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Capitolo 22

Cominciando dalla fine, dopo che la cosa diventa di pubblico dominio, succede un putiferio.
La scuola viene chiusa per due giorni, le ragazze evacuate, come se ci fosse stato un terremoto. Quelle che abitano troppo lontano, o che non hanno una casa, vengono sistemate nelle residenze dei mecenati che hanno finanziato i loro studi, e la servitù racconta storie raccapriccianti sugli orribili segni di sferza che trovano sulle schiene, sulle gambe, a volte sul seno. Una delle ragazze più giovani, del primo anno, mai incontrata, zoppica, e non zoppicava, a inizio anno. Dicono che sarà spedita in un sanatorio di lusso, con medici qualificati, per cercare di operare la gamba offesa. Mi fa piacere.
L’intero corpo insegnanti viene posto agli arresti domiciliari, con l’esclusione della professoressa Tarsya, la quale assume provvisoriamente le funzioni di direttrice. I maltrattamenti sono sanzionati, ma è riconosciuta l’attenuante generica dell’imposizione dall’alto, e parecchie ragazze testimoniano a favore delle professoresse meno bastarde. Se la cavano con una multa o con il licenziamento. Quelle che ci godevano vengono trasferite nella prigione cittadina. Le ragazze di servizio portano la loro testimonianza, forti della protezione dei potenti, che garantisce il loro posto di lavoro, qualsiasi cosa possa emergere.
La città impazzisce. Tutti hanno una parente, un’amica, una semplice conoscente, che frequenta o frequentava la scuola, e quindi tutti ottengono notizie quasi di prima mano di quello che succedeva là dentro. Le ragazze interpellate ammettono tutto, mostrando anzi stupore, alcune addirittura dicono che se ne erano dimenticate. Conosco la sensazione. Dentro la scuola e fuori dalla scuola sono due mondi diversi, con regole diverse, che non si mescolano. L’unica costante è conservare la borsa di studio, a qualsiasi prezzo. Per le ragazze nobili, è tenersi stretto il buon nome, senza il quale possono anche chiudersi in convento a ricamare al tombolo, che nessuno sposerebbe una ragazza senza reputazione. Quindi, rimuovere i soprusi una volta uscite dal portone è la cosa migliore, per conservare fiducia nel futuro.
L’opinione pubblica oscilla tra l’incredulo e lo sconvolto. A quanto pare, le cose erano molto più gravi di quello che mi sembrava, ed emergono particolari inquietanti su almeno due ragazze, negli anni passati, che sono ‘scappate’ senza lasciare traccia. Le famiglie, naturalmente, adesso esigono che venga fatta luce.
Cominciando dall’inizio, prima che la cosa diventi di pubblico dominio, succede un putiferio.

“Che cosa cazzo sta succedendo qui?”
Rumore di passi, tanti. Come se la gente tracimasse attorno al nobile Ianmeyr, che si è arrestato di botto in mezzo alla stanza, totalmente incredulo, forse incapace di capire bene. Si aspettava di trovare una studentessa che subiva una strigliata, documenti di espulsione redatti con rabbia da insegnanti furiosi, accuse e difesa, magari io che singhiozzavo, e si trova davanti alla scena di un omicidio.
Sono esperienze.
La testa mi ricade quando la direttrice molla le trecce, così di botto che sbatto ancora contro la scrivania. Non riesco a trovare la forza di tenermi su, è tutto sfumato e lontano, sento solo il mio corpo che si accascia come un mucchio di stracci. Qualcosa di viscido mi cola dalla fronte e mi impiastra i capelli. È come se mi avessero rotto un uovo in testa.
Un momento dopo, due mani grandi e forti mi tirano su di peso.
“Lwen, mi senti? Riesci a sentirmi?”
In qualche modo, mi esce un gemito.
Lars mi sposta su una sedia, mi tiene per le spalle perché non so stare dritta. Qualcuno osserva che sarebbe meglio farmi sdraiare.
“Sai dirmi quanti sono?”
Cerco di tornare in me abbastanza da capire la domanda. Lars muove una mano, tre dita sollevate, non colgo il nesso tra la sua richiesta e questo gesto. Ma so, con assoluta sicurezza, che vuole qualcosa da me.
“Arancione?”
Si sforza di sorridere, senza riuscirci. “Andrà tutto bene. Ti metto sul divano.”
Credo che qualcuno lo aiuti, sento che mi sollevano le gambe, sento delle voci. Riconosco un tono femminile, Tarsya o Maya, Maya o Tarsya, la mente mi rimbalza tra le due opzioni senza riuscire a decidersi. Torno a chiudere gli occhi.
“Nobile Ianmeyr?”
Uh, questa la riconosco. La voce della direttrice attraversa il mio stordimento, dopotutto doveva essere l’ultimo suono che avrei ascoltato in questa vita, e avvertirla tanto sbigottita e tremante mi restituisce un minimo di coerenza mentale, anche se tutto mi rimbomba nella scatola vuota della testa… che sono Mille Mondi… che sono io.
Io sono Dhilarin. Adesso la certezza è totale.
Se mai scriverò la mia storia, ometterò di dire che l’ho capito grazie a una pazza che mi spaccava la testa contro il tavolo. Inventerò qualcosa di abbastanza epico da potere essere raccontato senza scoppiare a ridere.
Tiro su le palpebre, mi hanno distesa sul fianco, poi saprò che era in caso vomitassi. Le botte in testa sono sempre le più insidiose.
Riesco a focalizzare la vista proprio mentre Lars si volta verso la direttrice, con uno scatto da leone dei boschi, la prende per il colletto, la solleva da terra, e la sbatte contro il muro, tanto forte da fare tremare le pareti.
