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Capitolo 19

Stamattina, a scuola, c’è prevedibilmente un’atmosfera da fine del mondo. Attraverso il cortile, salgo i gradini, mi infilo nel portone. Non alzo la testa neanche una volta. Non ho bisogno di guardare il cielo.
Le strade sono silenziose. I rumori dei carri e delle carrozze, i versi degli animali, le attività dei bottegai, sono un sottofondo abituale, la cornice attorno alle voci, le grida, la gente che si chiama e che litiga. Oggi, il sottofondo è predominante. Nessuno ha voglia di parlare. Le cose vengono sbattute, spostate, sollevate, caricate, e solo qualche rara indicazione rompe quello che, nonostante il rumore cittadino, riesce a essere un silenzio sepolcrale.
Dopo tre giorni di chiusura, anche la scuola sembra l’interno di una tomba. Professoresse e alunne stanno in silenzio, ognuna immersa nei propri pensieri, nelle paure superstizione che nessun progresso tecnologico e nessuna scoperta scientifica possono annullare, ed entriamo in classe in fila ordinata, senza bisogno di rimbrotti. La professoressa Nisria, dal canto suo, sembra interessarsi pochissimo ai nostri colletti, alle trecce, a come teniamo le spalle. Va alla cattedra e apre i libri, punto.
“Buongiorno, ragazze.”
Un coro spento di obbedienti risposte.
“Aprite il libro a pagina trecentonovantaquattro, prego.”
Fruscio di fogli.
“Signorina Althesia, cominci a leggere, prego.”
La voce modulata di Althesia attacca con la metrica della poesia sulle bellezze dei gelsomini, ma perfino nei suoi toni, di solito così sicuri e squillanti, si avverte qualcosa di spento, quasi tremulo. Legge in fretta, tronca sul finale, e torna a sedersi.
Cala di nuovo il silenzio. La professoressa, chiaramente, vorrebbe ignorare il problema e andare avanti, ma non è proprio possibile. La classe non è mai stata tanto docile e tanto abbacchiata, tanto disciplinata, poco propensa a fare movimenti non concessi e parlare illecitamente, e questo, davvero, è inaccettabile.
La disciplina deve essere imposta, per poi essere assimilata, è uno dei credo fondamentali della professoressa Nisria e della sua fedele verga di betulla. Questo scoramento pieno di timore superstizioso non è disciplina.
Con un sospiro, si alza e viene avanti, sulla sua pedana.
“Non va bene, ragazze. Una signora tiene la testa alta e conserva la propria gentile cortesia sempre, in qualunque circostanza. Dopo tre giorni, comportarsi in questo modo è inammissibile.”
Sotto il banco, sento la mano di Maya che stringe la mia, forte.
“Qualcuna vuole alzarsi per parlarne? Non è un’interrogazione e non assegnerò voti o punizioni, nemmeno in caso di scena muta.”
Capisco qual è l’opinione che hanno di me le mie compagne quando le vedo voltarsi tutte verso di me, nessuna esclusa. Perfino le amiche di Althesia, perfino Althesia stessa, hanno girato la testa dalla mia parte. Ormai le cose stanno così: quando la situazione è spinosa, si manda avanti Lwen. Lei non ha paura di niente.
Lascio la mano di Maya e mi tiro su, sentendomi stanchissima. Non ho quasi mangiato in questi tre giorni, e non so nemmeno perché. La mia fame si è volatilizzata, dopo l’Adunanza.
“Signorina Lwen – esordisce la professoressa, senza mostrare stupore perché una borsista parla a nome della classe intera – ebbene, in questi tre giorni ha pregato la dea Ney?”
“Sì, professoressa.”
Dico così solo perché è quello che si aspetta che dica. Non sono andata al tempio, non ho pregato, non ho fatto niente. Sono solo rimasta chiusa in casa mia, a pensare distesa sul letto, con le mani intrecciate dietro la nuca. È davvero incredibile quanto in fretta passi il tempo, quando hai molte cose a cui pensare.
“Per cosa l’ha pregata?”
Per svegliarmi. Perché non sia successo niente. Perché i miei genitori siano ancora vivi, e io pensi che i Mille Mondi facciano parte della mitologia, come Darithia la città d’oro, come Dhilarin e Albarah, come gli arryxis e i draghi. Deve essere meraviglioso, che niente sia successo e che, uscita da scuola, andrò a casa a mangiare, con mamma che mi grida di lavarmi le mani e papà che inghiotte in fretta un boccone, prima di correre di nuovo alle macine.
