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Capitolo 26

Piuttosto banalmente, mi guardo allo specchio e mi chiedo chi sia questa estranea.
Mi somiglia, ma poco, come se avessi una sorella maggiore più bella, più raffinata, la cui vita a un certo punto si è staccata dalla mia, per assurgere ai vertici della cortigianeria, intesa in senso strettamente letterale. Vita di corte, non prostituzione d’alto bordo. Nessuno mi darebbe della prostituta, pur essendo platealmente l’amante di Ianmeyr.
Sfioro la superficie dello specchio con dita guantate di seta. La figura che riproduce una persona identica a me sembra luccicare, nel vestito blu scuro, sul quale le spire sinuose del basilisco bianco si snodano dai fianchi, la testa dell’animale tra i seni. Le scaglie sono formate da minuscole squame di madreperla, che riflettono le candele e accendono gli occhi di velluto rosso del serpente, facendolo sembrare vivo. Le spalle sono nude, cosa che non mi piace affatto, data la quantità di lentiggini che esibisco, e dietro la schiena il busto non è chiuso dai soliti lacci, ma da gancetti d’oro, solidi come acciaio. Con i capelli tirati su da una catenella di perle di fiume, pochi riccioli che ricadono ad arte, il mio collo sembra talmente lungo e sottile da farmi stupire che nessun liminare sia mai riuscito a spezzarmelo. Il fondotinta con cui Darithia mi ha evidenziato gli zigomi, e la matita che, unitamente alle ciglia arricciate, ha trasformato i miei occhi in due gemme nere, luccicanti, aumenta ulteriormente l’illusione. Per abbinarmi la faccia al vestito, poi, questa psicopatica ha pensato bene di imbellettarmi le labbra con una tinta rosso scura, cosparsa di minuscole pagliuzze dorate, ripetute anche sulle palpebre. Da qualsiasi parte mi guardi, sono uno scintillio d’oro, di bianco e di blu. Credo che Darithia mi abbia incipriato di lustrini anche la schiena.
Una robetta discreta, insomma. Fortuna che nessuno dei miei amici può vedermi.
Mi liscio i guanti, pensando con un sospiro interiore che se il corpetto di un vestito di gala è abbastanza rigido da sostituire i bendaggi, allora c’è qualcosa da rivedere, nel campo della moda.
“Siete bellissima, signorina. Assolutamente sublime!”
Le lancio un’occhiata in tralice. Ha ancora in mano il piumino, dopo avere fatto un passo indietro per ammirare la sua opera. L’espressione è talmente rapita che mi viene il dubbio che parli sul serio.
“Siete un incanto. Siete nata per vivere a corte, signorina!”
Chiudo un momento gli occhi, mentre desidero con tutta l’anima il mio cuscino fragola, coi suoi bottoni semini.
“Non vado a vivere a corte, ma solo a incontrare il sovrano, che si è regalmente scocciato di rimandare l’udienza.”
Darithia posa il piumino e incrocia le braccia, con severità. “Non poteva certo pretendere che vi precipitaste alla reggia, con il nobile Ianmeyr ridotto in quello stato!”
“Il re pretende quello che gli pare e anche solo insinuare che si possa disattendere ai suoi desideri è alto tradimento.” Lo dico in tono stanco, e cambio subito discorso: “Dammi lo scialle, ti prego. Quale mente distorta ha inventato un vestito senza spalline a tenerlo su?”
“Con una figura come la vostra, sarebbe un crimine non mostrarvi, signorina.”
“Non temere – ribatto – ti pagheranno lo stesso, anche se starai qualche frase senza pettinarmi l’ego. Avrò i capelli rossi, le lentiggini e la nascita plebea qualsiasi sforzo tu possa compiere.”
Il mio tono è così acido che Darithia evita di rispondere. Sa fare la cameriera meglio di quanto io sappia fare la padrona, e si limita a drappeggiare lo scialle per avvolgermelo attorno, come una stola.
Se penso che, solo all’inizio di questa stagione, non desideravo altro che vedere riconosciuti i miei sforzi da sua maestà, vorrei mettermi simultaneamente a ridere, piangere e gridare.
“È tua sorella – ho detto a Lars, quando è stato chiaro che la scusa di fargli riprendere un po’ di forze ormai non reggeva più – sei il patriarca del clan. Comportati come tale, vai dal sovrano e decidi per me, tua umile e sottomessa consorte!”
L’ematoma della frattura al naso è completamente riassorbito, dopo tre giorni. Il naso è ancora bello e dritto, come da contratto per qualsiasi uomo affascinante che compia un atto eroico, e penso proprio che, alla fine, sarà come se non fosse successo niente. Anche Lars possiede la straordinaria rigenerazione che caratterizza i Sorveglianti.
La sua risposta, anche se un po’ sinusale per via della guarigione in corso, è stata abbastanza chiara:
“Se non fili in camera a prepararti seduta stante, ti faccio arrivare alla reggia a calci.”
“Questa è una vera caduta di stile, nobile Ianmeyr.”
“E comincerò al mio tre. Uno…”
Ho sbuffato.
“Due…”
“Credevo di essere io il Sorvegliante, il Primo, quello che tutti cercano tutti vogliono e a cui tutti si prosterneranno, come…”
“Tre.”
Con un’agilità davvero sorprendente per un uomo con le costole rotte, Lars si è alzato e io me la sono data a gambe. Per finire nelle sapienti e inamidate grinfie di Darithia.
