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Capitolo 23

Non è come sembra. Mi sto infilando di nascosto in camera del mio fidanzato, di notte, ma non è come sembra. Il che probabilmente irriterà parecchio Lars, a cui le apparenze, soprattutto in questo ambito, piacciono davvero molto.
Ho gli scarponi in una mano e la Fendidraghi nell’altra, tanto per chiarire. Mi sono tolta le bende dalla fronte per usarle sulla parte alta del mio braccio, internamente, un taglio non lungo, ma profondo, credo arrivi all’osso. Sanguinava parecchio, ma almeno è in un punto che non mi intralcerà nell’esercizio delle mie funzioni.
Per fortuna, in anticamera non ci sono servitori. La residenza cittadina di Ianmeyr è dotata di campanelli collegati con le cucine e con l’alloggio dell’intendente, perciò, in caso di bisogno, l’assistenza è immediata. Non c’è nessuno in corridoio, nessuno in anticamera, e la porta non è chiusa a chiave.
In seguito Lars mi dirà che aveva lasciato la strada spianata proprio per eventuali incontri notturni, non appena fossi stata meglio. Sono un po’ tonta, certe cose bisogna spiegarmele.
La stanza del padrone di casa è un salone, che lo dico a fare. Accanto al caminetto ci sono perfino tavolo, sedie e divani, per comodi salottini di conversazione, i colloqui più informali. È buio, ma non è mai stato un problema, per me. Attraverso l’oceano di tappeti, pensando che tanto spazio per una persona denota, più che sfarzo e ostentazione, una profonda solitudine.
Non so perché, ma Lars e i suoi fratelli mi danno l’impressione di relitti, alla deriva in un mare d’oro e di broccato.
Forse è la loro situazione inconsueta a colpirmi così: nei clan aristocratici di solito c’è un mucchio di gente, tra congiunti, figli, parenti acquisiti, genitori e patriarchi. Le ville sono piene di tizi raffinati, mentre le governanti si affannano a correre dietro ai marmocchi per trasformarli nei nuovi Lars e Aillean. Qui non c’è niente di tutto questo. Esiste una vecchia nonna, che vive ritirata a Pickal, ma nient’altro.
Dhilarin ha avvelenato questa famiglia per secoli, e i tre fratelli sono i superstiti dell’ecatombe che va avanti dai tempi della guerra dei Mille Mondi.
Sto indugiando timidamente con il pensiero su una torma di ragazzini urlanti, capelli biondi e capelli rossi, che potrebbero restituire un po’ di vita a questo casato agonizzante, un po’ di rumore a questi corridoi deserti, ma poi scosto il drappo di velluto del letto e mi ritrovo davanti Lars. È nudo fino alla cintola, si sta allacciando i calzoni e mi guarda con stupore.
Divento tutta rossa, cosa abbastanza insensata, ma tant’è.
“Ti stavo venendo a chiamare.”
Finisce di chiudersi i pantaloni e prende la camicia, per niente a disagio. “Lo so. Stavolta l’ho sentito chiaramente, mi sono svegliato di soprassalto. C’è una Soglia.”
Stringo le dita sulla Fendidraghi. “Fai progressi.”
“Merito della maestra – mi lusinga lui – mi sono attenuto scrupolosamente alle esercitazioni che mi avevi consigliato. Stento a credere di non essermi mai accorto prima di quanto la realtà sia… immensa.”
Annuisco, capendolo perfettamente. È qualcosa che ti spiazza all’inizio, e poi diventa esaltante: realizzi che quello che vedi esiste, è reale, ma è soltanto una piccola parte, un dettaglio del tutto. È come guardare un albero, trovarlo bello, senza badarci più di tanto, poi fare un passo indietro e scoprire la giungla esotica a destra, a sinistra, dietro, sopra e sotto quell’unico albero. È la realtà, ma di colpo ti rendi conto che ce n’è molta più di quanta credevi.
“Prendo il cavallo.” propone, ma scuoto la testa. Ormai non ne ho bisogno.
Quando Lars comincia ad allacciarsi la cintura della spada, io mi siedo per infilarmi gli scarponi. La testa mi fa ancora male, e comincio appena a realizzare che quella pazza mi stava veramente accoppando, nel modo più stupido in cui potessi essere accoppata: senza che me ne rendessi davvero conto. Ma si può?