“Perché il malaugurio non colpisca la mia casa, professoressa.”
Alla parola ‘malaugurio’ tutte le teste si girano all’unisono verso le finestre. Perfino la professoressa non riesce a trattenersi, prima di ricordare qual è il suo ruolo e battere le mani, per richiamarci all’ordine.
“Sedute composte, guardate davanti a voi! Non intendo tollerare una tale mancanza di contegno, nella mia classe!”
Torniamo a guardare l’aria davanti a noi.
“Lei sa quali sono le teorie astronomiche più recenti, riguardo l’ellittica dei pianeti, signorina Lwen?”
Rispondo meccanicamente: “La stella del malaugurio non ha nulla a che fare con le vecchie superstizioni che l’associano all’inquietudine, il turbamento, la contraddizione. I cambiamenti improvvisi, traumatici, quelli che sconvolgono la vita, mentre non te l’aspetti, e…”
“Si attenga alla domanda, prego.”
“La stella che tre giorni fa ha iniziato a splendere nel nostro cielo non è un evento inatteso – mormoro, e nel silenzio assoluto, la mia voce è perfettamente udibile – l’ellittica segue un’orbita molto lunga, e dal nostro cielo diventa visibile solo una volta ogni svariati decenni, in maniera del tutto irregolare. Gli astronomi ritengono che tale moto sia dovuto a spostamenti cosmici la cui portata non è ancora stata spiegata.”
Mi verrebbe da ridere, se non avessi voglia di gridare.
“Non c’è niente di cui preoccuparsi, quando Stella Scarlatta si accende nel cielo di Engelia. Gli eventi storici che ne hanno accompagnato la comparsa, fin dai tempi del mito, sono una pura casualità.”
Perché nessuno ride? Eppure questa era da schiantarsi per terra, davvero.
“Nel corso dei secoli, ci sono stati decine di altri eventi altrettanto importanti, senza che Stella Scarlatta fosse mai visibile. Che quella stella si accenda nel nostro cielo all’improvviso, dopo decenni o secoli di invisibilità, e che perduri giorno e notte, fino all’avvenimento di cui è latore, è soltanto una vecchia superstizione, oggi superata.”
“Grazie, signorina Lwen. Può sedersi.”
Lancio un’ultima occhiata alla finestra, mentre mi rimetto giù, mentre la professoressa attacca a spiegare il concetto di ellittica, di orbita, di visibilità dei pianeti. Malgrado tutto, devo ammirare la sua tenacia, nel volere riportare tutto a dimensioni accettabili, rigorose e circoscritte, molto lontane dalle credenze in cui siamo cresciute, le storie che ci hanno insegnato come vere, salvo poi pretendere, da adulti, che fossero menzogne.
“…ed è pur vero che nessun telescopio aveva visto Stella Scarlatta, prima che essa si palesasse anche a occhio nudo, ma tenete presente che con un telescopio si può osservare solo una parte molto limitata del cielo notturno, e che dunque, senza avere puntato l’obiettivo proprio in quel punto, una previsione era impossibile.”
La finestra è alta, fuori portata per noi studentesse (immaginare una di queste imbelli ragazzine che si arrampica per scappare è qualcosa che ho smesso di fare da un pezzo). I vetri sono pulitissimi, dopo che per tre giorni la scuola è rimasta chiusa. La direttrice ne ha approfittato per indire le grandi pulizie, e di certo, entro un mese, asserirà che la chiusura era dovuta proprio a questo, non al fatto che, se avesse tenuto aperto, non sarebbe venuta nessuna ragazza – con grande scorno per la reputazione dell’istituto.
Nel riquadro trasparente del vetro, il cielo azzurro è trapunto d nuvolette. Da una parte, lo scorcio di un tetto.
E sopra, appena prima del margine superiore della finestra, quasi tagliata ma non del tutto, perché sia mai che possa risparmiarmi di vederla, ecco Stella Scarlatta. Un puntino rosso, un occhio lontanissimo e sfocato, una stella che ammicca in pieno giorno, che sembra guardarmi e deridermi.
“Non c’è nessun motivo di preoccuparsi – assicura la professoressa, in tono ottimista – che Stella Scarlatta si sia accesa in cielo è una pura curiosità astronomica. Potrete raccontarlo ai vostri nipoti, perché è un evento che si verifica davvero di rado.”
