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Capitolo 21

Mi tremano ancora un po’ le mani, mentre sfoglio le pagine del libro, sul banco di scuola. È la prima volta nella vita che sono felice dell’obbligo di portare le trecce in classe.
Dopo stanotte, i miei capelli hanno superato la nomenclatura ‘chioma ribelle’ e hanno fatto mangiare la polvere a ‘testa arruffata’, per giungere vittoriosi sul podio ‘t’hanno frullato lo scalpo con il fuoco’. Il vento di Wydan è micidiale, e il vento che spira in cima alle rupi è un vortice inarrestabile. La propulsione delle ali di un drago-demone, per quanto ancora deboli e bisognose di esercizio, è capace di sollevarti da terra, staccarti letteralmente i piedi dal suolo, sia pure per pochi momenti. Seddogh era galvanizzato, quando è riuscito a rimanere sospeso, per qualche breve momento, sopra le nostre teste. Quando è atterrato (o meglio, caduto), l’erba era appiattita come se ci avessero messo sopra dei pesi, per giorni.
I miei capelli erano corde buttate in giro per la testa. Secondo Lars, sono terribilmente sensuali, e ha sbuffato, nel vedermeli intrecciare di corsa, prima di precipitarmi a scuola. Adesso sono sicura che ci sia qualcosa di malato, nella mente di quell’uomo.
Sento ancora il vento sulla pelle, il vento della notte, che più che essere freddo, ti rende parte del freddo. Per un momento, stanotte, ho visto le stelle attraverso il filtro, membranoso e solcato da capillari, di due grandi ali spalancate, con un artiglio sulla giuntura. Ali di drago. È durato pochissimo, perché Seddogh le ha ripiegate, con un ringhio di dolore.
“Devo allenarle, gnocchetta. L’aria è solida: è come sbattere contro un muro, se la prendi per il verso sbagliato.”
Ho passato le mani su quelle membrane, sentendole come cuoio. Anche la pelle di Seddogh è diventata dura, e quelle che prima sembravano quasi delle spaccature sono diventate un callo arrotondato, sono cresciute sugli orli, come unghie. Squame. Se ci avessi passato la mano per il senso sbagliato, mi sarei scorticata.
“Ti conviene rimanere qui, allora. Di giorno dovrai stare nascosto, ma di notte potrai esercitarti a piacere. Casa mia inizia a essere strettina, e non te ne fossi accorto, il pavimento si sta infossando, dove dormi tu.”
Seddogh ha ghignato, e mi sono chiesta come non mi sia potuta accorgere, in tutto questo tempo, di quanto il suo muso sia diverso. È come se avesse indossato una corazza, un elmo, un’armatura fatta di scaglie e aculei e creste dorsali, dietro le quali gli occhi e le mucose dell’interno della bocca sono una visione lontana, irraggiungibile. Non esiste spada che possa affondare nella sua carne, non più.
Chissà se potrà eruttare fiamme, un giorno.
“Non hai dormito molto, vero?”
La voce di Maya mi riporta al presente. Finisco di sfogliare il libro, per arrivare alla pagina della lezione di oggi.
“Ci sono abituata.” minimizzo, anche se mi sento la pelle tesa, più pallida del solito, e le occhiaie infossate, sotto palpebre così pesanti che tenerle su è uno sforzo cosciente. Stanotte non ho dormito per niente, ho solo fatto un paio di sonnellini. Da quando Lars si ferma da me, poi, non è che dormire sia l’occupazione principale delle mie serate. E la stanchezza pregressa si accumula. Stamattina, mentre mi facevo le trecce, potevo contarmi le lentiggini una a una, tanto spiccavano sul biancore spettrale del viso.
Sono proprio a pezzi, insomma.
“Periodo pesante, passerà – aggiungo, mentre tengo aperti gli occhi – almeno, mi sono liberata del mio demone interiore.”
“Ma sarà sicuro? Libero nella piana di Wydan, senza controllo…”
“Al momento Seddogh ha altre priorità, rispetto al massacro indiscriminato. Credimi.”
“Non è da te lasciare un liminare libero – insiste Maya – ultimamente non sembri più tu.”
“Ti sbagli – ribatto – non sono mai stata tanto io. È questo il problema.”
“Cosa intendi?”
In questo momento, per fortuna, entra la professoressa e dobbiamo zittirci. Per quanto mi riguarda, quando la lezione è tenuta dalla professoressa Tarsya, non dirò una sillaba nemmeno sotto tortura. Sarò una studentessa esemplare prof, glielo prometto. Ascolto attenta, prendo appunti, e non mi distraggo neanche un momento. Mi concedo giusto un attimo, mentre scrive alla lavagna, per lanciare una rapida occhiata alla mia amica, una di quelle occhiate che si danno quando si vuole conformare i propri pensieri con l’immagine della realtà, per capire se ci si sta sbagliando oppure no.
“Mi sembra una stupidaggine.” Ha detto Lars senza mezzi termini, mentre mi riaccompagnava a casa, stanotte. “Li ho visti insieme, un paio di volte, e l’impressione che ho avuto, come chiunque li abbia visti, è che fossero la coppia più felice del mondo. Non posso credere che voglia rompere un legame che sembrava così perfetto.”
Io ero stanca morta, con la sensazione che da un momento all’altro sarei crollata addormentata sulla criniera del cavallo. Mi sono messa a parlare per non cedere, perché stanotte ho dormito in tutto venti minuti, e mi aspettava ancora un’intera giornata di scuola, prima di poter crollare svenuta sul letto. Ho iniziato a blaterare un po’ quel che mi veniva in mente, aspettandomi che Lars mi dicesse di chiudere il becco, invece lui mi ha ascoltata con interesse, quasi con gravità, come se i miei casini con le amiche e le compagne di classe fossero la cosa più importante del mondo.