La mia realtà si è allargata di nuovo, dopo quel giorno. Solo che stavolta non mi piace molto, e non mi esalta nemmeno un po’. È un a realtà piena di nemici e doppiezze, non posso fidarmi quasi di nessuno, quando prima credevo fosse il contrario. Ma prima vedevo solo gli amici.
Mi raddrizzo e sfodero la Fendidraghi.
“Andiamo.”
Il velo tra i mondi è seta impalpabile, sotto le mie dita. Credevo che tutti i Sorveglianti potessero farlo, ma adesso so che è appannaggio di pochissimi, e che tra quei pochissimi, solo uno può entrare nella nebbia, respirarla, e uscire dall’altra parte, senza perdersi in mondi sconosciuti, senza sbagliare soglia. Non posso perdermi in me stessa, come non potrei smarrirmi nel mio sistema nervoso o nei miei vasi sanguigni. Sono io.
Sì, sono quasi pronta.
Ci troviamo in una foresta. Poteva andare peggio. Mi sono capitate Soglie molto vitali spalancate in mezzo ai vicoli, che hanno reso necessari numeri di equilibrismo per evitare che la gente se ne accorgesse, e una volta ho dovuto lanciarmi letteralmente nel vuoto, perché la lacerazione era sospesa a mezz’aria, al di fuori della mia portata… giù nel crepaccio, come se volessi suicidarmi. Meno male che la corda ha resistito, anche se il livido della canapa ritorta, stampato come un tatuaggio, mi ha incorniciato le costole per giorni.
Il sibilo leggero della spada di Lars che esce dal fodero mi riscuote. “Dove siamo?”
“Sempre a Tern, ma non chiedermi i dettagli. Non ho ancora capito bene come orientarmi, dopo avere attraversato un passaggio.”
“Dovremmo essere verso la casa delle ninfe.” ipotizza Lars, dopo avere guardato il cielo per aiutarsi con le stelle.
Bofonchio un assenso fidandomi della sua parola, perché non ho nessuna voglia di alzare la testa verso quell’occhio sanguigno che mi guarda, da lassù. La sento proprio sopra di me, Stella Scarlatta, e mi passo la lingua sulle labbra. Le avverto screpolate e aride, come la superficie di quel mondo, morto da tante di quelle ere che forse nemmeno Dhilarin, ormai, ricorda com’era, quando era vivo.
Stella Scarlatta è una gigante rossa nel mio cielo, la sua esistenza preannuncia quello che deve succedermi. È il testimone chiave, quello che inchioderà il colpevole. Non ha nessuna colpa di questo, ma il colpevole lo odierà comunque.
Io odio Stella Scarlatta.
“E allora andiamo alla casa delle ninfe.” dico a casaccio, e siccome lo dico a casaccio, ci azzecco.
La casa delle ninfe non è un’abitazione, ma una formazione rocciosa in mezzo alla piana di Wydan, visibile dalla città e dalle colline circostanti. È un enorme giardino roccioso, nel quale ci si può addentrare a rischio di rompersi una gamba, con i macigni più imponenti che sembrano montagne in miniatura. All’interno ci sono perfino radure e boschetti, che hanno gettato le radici nelle spaccature della roccia, riempite di terra dal passare dei secoli. Esteticamente, è bellissima.
La leggenda vuole che ci vivano le creature fatate. La realtà, stanotte, è che ci vivono creature di altro tipo.
Quando intravvediamo tra gli alberi intravvediamo la formazione rocciosa, che sembra una catena di montagne in miniatura, mi faccio da parte per far passare avanti Lars.
“Prima gli scudieri. Vediamo quanti tentativi ti ci vogliono, per trovare la Soglia.”
Quando ero scudiera io, Lyott faceva così. Mi metto alle sue spalle, con la Fendidraghi pronta, perché stavolta non sarà un gioco ad acchiapparello, lo so. Ci sono
(pronta)
quelli cattivi, dall’altra parte delle rocce. Vorrei che Lars non fosse qui, ma se ha deciso di essere Sorvegliante, è meglio che impari, e alla svelta, finché può contare sulla relativa sicurezza della mia presenza. Non so quanto si sentirebbe fiero di sapere che voglio proteggerlo, ma non mi importa.
Appena svoltato l’angolo formato da un macigno squadrato dal vento, immenso, Lars si blocca. So cosa sta vedendo, e lo affianco con la spada già puntata sul nemico.
Gli arryxis sono due. Uno è già uscito dal taglio, trasudante nebbia, che sembra una spaccatura nella pietra, non fosse per il tenue palpitare, mentre si dilata. L’altro ha un artiglio a terra, e l’altro è piantato sulla roccia, rigandola di netto, per issarsi fuori, o dentro, a seconda dei punti di vista.