Stella Scarlatta. Stella Dhilarin. Stella dei Sorveglianti.
La conclusione suona alle mie orecchie poco meno mortifera di una sentenza:
“Quando Stella Scarlatta compare nel nostro cielo, la mitologia torna ad affermarsi nelle nostre superstizioni, in tutta la sua forza. Ma non ce n’è motivo. Qualsiasi cosa possa accadere, la congiuntura astrale che ha portato Stella Scarlatta ai nostri occhi è soltanto una coincidenza dovuta al caso.”

Lars mi aspetta sulle scale.
Gli ho dato la chiave, per non farlo rimanere sempre sul pianerottolo, ma si rifiuta di prendersi la libertà di entrare in mia assenza. Quando ho cercato di fargli notare che non ha senso, ha risposto, in tono cattivo, che come lui rispetta le mie decisioni, per insensate che siano, potrei avere il buon gusto di rispettare le sue.
Non siamo nemmeno fidanzati, e già litighiamo come se fossimo marito e moglie da vent’anni, che dolcezza.
“Come mai non sei sfollato anche tu nelle campagne? In questi giorni è stato un continuo passaggio di carrozze nobiliari.”
Lui si butta giù il cappuccio, tanto non c’è nessuno in giro. La gente evita di uscire, se può.
“Sono il tuo scudiero. Tu puoi dimenticarlo in continuazione, ma io no.”
Faccio un sospiro, mentre infilo la chiave. Seddogh dorme sempre più a lungo, penso sia perché questa sua mutazione pazzesca assorbe un sacco di energia, e preferisco non disturbarlo, se posso evitare.
Lars dice: “Comunque, è soltanto una stella in cielo. Non è certo la cosa più allarmante che ho visto, negli ultimi tempi.”
Sono le precise parole che ha usato Aillean, quando mi ha invitata per il solito the, durante l’intervallo. È chiaro che l’ha rassicurata. Aillean prende per oro colato qualsiasi cosa le dica suo fratello maggiore. Se Lars dice che non c’è pericolo, per lei non c’è pericolo, e prendi un pasticcino Lwen, Lars non ci permetterebbe mai di restare, se pensasse che sarebbe più sicuro partire.
Ci permetterebbe. Nella sua testolina, siamo già parenti. La vita mi scappa da tutte le parti, si sfilaccia ai margini, e io non posso farci proprio niente. Era così semplice, prima: vai a scuola, torna da scuola, studia, cucina, ammazza i cattivi, chiudi le Soglie, butta l’oro nell’armadio, cerca di non attirare l’attenzione, cerca di non farti ammazzare, buona notte, a domani mattina. Tutto semplice.
E adesso in cielo splende Stella Scarlatta.
“Dovrebbe allarmarti, invece – dico, spingendo la porta – quando vedi quella luce rossa in cielo, sta succedendo qualcosa, nei Mille Mondi.”
“Ed è comparsa in cielo la notte dell’Adunanza, giusto?”
Entro in casa e la prima cosa che mi salta all’occhio è un piccolo arryxis comodamente seduto sul mio tavolo, intento a spazzare via quello che rimane del prosciutto per le emergenze.
Mentre lo guardo, il mostriciattolo serra le mascelle e spezza di netto in due l’osso, per mettersi a rosicchiare. La coda si agita qua e là, come un cane che scodinzola felice.
La seconda cosa che mi salta all’occhio è Seddogh che guarda la scena, con l’aria indulgente dell’adulto. L’arryxis sul tavolo non poteva raggiungere da solo lo scaffale dove tenevo il prosciutto, e come in una visione, vedo questo grandissimo stronzo che glielo prende, come fanno i grandi quando i bambini vogliono qualcosa e non ci arrivano.
La terza cosa è Lyott addormentato sul mio letto.
Divento viola, mentre Lars mi supera e si ferma di botto, davanti alla vista non propriamente edificante di un giovanotto nodoso di muscoli, con addosso solo i calzoni, buttato a pelle d’orso sulle lenzuola disfatte, mezze per terra.
La sua faccia, quando si gira a guardarmi in attesa di spiegazioni, è qualcosa che ricorderò finché campo.
“Ehm…” È il mio esauriente contributo.