Lo ripeto: quest’uomo ha qualcosa che non va. Sul serio.
“Haldan deve essere insopportabile – ho risposto, con la testa che mi scoppiava per la stanchezza – non mi sorprende che Maya si senta oppressa, da lui.”
“Il nobile Haldan è il giovane mago più brillante della corte – ha ribattuto Lars – riceve continuamente proposte di lasciare Tern, per qualche altro sovrano, che venderebbe il primogenito per un mago del suo valore. Non ha nessun bisogno di essere oppressivo con la propria fidanzata, credimi.”
“La gente diventa strana, quando si innamora.”
“Oh, certo.” C’è stata ironia nella sua voce, tanta, ma non mi ha dato il tempo di rilevarlo e ha continuato:
“Se fosse come dici, la tua amica non potrebbe muovere un passo senza il suo consenso, e mi risulta che invece sia piuttosto libera. Fa quello che le pare, anche contro la sua volontà, o sbaglio?”
“Per questo non fanno che discutere. E che Maya non voglia essere soltanto la fidanzata da proteggere mi sembra più che logico.”
“Sì – ha concordato Lars – è questo il punto: ti ha detto quello che a te sembra logico, e che spiegherebbe ai tuoi occhi un’eventuale rottura.”
“Non ti seguo.”
“Andiamo Lwen, se il problema fosse soltanto che il suo fidanzato è troppo ingombrante, basterebbe una scenata, non credi?”
“Ha detto che non…”
“È venuta all’Adunanza anche se non avrebbe potuto, e non mi risulta che il nobile Haldan abbia annunciato una rottura per questo. Gli individui a cui piace comandare non tollerano le sfide, che a sentire la tua amica, invece lui dovrebbe sopportare quotidianamente. Tutt’altro: a corte sanno tutti che aveva più cortigiane di mio fratello, e ha comunicato a ciascuna di loro che non le avrebbe più cercate. Perdonami, ma ho la netta sensazione che le cose non stiano esattamente come la tua amica ti ha detto.”
Mi sono irrigidita. “Non dare a Maya della bugiarda.”
“La gente diventa bugiarda, quando si innamora.”
Mi ha rifatto il verso, cosa che mi ha indisposta parecchio, e ho tagliato corto dicendo che, in fin dei conti, erano affari loro, non miei.
Eppure, se ci penso bene, su Haldan che si dimostra un compagno meno esaltante di quello che potrebbe sembrare, ho solo la parola di Maya, e Maya ha preso la decisione di troncare. D’accordo, in questo campo è la sua parola che conta, eppure… eppure… un fidanzato dispotico la incoraggerebbe a continuare gli studi? Cercherebbe di mantenere rapporti civili con la sua migliore amica, anche se la detesta?
Le farebbe brillare gli occhi come ho visto le brillano, quando parla di lui?
Lo ama, è evidente. Qualche litigio non è la fine del mondo.
Ma allora perché sta decidendo di lasciarlo?
Mi sforzo di ascoltare la lezione, perché biologia è una materia che mi interessa e perché non voglio beccarmi un’altra punizione, ma sono stanca morta e l’impressione che ognuno di noi sia un bel po’ più complicato di quanto sembri mi fa distrarre. Mi sembra quasi di sentire dentro di me le pulsazioni di Stella Scarlatta, quell’ammiccare sanguigno nel cielo, nel sangue che mi scorre nelle vene.
Non mi stupisco quando, al suono della campanella, la professoressa mi chiama alla cattedra.
“Cosa ti succede?”
Guardo Tarsya, questa donna non bellissima né giovanissima, ma bella e giovane, che ha scelto di lavorare invece di sposarsi, mentre allinea le sue carte prima di andare, le mie compagne che chiacchierano tra loro, libere per i pochi minuti tra una campanella e l’altra. So di avere l’espressione sveglia di una vacca mandata al pascolo un’ora prima del previsto. Se intende appiopparmi altre pagine di scrittura, per sanzionare il mio sguardo spento durante la lezione, non posso farci niente.
Ma i suoi occhi sono gentili.
“Sembri sfinita – osserva – so che è il periodo delle verifiche: ricorda che un buon riposo è alla base di un buon rendimento. I tuoi voti sono ottimi, e non peggioreranno, se ti rilasserai un po’.”
Le verifiche, giusto. Ne abbiamo al ritmo di una al giorno, quasi non me ne sono accorta. Le faccio, prendo il massimo, tanti saluti.
“Sì, professoressa.”
“Il tuo fidanzato è un po’ troppo esigente?”
Sussulto, arrossisco, e mi rendo conto appena un secondo prima che sia troppo tardi – un secondo prima di scoppiare in una risata isterica – che la professoressa, naturalmente, intende dare alla domanda l’accezione più innocente del mondo. Parla del mio tempo e dei miei impegni mondani, che non devono essere irrilevanti, accanto al cognato del re.
Dubito che sarebbe una grande idea portare luce sulla sua ignoranza, spiegandole che Lars esigente lo è eccome, ma nel senso più bassamente carnale del termine.
Sesso, Soglie, e la mattina devo correre a scuola. Sì, sono piuttosto stanca. Opto per la versione edulcorata:
“Non c’è nessun fidanzamento, professoressa. Non siamo promessi.”
“Non è quello che ha detto a me.”
Bene, Lars. Considerati morto.
“Immagino allora abbia un po’ stiracchiato la realtà, perché una mia insegnante non vedesse nulla di sconveniente nel mettermi nelle sue mani un pomeriggio intero.”
Incassa la stoccata senza battere ciglio. Questa donna ha stile, va detto.