Non posso crederci. Mi ha laccato di blu perfino le unghie. E lo abbiamo capito che volete presentarmi come proprietà del clan Ianmeyr, con i colori e lo stemma del casato! Come se mezzucci simili possano fermare l’imperatore, qualsiasi cosa stia concordando con sua maestà.
(concordino pure quello che vogliono)
L’indifferenza di Dhilarin è la mia. Purtroppo per me e per loro, è esattamente così che stanno le cose: non c’è accordo diplomatico che possa anche lontanamente influenzare i Mille Mondi. I grandi sovrani di questo mondo sono granelli di sabbia, per Dhilarin. Credere il contrario è da ingenui.
Era bello quando ero ingenua.
È in uno stato d’animo di calma piatta che salgo nella carrozza, con Lars che mi tiene la mano, da vero cavaliere. Dal canto suo, lui è bello come il principe azzurro delle fiabe, e il taglio sulla fronte, ormai rimarginato, gli aggiunge quel tocco di vissuto che aumenta il suo fascino ancora di più. È davvero un sogno, quest’uomo.
Sia chiaro che parlo sempre solo per valutazioni assolutamente obiettive.
“Valeva la pena condurti a palazzo, solo per vederti con i miei colori.” dice Lars, appena la carrozza parte. “Sei bellissima.”
Con lui non riesco a essere sarcastica. “La regina tua sorella non è scandalizzata dal fatto che tu voglia sposare una panettiera?”
Lars alza le spalle. Lui, con il velluto blu scuro e la fascia bianca sul petto, sta benissimo. Sono i suoi colori, non i miei. È un pensiero piuttosto avvilente.
“Si è molto sorpresa, inutile negarlo. Ma il re ha iniziato presto a fare il conto di quanto un matrimonio del genere sarà acclamato dal popolo.”
Sorride.
“Sai, i tempi che cambiano, il nostro saggio Consiglio di Camera che pensa anzitutto a premiare i meriti personali, e anche una fanciulla di umili origini può assurgere al ruolo di sposa di un pari del regno. Credo che i cantori di palazzo stiano già componendo qualche romanza in merito.”
Se i suoi toni non fossero sarcastici ai massimi livelli, gli avrei dato la peggiore rispostaccia della storia. Così, invece, posso solo sospirare.
“Non dovrei dirle io, tutte queste cose?”
“Ti tolgo l’imbarazzo di farlo – è la risposta – uno dei lati del tuo carattere che preferisco è la rapidità con cui parli chiaro e metti subito le carte in tavola. Elimina molti fraintendimenti, e confido che elimini anche questo, seduta stante.”
Sembra pensarci su.
“A dire il vero, è anche uno dei lati del tuo carattere per cui devo reprimere il desiderio di strangolarti. Cerca di essere ipocrita, al cospetto del re.”
Mi appoggio allo schienale, morbido, imbottito, che rende il tragitto in carrozza comodo come se mi trovassi su una poltrona. Le tendine sono tirate, non ho la minima idea di dove ci troviamo, sulla strada per il palazzo.
“Cosa devo aspettarmi esattamente, Lars? Incontrare il re era il mio sogno, ma lo era quando sapevo che non si sarebbe realizzato. Adesso, perché sto andando a incontrarlo?”
“Sull’ipocrisia c’è ancora da lavorarci, eh?”
Si infila una mano nella blusa, tira fuori quello che ha riportato indietro, nel mondo.
La gemma è quasi perfettamente rotonda, sembra un opale color madreperla.
Lars l’ha fatta incastonare su una montatura d’oro (figurarsi), e la catena è massiccia, come si conviene a un uomo schifosamente ricco. Mi accorgo che sono più interessata al simbolismo di quel modo di montare i gioielli, che al gioiello stesso. D’altra parte, Dhilarin sa già tutto quel che c’è da sapere in merito, e Dhilarin sono io.
Lars dice: “Credevo fosse una leggenda, una storia tramandata nella mia famiglia, e nient’altro. Questa pietraluce proteggeva il Sorvegliante, al tempo della guerra dei Mille Mondi, e andò perduta, chissà quando. Le leggende sono realtà, e la realtà è molto più vasta di quanto avessi mai creduto.”
“Sì, questo…”
“Ma – mi interrompe – la realtà non è così enorme come credi tu. Lo schema si ripete sempre, perché lo vuole Dhilarin, o perché c’è un equilibrio generale che porta alla ripetizione di determinate situazioni, e la situazione attuale è che tu, Lwen, hai qualcosa che il tuo re vuole assolutamente avere, almeno quanto lo vuole l’imperatore.”
Si rimette la gemma dentro la camicia, con calma.
“Puoi pensare siano questioni marginali, rispetto all’enormità che ti è capitata, ma non lo sono. Non per noi, finché vivremo in questo mondo, e mi azzardo a ipotizzare che vivremo in questo mondo fino al giorno della nostra morte. Perciò, cortesemente, impara a essere ipocrita. D’accordo?”
“Non posso promettertelo.”
La carrozza rallenta, siamo arrivati. Sento il cocchiere che salta giù per aprire i portelli.
“Se quella che mi aspetta è una battaglia, dimmelo subito, per favore. Lo sarà?”
“Potrebbe diventarlo.”
