei Quaranta.
(io sono la luce il Labirinto è l’ombra dobbiamo esistere entrambi ma non compenetrarci)
Ripenso a Seddogh, a come abbia avuto bisogno del mio sangue, della mia mente, della materia di questo mondo, per affrancarsi da Quello di Fuori, e a come detesti anche solo avvicinarcisi, ormai. Ci sono dei parallelismi.
Se Dhilarin deve rinascere qui, deve stare lontano da Morghater. Questo è pacifico.
E io?
Mi stringo al braccio di Lars. Non so se è un mio alleato, ormai non lo so più, ma so che pensa di esserlo, per ora mi basta. Deve bastarmi, perché non ho nessun altro a cui stringermi.
“È successo altre volte, vero?”
Lars: “Il mito dice che l’imperatrice Fathiel…”
“Sì, sì – lo interrompo, chi se ne frega, ormai sono sua moglie e le mogli sono rompiscatole per definizione – l’imperatrice ricostituì l’ordine perduto nel degrado di Albarah, ma quello non fu un vero progresso: fu un ritorno alle origini. E Dhilarin non è mai stata a Morghater, neanche allora.”
Gli occhi del governatore Yanel hanno un guizzo, ma so di avere ragione anche senza conferme.
“L’imperatrice nascose Dhilarin, vero? Il mito di Dhilarin a Morghater è soltanto questo, soltanto un mito. Il Gioiello non ha mai voluto accettare quello che loro, adesso, stanno cercando di fare.”
Lars apre la bocca per ribattere, ma sembra cambiare idea e si rivolge invece a Yanel:
“Le cose stanno così, quindi?”
“Così stanno – conferma la creatura che ha visto tutto questo succedere, più e più volte – la divina Dhilarin è immune da errore, nobile Ianmeyr. Non dubitate mai della sua parola o della sua volontà, quando parla del Gioiello e di ciò che vi gravita attorno.”
“Attorno al Gioiello gravitano mille Mondi.” rileva Lars.
“E voi non dubitatene mai.”
Si inchina leggermente.
“Le mie più vive congratulazioni per le vostre nozze. Non dubito che sarà un matrimonio felice, come sempre avviene quando il basilisco bianco si erge tra Dhilarin e i suoi nemici.”
Un uomo meno in gamba chiederebbe cosa accidenti vuole dire, ma Lars limita la propria reazione a un sorriso di cortese diplomazia. Il governatore, dopo un ultimo inchino, si allontana per salutare le loro maestà, che stanno attraversando la sala. Escono per primi, e tutti rendono loro omaggio, naturalmente.
Visto che ci siamo appena sposati e abbiamo diritto alle congratulazioni, Lars mi conduce in prima fila, e i sovrani si fermano davanti a noi. La regina mi guarda con una certa simpatia:
“So che non è il tipo di cerimonia che una fanciulla sogna.”
Mi rendo conto che sta pensando quello a cui non ho pensato io, cioè che è una situazione ben strana. O meglio, lo so che è una situazione ben strana, ma l’essermi appena sposata non è certo il picco massimo. In realtà, tra me e Lars non è cambiato niente. Quello che provo per lui non è cambiato. Vorrei ammazzarlo, ma lo amo e lo amerò sempre.
La regina ribadisce: “È meglio sposarsi in fretta con l’uomo giusto, che comodamente con quello sbagliato. Adesso sei al sicuro.”
Il compromesso, penso. Non ha senso arrabbiarmi – arrabbiarmi interiormente, ovvio: non si fanno scenate davanti ai re. Ma prendermela per essere stata manipolata è assurdo, anche Lars pensava al mio bene, mentre tramava alle mie spalle.
Cosa avrebbe dovuto fare, lasciare che Leyne mi rapisse? Che mi sequestrassero a Morghater, e tanti saluti?