“Comunque sia, digli che hai bisogno di riposo e tranquillità, per poter terminare l’anno al meglio. Dovrebbe preoccuparsi maggiormente della tua salute e del tuo benessere.”
Il tono è di vaga disapprovazione, per lui, non per me. Dovrei sentirmi sollevata, ma che critichi Lars mi scoccia a morte. Dopotutto, è l’unico a preoccuparsi davvero della mia salute e del mio benessere.
Dico, rigida: “Il nobile Ianmeyr si comporta nel modo più onorevole e corretto che possa esserci, professoressa. Le chiedo scusa per essermi distratta e le prometto che non accadrà più. Posso andare, adesso?”
Finisce di raccogliere le sue carte e si alza.
“So che sei in una posizione difficile, ma non devi avere paura di contrariarlo – consiglia – hai l’aria esausta, sei troppo pallida. Ti suggerisco di rifugiarti in campagna, appena le verifiche di fine anno saranno finite, di passare molto tempo all’aria aperta, e di non toccare un libro finché non avrai ripreso colore e vivacità. Il nobile Ianmeyr non opporrà un rifiuto, immagino.”
“Si è fatta un’idea sbagliata, professoressa. Il nostro comune amico non ha niente a che fare con la mia spossatezza. È la tensione per le verifiche, niente di più.” Esito solo un momento. “Oppure un malanno dovuto a Stella Scarlatta.”
Il tentativo di buttarla sulla paura superstiziosa non la imbroglia nemmeno per un momento. “O un malanno chiamato Drucsen Althesia, forse?”
Stavolta trasalisco visibilmente, tanto che per poco non mi scappano i libri di mano. Come accidenti fa a conoscere certe dinamiche interne della classe? Questa professoressa sta sovvertendo l’ordine costituito, qualcuno la fermi!
“Io… io penso…”
Sorride. Credo che la mia incapacità di mentire passerà alla storia.
“Se avessi particolari problemi, non esitare a rivolgerti direttamente a me, d’accordo?”
Guarda alle mie spalle, e mi accorgo che Maya ci ha raggiunte, preoccupata per questo colloquio estemporaneo. Quando un’insegnante ti chiama alla cattedra, durante l’intervallo tra un’ora e l’altra, o ti sta dando un incarico o ti sta dando una punizione.
“Anche tu – la include – so che per voi borsiste a volte è difficile, ma vediamo di cambiare questo malcostume. Le prepotenze sono un’onta per chi le compie e una vessazione per chi le riceve. Non proteggete niente, proteggendo chi rende difficile lo studio, più di quanto già non lo sia.”
Sono stanca, stanca in generale e stanca di questa conversazione in particolare. Indietreggio, per far capire alla professoressa che, per quanto mi riguarda, si chiude qui.
Lei si limita a un cenno del capo, prima di uscire, lasciandomi con la sensazione che i casini, quelli veri, ovvero quelli scolastici, siano proprio dietro l’angolo.

Per l’appunto. Giro l’angolo e sbatto contro Althesia.
Di norma non mi succederebbe, anche perché occorre essere sceme per non accorgersi che, parallelamente a te che cammini sul lato esterno del portico, ci sono delle persone che camminano sul lato interno, e siete separate solo dal colonnato. Sono sempre attenta, vigile, per me è uno stato naturale. Non cade una foglia attorno a me, senza che io me ne accorga.
Ma sono stanca. Tanto stanca.
Urto Althesia nel passare dal lato esterno a quello interno, e mi riscuoto parzialmente dal mio stordimento, che è per metà emicrania. Faccio un passo indietro.
“Che cosa vuoi, panettiera?”
“Niente. Chiedo scusa.”
Mi sposto in attesa che l’orda demoniaca fluisca oltre, ma Althesia non si muove.
“Stai davvero alzando un po’ troppo la cresta, panettiera. Se gli dèi avessero voluto darti un qualche valore, ti avrebbero fatta nascere in una famiglia di valore.”
Oh, no, per piacere. Non ce la faccio a reggere anche uno scontro con costei, adesso. Rimango zitta.
Una delle amiche di Althesia interviene: “Non sei neanche capace di scusarti come si deve. Spendere danaro per fare studiare voi pezzenti significa gettarlo al vento.”
Danaro. Ha detto danaro, usando il termine più arcaico per darsi un tono. Se sentisse Lars parlare di grana e quattrini!
“Davvero – commenta l’altra – non sa neanche pettinarsi come si deve, e dopo quasi tre anni qui, dovrebbe avere imparato. La direttrice dovrebbe essere più selettiva nelle ammissioni.”
Oh, ma lo è. Accetta solo valuta pregiata e oro ventiquattro carati. Giro sui tacchi con l’intenzione di togliermi di torno, ma Althesia non ha ancora finito.
“Ti sei già dimenticata come devono comportarsi quelle come te, quando mancano di rispetto a una gentildonna, panettiera?”
“Mi sono scusata e me ne sto andando – rispondo, stancamente – come vedi, mi sono tolta dalla traiettoria della tua augusta passeggiata. Buona ricreazione, contessina.”
Althesia incrocia le braccia, con severità. Il bracciale d’oro le scivola fuori dalla manica, uh occhio che se la professoressa Tarsya lo vede, sarai tu in punizione, stavolta.
“Le serve si inchinano quando chiedono scusa, panettiera.”
Riesco a non riderle in faccia, ma mi costa fatica.
“Me lo ricorderò se mai sarò ridotta a chiederti un lavoro, allora. Finché siamo entrambe studentesse, il protocollo medievale che vige in casa tua non attacca.”
“Ma che insolente!” Esclama l’amica numero uno, e: “Che razza di scostumata!” ribadisce l’amica numero due.