Non dice niente. Perfino nel mio stato di estrema debolezza mi rendo conto che sarebbe normale le urlasse addosso, che le ingiungesse di spiegarsi, ma Lars non fa niente di tutto questo. Ha i denti serrati, le labbra tirate in una specie di ringhio, e schiaccia la seppia contro il muro, le mani larghe attorno al collo flaccido, nel silenzio più completo. La direttrice annaspa, gli afferra i polsi. Serve soltanto a fargli serrare più forte la tenaglia.
La direttrice diventa paonazza, poi violacea. Agita le mani contratte ad artiglio, cercandogli la faccia, nell’estrema difesa d’istinto. I piedi, sospesi nell’aria, battono contro il muro.
Proprio mentre penso che sto vedendo l’uomo che amo diventare un assassino, qualcuno accanto a lui gli dice che può bastare. Indossa la livrea blu e bianca del casato, è smilzo, credo di conoscerlo… ah sì, l’amministratore-contabile-attendente che avevo visto a scuola, quando Lars è venuto la prima volta. Quando mi ha interrogata, per poter parlare con me.
“Nobile Ianmeyr, così è troppo facile. Non vale la pena sporcarsi le mani con costei.”
Lars deve avere un’alta opinione di lui, perché, dopo un momento in cui sembra che lo ignorerà a semplicemente strangolerà la sua vittima, annuisce, fa un passo indietro, e la lascia cadere a terra. La seppia diventa un mucchio di stracci. Nessuno la tira su.
Le volta le spalle, disinteressandosi completamente di lei, e va dalla professoressa Nisria.
“Le concedo un minuto per convincermi a non ucciderla, qui e ora.”
Cerco di muovermi, mi costa una fatica enorme e devo rinunciarci. Ma il mio tentativo non è passato inosservato, e sento una pezzuola fresca sulla fronte, una mano delicata che porta immediato sollievo al dolore bruciante.
“Maya, prendi un catino d’acqua pulito e delle pezzuole – riconosco la voce, è la professoressa Tarsya – trova anche una coperta, dovremo levare questi vestiti stracciati… dei del cielo, sembra l’abbia scorticata…”
Le manca la voce, ma non smette di ripulirmi. Dietro di lei, la professoressa sta spiegando cosa succedeva, tremando verga a verga. Precisa continuamente che lei non credeva alla storia del furto, che non ha mai pensato che fossi una ladra, che…
“Quale braccialetto?”
Glielo porge, in punta di dita. Lars lo guarda con disgusto per un attimo, poi lo spazza via, insieme alla mano della professoressa. Il bracciale vola sotto una cassettiera, e la nostra conoscenza reciproca si conclude così.
“La nobile Lwen è la mia promessa sposa.”
Il singulto congiunto della direttrice e della professoressa Nisria sarebbe comico, in altre circostanze.
“Stavate assassinando la futura signora di Ianmeyr, per un furto che non potrebbe mai avere commesso.”
Eh, già. Un braccialettino come quello, per Lars, è un pensiero estemporaneo; se l’avessi voluto, me l’avrebbe regalato senza nemmeno aspettarsi un grazie.
“Vorrei dire che provo compassione nei vostri riguardi, per la sorte che vi attende, ma la verità è che avrò personalmente cura di fare in modo che, da qui al giorno della vostra dipartita, non troviate un solo attimo di tregua.”
Non sembra più nemmeno la sua voce. Sembra, piuttosto, un leone dei boschi che si sforza di esprimersi con parole umane.
“Finirete sulla forca, avete la mia parola.”
La professoressa indietreggia, livida. Mi dimeno, per riuscire almeno a tirarmi su un gomito. Sento lo stomaco che si ribalta, ma ce la faccio.
“Stai giù – sussurra Tarsya – potresti avere una commozione cerebrale.”
“Lars.” gracchio. Lui si volta.
“La professoressa… ha cercato di salvarmi. Quando ha capito che stavolta non era solo una punizione…”
Oooh, che fatica parlare. Non ci fosse in gioco una vita umana, mi concederei di svenire come qualsiasi fanciulla, a questo punto del dramma.
“… si è intromessa, ed è stata percossa anche lei. Non era complice. Non prendertela con lei.”
Lo sguardo di riconoscenza della professoressa quasi mi ripaga del malore che mi sommerge. Peccato che Lars sembri inferocirsi ancora di più.
“Stavolta? Cosa significa stavolta?”
Fulmina Maya con occhi che sono incendi azzurri.
“Non è la prima volta che succede?”
La mia amica, che è tornata con il catino fumante, abbassa gli occhi e si dedica a sciacquare le pezzuole, che passa a Tarsya. Come risposta è più che eloquente, anche a una stordita rintronata quale io sono adesso, e Lars non è mai uno stordito rintronato.
Nel frattempo, la direttrice si è all’incirca rialzata, appoggiandosi al muro. La sua faccia, sotto i ciuffi scarmigliati sfuggiti alla crocchia, è quella di chi è stato investito da una raffica di vento in una giornata tranquilla.
“Promessa sposa?”
Accidenti, questo sì che è avere chiare le priorità. L’omicidio è accettabile, ma l’idea di avere aggredito una ragazza che è entrata a passo di danza nella più alta nobiltà è tutt’altra storia.
Lars esplicita in un ringhio, e sono sicura che lo faccia esclusivamente perché ci sono abbastanza testimoni da rendere innegabile la sua dichiarazione:
“La nobile Lwen desiderava terminare gli studi senza dare adito a voci di favoritismi, e ho assecondato la sua richiesta. Attendevo il diploma, per presentarla a corte. Ritenevo che fosse al sicuro in questa scuola, come tutte le ragazze che ho finanziato, e adesso scopro che…”
Si interrompe prima di lasciarsi andare a poco signorili escandescenze. Fa un gesto con la mano verso la direttrice, come se mostrasse dell’immondizia.