Lars non aveva scelta. I miei sovrani non avevano scelta. Forse, neanche l’imperatore di Morghater aveva scelta, di certo non l’aveva Leyne, che mi era simpatico come Sorvegliante, ma da qui a volerlo sposare, ce ne corre. Guardo la regina Aura pensierosa, chiedendomi se c’è qualcuno, in questa sala, che abbia una scelta, un percorso che non sia obbligato, una via già tracciata.
E, con la stessa naturalezza con cui mi inchino a sua maestà Aura, mi rispondo.
Una persona c’è.
Io.
“La voce di vostra maestà è la voce della legge del regno – dico, doverosamente – ora e sempre, farò tutto quanto è in mio potere perché Stella Scarlatta sia portatrice di un cambiamento in positivo, anziché in negativo.”
(sì)
“Sì – conferma la regina – mio fratello è stato prodigo di lusinghe, sulla lealtà del tuo animo e la solidità dei tuoi intenti. Siamo certi che non ci deluderai.”
Come se stesse a me, Lwen di Tern, figlia di panettieri e dea dei Mille Mondi, corrispondere alle aspettative di Aura Ianmeyr, regina della torre coronata, sorella del mio scudiero che forse non vuole più essere tale, anziché il contrario.
Come se toccasse a loro decidere, anziché a me.
L’assolutezza del mio potere, mentre tutti attorno a me pensano di impormi il loro, un po’ mi spaventa, lo ammetto. Poco, però. Il governatore Yanel ha ragione: come Dhilarin, su queste cose non sbaglio.
Io so cosa devo fare.
“Vi ho vista, la sera del ballo in maschera – dico senza riflettere – avrei voluto avvicinarmi di più, ma quella notte si è aperta una Soglia. Sono felice di essere riuscita a fermare la minaccia prima che arrivasse a voi.”
La regina Aura sbatte le palpebre ma sorride graziosamente, il re interviene:
“Conosciamo i tuoi meriti e li ricorderemo, in questo reame. Partirete entro tre giorni.”
Tre giorni, di già, di già. Passi la vita a chiederti se passerai tutta la vita a chiederti cosa cambierà, e poi un bel giorno, cambia tutto.
“Rimarrete a Morghater per un periodo di un anno e mezzo, al termine del quale la vostra presenza sarà di nuovo necessaria a Tern.”
Insomma, passerò la vita come ostaggio, tra Tern e Morghater. Non sarò libera, ma se mi guardo attorno, non vedo nessuno che lo sia. Sarò circondata dal lusso più sfrenato, protetta dall’uomo che amo, accontentata in qualunque mio desiderio, ora e per sempre. Forse erigeranno statue e templi in mio nome. Sono una dea.
(sole luce aria)
Rispondo, in tono neutro, che sono al servizio della mia terra, e il re, dopo qualche altro scambio di convenevoli e di felicitazioni, passa oltre. Le porte si chiudono dietro i sovrani, e chi rimane può tornare a comportarsi da essere umano.
Lars riceve pacche sulle spalle e strette di mano da tutti, io mi ritrovo le mani piene di regalini e oggettini, sono una sposina, chi sapeva dell’annuncio non è venuto a mani vuote.
Quando vedo una mano bruna posare sulla mia, guantata di seta, un involto che contiene sicuramente un pettine per capelli, anziché la solita rabbia per il doppiogiochismo di Haldan, provo un’insopportabile tristezza.
“Congratulazioni – la sua voce è lontana e impersonale – hai fatto carriera in un lampo, nell’ordine. Il tuo maestro ne sarà felice.”
Lyott. Come vorrei vederlo, adesso! Lui saprebbe consigliarmi. Perfino Seddogh, in questo momento, sarebbe una voce gradita.
Con un sospiro, tolgo il braccio da quello di Lars e gli chiedo di lasciarmi qualche momento. A lui basta un’occhiata per capire: sa già cosa ci diremo, Haldan e io, e sa che non sarà piacevole.