Ci guardiamo negli occhi per un momento, ehilà bella serata, un po’ fresca, magnifica notte per scannarci a vicenda, poi loro spalancano le fauci e noi puntiamo le lame.
“Allora, volete renderla facile, o preferite farvi male?”
Il demone nella Soglia finisce di passare al di qua. Il suo compagno schiocca la coda a terra, come una frusta. Volano terriccio e schegge di pietra. La prossemica è un’arte.
“Non sono spaventosi come temevo.” commenta Lars.
Mi acciglio, prima di capire. Ovviamente questi arryxis sono come tutti gli altri, sauri da incubo, mostri che possono tranciarti una gamba con un colpo di mascella, artigli come lame, sadismo congenito; ma Lars è abituato a Seddogh. Il mio demone-drago è il suo parametro di riferimento, e Lars ha conosciuto Seddogh quando era già molto più grosso e temibile dell’arryxis medio… non che prima fosse piccolo come questi due. Sono leoni dei boschi, o piccoli cavalli, ma Seddogh è un’altra classe. Lars non può trovarli spaventosi come sono apparsi a me, quando per la prima volta, ragazzina dodicenne, mi sono trovata davanti la tagliola delle fauci e il fiato fetido di una morte proveniente da Fuori.
“Il padre di Maya è stato mutilato da uno di questi – ribatto, per dargli un po’ la dimensione del pericolo – senza contare il Sorvegliante morto, onorato dalla tua famiglia. Stacci attento.”
I due mostri si raddrizzano sui posteriori, diventando più alti di un uomo.
“Non perdere mai di vista la coda. Quando attaccano, la usano per farti lo sgambetto, e se li colpisci, ti prendi una frustata alle spalle. Saltella come sui carboni ardenti.”
“Me le ricordo, le istruzioni.”
Posso solo augurarmelo. Lars non rimarrà mai in seconda linea, neanche se glielo ordino. È buono come scudiero quanto lo sono io come maestra, ahimè.
“Aspetta – gli dico, vedendo che sta per caricare – non ancora.”
Faccio un passo avanti, entrando nel raggio d’azione di quelle code micidiali.
“Capite quello che dico?”
Un arryxis sibila, ma l’altro mi fissa intento. Vedo le code che strisciano nel buio per terra, come serpi.
“Se capite, potete ascoltarmi, e vi conviene farlo. Quello che sta succedendo riguarda anche voi.”
Indico la Soglia con la punta della spada.
“Riguarda la Cosa da cui state scappando.”
Le lingue bifide saettano nell’aria, per coglierne i sapori, ma a parte ciò, gli arryxis non si muovono. Le code sono immobili, adesso. Forse stanno per avventarsi, la postura è quella dell’agguato, ma ho visto abbastanza assalti da distinguere la tensione che precede il balzo dall’altro tipo di tensione. Quella che ti irrigidisce e ti blocca.
La paura.
“Vi spaventa, vero? Anche noi siamo in allarme. Stella Scarlatta splende in cielo, e questo mondo è sicuro quanto quello da dove provenite voi. Alzate gli occhi, se non mi credete. Guardatela.”
Da come entrambi girano le pupille in alto, contemporaneamente, capisco che conoscono la mia lingua. Come mi ha detto Seddogh, ci ascoltano, dal loro non-mondo fatto solo di nebbia e oblio.
“Sta tornando. È per questo che ormai ci attaccate di continuo, vero?”
La Soglia palpita, dietro di loro. È una ferita aperta che sanguina, e si trova all’interno del mio braccio. Devo risanarla.
“Ci sono Mille Mondi e Mille Soglie, nel Labirinto dove esistiamo. Voi non potete scappare da Quello, come non potremo farlo noi. Non è possibile.”
Mi ringhiano ma, per qualche motivo, ancora non attaccano. Forse lo faranno nei prossimi tre secondi.
Di colpo, come se fosse qualcosa che ho sempre pensato, mi rendo conto di non volerli uccidere.
Li ho sempre odiati. Non puoi vedere un bambino sbranato, con le budella sparse e gli occhi ancora sbarrati dal terrore in cui è morto, senza odiare chi lo ha ridotto così. Non puoi guardare due arryxis che si strappano a vicenda dalle fauci un uomo vivo e urlante, divorandolo mentre ancora respira, e trovarli simpatici. Odiare chi fa del male è un dovere.