“Portate via questa donna – ordina – non voglio più vederla. Quanto a lei, professoressa, torni nei suoi alloggi e ci rimanga, come tutto il resto del corpo insegnanti. Chiunque lascerà questa scuola verrà tratto in immediato arresto.”
C’è un breve tafferuglio, che non riesco a seguire. La direttrice blatera qualcosa, cerca di impuntarsi, ma è finita, lo sanno tutti. La stanza mi ondeggia intorno, mi sembra di essere immersa nelle bollicine.
Tarsya finisce di pulirmi dal sangue e mi sposta le ciocche incrostate. “Non potremo lavarti subito i capelli, hai bisogno di altre cure – osserva – è un peccato, sono così belli.”
“Barba di carota.” gracchio, senza quasi rendermene conto. Lo sbalzo di pressione, l’immensità dentro di me e l’enormità di quello che succede fuori, nella mia vita materiale, mi sta esaurendo. L’esplosione bianca continua a rombarmi in testa, senza sosta.
Maya dice: “Se mi permette, professoressa, vorrei andare subito a chiamare mio padre: è il suo medico curante, si è sempre occupato di lei. Sa cosa fare.”
Tarsya acconsente con un cenno del capo, ma Maya non fa in tempo a defilarsi. Lars è un leone dei boschi nel vero senso della parola, scatenato, in caccia. Come Sorvegliante, credo che farà tremare liminari, Soglie, Mondi, e chiunque si metterà tra lui e quello che avrà deciso di fare.
La vede che sta per infilare la porta e la ferma.
“Eren.” chiama. Uno degli uomini venuti con lui si fa avanti. “Accompagna la signorina con il cavallo. Fate presto, galoppa, se necessario. Vi rivoglio qui entro dieci minuti.”
“Nobile Ianmeyr, non…”
La voce di Maya si spegne, la fioca protesta sulla sua paura dei cavalli (terrore, sarebbe meglio dire) muore sul nascere. Non mi serve guardare, per capire che Lars le ha dedicato una delle sue speciali occhiate, il modello ‘congelo uno sciame di calabroni in volo’.
Mi rimane solo una parola, prima dell’oblio, un ultimo sprazzo, e non ho bisogno di sforzarmi, per sapere di cosa ho bisogno, più di qualsiasi cura o spiegazione, più delle conseguenze che ci saranno, tante e tutte assieme. Solo una parola. Mi basta.
“Lars…”
Sto scivolando via, ho paura. Non riesco a capire bene, a interpretare i movimenti attorno a me, ormai sono solo ombre, mentre nella testa tutto è bianco e
(si lacera)
esplode di continuo. Se non sapessi che è impossibile, direi che qualcuno continua a sbattermi la testa contro il tavolo.
“Sono qui.”
Ridicolo e romantico: mi basta sentire la sua voce perché mi si snebbi un po’ il cervello, e nell’intontimento di quella che immagino sia davvero una commozione cerebrale (nuove frontiere didattiche), sento perfino che riesco a sorridere.
“Devi… mandare Maya anche a casa mia. Lei sa… cosa prendere.”
Mi stringe le mani. “Lo so anch’io.”
“No… tu vai alla piana di Wydan. Se lui pensa che mi è successo qualcosa… lo sai come reagisce.”
Stavolta non si sforza di sorridere, anche se è un sorriso debole. “Sì, ho presente. Non sforzarti. I colpi alla testa sono i più insidiosi.”
“Non mi faranno più scema di prima.”
C’è qualcos’altro che devo dire, qualcosa di importante, ma davvero, ho la testa piena di universi ed esplosioni, marginalmente mi brucia la schiena, rabbrividisco perché qualcuno mi sta tergendo delicatamente la carne viva, sembra mi abbiano disancorato il cervello.
(sei quasi pronta si sta lacerando)
Lo so.
Strano, lo so davvero. Sono rincoglionita dalle botte in testa, ma lo so.
Il problema è che non so cosa so.
È importante, vero?
(nulla lo è altrettanto)
Non so se è uno svenimento, quello che segue, ma comunque diventa tutto confuso, mi spostano senza che questo mi riguardi, voci, ombre che si muovono, poi davvero non ho idea.
Mi risveglio del tempo dopo, in un letto.
Apro gli occhi e so di essere una dea.

“Sta guarendo benissimo – dice Tarsya, con aria sollevata – quando l’ho vista la prima volta, stavo per svenire, credevo che le sferzate ti avessero segnata fino all’osso, e invece…”
Sdraiata sulla pancia, con la camicia da notte slacciata e un prurito allucinante alle croste in via di cicatrizzazione, sospiro e sorrido.
“Ho un’ottima ripresa, è la mia qualità speciale. Come procede l’inchiesta?”
Finisce di bendarmi con garze pulite, e riunisce i lacci.
“Ogni volta che sembra sia finita, salta fuori qualcos’altro. Il nobile Ianmeyr è stato derubato per anni, anzi per decenni. Ha cominciato con suo padre, e dopo si è limitata a continuare.”
Il che, immagino, ha contribuito a far sì che Lars non trovasse niente di strano negli ammanchi, finché non ha deciso di controllare un po’ più a fondo. Capita, quando conosci una ragazza che dovrebbe avere copertura totale per i suoi studi, e invece deve vivere fuori dalla scuola, per ragioni non meglio precisate… capita di scoprire che la sua borsa di studio non è totale, e che la differenza non è mai stata rimborsata.
Non mi stupisce che per la direttrice fosse tanto vitale mantenere profondo il divario tra nobili e plebei. Controllare le informazioni che sarebbero uscite, da una mescolanza tra i due ceti sociali, era impossibile.