Almeno, non mi chiede se sono sicura, si limita a stringermi brevemente la mano, prima di lasciare che faccia quello che devo.
Guardo Haldan:
“Posso rendere omaggio al tuo maestro?”
Lui si fa da parte, perché l’anziano d’aspetto venerabile, che cammina appoggiato al bastone, venga avanti e mi baci sulla guancia, biascicando i suoi auguri. Mi infila al dito un anellino molto semplice, con una scheggia d’agata trattenuta nell’oro. È talmente piccolo che mi entra solo al mignolo.
“Ti proteggerà.” dice, trasformandolo in un regalo inestimabile. Quando un mago ti dona un gioiello e ti garantisce protezione, si può soltanto inchinarsi a lui balbettando ringraziamenti. Lui fa un gesto con il bastone, come a dire ‘non chinare la testa’. Provo, nettissima, la sensazione che lo farebbe anche se non fossi appena diventata la moglie di uno degli uomini più importanti del regno.
Mi rendo conto che mi piace, nel momento in cui mi rendo conto che potrebbe essere l’ultima volta che lo vedo in vita mia, e mi viene un nodo in gola. Il bisogno di luce e di aria torna a sommergermi, è una necessità assoluta, ormai.
Cerco disperatamente di rimanere coi piedi ancorati a terra:
“Posso rubarvi il vostro pupillo solo per un istante?”
Haldan guarda il suo maestro allontanarsi piano piano, e vedo che osserva con attenzione che nessuno lo ostacoli o faccia inciampare, finché non arriva un paggio per aiutarlo. È un cinico, ricordo bene con quanta leggerezza parlava della sua morte, ma gli vuole bene e spera che viva ancora a lungo. Soltanto, sa che non sarà così. È più realista di me.
Ho paura che, per Maya, lo sarà troppo.
“Mykler mi ha detto…”
“Scusami – mi interrompe subito – se vuoi farti quattro risate per come sono stato mollato, risparmiamele. Hai vinto tutto, io ho perso tutto. Prenditi la tua soddisfazione e i miei auguri.”
Vaffanculo, mi starai sempre sulle palle. Faccio un respiro e ci riprovo:
“Mi ha detto qualcosa che dovresti sapere, Haldan.”
“Ah, sì?”
Anche se cerca di controllarsi, la sua voce è amara, i suoi occhi rabbiosi. Non so cosa gli abbia detto Maya per troncare, ma so che lo ha ferito, e non credevo che Maya fosse capace di ferire qualcuno. Ma la gente fa cose straordinarie
(davvero)
per amore.
“Non so in che termini te l’abbia posta – dico in fretta, perché non sopporto questo dolore rabbioso, e so che lui non sopporta che io lo veda – a me ha raccontato qualcosa a cui potevo credere, ed è stata davvero brava. Mi ha convinta ad accompagnarla all’Adunanza, e credimi sulla parola, vuole dire che è stata brava sul serio, perché se avessi avuto il minimo dubbio che mentiva, mai e poi mai le avrei permesso di venire.”
“Falla corta. Suo padre non me la darà in moglie, e non ho una sorella regina a cui chiedere favori. Quindi, cosa vuoi ancora da me?”
Non voglio neanche pensare a come deve sentirsi, dopo avere visto un matrimonio, per quanto anticonvenzionale come il mio, avvenire sotto i suoi occhi.
Non so in che modo dirglielo senza farlo stare peggio, e siccome ormai sono Dhilarin e sono infallibile, so che non è possibile. Perciò lo dico e basta:
“Sta morendo.”
Non capisce. Sbatte le palpebre.
“Sta morendo, Haldan. Maya. Lei… si sta spegnendo, come una candela.”
Faccio un respiro, lungo, ma mi sembra di non riuscire a riempirmi i polmoni, e la testa mi fa male.
