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Capitolo 24

Non è suolo, quello in cui camminiamo. Non è aria, quella che respiriamo. Non è luce, quella che ci permette di vedere, mentre procediamo, un passo dopo l’altro, tenendoci per mano come due bambini. I miei occhi traducono come nebbia, una cappa densa e caliginosa che avvolge tutto quel niente, sottraendo alla mia vista la negazione di qualsiasi cosa possa esistere. Il mio cervello non è strutturato per capire l’assenza totale dell’esistenza, al punto che perfino il concetto di vita e di morte, qui fuori, perde ogni significato.
Se mi dimenticassi di respirare, non morirei. Smetterei di esistere. Indipendentemente da quello che si può credere sull’eventuale vita dopo la morte, sono due concetti differenti. In questo Labirinto di negazione, anche morire sarebbe un grande risultato.
Stringo forte la mano di Lars.
“Ci stanno osservando.”
“Lo so.”
Impossibile vedere alcunché, e a dire il vero non sono nemmeno sicura che vedere sarebbe il giusto verbo per concettualizzare la percezione che ne avremmo, ma in questo non-luogo pieno di non-qualcosa, è impossibile non accorgercene. Gli arryxis sono la negazione di quello che noi siamo, il nostro contrario. Nel mondo di materia e luce, sarebbero draghi. Qui sono soltanto la forma che prende il nulla, quando diventa brama di concretezza.
Siamo accerchiati. L’anello di non-esseri, invisibili nella non-aria del Labirinto, Mille Soglie, si sposta insieme a noi. Non ci attaccano, e per verificare il motivo, muovo la Fendidraghi. L’ondata di timore che mi colpisce, come un rumore tanto improvviso da diventare sventola, mi conferma quello che pensavo.
“I draghi sono la loro nemesi, o loro sono la nemesi dei draghi. Ecco perché Seddogh sta mutando in quella forma, nel nostro mondo.”
Lars annuisce. “E qui, dove niente può esistere, ciò che temono maggiormente è il loro opposto. Come nella storia dello scudo indistruttibile e della lancia che distrugge qualsiasi scudo.”
Cosa succede quando due forze uguali e contrarie vengono in contatto?
Cosa succederà, quando troverò Quello che mi sta chiamando?
Assorta nei miei pensieri, barcollo, e Lars mi scuote una spalla, senza nessuna delicatezza.
“Ricordati di respirare!”
Mi riempio i polmoni di nebbia, avvelenandomi ulteriormente, corrompendo la natura della materia che mi compone, ma la mente mi si schiarisce subito. Divertente: potrei morire asfissiata senza accorgermene, semplicemente smettendo di esistere un po’ di più, progressivamente, fino a sparire.
“Dobbiamo sbrigarci.” La voce di Lars è perfettamente udibile, ma suona estranea, come una scheggia sotto l’unghia. È qualcosa di esistente, in un non-luogo dove niente può esistere. Il mio udito filtra il paradosso dandomi l’impressione che parliamo nell’ovatta. “Non possiamo rimanere a lungo, nemmeno sforzandoci di restare coscienti. Saremo cancellati, come scarabocchi su un pezzo di carta.”
“Non credo che ce la caveremmo così a buon mercato. La materia scarseggia, qui fuori. Verremmo utilizzati in qualche modo.”
“Perché ho la sensazione che non sia un bene?”
Sorrido, anche se è un sorriso che non esiste, e stringendo la mano del mio basilisco bianco, cammino. Vado.
Vado da Dhilarin.
La nebbia sembra fermarsi, dove la luce si irradia, come una bolla traslucida, arancio-dorata, bellissima. Dhilarin esiste, e niente esiste come Dhilarin, in nessuno dei mondi e in nessuna delle soglie, perciò era inevitabile che arrivassimo dove si trova. Quando compio il passo che dalla non-materia mi porta nella bolla di luce, ho la sensazione che una morsa d’acciaio mi stritoli i polmoni, mentre il mio cuore schizza all’impazzata, recuperando i battiti che aveva perso, man mano che la sua esistenza sbiadiva. Aspiro profondamente, non so cosa, se nebbia o aria o luce, ma comunque sia, la respirazione si normalizza. Accanto a me, Lars barcolla.