Non ho più voglia di pensare al dovere. Ho altre priorità.
(pulsa)
Mi abbasso sulle gambe, senza perdere il contatto visivo con i demoni, e appoggio per terra la Fendidraghi. La lascio. Mi rialzo.
“Sono disarmata davanti a voi. Potete uccidermi, ma chiedetevi perché ve ne sto dando la possibilità.”
Prima che se lo chiedano, e che si rispondano il sempreverde ‘sticazzi’, mi affretto ad aggiungere:
“Chiedetevi perché per me sia più accettabile farmi uccidere da voi, che affrontare Quella Cosa.”
“Lwen, sei impazzita? Sei…”
Gli arryxis si lasciano cadere sulle quattro zampe. Vedo, nelle loro palpebre nittitanti, che solcano ripetutamente la superficie gialla delle cornee, un enorme turbamento. Non sta andando come si aspettavano.
“Voi sapete che potete stare in questo mondo a una sola condizione. È il sangue dei Sorveglianti che vi impedisce di decomporvi. Il mio sangue.”
Non è un’esitazione, la mia. È una pausa.
“Il sangue di Dhilarin.”
Gli arryxis digrignano i denti, a quel nome. Le zanne baluginano fiocamente alla luce delle stelle, le code schioccano. Ma il passo che fanno è all’indietro, per allontanarsi da me, non avanti, per assalirmi.
“In tutti i Sorveglianti c’è almeno una goccia di sangue Dhilarin, vero? È passato così tanto tempo, dalla guerra dei Mille Mondi… tre secoli, una discendenza sconfinata, un mucchio di illegittimi. Mia madre è nata in un bordello. Chissà chi era suo padre. Ma se tornassimo indietro abbastanza a lungo, arriveremmo a Quello che vi spaventa. Lo so.”
Sì, adesso lo so. Lo so.
“Dhilarin è l’inizio, è la nascita di tutto, la sua esistenza. Quando dorme, voi potete prosperare. Ma sta tornando. E voi cercate scampo.”
Cosa sarei disposta a fare, per salvarmi la vita? La vita di qualche mostro di un altro mondo conterebbe qualcosa, per me?
Quanto ci godrei, a fare a pezzi i mostri che hanno assassinato quelli che mi hanno preceduta?
(si lacera e forse faremo in tempo o forse no ma se sei pronta sei pronta)
Oh, grande. Pensavo che stanotte sarebbe stata un’uscita come tante altre. Non mi sono neanche presa il disturbo di dire ad Haldan di venire subito, questo stesso pomeriggio. Fai con comodo, domani mattina, così facciamo colazione insieme e parliamo da persone civili, per una volta nella vita. Ad avere saputo in anticipo che stanotte è ‘la’ notte, avrei sistemato le cose prima.
Pazienza. Le batoste sono tali proprio perché non te le aspetti. L’importante non è quando arrivano, ma come le incassi.
Faccio un passo avanti, verso la Soglia.
“Lwen!”
Mi sento afferrare un braccio, per fortuna quello sano. Il taglio che mi affonda nella carne sta pulsando a sincrono con la Soglia, e di fatto è la Soglia.
“Sei impazzita? Cosa vorresti fare?”
Davanti a noi, gli arryxis ricominciano a ringhiare. Li ho spaventati, ma si riprendono in fretta.
“Hai detto che con questi liminari non c’è possibilità di accordo, e adesso…”
“Lo so. Prepara la spada: c’è da combattere.”
Indietreggio abbassandomi, le dita tese verso la Fendidraghi, nel momento stesso in cui il primo arryxis decide di risolvere questa strana situazione nell’unico modo possibile. Non ho creduto seriamente che potesse andare in maniera diversa: sono soltanto in balia di poteri e forze attrattive che non conosco, mentre dentro di me le lucine della comprensione si accendono una a una. Rimango momentaneamente accecata, tutto qui.
Lars se la cava bene. Il suo maestro di scherma può dirsi fiero di lui, e i nove anni di differenza che ci sono tra noi si traducono in nove anni in più di esperienza, di coordinazione occhio-mano straordinaria, di applicazione quasi istintiva delle indicazioni che gli ho dato. Il vecchio trucchetto di usare la coda per prenderci alle spalle non funziona, Lars è preparato. Affonda la spada nella gola del suo avversario con un colpo magistrale, non diverso da quello che il governatore Yanel mi ha mostrato, nei tre giorni che ho passato con lui, al rifugio dei Sorveglianti. La scusa adottata a corte è stata una battuta di caccia.