Parlo con le parole di Mykler, perché io, davvero, non ne ho:
“Fin da bambina era molto fragile, era debole. È figlia di un Sorvegliante, sarebbe stato naturale che gli succedesse, ma non è avvenuto, e la ragione non è l’iperprotettività di Mykler… è che Maya non può. È malata da quando è nata, il suo cuore è sempre affaticato, ha bisogno di cure continue, di medicine… io non lo sapevo. Maya è sempre stata attenta a non prendere l’infuso di digitale davanti a me, e poi è così da quando la conosco, non è come se si fosse ammalata e io l’avessi visto succedere. È sempre stata delicata. È timida perché ha paura che qualcuno capisca il suo segreto.”
Nel chiasso festoso della sala, Haldan e io siamo un’isola di silenzio. Non importa se parlo: il silenzio è totale.
“Il suo cuore continua a perdere colpi, e lei ha bisogno di dosi sempre più alte di farmaco. Per questo è cresciuta poco, si è sviluppata poco, e suo padre mi ha detto… sapeva che ti avrei parlato, ormai non ci sono più segreti… è molto poco probabile che Maya possa avere dei figli. Lei sta…”
Mi manca la voce, ma devo dirlo ancora:
“Sta morendo. Non è possibile sapere quando o come, potrebbe essere tra una settimana oppure tra cinque anni, potrebbe non aggravarsi per molto tempo o peggiorare di colpo. Potrebbe diventare più vecchia di te, ma è più probabile che muoia giovane. Ecco.”
Cosa c’è in quegli occhi, cristalli azzurri sul volto bruno? Cosa significa quel modo di aggrottare le sopracciglia, Haldan? Maya lo saprebbe. Maya saprebbe interpretare quella piega agli angoli della bocca, quel mutismo, quella rigidità delle spalle, non ho dubbi che saprebbe, perché ti ama.
Ti ama così tanto che preferisce essere una parentesi sgradevole nella tua vita, anziché la più grande tragedia.
“All’inizio, non pensava realmente di impegnarsi con te. Sapeva di avere poco da poter chiedere, alla vita… voleva soltanto sentirsi un po’ corteggiata, per una volta. Forse fare la stupida, con il bel mago di corte conteso da tutte, chissà. Di certo non si aspettava che l’avresti amata, tu. E mai avrebbe voluto innamorarsi di te. Quando è successo, quando ha capito cosa aveva messo in moto, ha cercato di uscirne nell’unico modo che le sembrava possibile.”
Troncare. Lasciarti. Dirti che c’era un altro, forse, oppure quello che ha detto a me, che non ti sopportava più, che sei odioso… no, questo no, non sarebbe mai riuscita a dirti una bugia tanto grande guardandoti negli occhi. Quella era la mia menzogna, detta a me, per farsi credere da me.
Che cosa ti ha raccontato, Haldan? Vorrei davvero saperlo. Ma so di non poterlo chiedere. Non sono Maya, non so cosa significhi il tuo volto, così oscurato dai ciuffi brizzolati che ti sono caduti fino sugli occhi, ma i pugni chiusi, quelli perfino io capisco che significano che non sei nello stato d’animo di soddisfare curiosità oziose.
“Maya ha già fatto domanda per iniziare gli studi a Zirgoa – gli dico – intende specializzarsi in erboristeria, normale immagino… vuole curarsi. Mykler dice che è molto in gamba, forse è ancora viva proprio perché è tanto abile. Ma, soprattutto, vuole allontanarsi da te, per evitare tentazioni. Lei non può sposarti, Haldan. Non è che non vuole. Non può.”
Gli si contraggono le pupille. Per un attimo, sembra un serpente che sta calcolando la distanza dal topo.
“E cosa glielo impedisce, di preciso?”
Non mi dà il tempo di rispondere, e sputa fuori, come veleno:
“Che potrebbe morire domani? Che potrebbe non avere figli, non sopravvivere alla gravidanza, al parto? Che starà sempre peggio, ogni giorno di più, e io non potrò farci niente? Sarebbe questo?”