“Non è possibile… mi ero dimenticato come si sta in piedi…”
“Non te l’eri dimenticato. Non eri più una persona che cammina.”
Scuote la testa per schiarirsi le idee, o per ripristinarle. Si guarda intorno, e anch’io. Le nostre mani si stringono, forte, mi fa male e io credo di farne a lui, ma non ce ne curiamo. Quello che stiamo vedendo è tale che non c’è spazio per nessun’altra considerazione.
Questo è il Labirinto, il suo cuore, il centro esatto. Queste sono Mille Soglie.
Quanti universi. Quanti mondi, in ciascuno di essi, e quante Soglie, che si aprono e si chiudono, senza conseguenze, oppure con conseguenze immani, pianeti che bruciano in un rogo, palle di gas che si concretizzano in materia, refoli d’aria tenera che portano batteri in mondi sterili, fecondandoli come fiori, vortici che risucchiano intere popolazioni, e Sorveglianti, guerrieri, eruditi, maghi o scienziati, coraggiosi o codardi, incoscienti o ponderati, tutti, sempre, ovunque intorno a noi.
Dopo l’oblio della non esistenza, tutto questo mi fa sentire sopraffatta. Sono al centro dell’esistenza stessa, ne sono il cuore. Io sono Dhilarin.
Vado da Dhilarin.
La gemma è sospesa al centro dei Mille Mondi. Poggia su un velluto nero costellato di galassie, gli universi la racchiudono come uno scrigno. È la cosa più immensa che esista, ma quando la tocco, basta la mia mano a contenerla. La sento liscia, piacevolmente tiepida. È molto tranquilla.
(sei pronta)
C’è una lieve inflessione di dubbio, come una richiesta di rassicurazione. È stata sola per tanto tempo. Non vuole illudersi, credo.
“Torniamo su Engelia.”
(sole e luce e aria quanto mi mancano)
Sollevare Mille Mondi nella mano a coppa è un’esperienza quasi commovente. La maneggio con cura, per la paura di romperla.
(non preoccuparti)
Per un momento, la mia testa si riempie di velocità illimitate, molto superiori a qualsiasi possibilità fisica, nel cosmo profondo. Dhilarin viaggia, rimpiange quello che ha perso, anela quello che l’attende. L’impatto con il suolo è preceduto da un contraccolpo talmente violento che spazza via qualsiasi cosa da un orizzonte all’altro. L’aria non ha fatto in tempo a spostarsi, e prima che Dhilarin tocchi terra, c’è un cratere enorme, che un futuro lontanissimo diventerà un lago. Dhilarin spacca e scava, corruga il terreno innalzando montagne e sul suo percorso si formano fiumi. Dhilarin è arrivato su Engelia.
Me la stringo forte al petto.
“Stavolta non sarà così traumatico.” sussurro, ed è il mio turno di essere rassicurata.
(stavolta ci sei tu)
Mi volto verso Lars, ed è come se Mille Mondi si voltassero con me. Credo che dovrò trovare un modo per gestire questa sensazione, prima di ammattire del tutto.
(si stabilizzerà)
“Possiamo tornare, adesso.”
Immerso nella luce dei Mille Mondi, Lars tende una mano per toccare la gemma. Indietreggio precipitosamente, superando sistemi solari e galassie.
“Non toccarla mai, mai! Dhilarin
(non può possedere mille mondi)
è troppo, per un uomo. Il suo potere ti ucciderebbe.”
Riabbassa la mano.
“Adesso cosa succederà?”
(si lacera)
“Il Labirinto è l’ombra di Dhilarin. Ogni luce proietta un’oscurità. E
(si sta già lacerando)
l’imperatore questo lo sapeva benissimo. Ecco perché vuole arrivare per primo a Dhilarin…”
Gli occhi azzurri di Lars sembrano diventare neri, quando si stringono.
“Cioè, a te.”
“Morghater è quella lacerazione. Il Labirinto è il suo stemma, e la realtà, nell’impero, è sempre stata più fragile… ma loro sanno come gestirla. È sempre stato così.”
(venerano la madre che tutto divora e tutto rigenera è intorno a noi vorrebbe divorare anche noi per poi partorirci)
Rabbrividisco. Troppi concetti, troppi pericoli, e Mille Mondi, passati, presenti e futuri, che confluiscono in me, tutti assieme. Comincio a sentirmi sfiancata.