“La cosa più raggelante riguardava la mensa. Le ragazze venivano affamate sistematicamente.”
“Sì – concordo – ma va detto che molte delle aristocratiche portavano qualcosa in più, per sfamare le amiche. Ci sono stati begli episodi di solidarietà, in questi anni.”
“Come tu riesca a trovare del buono, in quello che succedeva, proprio non lo capisco. E sono esterrefatta che tu non ne abbia parlato con nessuno. Che nessuno abbia parlato di niente, mai!”
Mi metto a sedere, e la cameriera subito mi copre con la vestaglia. Questa ragazza mi sta alle costole da quando sono tornata in me col cervello, mi accudisce, mi pettina, mi rassetta la stanza, mi serve i pasti, esaudisce ogni richiesta, tranne quella di allentare le bende che mi serrano il cranio, dandomi la sensazione di avere le meningi strette in una pressa. Ho protestato, ma Mykler non ha sentito ragioni.
“Sei una Sorvegliante e guarirai presto, ma con i colpi alla testa non si scherza. Sono lesioni che potrebbero lasciare danni, anche con le tue qualità. Procurate che non si tolga le bende, nobile Ianmeyr.”
Lars ha assentito, e da quel momento l’ordine è che, se Lwen si allenta le bende, la terapia medica imposta è amputarle tutte e due le mani. La cameriera, naturalmente, si attiene alle indicazioni con il massimo scrupolo.
“Non posso credere che non sia mai trapelato nulla.” ribadisce Tarsya, come ha fatto almeno cento volte, negli ultimi quattro giorni. “Posso capire le borsiste, che avevano paura di perdere il finanziamento, ma le altre…”
Sposto le coperte per scendere dal letto, e come per magia compaiono le pantofole perché possa alzarmi. Sono piuttosto sicura che questa ragazza sia stata assunta come mia cameriera personale, e che nessuno abbia la benché minima intenzione di tenere conto di un mio eventuale parere contrario.
“Le altre avevano paura di perdere la faccia, che è anche peggio. E poi le peggiori porcherie non succedevano in classe, come posso testimoniare personalmente.”
“A te non poteva importare perdere la borsa di studio – insiste, mentre mi alzo – sai benissimo che non l’avresti persa in nessun caso.”
“Ma l’avrebbero persa altre ragazze. Qualcuna ci sarebbe andata di mezzo: Maya senza alcun dubbio, la rappresentante di classe, e anche alcune delle serve. Sottraevano spesso cibo dalle cucine, per passarcelo di nascosto.”
“Se tu avessi parlato con il nobile Ianmeyr, o con me…”
Vado alla finestra, accanto alla quale c’è una poltroncina da riposo, e cerco di sviare.
“Come vi trovate, nel ruolo di direttrice? Scommetto che le studentesse vi adorano già.”
“Adorerebbero anche un leone dei boschi idrofobo, dopo quello che hanno passato. Non c’era nemmeno un’aiuto cuoca di mensa, per il pranzo. Solo le sguattere!”
Per qualche ragione, la città sembra più sconvolta dai pasti saltati che dalle botte prese. Per me sono entrambe sullo stesso piano, ma va detto che io non ho mai sofferto la fame e forse non posso capire. Comunque, non importa. Se la professoressa Tarsya – no, la direttrice Tarsya, e credo che Lars intendesse darle quel ruolo fin dal principio – adesso si preoccupa di nutrire le sue protette, sono sicura che verrà ricambiata con una devozione che la farà ricordare anche quando saranno vecchie.
Mi metto in poltrona, mi sto godendo questi giorni di ozio forzato, lo ammetto. Si è aperta una Soglia, ieri notte, ma se n’è occupato Lyott, come fa sempre, quando sono troppo rovinata, e io faccio lo stesso per lui.
“Centinaia di borsiste che si fermano a mangiare sono una bella spesa. A fine anno, fa un gruzzolo di tutto rispetto.”
“Per riguardo alla servitù, eviterò di commentare secondo i termini che sarebbero adatti. Sono lieta di constatare che stai meglio. Penso che potrò autorizzare gli inquirenti a farti qualche domanda.”
“Troppo gentile.” dico, sarcastica, ma fa finta di non sentirmi. Accenna alla cameriera che può introdurre gli ospiti e si piazza sulla sedia accanto alla poltrona, giusto per chiarire che è lì con il preciso compito di vigilare. Dato che Lars è molto impegnato nel compito che si è attribuito (distruggere il nemico; ammetto che la direttrice mi fa quasi pena), le ha chiesto di sostituirlo, e fare in modo che l’interrogatorio, rimandato fino a che io non mi fossi ripresa abbastanza da sostenerlo, non fosse troppo stancante, duro, pesante, o che so io.
Considerando che gli inquirenti sono agli ordini del re, e che il re è cognato del mio fidanzato, mi chiedo come si possa pensare che mi strapazzeranno. Entrano in tre, parrucconi da magistrato e palandrana, più l’amministratore di casa Ianmeyr. Se non ricordo male le istruzioni dei libri di galateo, non sono io a dovermi alzare, ma loro a doversi inchinare. Sorrido in maniera non impegnativa e spero di azzeccarci.
Ci azzecco. Dopo essersi piegati a novanta gradi si informano minutamente sulla mia salute, con tutte le doverose espressioni di simpatia che si tributano a qualsiasi ragazza sfuggita per un pelo a un delitto, e che, solo incidentalmente beninteso, è sul punto di imparentarsi con la corona.
No, a questo è meglio che non pensi, per ora. Ne parlerò meglio con Lars, prima che quel poco di cervello che mi hanno salvato finisca in pappa.