“Sì – devo confermare, anche se il suo tono mi spaventa – questo è. Piuttosto che soffrire per essere lasciata lei, o ingannarti perché ti impegnassi, ha preferito così. È la sua scelta.”
A questo punto, Haldan potrebbe dire una sana parolaccia, per esprimere il suo pensiero sulla scelta di Maya, oppure ghignare cinicamente come solo lui sa fare e commentare che, alla fine, è meglio così, oppure accasciarsi e sedersi; magari giurare eterno amore, non so. Eterno odio, eterna indifferenza, eterno qualcosa. So cosa farebbe Lars, in queste circostanze, ma Haldan per me è un’incognita.
Chissà se lo era anche per Maya, quando ha deciso di finirla così, oppure se ha deciso di finirla così perché sapeva cosa avrebbe fatto. Non so nemmeno questo. So solo cosa fa adesso.
Mi guarda un’ultima volta, per un momento sembra sul punto di stare per dire qualcosa, ma deve decidere che lui e io abbiamo davvero poco da dirci, quasi niente; a modo suo, è una dimostrazione di amicizia. Discutere tra noi di questa cosa orribile servirebbe solo a farci litigare, qualsiasi cosa lui voglia fare.
Mi volta le spalle e se ne va.
Raggiunge il suo maestro, gli offre il braccio, e rallenta il passo per adattarlo a quello del vecchio. Non si volta indietro a guardarmi, passa accanto a Lars come se non esistesse neppure, Lars asseconda il suo desiderio, e non ci sono scenate. Nessuno si accorge della tragedia che si è appena consumata. Il clima è festoso, come si conviene a un matrimonio.
Io abbasso gli occhi sul fazzoletto ricamato che avvolge il pettine, lo apro, lo guardo. È un ninnolo carino, un bel pensierino. Chissà quale ancella lo ha scelto, Haldan no di certo, a parte che non avrebbe sprecato tempo per me, non è capace di comprare cose da ragazze. Avrebbe dovuto sceglierlo Maya, per lui. Ma Maya è lontanissima, irraggiungibile anche per me, che ho Mille Mondi in pugno.
Gli dei sono insulsi. Non c’è proprio nessun gusto a diventarlo.

È tarda sera quando metto il piede sulla predella della carrozza.
Già da un bel po’ ho la sensazione che le mie caviglie abbiano preso vita propria, e che intendano viverla lontano da me. Se non mi siedo, si staccheranno dai polpacci indolenziti e scapperanno via, lo so. Chiunque abbia inventato queste scarpine eleganti, raso e tacco alto, con tanti ricamini, il cui rovescio adesso è stampato sul dorso del mio piede, meriterebbe di essere sottoposto alla tortura dello stivale.
Dopo il Consiglio, dopo avere parlato con Haldan, avrei voluto soltanto mettermi in un angolo e meditare, immersa in Mille Mondi che mi riempiono così tanto che non so davvero come farò a non ammattire. Naturalmente, non è stato possibile. C’erano troppe cose da fare, troppe persone da incontrare, troppe decisioni da prendere e troppi paletti da mettere.
A un certo punto, mi sono trovata vicino a Leyne e gli ho chiesto a chiare lettere perché all’Adunanza non avesse accennato a niente di tutto questo.
“Per la stessa ragione per cui tu non hai accennato a quello che sapevi, già allora.” Mi ha risposto, lapidario, e da come si è subito allontanato, ho capito che l’essere stato battuto sul tempo da Lars gli rode davvero parecchio. Idea confermata da Lars stesso che, due secondi dopo, mi ha presa per un braccio, tirandomi a sé e chiedendomi gentilmente di non rivolgermi più a lui.
“Mi sono persa parecchie cose, eh?” Gli ho chiesto, stizzita. “Hai avuto il tuo bel da fare, mentre ero a letto convalescente.”