(torniamo)
“Torniamo.”
Ma Lars non si muove.
“Se questa gemma lacererà i mondi, una volta che l’avremo portata fuori di qui, quali saranno le conseguenze per Tern?”
“Il processo è lento. Ha dormito per generazioni, si sveglierà gradatamente…”
“E quando si sarà risvegliata?”
Mi passo la lingua sulle labbra. “Non lo so, Lars.”
“Beh, mi sembra un po’ debole, per decidere di introdurre un’entità così distruttiva nella nostra città, non credi?”
(ha ragione lui)
La testa non è che mi faccia male. Con Mille Mondi dentro, sono oltre il concetto di dolore. La voce mi esce tagliente:
“È per questo che sei venuto senza bisogno di insistere? Per valutare quanto fossi incosciente nel prendere le mie decisioni?”
“Sì – dice Lars, conciso – sono scoppiate guerre e catastrofi, per il diamante che tieni in mano. L’imperatore di Morghater e il governatore di Albarah si sono mobilitati, e a Tern potrebbe crearsi una lacerazione come il Labirinto del mito. Ce n’è più che abbastanza per pensarci su due volte, prima di fare ricominciare il ciclo.”
Racchiudo Dhilarin tra le mani, come per proteggerla. O forse perché sia lei a proteggere me.
“Non è qualcosa che possiamo evitare.”
“No – risponde Lars – ma è qualcosa che a Morghater potrebbero gestire meglio. Forse dovremmo lasciare Dhilarin a loro, come vorrebbero.”
Posso soltanto scuotere la testa. Le considerazioni di Lars, che apprezzerei nel nostro mondo, qui mi suonano come una stonatura indesiderata, un ostacolo odioso. Non lascerò mai la gemma Dhilarin in questo non-mondo, fatto solo di soglie per qualsiasi universo esistente.
(ha ragione lui)
Non mi interessa.
(non lasciarmi ai morghater mi odiano)
Mai.
Logica: sotto la luce di Dhilarin, non ce n’è.
“Ti chiedo di non intrometterti, Lars. Anche se hai ragione e io torto, non devi intrometterti.”
“Mi stai chiedendo molto.”
Non ho nessuna risposta da dargli. È tempo di tornare. Ma, quando gli passo accanto, mi sbarra la strada.
“Non intrometterti, Lars Ianmeyr.”
“Dove si produrrà la lacerazione?”
(nel labirinto)
“Non lo so.”
Lars mi prende per le spalle, ma delicatamente. Immersi nella luce dei Mille Mondi, dobbiamo sembrare due divinità.
“Se riporterai la gemma nel mondo, quali saranno le conseguenze?”
(ha ragione lui)
“Non lo so.”
(non lasciarmi)
Mai.
È peggio che impazzire. Se impazzissi, non dovrei più preoccuparmi di tutte queste contraddizioni.
Le sue mani mi serrano con più fermezza, adesso mi trattiene.
“Non hai modo di prevedere le conseguenze.”
(possiamo crearle)
“Possiamo crearle.”
“Lwen, sai qual è il primo dovere di uno scudiero?”
“Imparare?”
“Servire.”
Sposta le mani verso la mia schiena, mi sta quasi abbracciando, ma so che è un modo di trattenermi.
“Lo scudiero è colui che in battaglia ti guarda le spalle, che deflette frecce e spade a tradimento, se necessario fa da scudo al suo signore… uno scudiero deve proteggere, a costo della propria vita. È questo il giuramento che ho fatto, per potere essere qui, adesso.”
Come lui circonda me con le braccia, io circondo Dhilarin, perché non entrino in contatto. Con una chiarezza cristallina, che appartiene ai Mille Mondi e non a me, capisco il contenuto del colloquio che ha avuto con Haldan, quella famosa notte, mentre io dormivo, sopraffatta dal primo assaggio del potere che adesso mi pervade completamente.
Era il patto che ha preteso, dal referente che volentieri mi avrebbe mandata al rogo: l’appoggio del basilisco bianco, il preservamento del segreto, in cambio della mia salvezza. Mentre io entravo in quella stanza, convinta di morire, gli accordi presi erano che io sarei vissuta, qualsiasi cosa potesse essere più conveniente per l’ordine dei Sorveglianti.