Negli occhi di Althesia passa un lampo pericoloso. Se prima mi detestava, adesso sono sicura che mi odi a morte, qualcosa che la tiene sveglia di notte e le attorciglia le budella quando mi vede.
Non occorre che lo dica a voce alta: quando il sole tramonta e lei si ritira, sola, nella sua camera arredata, in questa scuola, sa benissimo che Lars viene da me. Lei dorme tra lenzuola nelle quali hanno dormito altre ragazze, prima di lei, e io dormo tra le braccia dell’uomo che vorrebbe.
Non è amore, il suo. Ormai l’ho capito che non lo ama. Nell’educazione che ha ricevuto l’amore non è incluso, come non lo è nella sua indole. Le hanno insegnato che può avere tutto ciò che desidera, ma non le hanno insegnato quali sono le cose importanti da desiderare, e così non ha idea del perché si senta abbandonata e rabbiosa, perché la figlia di un maniscalco voli tra le braccia del padre, all’uscita di scuola, mentre lei, dal suo, non avrà nemmeno mai ricevuto una carezza sulla testa. Le hanno insegnato a sbucciare una mela con forchetta e coltello, ma non a cercare la propria felicità. Non è qualcosa di innato: cercare la felicità è un vero e proprio percorso educativo, cui si può forse supplire da adulti, se da bambini ci manca, ma a patto di avere abbastanza cuore e cervello da capirlo. Althesia ha cervello, ma le manca il cuore. Intuisce vagamente che attorno a lei c’è gente che ha qualcosa che lei non ha, qualcosa di vago e impalpabile, che nessuno le ha mai spiegato essere la scelta di essere felici, in questa vita.
Adesso, però, ci sono io, che molto concretamente ho qualcosa che lei non ha. Qualcosa che non è un etereo stato mentale o scelta di vita, qualcosa che può affrontare.
Non lo ama. Ma lo vuole. E io sono tra lei e quello che lei vuole.
Forse è per questo che succede quello che succede. Non saprei dire, non credo saprò mai dirlo, se succede per un impulso momentaneo, o se invece premeditava da un pezzo un tiro del genere, e decide di cogliere l’occasione. Propendo per la premeditazione, a dire il vero, ma chissà. Non che abbia importanza. Succede. Tanto basta.
Si infila una mano in tasca, tira fuori il pugno chiuso e, con un gesto falciante del braccio, mi scaglio addosso piccoli oggetti duri. Mi prende di sorpresa, alzo una mano per proteggermi la faccia, e qualcosa mi colpisce sul dorso della mano. Un’altra mi si stampa sulla spalla. Poi le monetine cadono dappertutto, tintinnando.
“Bene, panettiera – esclama, la voce tremante di rabbia – volevi del denaro per inchinarti a me? Adesso inchinati!”
Riabbasso la mano e la fisso, sbalordita. Il rumore ha fatto voltare le altre ragazze, adesso ci stanno guardando tutte. Con la coda dell’occhio vedo, nel gruppo delle coriste, Maya che si porta una mano alla bocca.
“Prendi le tue monete da terra, sguattera. Dovresti esserci abituata, no?”
Faccio un passo indietro. “Sei completamente impazzita.”
Vedo che le sue amiche, malgrado la spalleggino, sembrano incerte. Le prepotenze si fanno in maniera sottile, isolando la vittima, facendo passare sotto silenzio l’accaduto. Non si attacca briga in mezzo al cortile, sotto gli occhi di tutte.
Faccio per andarmene, ma Althesia fa un passo avanti e mi afferra per il braccio. Scuoto per liberarmi, stando attenta a non metterci tutta la mia forza. Se lo facessi, la contessina volerebbe contro il muro. Ovviamente, lei non molla la presa.
“Tu hai qualcosa che mi appartiene, ladra – sibila tra i denti – quelle come te sanno solo rubare a chi vale più di loro. Ti ho inquadrata dal primo giorno che sei entrata in classe.”
Mi strattona per la giacca, a rischio di strapparmela. Non è molto femminile, in questo momento: sembra più un cane che si accanisce su uno straccio. La lascio fare. A parte il fatto che finirei nei guai, se reagissi ancora alle sue prepotenze, non me ne importa niente. C’è una stella rossa che ci guarda, lassù, e dèi e demoni che hanno deciso di tornare su Engelia, usando il mio corpo come campo di battaglia. Qualche scossone da una ragazzina di scuola non è niente, davvero.
La mia indifferenza sembra solo farla infuriare ancora di più. “Sei una ladra!”
“Non ti ho rubato niente – rispondo, a bassa voce – non voglio niente di quello che è tuo, non l’ho mai voluto. Se fosse il contrario, non mi odieresti così.”
Diventa paonazza, e io cerco di ricordarmi che ogni tanto farei bene a non sbattere la realtà in faccia alla gente. Mi molla un altro spintone.
“Lurida ladra!”
Ormai siamo al centro dell’attenzione di tutte, nel cortile. Questione di momenti, prima che un’insegnante intervenga, per sanzionare me, naturalmente. Indietreggio, con l’intenzione di togliermi di torno, ma Althesia ha deciso che questo è lo scontro definitivo, e mi afferra ancora per la giacca. Sento un rumorino sinistro, la federa interna è logora, vetusta per l’usura delle precedenti proprietarie, ma non reagisco.
“Sei soltanto una ladra!”
Deve piacerle molto la parola, oppure pensa che non la capisca. La mia indifferenza è frustrante, lo so. Solo che non mi restano molte energie da sprecare, sono stanca, vorrei farmi una dormita, vorrei che Stella Scarlatta si spegnesse e che
(quasi pronta)
quello che deve succedere succeda.
Penso che mi lascerò trascinare dagli eventi. Ho i riflessi troppo rallentati per tenere testa alla contessina furiosa, e stasera dirò a Lars che ho mal di testa. Si fa così quando proprio non ti va, mi dicono.