“E tu sarai il mio scudiero, o il signore di Ianmeyr, cognato del re?”
Si alza per precedermi, come da etichetta. Mi tende una mano, mi aiuta a scendere la predellina, anche se è ferito più seriamente di me.
Nel piazzale è radunata una mezza folla, nobili e servitori, che ci fanno ala mentre passiamo. Sento mormorare, ma non so se
(dea d’oro e di fiamma)
stanno commentando o spettegolando.
Mi rendo conto che non mi interessa nemmeno un po’.
Mi trovo in una situazione nella quale qualsiasi ragazza del regno vorrebbe essere, anzi, ad analizzare bene i fatti, sono immersa fino al collo in un lieto fine da fiaba, con carrozza, castello, principe azzurro e vestito oscenamente sgargiante, una cosa su cui le mie (ex?) compagne di classe sospiravano mentre ci fantasticavano, e, davvero, non potrebbe fregarmene di meno.
Cammino al fianco di Lars e guardo avanti, pensando solo che non ha risposto alla mia domanda.

Ci sono due sentinelle, con le tuniche biancorosse della guardia reale, che tengono le picche incrociate davanti alla porta, in fondo al corridoio. Sopra i battenti è scolpito l’emblema di Tern, la torre coronata.
Quando ci fermiamo davanti, le picche scattano verso l’alto, e i due uomini, in perfetta coordinazione, spingono ciascuno il proprio battente, per consentirci l’ingresso. Passando, vedo che quello vicino a me mi sta studiando con un interesse da entomologo.
No, Lars, tranquillo, dirmi che non sarebbe stato genericamente un incontro, ma una seduta di Consiglio di Camera, era del tutto secondario. Sono particolari irrilevanti, vai così che sei un grande.
I battenti si chiudono alle mie spalle e mi ritrovo, io che da bambina ero indecisa se da grande volevo fare la libraia o la pasticcera, davanti al tavolo scuro, lucidissimo, attorno cui siedono i pari del regno: i membri del Consiglio di Camera.
Il consiglio del re. Sulle pergamene che ciascuno di loro ha davanti è scritto il destino di Tern, e sulle facce che vedo rivolte verso di me è scritto il mio.
Ti taglierò a fettine sottili sottili, Lars.
Il mago di corte è vecchissimo, d’aspetto venerabile. È curvo sul tavolo, la barba tutta ammonticchiata davanti a sé, e sopracciglia talmente ispide che gli cadono ai lati del viso, come ciocche. Tra tutti, è l’unico ad avere il copricapo in testa, al cospetto del re, d’altra parte, alla sua età, ha diritto a essere rispettato anche dal sovrano. Dietro di lui, in piedi, c’è Haldan, con la tunica d’argento dei maghi, dritto e rigido. Ha la barba lunga, gli occhi infossati, è chiaro che non gli interessa radersi, e probabilmente nemmeno mangiare, respirare, vivere. Sapendo quello che dovrò dirgli, mi sento serrare il petto dalla pena, e distolgo subito lo sguardo.
Leyne è seduto accanto al governatore Yanel, sono entrambi ospiti a questo Consiglio di Camera, perché la questione da discutere è politica estera. Indossano i colori dei rispettivi casati, il nobile Yanel oro e grigio ghiaccio, Leyne appare un giovanotto davvero attraente, con la tunica rossa sulla camicia nera, il mantello fermato da un fermaglio di smalto, sul quale è riprodotto il Labirinto. Sarà anche un Sorvegliante, ma qui, adesso, parla la voce dell’imperatore di Morghater.
Attorno al re e alla regina, assisi su seggi gemelli, gli altri membri del Consiglio di Camera mi sembrano irrilevanti, anche se conosco i loro nomi: Keus, Rahiton, Ekali, e poi Nyas, Angeth, Rykit, dei rispettivi casati nobiliari, tutti ricchi, tutti influenti. Per me nessuno di loro significa nulla. Sono granelli di polvere, nell’immensità dei Mille Mondi.
“Vieni.”
Mi lascio guidare da Lars al suo posto, il seggio di Ianmeyr è accanto a quello della regina, un sedile alto e decorato, vicino c’è una sedia imbottita con lo schienale basso, per me. Non sono un membro di questo Consiglio, ma non è davvero il caso di trattarmi per la figlia di bottegai che sono. La mitologia è piena di dei che si sono fatti carne nelle stalle e nelle cantine delle locande.
Così è questo, il re. Un uomo, niente più che un uomo, mi sta guardando con occhi bruni, ha un viso corto e largo, piacevole anche se non bello come Lars, una barba curata a incorniciargli la linea della mascella, spalle ampie e un torace ben disegnato, sul quale si spiega la tunica con l’emblema di Tern. Re Talris di Tern è considerato un sovrano saggio e di ampie vedute, giusto e severo all’occorrenza, ma mentre sostengo il suo sguardo, studiandolo come lui studia me, mi viene da pensare che tale fama sia dovuta più che altro alla fortuna di non avere mai commesso errori. Non è stato difficile, per lui. È nato in un’epoca di pace e progresso. Non ha mai dovuto scegliere tra il suo regno e Mille Mondi. Noto, marginalmente, che l’abito della regina, seppure elegante e di foggia raffinatissima, color sabbia a ricami d’oro, è molto più semplice del mio, ma non so come devo interpretare questo fatto. Forse, portando la corona, non ha bisogno di ulteriori orpelli.