Alzo gli occhi verso i suoi, mi sollevo sulle punte. Quando sfioro le sue labbra, la gemma sembra riempirmi la testa e il cuore, ma Dhilarin sono io, e so che è l’amore di Dhilarin quello che mi spinge verso di lui, il mio amore, cominciato un pomeriggio in un museo, senza che nemmeno me ne accorgessi. Siamo qui, nel cuore dei Mille Mondi, dopo essere stati in quel minuscolo spazio, un punto di partenza come tanti. C’è qualcosa di commovente, in questo. Qualsiasi posto può essere il punto di partenza.
Alla fine devo interrompere il bacio, perché temo che possa entrare in contatto con Dhilarin. Morire qui, dove nient’altro potrebbe morire, sarebbe davvero la beffa più atroce.
La gemma Dhilarin lascia le mie mani, senza cadere, perché qui siamo nel suo cuore. Rimane nei Mille Mondi, dov’è sempre stata.
“Non riporterò indietro la gemma, se non vuoi. Se tu non vuoi che Dhilarin torni nel mondo, le tue ragioni sono abbastanza valide da trattenermi dal farlo. È per questo che sei qui: il basilisco bianco ha sempre impedito che avvenisse il disastro. Joyce Ianmeyr, e tu, Lars Ianmeyr.”
Alzo una mano, prima che tragga le conclusioni sbagliate.
“Tu eri nel giusto quando altri erano nell’errore, e adesso impedirai
(a me)
a me di sbagliare. Dhilarin deve rimanere Fuori da tutto?”
Stringe gli occhi, nel modo che ha quando gli sembra che qualcosa sfugga al suo controllo.
“Hai detto che non dipende da noi. Che fa parte di un ciclo inestinguibile.”
“È la vita stessa dei Mille Mondi.”
“E dovrebbe essere la mia parola, la parola di un uomo, a fermare tutto?”
(tu amore protezione)
“La parola di un uomo che ha giurato di proteggermi.” sussurro.
A questo punto, succede tutto nella maniera più naturale.
Lars serra le labbra, guarda prima me poi la gemma, e poi di nuovo me. Sento di sapere cosa dirà, e sarà la sentenza definitiva, perché io non lascerò Dhilarin qui Fuori, nel nulla del silenzio, a struggersi per la nostalgia dei Mille Mondi che son la sua anima e la sua vita. Comprendere è difficile, quasi impossibile. Nemmeno io, fino a poche ore fa, o pochi minuti fa, avevo compreso del tutto.
Dhilarin sono io. È la mia sentenza, quella che aspetto.
(non lasciarmi a chi mi odia è successo in passato è orribile)
Esisti da prima che esistesse il primo atomo. Credevo fossi abituata alle brevi scintille che sono le vite dei Sorveglianti, le tue controparti mortali.
(non ci si abitua mai a nascere e morire e amare e odiare mai)
Non so se è spaventoso o confortante che Mille Mondi debbano affrontare sempre impreparati questi mutamenti. Di sicuro sono impreparata io. Sto per perdere l’amore, il mio mondo, tutta la mia vita mortale, e non mi sono neanche portata un cambio di biancheria. Speriamo almeno che qualcuno si prenda cura del mio gatto.
Lars torna a guardare la gemma, luminescente e sospesa nei mondi, che pulsa e irradia la sua luce delicata, che si può guardare senza rimanere accecati. Anche adesso, mentre siamo qui, le Soglie si aprono e si chiudono, o vengono chiuse, e non vi sono conseguenze, oppure le conseguenze sono tali da cambiare completamente il destino di un’intera galassia. Il dramma è soltanto delle nostre vite umane, mortali e limitate.
(come fulmini nel cielo voi venite da me sparite subito ma lasciate segni inestinguibili)
Il basilisco bianco:
“Vorrei non dover scegliere. Avrei preferito che tu fossi soltanto quello che apparivi, Lwen. Se fossi stata soltanto l’unica donna che potrò amare in tutta la vita, a quest’ora tutto sarebbe diverso. Ma non sarà così, vero?”