“Ve la sentite di rispondere a qualche domanda?”
Sono quasi tentata di rispondere di no solo per vederli ritirarsi con la coda tra le gambe, giuro. Se fosse successo prima che conoscessi Lars, probabilmente mi troverei nella cella attigua a quella della direttrice, con una lampada puntata in faccia, incalzata da sbirri che mi intimano di non fare la furba. Ma la nobiltà e la ricchezza sortiscono miracoli, nelle buone maniere altrui.
Nascondo il fastidio dietro il più amabile dei sorrisi.
“Sono a vostra disposizione, signori.”
La cameriera serve il the, e sembra più un’amabile conversazione che un interrogatorio. Sanno già tutto, la mia testimonianza occorre solo per completare l’inchiesta, ma cerco comunque di essere il più precisa possibile, giusto perché questo colloquio non mi sembri più inutile di quanto già non sia.
Sono molto preoccupati che mi stanchi troppo e si alzano dopo neanche dieci minuti. Ringraziamenti a profusione per avere collaborato, porga i saluti al nobile Ianmeyr, ci auguriamo che possa dimenticare questa terribile esperienza il prima possibile, e si congedano.
Li vedo filarsela fin troppo contenti che non sia svenuta o non abbia pianto, a rischio di metterli nei guai, e mi ricordo di quella volta che mi sono introdotta nel giardino di uno di loro, per inseguire un liminare riottoso. Se mi avesse scoperta, quella volta, sarei finita sulla forca, o sul rogo. Sospiro.
“Spero che Lars sarà soddisfatto.”
La professoressa Tarsya si alza. “Non ci sono molte cose che lo rendano soddisfatto, in questi giorni. Ma riferirò che è andato tutto bene.”
“Quando potrò tornare a scuola?”
Sembra stupita. “Desideri tornare?”
“Se la mia espulsione può essere revocata…”
Sorride all’idea. “Ti stai per sposare. Hai altro cui pensare, adesso.”
“Il patto con Lars rimane sempre valido – rispondo – e ci sono molte cose che lei non sa, sarebbe lungo da spiegare. Ma mi piacerebbe riprendere gli studi.”
Accenna alla camera. “Vivi in casa del tuo fidanzato, adesso. La convivenza è contro le regole.”
“Sono un’ospite in convalescenza. Appena me lo permetteranno, tornerò nel mio appartamento.”
“A rigore, dovresti tornare nel dormitorio scolastico, dato che la tua borsa di studio è totale – rileva Tarsya – penso dovresti parlarne con il nobile Ianmeyr, più che con me. La mia autorità ha un limite, cerca di capirmi.”
Capisco benissimo, e in effetti non avevo pensato alla necessità di cambiare residenza. Questo sarebbe un grosso guaio, perché non posso certo portarmi spade di drago e libri di esoterismo in una camera da condividere con altre ragazze. Forse, se potessi alloggiare insieme ad Aillean…
“Sta bene – concludo, per guadagnare tempo – ne parlerò con Lars, sperando di riuscire ad avere un dialogo e non uno scambio di ringhi. Sarebbe carino che qualcuno ricordasse che le vittime non sono i colpevoli, ogni tanto.”
La cameriera le porta soprabito e manicotto. Tarsya scuote la testa. “Può valere per le altre, forse, ma il nobile Ianmeyr avrebbe voluto che tu avessi più fiducia. Quante volte sei stata picchiata, mentre eri impegnata con lui?”
Dire che tanto guarisco presto, e che comunque sono abituata a batoste molto peggiori, non è servito a placare Lars, e dubito che soddisferebbe Tarsya, quindi sto zitta.
Lei rincara: “Avrebbe potuto porre fine a tutto questo molto in fretta, se tu non avessi taciuto. È naturale che sia in collera.”
Naturale due palle. Lo sa benissimo che ho ben altro a cui pensare. E, fino a prova contraria, lui è lo scudiero, io la Sorvegliante.
Dopo che la direttrice Tarsya – cavoli, suona proprio bene – se n’è andata, la cameriera mi chiede se desidero qualcosa.
“Una testa nuova – sospiro – oppure potresti dirmi come ti chiami. Non te l’ho ancora chiesto.”
Si inchina. “Darithia, se vi compiace.”
Darithia, la città d’oro della leggenda, sprofondata tra i flutti in una sola notte, scomparsa per sempre. Che lo dico a fare, non è una leggenda, e fu Dhilarin il responsabile di quel disastro. Doveva essere una Soglia davvero enorme, e il Sorvegliante responsabile del disastro – anzi, del salvataggio – venne maledetto per generazioni a venire. Poveraccio. Probabilmente aveva salvato l’intero pianeta.
Basta, devo smetterla.
“Bene, Darithia, cosa ne dici di sederti? Mi sono stancata di giocare da sola.”
Accenno alla scacchiare di draconisse, facente parte della collezione Ianmeyr, bellissima. I pezzi sono di onice e alabastro, intarsiati a contrasto in maniera speculare rispetto agli stessi pezzi avversari. La scacchiera è di ebano e madreperla, ed è montata su un perno, perché la si possa rigirare, per le partite in solitaria.
Darithia sembra spaventata. “Mia signora, non ho mai giocato, non sono capace!”
Blocco il perno e allineo i pezzi, che tanto la partita in corso non la finirò mai. Non vinco contro me stessa, anche se volendola vedere in maniera ottimistica, potrei dire che contro me stessa non posso perdere.
“Meglio ancora. Ti spiegherò tutto. La stanza non ha bisogno di essere rassettata, io non sverrò nei prossimi cinque minuti, e per oggi hai finito di lavorare. Prendiamoci un the.”