(stai attenta stiamo attenti non sono amici)
Mi inchino al sovrano, lui in risposta mi accenna con il capo di sedermi. Prima di fare altrettanto, Lars abbraccia la sorella; lo prevede il protocollo, ma ho l’impressione che tra loro vi sia affetto vero.
Cinicamente, mi domando se questo sarà per me un vantaggio, e fino a che punto.
Non riesco a dominare il sussulto quando le porte alle nostre spalle vengono chiuse. Vedo che il sovrano sorride lievemente, come se avesse avuto conferma alla sua idea: se anche sono diventata la divinità dei Mille Mondi, rimango una ragazzina, e adesso sono in mani ai grandi del mondo.
Non mi trovo qui per parlare alla pari, ma per dare informazioni che permettano a questa pletora di potenti di decidere quale sarà il mio destino.
(rido al pensiero)
Rido al pensiero.
Congiungo le mani sul tavolo davanti a me, è così lucido che mi vedo riflessa, dall’alto in basso. Incontro lo sguardo del governatore Yanel, e malgrado i suoi occhi siano così strani, bianchi e azzurri, il suo viso liscio così imperturbabile, ho la netta impressione che sappia.
Cosa?
Tutto, tutto. È qui perché sa tutto: sa come comincerà, sa come si svilupperà, e sa, naturalmente, come finirà.
Magari potrebbe anche dirmelo, così, giusto per ridere insieme.
L’araldo si fa avanti e inizia a leggere l’ordine del giorno, un panegirico barocco che vuole impressionare con la possanza dei titoli dei convenuti a questa riunione e, alla fine, ribadire l’importanza della pace tra Tern, Albarah, e Morghater.
Quest’ultima sparata è chiaramente un aggancio perché il re sollevi una mano, interrompa l’araldo, ed esordisca, con la voce profonda che tutti noi terniani abbiamo sentito, almeno una volta nella vita:
“La pace è il bene più prezioso, per Engelia. Noi tutti siamo qui riuniti per assicurare che la felice situazione di questi anni non venga alterata…”
Uh, sire, ho una brutta notizia per te.
“…se non per migliorarla. È con tale speranza che ci disponiamo ad ascoltarvi, nobile Ianmeyr.”
Una pausa, per separare il pubblico dal privato.
“Caro fratello.”
Parla a nome suo e della regina, al plurale, come tutti i sovrani. Quando parlerà la regina, farà altrettanto. Se non avessi Mille Mondi dentro di me, la pluralità per definizione, potrei esserne spaesata.
Lars prende la parola. Un servitore in livrea, discretamente, riempie le coppe, quando si parla la gola secca presto, e sappiamo tutti che questo Consiglio sarà un profluvio di chiacchiere. Ma, ascoltando il nobile Ianmeyr, basilisco bianco di Tern, alfiere del regno e ministro della giustizia, ho la sensazione che ‘chiacchiere’ sia la parola meno adatta del mondo
(mille mondi)
per definire l’esplicitazione di quanto c’è da chiarire. In fondo al tavolo, lontano dai nobili ma abbastanza vicino per sentire comodamente, gli scrivani si affannano a non perdere neanche una parola.
Lars racconta. Racconta della notte in cui mi ha vista dominare demoni e Soglie, e salvato la via di Derek; racconta dell’accordo preso con il mago di corte – e qui Haldan deve a sua volta spiegare a fondo la natura del suo doppio gioco, onde evitare di finire rapidamente decapitato per alto tradimento – e dell’intricata rete di protezione tessuta su tutta Engelia, alla cui convergenza vi sono i Sorveglianti, anche adesso, in questo momento preciso.
“Proprio mentre stiamo parlando, vostra maestà, i Sorveglianti combattono e rischiano per garantire la sicurezza di Engelia. Su ognuno dei Mille Mondi, per quanto mi è stato dato comprendere, avviene ciò che avviene qui. La leggenda è vera e reale.”
Con un sorriso, la regina chiede: “E tu ne fai parte, fratello?”
“Solo come scudiero. L’abilità della nobile Lwen è di gran lunga superiore alla mia.”
Fino a questo momento mi avevano tutti pressapoco ignorata, è stato tra loro, affari dei nobili, o di Haldan, che alla fin fine è nobile anche lui, visto che Leyne ha confermato la propria parte (sì, i Morghater finanziano l’operato dei Sorveglianti; no, non è mai stata fatta alcuna azione di spionaggio; sì, può fornire le prove di questo, è uno dei motivi per cui è stato inviato in missione diplomatica, dall’imperatore), ma appena viene fatto il mio nome, eccoli qua. Perfino gli scrivani alzano la testa e mi piantano addosso occhi enormi e curiosi.
Mi sento l’unica anatra nel laghetto, in mezzo a una battuta di caccia.
Con calma, come se non mi avesse appena scatenato addosso tutti i regni da qui all’impero, Lars aggiunge:
“La nobile Lwen è la spiegazione ai fenomeni che si sono palesati, e che hanno portato tutti noi qui, oggi. Signori, conduco a voi il Primo.”
E io mi sono messa con te? Seriamente?
(nessuno è amico)
Lars sì.
(nessuno è amico)
Sto per mordermi il labbro, combattuta, ma mi ricordo appena in tempo che non è il caso di mostrare debolezze. L’insofferenza di Dhilarin è la mia, e questa sala, per spaziosa e luminosa che sia, mi sembra claustrofobica, come una gabbia, come una prigione.