È strano pensare che potrei farle male, molto, mentre invece è lei a fare male a me. Mi strappa la federa della giacca e, resa furiosa dalla mia passività, alza una mano. Vedo il braccialetto scintillare un momento al sole, prima che la cali su di me. La guancia mi si accende in una rapida vampata.
“Tu mi hai derubata, ladra!”
Sta diventando monotona. Me la scrollo di dosso, con decisione. Vedo i suoi occhi stupiti, mi dico che devo stare più attenta a non mostrare con quanta facilità potrei atterrarla. Quando Althesia mi schiaffeggia ancora, non mi tiro indietro, come se non me l’aspettassi.
La faccia mi formicola. “Hai finito?”
“Lurida ladra!”
Mi spinge forte. Realizzo che non potrei rimanere in piedi, non senza un notevole senso dell’equilibrio, che possiedo, ma che non dovrei avere, da ragazzina di scuola. Mi lascio cadere come un sacco, preparata a picchiare dolorosamente il sedere. Ho subito impatti peggiori.
“Sei una ladra e nient’altro! Restituiscimelo!”
Mi fruga addosso, e realizzo di colpo che non sta parlando di Lars. Sono io che penso a lui, penso che per lei sia lui la priorità, ma non è così. Lars è la priorità per me, ma lei, in questo momento, sta pensando a tutt’altro.
“Restituiscimelo!”
Pianto i talloni per terra e cerco di allontanarmi, avrei dovuto arrivarci subito, ma è già troppo tardi. Sono rallentata dalla stanchezza, non mi era mai successo, prima di Lars e Dhilarin e Stella Scarlatta.
La luce rossa in cielo scintilla per un momento sul braccialetto d’oro, per terra in mezzo a noi.
“Ladra, al ladro!”
Ci sono cascata come una stupida. È il trucco più vecchio del mondo, e io ci sono cascata in pieno.
Ovviamente, la professoressa arriva in questo momento.
Scuoto la testa, per liberarmi dalla sensazione di irrealtà, ma le amiche di Althesia sono già vicino a lei, a lisciarsela e coccolarsela, povera cara che cosa terribile, meno male che te ne sei accorta in tempo, sarai sconvolta, professoressa l’abbiamo vista, ha assalito la nostra amica, faccia qualcosa.
È troppo ridicolo. Gli occhi della professoressa Nisria sono dubbiosi, mentre vanno da me a terra, al braccialetto nella polvere, alle ragazze nobili che fanno gruppetto serrato. Mi lanciano accuse e io sto zitta, con il lato della faccia che si gonfia per lo schiaffo, pallida come un criminale smascherato, plebea e senza testimoni che garantiscano per me.
La professoressa dice l’unica cosa che possa dire: “Alzati. Andiamo dalla direttrice.”
Scuoto la testa, ma il senso di irrealtà non mi abbandona. Il cortile, le ragazze urlanti, quelle mormoranti più indietro, le mie mani abbandonate, tutto mi sembra dall’altra parte di una Soglia, in un altro mondo. Io sono quello che c’è dentro di me. La realtà è l’universo sconfinato nella mia mente, così immenso che mi ci perdo. Fuori è tutto finto.
“L’ho vista che glielo strappava!” Esclama una delle amiche di Althesia. “Ci è venuta addosso, e quando Althesia si è difesa, ha cercato di scappare!”
L’altra raccoglie il braccialetto da terra. È una catenella a maglia, molto semplice, pesa una frazione di uno dei lingotti che ricevo dopo ogni missione.
“L’ha sempre odiata, era invidiosa di lei. Lo sappiamo tutte, professoressa!”
Nel cortile il silenzio è totale.
“Alzati.” mi ripete la professoressa, con una voce così atona che non mi serve guardarla per sapere che ha capito benissimo cosa è successo davvero. Il problema è che non può farci niente. Nemmeno lei è nobile.
“Mi dia quel braccialetto, signorina. Devo mostrarlo alla direttrice.”
Lo prende in consegna. Potrebbe osservare che è contro le regole indossare gioielli a scuola, ma credo sia la regola più disattesa di tutto l’istituto, e si limita a farsi scivolare in tasca il corpo del reato.
Mi alzo. La cattiveria di Althesia, stavolta, ha superato tutti i limiti, al punto che perfino la professoressa Nisria è senza parole. Per una cosa del genere, si viene espulse seduta stante. Non mi permetteranno nemmeno di tornare in classe a riprendere le mie cose.
Althesia sta distruggendo il mio futuro, con premeditazione, con intenzione. Dal suo punto di vista, quando Lars mi avrà lasciata, io sarò una sgualdrina, senza onore, senza titoli, senza nemmeno un diploma che mi permetta di lavorare come istitutrice o badante. Nessun affittacamere rispettabile mi darà alloggio, nessuna casa onorata mi offrirà un lavoro, neppure come sguattera. Mi sta, letteralmente, facendo buttare per strada.
Una delle amiche di Althesia esclama: “Se avesse avuto bisogno di danaro, avrebbe potuto prenderli dalla borsa di carità. Non vogliamo una ladra nella nostra classe!”
La professoressa non risponde. Mi trascina con sé lungo il cortile, sotto gli occhi ammutoliti dell’intera scolaresca, e so che la mia passività sta solo peggiorando le cose. Se fossi innocente, protesterei, mi ribellerei, direi che il braccialetto è caduto, che io non l’ho neanche toccato.
Ma sono stanca. Tanto stanca. Ho cercato di lottare attivamente negli eventi, ma sono più grandi di me, tutti, e non ho la forza di combattere ancora.