Non vale nemmeno la pena che scuota la testa. Però lo guardo, perché questo amore dovrà essere l’ultimo sprazzo di umanità che sparirà da me, quando sarò annullata completamente, dalla Madre che tutto divora e tutto rigenera. Dopo, non sarò più io. Finché rimango me, voglio amare.
I serpenti sono veloci, quando scattano. Prima che me ne renda conto, il mio polso è serrato dalla tenaglia della presa di Lars.
“Dimentichi che discendo direttamente dall’ultima Sorvegliante, Lwen. So cosa significa essere Dhilarin. Non c’è nessuna differenza tra te e quella gemma, ormai. Chiudere fuori Dhilarin significa esiliarti qui, per sempre.”
Sussulto. Ammetto che non mi aspettavo lo capisse tanto in fretta. Ma Lars è quello sveglio, tra noi.
“Se insieme a Dhilarin tornerà il Labirinto, che sia. Non ti lascio qui.”
“Lars.”
“Io non ti lascio qui.”
Qualcosa scintilla. È la sua gola, no, sulla sua gola… una scheggia di luce, una fessura, come un occhio che si apre. Sembra di assistere alla nascita di una stella.
D’intuito, niente più e niente meno che d’intuito, capisco che anche Lars aveva un credito da riscuotere, qui Fuori. Lo sguardo del basilisco, una luce bianca, abbacinante, completamente diversa da quella soffusa di Dhilarin. Mi afferra gli occhi, li attraversa come un fulmine, è tutto bianco e non vedo più niente.
(il basilisco ci protegge da allora una gemma protegge una gemma e l’amore protegge tutti noi)
Che pessima trama per un romanzetto sentimentale.
(e si ripete sempre non c’è originalità solo luce ovunque poi arriva la madre e oscura tutto per rigenerarlo)
D’accordo, ci rinuncio. È troppo un casino, troppe contraddizioni e troppi concetti controintuitivi, voglio tornare a casa e basta.
(saggia decisione)
Sento le mani di Lars che stringono le mie braccia, mentre mi attirano, sento il peso modesto della gemma tra le mie dita, sfaccettata e levigata e pulsante come un cuore, ma è tutto bianco, fin nei recessi della mia testa. Mi devo fidare e basta.
Mi fido. In questa tenebra fatta di luce, Lars si muove sicuro.
“Spero tu sappia quello che fai, Ianmeyr.”
“Lo so altrettanto bene di quanto lo sai tu, Dhilarin.”
A posto. Speriamo che Engelia la sfanghi anche stavolta.
La luce è dappertutto, entra in me, mi riempie completamente. L’unica sensazione fisica che mi rimanga è il tatto, sento il corpo di Lars, sento le sue labbra, sento che mi vuole, non in senso sessuale, o almeno non solo. È tutta la totalità del suo desiderio quella che sento, e che accolgo in me, che ricambio, in un’esplosione dello sguardo letale del basilisco, un morso capace di squarciare Mille Soglie e afferrare il tessuto della realtà che ci siamo lasciati alle spalle, per trainarci verso di esso, con una forza irresistibile.
Non c’è più nebbia attorno a noi. E nemmeno paura.
Respiro a pieni polmoni, ed è aria quella che mi entra nel corpo, in un sibilo che si allarga a ventaglio, spazzando via il gas di Fuori e rendendomi al mio mondo di materia. È un trauma ripiombare così repentinamente nella mia natura mortale, dopo essere stata trasfigurata in una dea.
Distinguo nettamente il confine, quando attraversiamo il solco tra la materia e il suo opposto. La mia mente traduce il concetto come un passaggio dal giorno alla notte, ma non è così semplice e non ci si avvicina neppure. Il problema è che niente ci si avvicina di più. Comunque, passa subito.
L’aria sfreccia davanti a noi, attorno a noi, e sopra di noi. È gelida e squisita, dopo il tiepido oblio dell’annullamento.
(sei abbastanza sveglia da avere un guardiano almeno)
Sì, Lars è davvero…
Mi rendo conto dell’errore mentre lo penso. Dhilarin non allude a Lars, che sta scuotendo la testa accanto a me, un braccio attorno al mio corpo e l’altro che termina nel pugno chiuso, la luce bianca ancora tra le sue dita serrate. La vedo filtrare come tante lame, per un momento ancora, poi si spegne.