(luce aria)
Leyne esordisce, una voce impersonale, non sembra neanche la sua:
“Con tutto il dovuto rispetto, nobile Ianmeyr, occorrono prove molto consistenti per arrivare alla conclusione che la vostra… uhm, promessa sposa?”
“Sì.”
La risposta di Lars è talmente lapidaria che nemmeno arrossisco. Leyne, per ragioni a me ignote, serra le labbra, ma subito riprende il filo:
“Il mio imperatore sarebbe lieto se gli portassi la notizia che Dhilarin ha scelto come Primo la vostra promessa sposa, ma occorrono prove.”
No, momento, fermi tutti. Ne sarebbe contento? Ma il concetto non era qualcosa come ‘se il Primo torna, significa che per noi arriva la sciagura, la carestia, la guerra, la fame, l’aumento delle tasse e un’invasione di gattini’?
Raddrizzo la testa, nel rendermi conto che questi signori hanno i loro piani, su di me.
E con ‘questi signori’ intendo anche Lars.
“La Soglia aperta nel cielo di Tern non era sufficiente, forse?”
“Sufficiente a dimostrare in maniera inoppugnabile il suo valore come Sorvegliante. Ma come Primo…”
(vogliono me)
Lo so benissimo.
(non lasciami a loro)
Siamo già nelle loro mani, in caso non te ne fossi accorto.
(non lasciarmi a loro mi odiano)
Quindi odiano me.
(no non te)
Ma io sono te.
(loro credono di no)
E se si convinceranno del contrario?
(loro credono di piegare mille mondi al loro volere perché in passato noi abbiamo deciso di fare credere loro che potessero farlo volevamo la pace volevamo essere amati nessuno vive senza amore)
E per questo, tu hai lasciato che l’imperatore credesse di poter controllare Mille Mondi e Mille Soglie?
(credono sempre tante cose una in più non fa differenza)
Hai messo nelle sue mani l’ordine dei Sorveglianti, il potere sul Primo, solo perché… perché eri triste se si arrabbiava con te?
Mi risponde un silenzio pieno di immagini, colgo vagamente un volto maschile, lo riconosco dai capelli color bronzo e dagli sfolgoranti occhi verdi. L’imperatore Athran. Per qualche ragione, Dhilarin desiderava follemente il suo affetto. Su quella premessa, venne edificato l’ordine dei Sorveglianti, così come lo conosciamo oggi.
Il dio dei Mille Mondi è un diamante con problemi di carenze affettive.
Vorrei sapere solo una cosa: perché a me?
Mentre svelavo uno dei più grandi misteri filosofici dell’esistenza, e realizzavo alfine che stavo meglio senza sapere, Leyne ha continuato a parlare, Lars a rispondergli, gli altri a interloquire. Sbatto le palpebre per recuperare coesione con il presente, questo mondo e questo luogo, ehilà gente, spero vi stiate divertendo perché io comincio seriamente a pensare che sia tutto uno scherzo, e vedo che uno, tra tutti, non sta seguendo la discussione. Gli occhi del governatore Yanel sono su di me, mi guarda, mi vede, capisce cosa sta succedendo.
Lo sa. Sa che Dhilarin è in me, anche adesso, perché Dhilarin sono io, e insomma, io porto dietro me stessa ovunque vada. È un concetto così semplice che sembra nessun altro lo capisca.
Abbasso gli occhi, per non farmi più sondare dentro.
“…sicurezza assoluta – sta dicendo Leyne, in un tono accalorato da discussione che sta prendendo il volo – la priorità imperiale è la sicurezza assoluta, per le genti di Engelia, e tale sicurezza rischia sempre di essere compromessa, all’accendersi in cielo di Stella Scarlatta!”
Il nobile Angeth, che a parte il mago di corte è il più anziano dei presenti, dice in tono freddo che la sicurezza delle genti è anche la priorità di re Talris.
“Nessuno ne dubiterebbe, qui o altrove, nobile Leyne.”
Il mio ‘amico’ deve mordersi la lingua e assentire. Non si contraddice chi è più anziano, a meno che non spari una stronzata davvero colossale, e il nobile Talris se n’è ben guardato, ricordando anzi in maniera implicita che questo Consiglio si tiene a Tern, prova evidente che la sicurezza non è un’esclusiva di Morghater.
Vorrei solo che arrivassero al punto. È chiaro che stanno decidendo qualcosa su di me, se non l’hanno già fatto
(esiste una lunga tradizione)
e sarebbe carino che qualcuno mi informasse. Guardo Lars, in cerca di una spiegazione, ma Lars sta guardando Leyne. La sua voce attraversa la sala come una lancia:
“E qual è, se posso chiederlo, il suggerimento imperiale, volto a preservare la sicurezza, obiettivo comune di tutte le genti riunite a questo tavolo?”
Leyne china la testa al nobile Ianmeyr, in segno di rispetto, perché si volta verso le loro maestà, per rispondere. Non mi dedica nemmeno un’occhiata, questo stronzo.
(lo farà)
C’è un qualche protocollo?