Superati i primi minuti di terrore, Darithia inizia a gradire la pausa e comincio dalle basi.
“Scopo primo e ultimo del gioco è mettere in salvo l’uovo.”
Mostro nel palmo i due pezzi corrispondenti, uno di onice intarsiato di alabastro, l’altro di alabastro intarsiato di onice. Il guscio è crepato e dentro si intravvede l’occhio, perfettamente inciso, del draghetto in procinto di nascere.
“Tutta la strategia del gioco è subordinata a questo: creare uno schema che impedisca all’avversario di impadronirsene, a qualsiasi costo. Naturalmente, il sistema più diretto è eliminare i pezzi nemici, ma non sempre si rivela la tattica migliore.”
Metto il pezzo dell’uovo lontano da tutti gli altri, nella formazione più classica, che decreta la vittoria finale.
“A volte una fuga che brucia i ponti alle spalle significa vittoria su tutta la linea. Il draghetto romperà l’uovo e volerà via, sopra le teste dei nemici.”
Darithia annuisce, più affascinata dalla possibilità di tenere in mano oggetti che sono veri e propri gioiellini che dalle mie chiacchiere, ma non mi importa. Mi dilungo nelle spiegazioni dell’uso dei vari pezzi, le mostro come si dispongono, e cominciamo una semplice partita di prova. Le sto mostrando perché non deve fare la mossa più ovvia, che la porterebbe a fare mosse altrettanto ovvie nei passi successivi, i quali vanno tenuti in considerazione ancora più di quello che si sta per compiere, quando bussano alla porta.
Darithia balza in piedi e va ad aprire. Dalla riverenza profonda che fa, con le gonne che si spargono per terra come petali caduti, capisco chi sia arrivato prima ancora che superi l’ingresso e venga sotto la luce.
Lars indossa i colori del suo casato, ha ancora gli stivali, la giubba, e la sua faccia da apparizione pubblica, il modello ‘respira senza infastidirmi, grazie’. Vedere i suoi tratti che si rilassano mentre attraversa la stanza, fino a raggiungermi con un inizio di sorriso, è un’esperienza che trovo da un lato lusinghiera, dall’altro piuttosto inquietante. Sarà che io non saprei mostrare due facce nemmeno se mi sforzassi, ma penso che sia una cosa sfiancante, alla lunga.
“Chi vince, stavolta? Tu, o tu?”
“Darithia.” rispondo, riallineando i pezzi. Lars si acciglia.
“Chi?”
Indico la cameriera, che se ne sta in piedi tutta rigida e composta, in attesa di ordini. La preferivo prima.
“L’hai assunta per servirmi e non sai nemmeno come si chiama?”
Lars le dedica appena una rapida occhiata, prima di riportare l’attenzione su di me. “Se n’è occupata mia sorella, parlava di ottime referenze. È di tuo gradimento, quindi?”
“Nessuna lamentela, posso dire solo cose carine. Puoi lasciarci, Darithia. So coricarmi da sola, non mi serve aiuto.”
Lars apre la bocca per protestare, ma siccome è un uomo intelligente, ha il buon senso di richiuderla.
Si siede davanti a me, guardandomi con attenzione.
“Com’è andata con gli inquirenti? Ho cercato di evitare che ficcassero troppo il naso dove non dovevano, e casa tua è rimasta chiusa, ma…”
“Non avrebbero mai avuto la scortesia di interrogarmi sul serio, tranquillo. Ma sono in pensiero per il gatto. Spero che Maya si ricordi di portargli da mangiare.”
“Posso fare portare qui il tuo gatto, se lo desideri. Un’offerta che l’altro animaletto non riceverà, perdonami.” Allarga le mani. “Un conto è insabbiare le chiacchiere nella mia tenuta, e un altro, ben diverso, sarebbe farlo in piena città.”
Ghigno. “Cosa dice Seddogh?”
“Esprime la più sincera partecipazione alla tua convalescenza e si augura che tu possa lasciarti alle spalle quanto prima un’esperienza tanto drammatica.”
“Ma che gentile. Scommetto che hai censurato il novanta per cento del messaggio, vero?”
“Mi fai più bigotto di quanto non sia. Ne ho eliso al massimo il settantacinque.”
Mi sfiora il viso.
“Sei ancora troppo pallida.”
Essere toccata da lui mi piace, mi fa perdere tutta la voglia di discutere. Ho la forza di volontà di una mozzarella.
“Non sono mai stata colorita. Capelli rossi, lentiggini, pallore spettrale, non me ne è stata risparmiata una.”
Si tende in avanti e mi bacia, leggermente. Aiuto. Devo ricordare la mia fermezza di propositi, devo… oh, al diavolo! Gli getto le braccia al collo, lo stringo, forte. Ho bisogno di un punto fermo, sento la vita che mi sta scivolando di mano, dentro e fuori da me, devo trovare un modo di capire da dove partire. Devo.
“Posso chiederti un favore?”
“Sono a tua disposizione.”
“Ho bisogno di incontrare una persona, in privato.”
Si raddrizza quel tanto da guardarmi negli occhi.
“Di chi parliamo?”
“Yanel – rispondo – devo vedere il governatore Yanel.”
Senza una parola, Lars si tira indietro e si raddrizza, guardandomi pensoso. Mi fa sentire a disagio.
“Che c’è?”
“C’è di nuovo qualcosa che non mi dici, eh?”
Il tono è duro. Mi indurisco anch’io.
“Sai benissimo come stanno le cose.”
“Credevo di saperlo – ribatte – poi ho scoperto che ti stavi facendo ammazzare senza nemmeno prenderti il disturbo di reagire, e che andava avanti da chissà quanto.”
Oh, no. Non di nuovo.
“Questa è un’altra faccenda.”
“Ah, sì?”