Volevo essere solo una Sorvegliante ed esaudire l’ultimo desiderio dei miei genitori, ma si sono messi in mezzo Mille Mondi e Mille Soglie. Credo di potermi considerare scusata, se lascio che le cose succedano, per una volta.
“Lwen…”
Alzo gli occhi per un momento e incontro quelli terrorizzati di Maya. Fa un movimento, come per venirmi incontro, ma scuoto leggermente la testa. Che non si azzardi. Servirebbe solo a essere espulse insieme. Maya esita, forse alla fine deciderebbe comunque di farsi avanti e opporre la sua testimonianza a quella di tre ragazze nobili, ma le ragazze del coro serrano i ranghi e la trattengono. Nei loro volti leggo una profonda compassione.
Devo trovare un po’ di forza dentro di me, accidenti. Non posso lasciare che una ricca stronza viziata distrugga il sogno dei miei genitori. Devo reagire. Tutta questa spossatezza non è da me!
La professoressa mi trascina con sé, come un animale al macello, mentre Stella Scarlatta pulsa e splende, e Mille Mondi sono così concreti che la realtà che mi circonda sfuma in una nebbia indistinta, fluida come tutto quello che si vede oltre un vetro, in un giorno di pioggia.
“Preparati – dice, sottovoce – perché stavolta sei davvero nei guai.”
Mi lancio un’occhiata alle spalle. Althesia e le sue amiche sono in piedi, trionfanti, mi guardano sparire sotto i portici. Maya si è staccata dal gruppetto, faccio giusto in tempo a vederla correre via. Per un momento penso stia scappando a piangere in classe o qualcosa di simile, ma vedo che si ferma a parlare con qualcuno, in maniera concitata, qualcuno che la prende sottobraccio per calmarla.
Mi spiace, professoressa Tarsya, stavolta nemmeno tu puoi fare niente. Credevi di potere cambiare qualcosa, ma qui ci sono delle professioniste di classe superiore, se si tratta di rovinare la gente. Verrò espulsa, punto. Lars ne sarà felice, almeno. Non crederà nemmeno per un momento che sono una ladra. Il pensiero mi tranquillizza.
“Non dovrebbero venire a dare la loro versione dei fatti?” Mi informo accademicamente, mentre mi spinge dentro.
“La direttrice non le disturberà per una cosa del genere. Ti hanno denunciata. Sembri non capire cosa questo significhi.”
“Significa che quelle come noi non possono vincere, professoressa. Cos’altro dovrei capire?”
Serra le labbra. “Ti punirei io, se fosse possibile. Avresti una nota di demerito e il dimezzamento della borsa di studio, ma Drucsen Althesia è troppo importante perché possa occuparmene da sola. Mi dispiace.”
“Non deve. Era una storia scritta fin dall’inizio.”
La professoressa serra le labbra, in quella smorfia severa che conosco bene, ma gli occhi le lampeggiano in modo strano. Come se fossero lucidi.
Saliamo le scale, verso il patibolo. Devo aspettare fuori, mentre la direttrice decide il mio destino. In teoria dovrebbe condurre un’inchiesta, interrogare me, le accusatrici, e tutte le testimoni possibili, ma al punto in cui siamo è inutile anche sprecare fiato per reggere la farsa. Non sarà un’inchiesta, ma un’esecuzione.
Mamma, papà. Scusatemi, davvero. Non volevo deludervi.
Mi mancate da morire, adesso posso dirlo. Da quando siete morti, mi sento talmente sola da schiantarmi, e non serve che sia Sorvegliante, non serve che faccia qualcosa di utile, perché alla fine torno sempre a casa e sono sempre sola. Mille Mondi, Mille Soglie, poteri e spade, amici e antagonisti, sono soltanto gli orpelli con i quali cerco di tenermi occupata, e pazienza se questo mi potrebbe costare la vita.
Ho diciassette anni e voglio il mio papà e la mia mamma. Credo che, in tutta la storia del genere umano, nessuno sia mai riuscito a toccare simili vette di pateticità.
Parlo con i miei genitori finché la porta non si riapre e la professoressa Nisria mi dice di entrare. Parlo con loro mentre mi fermo davanti alla scrivania, gli occhi fissi sul ripiano, perché non ho nessuna voglia di guardare la direttrice. Parlo con loro mentre mi grida addosso, mentre chiede alla professoressa e agli dèi come sia possibile che una bestia indegna come me abbia avuto accesso alla sua scuola, perché questo degrado. Parlo con loro mentre apre il cassetto dove tiene il frustino. Parlo con loro mentre gira attorno alla scrivania per venire da me.
Parlo con loro mentre la professoressa Nisria fa un debole tentativo di proteggermi, asserendo che è meglio chiamare i gendarmi, farmi arrestare, per indagare su… da come si zittisce, arguisco che la direttrice l’abbia fulminata con gli occhi.
“Fare sapere a tutti di questa vergogna? Come le viene in mente?”
“Ma..”
“Silenzio!”
Sento respirare dalle narici, come un toro che si appresta a caricare.
“Questa piccola strega ha solo creato problemi, dal giorno del suo arrivo. Non avrei dovuto tollerarlo, non avrei mai dovuto tollerarlo.”
Un rumore sibilante, il frustino che solca l’aria. Sta facendo le prove generali.
“Quanto tempo passerà, prima che cominci a lanciare fatture e malocchio su tutte noi? Per quello che ne sappiamo, potrebbe avere chiamato lei la stella del malaugurio, questa strega e ladra!”
La professoressa Nisria emette un gemito d’orrore all’ipotesi, che presuppone un livello di superstizione inaccettabile in un’insegnante.
Dal canto mio, mi mordo l’interno della guancia per non sghignazzare. Se sapesse quanto ci ha azzeccato!