(infiniti protocolli)
La risposta nella mia mente arriva attenuata e vaga, come se Dhilarin si stesse annoiando profondamente. Deve avere già vissuto questo altre volte, forse molte volte, e l’unica cosa che gli stia a cuore è non finire in mano ai Morghater, visto che, ormai, l’imperatore Athran appartiene alla leggenda del passato.
Leyne dice: “Vostra maestà, anzitutto occorre stabilire con certezza assoluta se quanto temiamo è avvenuto. In novecento e novantanove mondi questa sarebbe la più grande delle sciagure, ma gli dei potrebbero esserci stati favorevoli, scegliendo una parentela tanto nobile. Suggerisco di chiarire la posizione della nobile Lwen, prima di procedere.”
Salve, buongiorno. La piantate di fissarmi, tutti quanti?
“Che significa ‘procedere’?” chiedo, prima di riuscire a trattenermi, ma nessuno si preoccupa di rispondermi. Il re dice che concorda con il nobile Leyne.
“E dunque, nobile Lwen – il re si rivolge direttamente a me, solo qualche mese da sarei quasi svenuta di fronte a un simile onore – cosa avete da dire, riguardo a questo?”
Sono qui, in sede di Consiglio di Camera, agghindata come una cortigiana d’alto bordo, al cospetto del re e della regina, fidanzata con un uomo schifosamente nobile e ricco, senza sapere cosa vogliano da me, sapendo però molto bene quello che voglio io.
Lars, in questo momento, non mi è di nessun aiuto, sta guardando Leyne come se volesse imporsi su di lui, ma non mi ha detto niente, e io non immagino niente. Perciò apro bocca per chiedere spiegazioni, e mi sento rispondere:
“Dhilarin è al sicuro.”
Silenzio. Dentro di me, non ho altre risposte da dare, né bisogno di riceverne. Colgo un lampo negli occhi del governatore Yanel, e forse un cenno impercettibile con il mento, di… approvazione? Solidarietà? O era un moto di stizza?
Sua maestà il re mi sollecita:
“Dove si trova la gemma?”
“Al sicuro.”
“Ma dove?”
“Al sicuro.”
Finora non l’ho guardato direttamente, ho tenuto gli occhi bassi come deve fare qualsiasi plebeo alla presenza reale. Adesso, spinta da una forza che è la mia anche se finora non ho mai saputo esserlo, alzo la testa e fisso in faccia il mio re.
Strano. Davvero, non voglio il suo male, ma sono talmente oltre che, ormai, mi interessa pochissimo cosa pensi di me. Non è nemmeno bello e affascinante come sembra da lontano. Anzi, è una persona piuttosto ordinaria.
“Dhilarin è al sicuro – ripeto – e al sicuro rimarrà. L’argomento è esaurito, sire.”
Il volto autorevole di re Talris si contrae per le mie parole, che in effetti sono poco meno irrispettose di un vaffanculo diretto.
“Ma come osi…?”
“Via, mio signore – la sorella di Lars gli posa una mano sul braccio – nulla di quanto stabilito può cambiare, e nulla potrebbe essere stato stabilito meglio. Penserà il nobile Ianmeyr alla sua promessa sposa, non dubitare.”
Cioè mi terrà al mio posto. Oh, quanto l’hai capita storta, anche tu.
“Dhilarin è al sicuro – la mia voce è sorda, la mia ira sta crescendo, a stento ne comprendo il perché – e odia Morghater, odia tutto ciò che ho sempre servito…”
Sussulto, mi giro verso Leyne. Ci sto arrivando, ci sono quasi arrivata. Tutto questo è uno schema trito e ritrito, un copione recitato cento volte, nel palazzo imperiale di Morghater. Sanno come gestire la crisi, loro.
E Dhilarin non lo tollera più.
“Quando Dhilarin torna, anche l’imperatore deve farsi da parte. Il Primo è davvero il Primo, il suo volere non può essere contrastato, non può…”
Un lampo nella mia testa, come una fitta, però non fa male. È, letteralmente, un’illuminazione divina.
“Dhilarin è il vero signore del Labirinto, e quando la sua persona coincide con quella del sovrano di Morghater
(solo una volta è successo ma è bastato e avanzato da allora non mi danno pace)
l’ordine costituito non viene infranto, vero? Ma così, come stanno le cose ora… che beffa, una ragazza del volgo!”
Sotto il tavolo, Lars mi stringe la mano, forte. Mi sta ammonendo, ma io mi libero.
“Dhilarin manda a dire all’imperatore che può tenersi il Labirinto – scandisco, dando voce a pensieri che sono miei ma che arrivano da lontanissimo – non vuole niente di ciò che trasuda dalla nebbia oltre le porte del tempio della Madre. Dhilarin vuole sole, e luce, e aria, e soprattutto il cambiamento, quello preannunciato dalla stella del turbamento, quello che serve a Dhilarin, per ripristinare il proprio potere. Tu puoi dargli questo, Leyne?”
Wow, quanto silenzio.
“Dhilarin non tornerà Fuori, se questo era il vostro scopo. Il centro ha trovato il suo equilibrio, e non ci rinuncerà, in quest’epoca, soltanto perché il Primo non era chi l’imperatore sperava… non sei tu, Leyne.”
Neanche sapevo che le cose stessero così prima di dirlo, ma a giudicare dalla faccia che fa, ci ho azzeccato
(ovvio poteva essere solo questo)
in pieno. E deve anche essere qualcosa che soltanto Dhilarin poteva sapere, perché nessuno mi contesta, nessuno mi smentisce, e nessuno chiede come faccio a saperlo.