Stranamente, uccidere il liminare che vuole uccidere me non mi dà nessuna soddisfazione, stavolta. Schivo i suoi attacchi finché posso, non so nemmeno bene perché, forse spero di riuscire a convincerlo, ma quando lui decide di smetterla di giocare e di lanciarsi con tutto il suo peso, non mi rimane che girare all’insù la punta delle Fendidraghi e lasciare che si impali da solo. Mi cade addosso, pesantissimo, e mi butta a terra.
“Lwen! Stai bene? Stai…”
Si interrompe, perché sto già facendo rotolare di lato la carcassa. Voglio rialzarmi subito. Questi affari si decompongono e iniziano a puzzare in un attimo.
“Sei ferita?”
Ignoro la sua mano tesa e mi rimetto in piedi con un balzo. “Ci vuole altro. Adesso pensiamo alla Soglia.”
Anche se non nel modo che pensi tu, Lars.
“Perché non hai attaccato subito?”
Rinfodero la Fendidraghi dopo averla scossa per sgrullare via il sangue. La lama è così liscia che scorre, senza lasciare la minima traccia, anche se, naturalmente, a casa la ripulirò comunque.
“In questo non tutti i Sorveglianti la pensano allo stesso modo – spiego, lentamente – valuterai secondo il tuo giudizio, quando sarà il tuo turno. Per quanto mi riguarda, offro sempre una possibilità.”
“Già – commenta lui – è proprio da te. Perfino dei mostri come questi, che uccidono e massacrano, si meritano un pensiero caritatevole.”
Mi risento: “Gli arryxis non sono un’entità unica. Un assassino è un assassino, ma questi due erano appena arrivati, non avevano ancora fatto niente. Forse si sarebbero spaventati abbastanza da tornare indietro. Sei abituato a condannare gli innocenti, nobile Ianmeyr?”
Pensavo di farlo irritare, invece mi accorgo, nella luce tremolante delle stelle, che sorride.
“Era quello che intendevo.”
Indica la Soglia con la spada.
“Posso provare?”
“No – mi esce in tono brusco – hai sentito cosa ho detto prima? Quando Dhilarin dorme, tutti prosperiamo. Ma adesso Dhilarin non dorme.”
“Per questo sarebbe opportuno sbrigarsi a chiudere.”
Il taglio nel braccio pulsa, ma non è doloroso. Sono ferita, ma non mi fa male, non mi ha neanche rallentato nella battaglia di due minuti fa.
Sto bene. Per la prima volta dopo settimane, forse mesi, mi sento bene.
“Non è più il tempo di chiudere, Lars.”
Mi tocco il braccio, cerco con le dita i capi della benda. Quando la sciolgo, non mi stupisco di vedere che il sangue si è fermato, e che dove dovrebbe esserci la lesione, rimane soltanto una leggera cordonatura rosa. La Soglia è dentro di me, ormai.
“Mia madre era un puttana. E io le voglio bene.”
Lars non dice niente. È troppo percettivo, per non capire che qualsiasi risposta sarebbe fuori luogo. Mi chiedo in che modo pensa di spiegare la mia ascendenza non proprio gloriosa, nei salotti regali dove ha in mente di introdurmi.
Chissà cosa ho fatto, per meritarmi di essere amata da lui. Ma, immagino, lui si chiederà che cosa ha fatto, per meritarsi di essere amato da me, e nell’intersezione di queste due forme di perplessità si colloca il nostro amore. Che cosa strana. L’amore, dico. È come i Mille Mondi, solo in maniera ancora più metafisica e inafferrabile, e non esiste un Dhilarin che possa controllarlo.
“Con le puttane non si è mai sicuri della paternità, e mamma non ha mai saputo chi fosse suo padre. Ci sono tanti Morghater al mondo, più di quanti se ne possano contare. L’imperatrice Fathiel conferiva il titolo di Sorvegliante ai più meritevoli, ma dopo la sua morte, nessuno più aveva l’autorità di decidere che una persona qualsiasi, senza nessun legame con lei, potesse diventare depositaria del potere più grande che esista nei Mille Mondi.”
Lascio cadere a terra la benda.
“Non so come avvenga, altrove rispetto ad Engelia. Ogni mondo ha il suo equilibrio. Ma quel che è certo è che, tornando indietro, tu e io risulteremmo imparentati.”