Pur sapendo che dovrei starmene zitta, che a nessuno interessa la mia versione dei fatti, dico: “Non ho rubato niente, io…”
Mi zittisce una staffilata in piena faccia, sulla guancia, parallela allo zigomo. Il colpo mi fa barcollare sulla scrivania. Non me lo aspettavo. Non ci colpiscono mai in faccia, per non lasciare segni.
La direttrice è secca come un osso di seppia, ma la materia di cui è formata non ha niente di morbido o cedevole. Dubito sia fatta di carne, propendo più per osso, nervo, legno, pietra. Dicono che fosse sposata, un tempo, e che suo marito l’abbia lasciata dopo averla quasi uccisa di botte, quando era ancora molto giovane. Non so in che misura questo possa averla resa ciò che è, non ho mai creduto molto alla storia che la sofferenza elevi lo spirito o al contrario lo assolva dalle bassezze più abiette. Le facili assoluzioni mi sembrano una scorciatoia per il più vicino vicolo cieco. Quello che so, con certezza, è che l’odio nei suoi occhi è quasi palpabile.
Incarno tutto ciò che detesta e di cui non può liberarsi, perché l’aristocrazia di Tern non fornisce abbastanza ragazze per mantenere un istituto così vecchio e prestigioso. Deve sopportare noi, le plebee, le borsiste.
Ma non deve più sopportare me.
Prima che riesca a raddrizzarmi, sento il bruciore sferzante sulla schiena, un colpo così violento che la stoffa non lo attutisce. Ci fa sempre togliere almeno la giacca della divisa, prima di punirci, ma io sono espulsa, non sono più sotto la tutela di nessuno. A nessuno importerà, se la mia divisa sarà uno straccio, se avrò segni di colpi ovunque, quando mi avrà buttata fuori.
Vagamente, nel susseguirsi delle lingue fiammeggianti che mi si abbattono sulle spalle, mi domando se Althesia si rendeva ben conto di quello che mi stava facendo, o se per lei tutto si riduce a dispetti e rivalità tra compagne di classe. Dopotutto, lei non è mai stata picchiata, e ha un’idea solo molto vaga di cosa significhi davvero finire per strada.
È una strana esperienza, quella di tremare sotto i colpi, la stoffa della giacca che si strappa, la camicetta stracciata, e sotto il sangue, mentre la mia mente divaga altrove. Sono stata ferita anche molto seriamente in vita mia, una volta un liminare mi è piombato addosso incrinandomi un bel po’ di costole e comprimendomi i polmoni, Mykler mi ha dovuta tenere a letto per due settimane, drenandomi il liquido che continuava a riempirmi. Avevo la sensazione di annegare, ininterrottamente, era orribile. Una persona normale sarebbe morta, credo.
Queste staffilate non si avvicinano nemmeno al dolore più insopportabile che abbia mai provato in vita mia. Ci sono Mille Mondi che solcano la mia mente.
Dopo un po’, comunque, le frustate iniziano a diventare una questione più personale. Di solito me la cavo con qualche livido, e delle escoriazioni, ma stavolta la direttrice picchia sodo, e il cuoio intrecciato taglia la pelle, arriva alla carne. Comincio a fremere, mentre il sangue mi trasuda e cola lungo la schiena.
(ti ferisce mi ferisce)
No, ti prego, non adesso. Aspetta che sia finita.
(ferisce mille mondi)
Non adesso.
Con mio enorme sollievo, obbedisce. Si allontana, sfuma nel nulla di Mille Soglie.
“Piccola strega – è un ringhio, quello alle mie spalle – non c’è niente che riesca a piegarti, vero? Questo atteggiamento di superiorità, tipico delle classe volgari… non… l’ho… mai… tollerato!”
Ogni pausa è sottolineata da nuovi colpi. Tengo le dita serrate sulla scrivania, per non cadere in ginocchio, non sono mai caduta in ginocchio quando mi picchiava e non comincerò adesso. Ho già deluso abbastanza i miei genitori. Papà non si inginocchiava nemmeno al sacerdote, quando veniva a riscuotere la decima. Diceva che poteva avere il rispetto o il frutto del suo lavoro, ma che pretendere entrambi era un po’ troppo. Mamma gli dava del matto, ma non lo contraddiceva mai nella sua convinzione.
“Maledetta!”
Invece di placarsi, la sua rabbia sembra crescere, a ogni nuova staffilata. Ormai mi fa male sul serio, colpisce la carne viva e affonda sempre di più, un artiglio di arryxis su tutta la schiena, occasionalmente sulle gambe. Vuole che ceda, che crolli. Che implori pietà, che chieda perdono, che pianga, tutto quello che sarebbe normale fare, sotto una gragnola di colpi simile.
“Non ho rubato niente.”
Una frustata all’altezza delle reni mi toglie il fiato per un momento.
“Althesia è una bugiarda.”
“Sta’ zitta!”
Oh, che male. Quando ti colpiscono ai reni non è come prendere una botta sulle spalle o sulla schiena, i colpi sono diversi: più pesanti, li senti piccoli e bollenti che ti sbattono dentro come sacchetti pieni di acido, e respirare diventa una sfida. Ma, naturalmente, per annodare la mia stupida linguaccia serva ben altro.
Non provo nemmeno a fermarla. Tanto, ormai, che ho da perdere?
“Mi hanno assalita loro, tutte e tre, mi odiano e vogliono farmi espellere. E voi ne sarete ben felice, perché la mia borsa di studio è totale, un sacco di soldi… che vi terrete…”
Mi arriva una frustata alla nuca, sento i capelli che mi rimangono appiccicati alla carne viva.