In effetti, nessuno fa o dice niente. Più di uno è sbiancato. Tra poco svengono. O mi fanno decapitare.
Ammetto che sono più curiosa che preoccupata.
Rimarrà il dubbio per sempre. Il governatore Yanel si alza, in un sussurro lieve di seta, le lunghe orecchie ricadenti che ondeggiano, gli occhi bianchi e azzurri che sembrano riflettere la mia immagine, anziché guardarla. Ma è solo un attimo, prima che si inchini, profondamente, piegando la testa e la schiena, espressione di sottomissione massima, quasi di servilismo.
È a me che si inchina.
“Divina Dhilarin.”
La sua voce sembra quasi essere assorbita, nel silenzio generale, un silenzio fatto di immobilità, anche mia.
“Molto tempo è trascorso dal nostro ultimo incontro – continua questa figura leggendaria, senza alzare lo sguardo, senza abbandonare la sottomissione a me – e molto è cambiato ma, come potete vedere, molto è rimasto uguale ad allora. La vostra volontà è immutata, quindi?”
(sì)
Annuisco.
“Ebbene, divina, forse potreste considerare la possibilità di un compromesso?”
(no)
Rimango zitta. Mi hanno insegnato che i compromessi possono essere una cosa ragionevole, e se perfino io l’ho imparato, un diamante con problemi di autostima può benissimo starsene tranquillo qualche momento, mentre almeno ascolto quello che hanno da dire.
(ascolta pure non cambia niente)
Sei più scassacazzi di Seddogh, e guarda che Seddogh è un professionista.
(servitore fedele riceverà la giusta ricompensa)
Credevo odiassi gli arryxis.
(ali di drago)
“Dhilarin non vuole compromessi – dico, quasi aspettandomi di essere interrotta, da fuori o da dentro – ma io voglio ascoltare.”
Il governatore annuisce, come se sapesse perfettamente cosa intendo.
“Perdonate l’insistenza, ma la gemma è in un luogo sicuro?”
“Non temete.” rispondo in tono magnanimo, come se non avessi ficcato il Gioiello dei Mille Mondi nella mia cartella, per poi ficcare la cartella sotto il letto della camera dove dormo, a casa di Lars. Con tanti libri davanti, per nascondere tutto.
Uh, sì sì, è al sicuro, passiamo oltre, vi dispiace?
(non chiede se io noi sono siamo al sicuro chiede se loro sono al sicuro)
La nuova comprensione prende posto dentro di me, e insieme a essa, la presa di coscienza che il rapporto di forza è esattamente contrario rispetto a quello che pensavo.
“Dhilarin si rimette al mio giudizio – dico, adagio – non farà del male a nessuno, finché avrò vita.”
Il sollievo generale è quasi palpabile. È chiaro che volevano arrivare proprio a questo, a farmi prendere questo impegno. Suppongo che chiederlo e basta, senza tanti giri di parole, fosse troppo semplice, per loro.
Sto pensando ai grandi di questo mondo come a granelli di sabbia. Non va bene. Il granello, qui, sono io.
(tutt’altro)
Il granello sono io. Non ho mai voluto essere altro. Non mi costringeranno a essere altro.
(un granello che è un seme ai semi servono sole aria e luce)
Stai diventando noioso, adesso fa’ silenzio. Mi devo concentrare.
(sole aria luce)
Mi dipingo mentalmente l’immagine di un pozzo nel quale sto scaricando badilate di calce viva sopra la luminescenza rosa-dorata di Dhilarin, e finalmente riesco ad avere un po’ di pace cerebrale.
“Di quale compromesso state parlando?”
Finalmente il governatore Yanel alza la testa, ma rimane inchinato. Sono a disagio per questo, lei ha tutto da insegnarmi, io ho tutto da imparare. Mi muovo, mi sposto sulla sedia, e forse quello che voglio comunicare è abbastanza eloquente, perché Yanel, con un lieve sorriso, si raddrizza e torna a sedersi.
“Il migliore dei compromessi possibili, per la controparte mortale di Dhilarin – mi spiega, con una voce dolce, nella quale sento la simpatia per me – vi prego di credermi, divina, voi avete sul Gioiello altrettanto potere di quanto lui ne ha su di voi. Non lasciatevi trascinare: la gemma desidera il vostro benessere, che è inestricabilmente legato al suo.”
Non riesco a trattenermi, non che ci sia mai riuscita:
“C’era un’altra Lwen prima di me, nella mia stessa situazione. Del suo benessere Dhilarin non si è curato troppo.”
(la maledetta lothawen la rinnegata)
Il governatore risponde imperturbabile: “La situazione era molto diversa. Troppi rami secchi mai tagliati, che alla fine hanno ucciso l’albero. Per questo l’imperatrice Fathiel piantò una foresta, della quale anche voi siete parte, divina. Così è molto meglio, non credete?”
Che stile. Sotterra anche Lars. Il quale, per inciso, è qui accanto a me e non muove un dito, né per aiutarmi né per dirmi di stare zitta, non fa niente, e io non so se è amico o nemico. So che lo amo e che mi ama, ma non è la stessa cosa.
(la prima sorvegliante la mia amata fathiel amò il suo nemico oh quanto lo amò no non è la stessa cosa)
Decisamente, fa una grande differenza da quale lato della piazza senti raccontare la stessa storia.