A questo Lars deve rispondere, e lo fa con fermezza: “Una parentela lontanissima, talmente diluita da non poterci attribuire un grado, neanche come cugini. Se siamo parenti. L’hai detto tu che l’imperatrice conferiva il titolo a chi riteneva meritevole, non necessariamente il suo sangue.”
Stavolta tocca a me non rispondere. Lui ha ragione, chiaro.
“Che cosa hai in mente, Lwen?”
Come dico sempre, la mia faccia è incapace di mentire. Quando mi volto a guardarlo, so benissimo quanto la mia paura, il mio dolore, il mio benessere, il mio amore e il mio desiderio siano dipinti sui miei tratti, con tanta chiarezza che la luce delle stelle basta e avanza.
“Devo andare, Lars.”
“Andare?”
Alzo il braccio risanato. La Soglia è ancora qui, ma il mio braccio sta bene, perché sto bene io, e quindi stanno bene i Mille Mondi.
Il processo è cominciato. Si tratta solo di proseguire.
“Mi sta chiamando.”
La nebbia fluisce, fluisce. Sembra un’ondata di marea, lentissima, quasi pigra, che si arriccia ai margini, prima che la sua stessa massa l’appiattisca, sovrapponendosi a strati, come tante coperte. Si fonde, si compenetra, è un gas letale, il rischio più immediato è dimenticarsi di respirare.
“È sola, ha paura. Lei
(vieni)
deve tornare, il ciclo deve ricominciare.”
Faccio un passo verso la Soglia, ma Lars mi agguanta per un braccio.
“Non puoi, Lwen. Tu sai cosa succederà. Cosa cambierà.”
Tutto. Niente. Non è una cosa che possiamo decidere noi.
“Lars…”
“Tu non ami gli intrighi, Lwen. E questo è l’intrigo supremo. Si sono combattute guerre e fondati imperi, per questo.”
Non mi libero della sua presa. Poso la mano libera sulla sua, gli parlo guardandolo negli occhi.
“Se sei il mio scudiero, vieni con me. Se non lo sei, devi andartene. È il momento.”
“Non si entra nelle Soglie. È in tutti i libri che mi hai dato.”
Ha capito tutto, come al solito. Lo amo così tanto… e non è la prima
(il basilisco bianco e la stella scarlatta)
volta. No, tra Ianmeyr e Dhilarin c’è un legame, abbiamo bisogno l’uno dell’altra.
“Non entrerò in nessuna Soglia, come tu non puoi entrare nel tuo cuore o nel tuo cervello. Tu sei il tuo cuore e il tuo cervello. È molto più semplice di come appaia.”
“Lascia che lo faccia qualcun altro, non farti carico anche di questo. Hai già fatto abbastanza per i Mille Mondi, nessuno ti biasimerà, se rifiuterai un fardello che ha schiacciato tutti i tuoi predecessori.”
“Non posso rifiutarmi. Non posso pretendere che qualcuno muova le mie mani per conto mio.”
Mi aspetto che risponda che dico cose senza senso. Non lo fa.
“Ci uccideranno appena dentro, Lwen.” dice invece, trasformando questo delirio metafisico in una questione molto pratica, qualcosa per cui sento di amarlo ancora di più.
“No, hanno paura. Albarah era circondata dagli arryxis, lo sapevi? C’era un anello di nebbia attorno alla città, e nessuno poteva superarlo. Ma i signori dei draghi passavano indenni. Ci temono troppo per pensare di assalirci.”
Gli prendo la mano con le mie. “Se sei il mio scudiero, aiutami. Se non lo sei… tornerò comunque da te. Di questo non dubitare.”
Esito, so che non è la cosa più indicata da dire, ma non sopporto che pensi di essere in trappola.
“Se ancora mi vorrai.”
Non è la cosa più indicata da dire. Mi spazza via le mani e mi afferra un polso, stritolandomelo senza tanti complimenti.
“Molto bene!”
Invece di cercare di trattenermi, è lui a trascinarmi verso la Soglia. Stanotte niente va come pensavo, è tutto al rovescio: ma non doveva cercare di dissuadermi con tutte le sue forze, a costo di ricorrere alla violenza?
“Tu porti guai? Benissimo! Allora, andiamo in cerca di guai.”
Tirandomi come una pecora riottosa, Lars supera il confine del nostro mondo e si immerge per primo nella nebbia.
(basilisco bianco e stella scarlatta)
Sì, ho capito. Tra matti ci intendiamo.
(vieni)
Passo dall’altra parte.

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