“…come quelle… delle ragazze espulse prima di me…”
La professoressa Nisria gira attorno alla scrivania, vedo nei suoi occhi la paura. Si sta andando troppo oltre. Mette le dita sulle labbra, per indicarmi di stare zitta, almeno tieni la bocca chiusa razza di cretina, prima di finire storpiata, ma ormai sono espulsa. Non ho bisogno di ubbidire, non più.
“Vi arricchite su noi borsiste, turlupinate i mecenati che finanziano questo baraccone, e invece di essere riconoscente…”
Bam!, stavolta è un colpo con la mano, le nocche per l’esattezza, sulla tempia. Mi butta in mezzo alle carte della scrivania, faccio un disastro. Mi risolleva per il colletto, come un cucciolo disobbediente.
“E questo cosa sarebbe?”
Sento che tira la catenella del mio pendente, mi fa male. Scuoto la testa, ma ottengo solo che la direttrice molli la collana e mi afferri per le trecce. Se le rigira nel pugno, come corde, forte.
“Dove hai rubato questa collana, che non dovresti nemmeno indossare a scuola, sgualdrinella?”
La professoressa Nisria osserva, debolmente, che nessuna ragazza ha denunciato il furto di questo gioiello, e che anche la nobile Althesia, in fondo…
“Silenzio! È dalla parte di queste parassite, per caso? Credevo che dopo tanti anni, si fosse liberata dal fango della sua nascita!”
La professoressa ammutolisce. È spaventata, certo più di me, ma vedo che le parole della direttrice hanno fatto di più: l’hanno ferita. Sono l’ultima persona al mondo a negare l’orribile persistenza di certe ferite, e come ti lascino disarmata, quando vengono riaperte. Prima vittima, poi carnefice. La professoressa, in fondo, mi fa pena.
Ma dovrei pensare anche a me stessa, in un momento simile. La direttrice strattona le trecce, un male mostruoso, sento i capelli che si strappano, la mia testa che se ne va per conto suo, mentre mi butta riversa, mi abbassa con violenza sul legno duro.
L’impatto non è molto doloroso. Sento un’esplosione, quando il bordo della scrivania collide con la mia fronte, e un seme bianco e gigantesco mi sboccia davanti agli occhi, ma non è dolore, quello che sento. È debolezza, improvvisa e invincibile. Il mondo è lontanissimo, molto più di prima, molto oltre Mille Mondi. Il mio corpo è un corpo estraneo, fiacco, che non mi ubbidisce più. Capisco vagamente di essere stordita.
Il secondo colpo mi provoca più dolore e un’abbagliante bagliore, dietro le palpebre.
“Direttrice! La smetta!”
Non la smette. La terza volta dolore ce n’è moltissimo, anche se è come se appartenesse a qualcun altro, ed è rosso, sento il sangue che sgorga, è denso e caldo, finisce nei capelli, rosso su rosso, palpitante come Stella Scarlatta e
(si lacera)
so che dovrei reagire, ma sono stordita, mi ha colta di sorpresa ed è solo colpa mia, naturalmente, dovrei essere sempre vigile e all’erta, ma
(si sta lacerando sei quasi pronta devi impedirlo)
in tutta onestà, non so più a cosa devo stare all’erta, mi accascio lentamente, oh sono in ginocchio. La direttrice sarà contenta, finalmente.
“Direttrice, basta! Così la uccide!”
La risposta è un altro colpo, dritto sulla mia tempia, che mi risuona nella testa per molto tempo, dopo che la professoressa Nisria si è messa in mezzo e ha preso per un braccio la direttrice, rimediando uno schiaffo a sua volta.
“Vuole che vada in giro a parlare, forse? Vuole che questa puttanella getti il discredito sulla scuola?”
Sono in ginocchio davanti a lei, ma è troppo tardi. La mia vita non conta niente
(la tua vita è la vita di mille mondi)
per una donna che ha troppo da perdere, a lasciarmi andare incolume.
Mi chiedo, nella piccolissima porzione di mente lucida che mi è rimasta, se ha già fatto questo ad altre ragazze, in passato. Non mostra nessuna esitazione. Ho paura che abbia ridotto al silenzio altre piantagrane come me.
Ma, comunque vada, la direttrice ha i giorni contati. Mettermi le mani addosso è stato l’errore saliente. Lars farà giustizia. Sarò l’ultima vittima, è certo.
Ma vorrei tanto rivederlo. Sto per morire nel più stupido dei modi, io, una Sorvegliante che ha affrontato demoni e mondi, che nessun liminare è mai riuscito a uccidere. Sto per morire perché la direttrice della mia scuola mi sta spaccando la testa contro la sua scrivania. Riderei, se non fossi troppo intontita. Vorrei solo rivedere Lars.
La porta della direzione si spalanca e Lars entra.
Sbatto le palpebre. È così realistico… sembra proprio lui. Non sapevo che uno degli effetti di avere la testa rotta sono allucinazioni tanto perfette.
Gli stivali sono schizzati di fango, come se avesse corso senza curarsi di evitare le pozzanghere, la fibbia della cintura un po’ storta, i capelli sfuggiti dal laccio con cui li lega sulla nuca, la fronte sudata. Gli occhi, chiarissimi, sono così spalancati che mi accecano, e devo chiudere i miei. Sento che non li riaprirò più. L’idea mi provoca un enorme sollievo.
Scivolo, in giù e in basso, mentre l’esplosione bianca nella mia testa si attenua, si frantuma, e si disperde in uno spazio nero infinito, in miriadi di schegge come diamanti, come stelle, Mille Mondi sospesi, nel buio e nel silenzio, tutto intorno a me. Sarà così per sempre, lo so.
I Mille Mondi sono me. E io sono Dhilarin.
“Che cosa cazzo sta succedendo qui?”
I Mille Mondi tornano uno, nella voce concreta che mi piomba in testa.

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