“La pietraluce…” dice soltanto, prima che l’aria afferri la sua voce e la porti via, lontano da noi, sopra di noi.
Credo non assisterò mai più allo spettacolo assolutamente inedito di uno Ianmeyr con i capelli arruffati e gli occhi sbarrati dallo sbigottimento, mentre cerca di realizzare di avere appena compiuto l’impresa che aveva visto fallire e/o morire tutti i suoi avi.
“Era la protezione messa da Ianmeyr per Dhilarin. Credo proprio che l’imperatore non potesse raggiungerla per quello, sai?”
Lars annuisce, la faccia tiratissima, mentre il vento gli getta indietro i capelli. Caspita, se tira forte, il vento. È freddo attraverso i vestiti, e sembra salire, mentre noi scendiamo nel mondo della materia, il nostro mondo.
Scendiamo?
Guardo su.
Guardo giù.
Serro le mani su scaglie dure come corno, mi taglio dolorosamente, e di colpo il vento che mi si avventa contro la faccia acquisisce un senso, mentre la luce abbacinante comincia a dissolversi in tante macchie davanti ai miei occhi, e riesco a vedere la schiena scagliosa, le squame nere-dorate, e la pianura di Wydan che ci cade addosso, a una velocità vertiginosa.
“Seddogh!”
Mi aggrappo alle creste dorsali e a Lars, in perfetta democrazia. Uno dei due sarà pure abbastanza stabile da non demolire Mille Mondi, nell’immagine non molto rassicurante della sottoscritta spiaccicata per terra.
(l’ho chiamato e io sono te e tu sei me quindi è venuto ma la prossima volta cerca di ricordarti di chiamare il guardiano prima di cadere non dopo grazie)
Mi ficco la gemma Dhilarin dentro la giubba. Perdere la pietra in mezzo ai prati di Wydan sarebbe davvero un modo inglorioso di terminare mia carriera divina in questo mondo.
Lars grida: “Siamo usciti dal Labirinto! Chiudilo, prima che produca la lacerazione!”
(è inevitabile)
“CHIUDILO!”
Barcollo e Dhilarin sembra farsi piccola piccola, davanti all’ira del basilisco bianco, il suo protettore. Come io mi sono ricongiunta alla mia essenza, così pure lo ha fatto Lars, e può sentirmi/sentirci. Sa quanto me cosa succede.
Senza bisogno di voltarmi, so che lo strappo non esiste più, e che la luce, per il momento, non proietta nessuna ombra.
(non durerà)
D’accordo, penso io, esasperata, ma finché non avrò capito qualcosa, non sarà male darmi tregua, non credi?
(il labirinto è necessario quanto il suo cuore puoi decidere dove ma non puoi decidere altro)
Bene, deciderò. Dovrò decidere un bel po’ di cose e penso che, mentre cado dal non-mondo verso un meraviglioso e molto duro mondo, la prima sarà di tornare in me abbastanza da rendermi conto della situazione.
A dire il vero, è una situazione esaltante.
“Seddogh – devo gridare, per superare l’urlo del vento – hai imparato a volare!”
Le ali membranose fendono l’aria, facendoci fischiare le orecchie. Seddogh gira l’occhio verso di me, un occhio circondato da scaglie, una corazza che protegge la cornea d’oro, la pupilla verticale che riflette la mia immagine, nettissima.
Mi accorgo che ci troviamo sbilanciati verso il basso, quasi perpendicolari al suolo, come asteroidi che hanno appena perforato l’atmosfera.
E Seddogh chiarisce la situazione, con la magnifica concisione di stile che lo contraddistingue:
“No, col cazzo!”
Il rumore delle ali che sbattono freneticamente ci riempie le orecchie, mentre la pianura si avventa contro di noi.

3 thoughts on “Capitolo 24”

  1. Milla Grattastinchi Renzi De Medina says:

    seddogh carissimo, fine come sempre… fine quanto… quanto te

    1. Lem
      Lem says:

      vero? Siamo tutti e due pura scuola oxfordiana.

      1. Milla Grattastinchi Renzi De Medina says:

        certo! oxfordiana quanto la Madre…

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