“Ti sei rimessa in pari.” Ha risposto, ignorando o forse scegliendo di ignorare il mio tono, ed è passato a presentarmi a un qualche ministro che accompagnerà la delegazione Ianmeyr a Morghater.
Dopo, è stata la volta di una specie di ricevimento, una cosa privata a intima, un centinaio di persone in una sala che gozzovigliavano e mi commiseravano perché ero una sposina davvero maltrattata, ma che l’importante era avere concluso l’unione, si sa queste cose come vanno, la politica, e i trattati, e la rapidità, e le cavallette. Per fortuna, dopo un brindisi, Lars ha annunciato che ci saremmo ritirati, date le condizioni di entrambi e l’approssimarsi della serata. Ci sono state delle acclamazioni assordanti, e la regina in persona mi ha abbracciata e baciata sulle guance, augurandomi ogni felicità.
Ormai è tutto talmente surreale… Sono talmente stanca che alle parole ‘prima notte di nozze’ non ho neanche reagito, ma adesso, con un piede sulla predella e la mano in quella del mio scudiero, di colpo comincio a realizzare.
Mi sono sposata con Lars.
Proprio sposata, insomma, marito e moglie, insieme per sempre, le due metà della mela, due cuori e una capanna, tutte quelle cose lì, il mio cavaliere grigio è il mio basilisco bianco, è il mio scudiero, e adesso è mio marito.
Mi lascio cadere seduta nella carrozza, fissandolo come se gli fosse spuntato un terzo occhio sulla fronte. Lui picchietta sul finestrino per comunicare al cocchiere che può partire e mi guarda incuriosito.
“Tutto bene?”
“Siamo sposati.” gracchio.
Appare divertito. È lo stesso uomo di stamattina, è sempre lui, e non riesco a crederci. Non riesco a conciliare l’uomo dei miei sogni con mio marito, o con
(sole luce aria)
il nobile Ianmeyr, delegato di Tern a Morghater.
“Ti avevo detto che le mie intenzioni erano onorevoli – mi ricorda – pensavi forse che ti avrei costretta allo scandalo ancora per molto?”
Lo scandalo. Allude alla convivenza. Sono sicura che, in uno dei Mille Mondi, è giusto che mi arrabbi per il matrimonio imprevisto e non per il concubinato, ma qui, in questo, Lars si preoccupava più del mio onore e che perdessi la pazienza con lui, piuttosto che di sposarmi senza nemmeno avvisarmi.
Devo ammettere: “So che le cose sono precipitate, ma non pensavo fino a questo punto… pensavo almeno che mi avresti informata!”
Sembra stupito: “Non era evidente?”
“No, che non lo era! Io pensavo… credevo…”
Mi ritrovo a farfugliare cercando di dire dieci cose nello stesso momento, devo zittirmi. Lars ha un’altissima opinione della mia intelligenza, mi rendo conto, ben più alta di quanto dovrebbe, perché io non avevo proprio capito cosa stava succedendo.
Non avevo capito quanto l’imperatore mi volesse, quanto fosse necessario agire in fretta, per mettermi al sicuro in questo mondo, che è quello dove devo vivere. Io non ci ero arrivata.
Ma lui sì.
Mi mordo il labbro e cerco qualcosa da dire, qualcosa che non ci faccia litigare, non sembri un rinfaccio, non sembri una lamentela, qualcosa che gli chiarisca che mi va bene, sono felice, insomma, credo di essere felice, sta succedendo tutto così in fretta che non lo so, ma lo amo, quindi averlo sposato dovrebbe rendermi felice:
“Se me l’avessi detto, avrei pensato a un regalo per te. Mi hai fatto fare una figuraccia. Non ho niente da darti.”