“Non fa niente – dico brusca – se non vuoi aiutarmi, mi arrangerò da sola.”
Con un gesto stizzito, Lars si infila una mano nella giacca e tira fuori un paio di grosse buste sigillate, che butta sulla scacchiera, in mezzo ai pezzi.
“A quanto pare, anche il governatore Yanel ha avuto il tuo stesso pensiero. E tuo ‘cugino’ ti manda a dire che è ora di tornare in servizio. Gli ho risposto che non sei ancora in condizione di farlo, per inciso.”
Prima di rispondergli di pensare ai fatti suoi e litigare, prendo le buste. Una è sigillata con la ceralacca e lo stemma del drago in volo, l’emblema di Albarah, e nel vederlo provo uno strano misto di sollievo e confusione. Se anche il governatore Yanel ritiene che sia ora di un colloquio a quattr’occhi, non mi sto immaginando tutto. Il draghetto sta uscendo dall’uovo, per usare una metafora, edulcorata come i messaggi di Seddogh.
L’altra lettera è senza sigilli, chiusa da una semplice colata di cera. Il mio nome, sotto quello di Haldan, mi fa provare un tuffo.
“Cosa sta succedendo là fuori, Lars? Mentre io sono qui in panciolle, cosa state decidendo, tutti quanti?”
“Nessuno sta decidendo niente. Senza di te, è tutto bloccato.”
“Non è vero – dico, angosciata – sta succedendo qualcosa! Sei sempre da qualche parte, vedi persone, parli con il re, e io… io non so niente! Cosa sta succedendo, Lars?”
Forse perché si rende conto che non sto polemizzando, che sono davvero preoccupata, mi risponde con calma:
“Non sta succedendo niente che tu non possa immaginare. Mia sorella è ansiosa di conoscerti.”
Scuoto la testa. “Perché il governatore vuole vedermi?”
“Ma se hai appena detto che sei tu a…”
“Ma come fa a saperlo?”
La voce mi esce stridula, mi alzo di scatto, vado alla finestra, le lettere strette in pugno.
“Che cosa sta succedendo là fuori? Credi che tutto questo sia passato inosservato, all’ordine dei Sorveglianti? Che il governatore Yanel sia qui per caso, che ci sia Leyne, e…”
“E chi è Leyne?”
Gli riassumo succintamente la rete di parentele esplicitata all’Adunanza. Quando gli dico che Haldan è un Morghater di sangue, serra le labbra.
“Ma non mi dire…”
“Per favore, la sua fedeltà alla corona non è in dubbio. Occorre rinunciare al proprio titolo, per prendere il bordone di mago, lo sai.”
“Credevo di sapere molte cose – ribatte, con ira – ma a quanto pare, non è così.”
Rigiro tra le mani la lettera di Haldan. “Non penso voglia parlarmi anche lui di Dhilarin. Credo abbia in mente qualcosa di più personale.”
“Ah, sì?” Dal tono, è chiaro che non potrebbe fregargliene di meno.
“I suoi problemi con Maya potrebbero diventare insormontabili.”
“Conosco la sensazione.”
“Scusa tanto se mi preoccupo per i miei amici!”
“Ti preoccupi di qualsiasi cosa, tranne di noi – ringhia – ti ho appena detto che la regina desidera incontrarti, e non te ne importa niente. Sul tuo personale podio di priorità, mi trovo all’ultimo posto, o almeno il gatto viene dopo?”
“Ma non capisci che potrei non arrivarci, a incontrare tua sorella?”
Grido così forse che il soffitto riverbera. Lars mi fissa, ammutolito.
Non riesco a stare ferma, cammino avanti e indietro. La testa mi scoppia, ci sono mille universi, Seddogh aveva ragione, il mio spazio metafisico è sconfinato. E affollato. Io sono ovunque.
“Ma non vedi come tutti stanno solo aspettando? Sono tutti pronti a piombare sulla fonte del potere, e la fonte del potere è pronta a venire da me! Ormai è questione di tempo, di poco tempo, e quando succederà… quando succederà…”
La testa mi fa male, mi scoppia. Mi serro le bende tra le dita, come se servisse.
La sedia si sposta con fracasso, quando Lars si alza di scatto e viene da me. “Lwen, che ti succede?”
“Tu devi lasciarmi – nemmeno mi rendo conto di cosa dico, l’esplosione bianca è di nuovo davanti ai miei occhi, lacera e dilania, apre e squarcia, e c’è qualcosa di enorme, dietro – devi rompere ogni contatto con me, prima… che ti succeda qualcosa, che…”
“Vieni a sederti. Non sei ancora in grado di sopportare forti emozioni, non avrei dovuto assalirti. Colpa mia.”
Oh, se solo potessi spiegarti. Se soltanto esistesse, in tutti i Mille Mondi, un solo essere vivente in grado di capire.
Il Sorvegliante è solo. Ed è l’unico a essere solo.
“Dhilarin sta tornando, Lars. È il potere più immane che esista, la luce assoluta dei Mille Mondi, la divinità che tutto crea… ma ogni luce proietta un’ombra. Ogni creazione genera la propria distruzione, come ogni nascita implica una morte, e Dhilarin lacera, rigenera in maniera dirompente…”
Mi aggrappo a lui, vorrei farglielo capire. Lotto per rimanere lucida, prima che pensi che sia in mezzo a una crisi isterica e si regoli di conseguenza.
“Fammi parlare con il governatore Yanel, ti prego. È importante.”
“Va bene. Adesso calmati, va bene. Organizzerò un incontro.”
“E dopo, scappa più lontano che puoi.”
“Va bene.”
Oh, grande. Mi asseconda. Devo trovare un modo di farmi prendere sul serio.