“Sì, è meglio – concedo – ma non mi avete ancora parlato di questo compromesso.”
“Non spetta a me.” risponde Yanel, l’unica persona da cui sento di poter avere delle risposte.
La regina si alza, con lentezza cerimoniosa.
È chiaro che, prima di questo Consiglio, gli interessati hanno avuto colloqui personali, si sono tenute trattative a porte chiuse, e adesso stanno soltanto mettendo a parte delle decisioni prese chi non aveva voce in capitolo. Il pensiero di essere tra questi mi irrita, ma in fondo è anche naturale: senza la certezza che io fossi Dhilarin, informarmi di segreti di stato era quantomeno fuori luogo.
Lars mi aveva avvertita. Mi aveva detto che qui, mentre io arrancavo in Mille Soglie e cercavo di tenere assieme la realtà e la mia integrità fisica, i grandi del mondo si stavano spartendo gli utili, i vantaggi che il ritorno di Dhilarin avrebbe comportato, per chi avesse saputo coglierli.
Se solo lo avessi ascoltato.
Se solo avessi ascoltato me stessa, la voce dentro di me. Ormai è tardi.
È bella, la mia regina. Alta e bionda, con l’incarnato di ceramica e gli occhi come topazi; nella versione femminile, il sangue Ianmeyr si manifesta con un fascino muliebre che ammalia e seduce, so che il re è stregato da lei, anche se non si muove e rimane freddo, come si richiede a un contegno pubblico. Ma so come la guarda. Non mi serve vederlo. So cosa significa amare Ianmeyr.
La sorella di Lars ha tutto il potere del basilisco bianco, ma è come regina della torre coronata che parla:
“Tra Morghater e Tern vi è da sempre la pace, avallata dall’intercessione di Albarah, e tutti noi desideriamo che tale stato perduri. A questo scopo, il regno di Tern desidera offrire un segno tangibile delle proprie intenzioni, affidando al nobile Ianmeyr l’incarico di mantenere rapporti diplomatici con l’impero dei Quaranta.”
Rivolge lo sguardo su Lars, che non tradisce il minimo stupore. Lo sapeva. Questo stronzo lo sapeva e non mi ha detto niente. Anche lui era in mezzo ai potenti, mentre c’era da spartirsi gli utili. Anche lui ha chiesto, e ottenuto, la sua fetta della torta.
“Non serve ti dica quanto un simile incarico sia onorevole, impegnativo e prestigioso, perfino per il fratello della tua regina, Lars.”
“Sarò degno di tale onore.”
La sua voce è ferma e tranquilla. Neanche ci prova, a fare finta di essere in imbarazzo per la sorpresa.
Lars a Morghater. Mi gira la testa al solo pensiero. Lars a Morghater. Chi amo di più nel luogo che odio di più. L’uomo del mio amore nel luogo del mio odio, e non fa differenza che io ami Lars mentre lui odi Morghater, siamo la stessa cosa, è una follia, ma siamo la stessa cosa. Il mio amore è suo e il suo odio è mio. A stento riesco a respirare, per il pensiero di Lars a Morghater.
(per loro è un compromesso)
Stai scherzando, vero?
(l’amore nel luogo dell’odio la prigionia sopportabile è successo molte volte)
Sento lo stomaco che si riempie di piombo fuso, quando capisco. Sono una dea, sono diventata una dea, ma rimango umana, rimango io, e sono soggetta alle leggi di questo mondo, tra i Mille. E le leggi di questo mondo mi impongono l’ubbidienza, oppure il patibolo. Essere Sorvegliante non cambia i fatti: anche nel nostro ordine, l’ubbidienza ai Morghater non si discute.
Pensavo di potere fare come mi pareva e piaceva, solo perché sono stata Fuori, ho toccato gli universi, e li ho riportati indietro?
Ma non imparerò proprio mai?
Non ho neanche bisogno di ascoltare le parole che suggellano il mio fato, per bocca di sua maestà la regina Aura, da questo momento anche mia cognata:
“Ti accompagnerà la tua sposa, che ti viene concessa dal suo protettore, dal momento che ella è orfana e dunque, per questo, sotto la tutela della corona. L’onore della divina Dhilarin viene salvato tramite matrimonio, da considerarsi valido a partire da questo istante.”
Partono gli applausi, e giuro che mi guardo intorno per capire chi è il festeggiato. Immagino che, come nei canti epici non diranno mai che il Gioiello si trova ficcato sotto il letto di camera mia, dietro il libro di grammatica e il blocco dei bozzetti, la mia faccia imbambolata diventerà virginale stupore di adorabile fanciulla. E non avrò più le lentiggini e gli incisivi storti.
Adesso ho capito il perché del vestito favoloso, più elaborato perfino di quello della regina, con lo stemma del casato cui ero destinata; e prima ancora, della vacanza prolungata da scuola, dell’ospitalità a casa Ianmeyr, che per quanto mascherata da convalescenza è, a conti fatti, una convivenza con il mio amante. Che non è più il mio amante.
Insomma, sono stata invitata a corte non per parlare, ma per sposarmi.
Fatto.
E di colpo, mentre rimango lì come uno stoccafisso, paralizzata e praticamente incapace di ragionare, l’ossessione di Dhilarin per luce, aria e sole diventa, definitivamente, anche mia.

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