Sorrise allusivamente e io, lo giuro, divento rossa come un peperone. Forse questo lo incoraggia, perché si alza e viene a sedersi vicino a me, anche se la gonna di questo vestito è così ampia che sul sedile non c’è spazio per nessun altro. La sposta, senza complimenti, e mi ritrovo tra le sue braccia.
“Non potevo aspettare – bisbiglia, sento il suo respiro su di me – quel Leyne ti voleva a ogni costo, non sentiva ragioni. Ti avrebbe voluta anche se non fossi stata tu il Primo, ma così… non c’era tempo. Quello che volevi tu, che volevo io, avrebbe finito per non contare più niente, se avessimo indugiato solo un’altra ora, Lwen.”
Ho l’impressione che il bacio duri per tutto il resto del tragitto, e credo di non avere respirato una sola volta. Mi sembra di galleggiare in una strana bolla, fuori dai Mille Mondi
(non dirlo neanche per scherzo)
e non c’è niente, proprio niente per me, tranne Lars e la consapevolezza che mi va bene, davvero, mi va benissimo. Ora lo so. Mi va benissimo.
Il compromesso, dico. Se Lars pensa che vada bene
(no)
Vuoi che rinunci a lui? Devo perderlo?
(no)
Odio Morghater e amo lui. È il mio scudiero, il mio basilisco bianco, il mio cavaliere grigio, e pensi che potrei mai lasciarlo?
(no)
Mi stringo a Lars, acconsento a tutto quello che lui vuole, ma dentro di me ci sono solo negazioni. Il paradiso e l’inferno assieme, in comodo formato da viaggio, e quando la carrozza rallenta per fermarsi, mi stacco da lui quel tanto da guardarlo in viso e chiedergli:
“A Morghater saremo al sicuro?”
“Una dea e il suo scudiero – risponde, passandomi le dita sul viso – dovranno essere i Morghater a preoccuparsi di noi, non il contrario.”
Come avrebbe dovuto essere Haldan a preoccuparsi di Maya, e invece è successo l’opposto, ed è stata una tragedia. Haldan è sparito da corte, non ha preso parte al brindisi o al rinfresco, e temo che non rivedrò neanche Maya, ormai. Non era così che sognavo di sposarmi, è vero. Non mi interessa la coreografia, non mi interessava nemmeno che Lars mi restituisse l’onore, ma questa cappa di oppressione e di dolore, che oscura e annulla quello che non osavo neanche sognare, mi fa quasi pensare che sposarmi non sia poi questa gran cosa.
Naturalmente non posso dirlo a voce alta. La prenderebbe nel modo peggiore, e avrebbe tutte le ragioni di farlo.
“Lars…”
“Sì?”
Esito, ma devo saperlo, e per saperlo devo chiederglielo: “Se dovessi… fare una scelta… quale sarebbe?”
I suoi occhi sono di un azzurro scuro, quasi blu, alla luce delle torce nel cortile.
“Intendi tra questo mondo e i Mille?”
Gli stringo la mano, senza parlare. Non ce n’è bisogno. Siamo stati Fuori e siamo tornati, non ha bisogno che gli spieghi cosa voglio dire, lo sa. Prima, quando la mia domanda era più diretta, o forse più infantile, non mi ha detto niente.
“Che cosa vuole Dhilarin da te, Lwen?”
Ricambia la mia stretta, ma forte. Mi fa male, quasi.
“Cosa vuole da te?”
“Lars, ti prego…”
È una supplica, la mia. Sono davvero sfinita, vorrei un po’ di tregua, mentre invece, tra tre giorni, saremo in viaggio. Chissà Seddogh cosa vorrà fare…
Lo sportello della carrozza si apre, il cocchiere ci guarda, aspettando che scendiamo. Sono ancora abbracciata a Lars, ma lui non dà alcun segno di imbarazzo, si limita ad alzarsi, a porgermi una mano per aiutarmi, e a farmi scendere.
Di nuovo, non mi ha risposto.
Mi accorgo che comincio ad avere paura.

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