“Mi dispiace non averti parlato di quello che succedeva a scuola. Per me era davvero il meno, qualche staffilata ogni tanto, capirai… e anche il resto, l’oro non mi manca, quindi se mi derubava…”
“A dire il vero, derubava me.”
“…neppure me ne accorgevo. La copertura era troppo importante.”
Sento la sua mano sulla testa, mi accarezza come si fa coi bambini. “Per te era importante il desiderio dei tuoi genitori. Ma nemmeno loro avrebbero voluto questo.”
“Lo so… è difficile da spiegare.”
“Ma perché non hai reagito? Dei del cielo, avresti potuto farla pentire di essere nata… tu non ti stavi facendo picchiare, ti stavi facendo ammazzare, Lwen!”
“Mi ha colta di sorpresa.”
“Tu, colta di sorpresa?”
“Non avevo mai pensato di dovermi difendere dai miei simili.”
Le sue braccia mi stringono, forte. “Già, è sempre stato il tuo problema, vero?”
“Con i liminari è più facile.” Mi sforzo di riderci su. “Quelli li riconosci subito!”
Mi cinge, mi lascio contenere. Ho voglia di farmi coccolare, dopo essere stata strapazzata, e in previsione di strapazzamenti anche peggiori.
Voglio fare pace, almeno questo credo sia possibile.
“Mi dispiace per tutti i problemi che ti ho creato.”
“Il peggiore è stato entrare in quella stanza e vedere cosa succedeva. Il resto sono contrattempi risolvibili.”
“Non mi sarei certo fatta uccidere. Solo che non pensavo volesse davvero assassinarmi, e quando l’ho capito aveva già iniziato a rompermi la testa. Ero frastornata.”
Signore e signori, come degradarsi da dea a ragazzina scema, in poche comode frasi, che potete pronunciare quando preferite. Distruzione dell’autostima garantita. Decido di portare a fondo l’idiozia del mio pensiero:
“Non avevo mai calcolato di dovermi difendere dagli esseri umani. Non li ho mai considerati i nemici.”
“Ho paura che dovrai cambiare presto idea. Puoi avere più fiducia in Seddogh, che in molte delle persone che incontrerai in futuro.”
Mi fa la paternale, ma non mi importa. Ne ha tutte le ragioni. Gli nascondo il viso contro il petto, poi mi tocca proprio riscuotermi e smettere di commiserarmi.
“Beh, cominciamo dalla cosa più semplice, allora. Scommettiamo che so cosa vuole Haldan da me?”
Apro la lettera senza badare allo sbuffo di Lars, che avrebbe preferito continuare gli approcci.
“Dai, è stata Maya a correre a cercarti. Sei in debito con lei, devi ammetterlo.”
“È stata la direttrice Tarsya, a dire il vero.”
“Che era stata avvertita da Maya.” Scorro le prime righe e mi incupisco. Arrivo alla fine che ho le labbra contratte. “Ecco, leggi.”
La lettera è breve e concisa. Quello che deve dirmi non richiede lunghi panegirici, e Lars me la restituisce quasi subito.
“Vuoi che gli dica che può venire a trovarti?”
Annuisco, senza parlare. Lars, dal canto suo, ha la delicatezza di risparmiarmi predicozzi sulle disposizioni mediche, che prescrivono riposo assoluto fino a totale scomparsa di ogni dolore alla testa. Niente forti emozioni, niente agitazione, tanto porridge e luce solare diretta, ragion per cui la camera dove sono ospitata ha una magnifica vista sul giardino a sud.
Aillean si è scusata per lo squallore dell’ambiente, promettendo che, non appena Mykler lo permetterà, mi potrò trasferire in un appartamento privato, al piano di sopra.
Mi guardo attorno. Le pareti sono imbiancate e coperte da una vivace tappezzeria azzurra e dorata, il soffitto è a botte, con degli stucchi lungo tutti i cornicioni superiori. I mobili sono scuri, ma le porcellane che li decorano alleggeriscono la cupezza, e i tappeti nascondono le assi di quercia. Sopra il camino, non so se ci fosse da prima o se l’abbiano fatto portare appositamente, c’è un quadro del Maestro, un dipinto a olio della sua serie sulla moltiplicazione degli spazi. L’albero in primo piano e le arcate dei portici creano un sacco di inquadrature, e sembrano succedere tantissime cose, nei limiti circoscritti della tela. Non faccio che ammirarlo. A pensarci bene, credo proprio che Lars l’abbia fatto mettere qui proprio per me.
Dovrei essere più tollerante. Gli Ianmeyr sono abituati a questo fin dall’infanzia, e per loro è una camera degli ospiti, nemmeno particolarmente curata. Se Lars pensa che la mia mansarda, dove mi sento uno scoiattolo nel nido, sia una topaia, ha perfettamente ragione, secondo i suoi criteri.
“Deve essergli costato molto scrivere proprio a me – commento, posando la lettera – dire che ci detestiamo cordialmente è riduttivo. Penso che niente lo abbia irritato come appurare che tu non volevi mandarmi al rogo ma farmi da scudiero, sai?”
“L’incompatibilità caratteriale non implica necessariamente un giudizio di valore negativo.”
“Via, parla come mangi.”
“Il fatto che ti strangolerebbe volentieri non vuol dire che non capisca che potresti aiutarlo, se riuscisse a convincerti.”
Mi piaceva di più la versione educata. Sospiro e penso che Lars abbia appena dato una definizione abbastanza precisa della parola ‘amicizia’, che mi piaccia o meno.
“Ti prego, manda qualcuno a dirgli che può venire quando vuole, anche stasera. Posso solo immaginare cosa stia passando, adesso che Maya ha rotto il loro legame e ogni tipo di contatto.”

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