Il mostriciattolo sul tavolo, nel vederci, sibila mostrando i denti. Dal canto suo, Seddogh si sposta in avanti, per eventualmente essere pronto a mettersi in mezzo, caso mai la sottoscritta desse fuori di matto e iniziasse a menare colpi di spada in giro.
D’accordo, manteniamo la calma.
“Sono sicura che esista una spiegazione – dico lentamente, rivolta a Seddogh – e sono sicura che non abbia nessun senso.”
“Il tuo amico è tornato da una missione ed era stanco, gli pesava il culo farsi la strada fino a casa sua. La cuccioletta, qui, aveva fame.” risponde Seddogh, in un tono così sensato e pacato che la presa per i fondelli è fin troppo evidente.
Lars si avvicina al letto e guarda Lyott con profondo disgusto. “Sapevi che era qui?”
“No!” Ci manca solo che pensi che ha passato la notte con me. “Entra sempre in casa senza fare complimenti, ma davvero, non…”
“Sta sanguinando.”
Rinsavisco un pochino e, dopo un’occhiata feroce al piccolo arryxis sul tavolo, raggiungo Lars e vedo che ha ragione. Le lenzuola, tutte stropicciate, sono fiorite di garofani rossi, e c’è un laghetto disseccato ai piedi del letto. Quasi nello stesso momento, mi accorgo che Lyott non è genericamente spogliato fino alla cintola, ma che ha la camicia a brandelli, lacerata al punto che gli rimane attaccata al corpo solo per le maniche, il resto buttato a strisce nel disordine del letto sfatto.
“Gliel’ho aperta io, per vedere se era messo troppo male – dice Seddogh, alle nostre spalle – ma ha soltanto un po’ di tagli, non perde sangue da un pezzo. Si è scolato tutto il tuo liquore e si è messo a smaltire la sbronza.”
Che cosa edificante. Vado a prendere le bende, chiudendo con il piede, lungo la strada, lo sportello dello stipo dove tengo gli alcolici. Non li bevo, non mi piacciono, ma per cucinare spesso sono necessari.
Quando torno, Lars ha già voltato Lyott, senza troppo riguardi, e sta finendo di stracciargli la camicia, per esporre le ferite.
“Cosa intendi fare con quel mostriciattolo?”
“È il suo arryxis – rispondo, passandogli il disinfettante – non appena si sarà ripreso, lo farà sparire.”
“La farà sparire – precisa Seddogh – è una femmina. Si chiama Raxagh.”
Lars inarca un sopracciglio, guardandolo. “Oh?”
“Togliti quel sorriso dalla faccia. Non sono un pedofilo.”
In risposta, Lars ghigna apertamente.
“Vaffanculo. È soltanto un cucciolo, prima di avere l’età passeranno un paio di secoli, a stare stretti.”
È un’occasione troppo bella per farmela scappare:
“E, nel mentre, la fai giocare e le dai la merendina. Così si affeziona. Che carino.”
La risposta di Seddogh induce Lars e me a voltarci e dedicarci al ferito. Mentre svolgo le bende, Lars apre il flacone del disinfettante e, senza complimenti, glielo versa direttamente nei tagli, dove sfrigola mentre penetra la carne viva.
Con un ululato di dolore, Lyott balza seduto.
“Auaaagh! Ma siete impazziti?”
Lars finisce di versargli il disinfettante e, con una prontezza di riflessi davvero degna di nota, si mette fuori portata prima che Lyott gli si rivolti contro.
“Fa male!”
“Mi devi delle lenzuola nuove e pulite – rispondo, ignorandolo – su queste non ci dormirò mai più, per il resto della vita. E rivoglio anche tutte le bottiglie che ti sei scolato.”
“Quante storie, per un goccetto… ahia!”
Ho stretto le bende e dato un bel tirone, per tenere chiusi i tagli. Servirebbero dei punti, ma noi Sorveglianti ce la caviamo benissimo anche così.
“Con cosa ti sei azzuffato? Questi non sono artigli di arryxis.”
“Boh, era una specie di uccello, un becco che sembrava un pugnale… simpatico però. Quando ha capito che non ero un nemico e nemmeno commestibile, è stato ragionevole. Si è anche scusato.”
“E questo risolve tutto, no?”
Annodo la benda e mi accorgo solo adesso di essergli rimasta praticamente sopra, avvinghiata, per tutto il tempo, e davanti agli occhi di Lars. Salto su e mi tiro indietro, come se Lyott avesse iniziato a scottare.
“Adesso sembri stare molto meglio – dico, imbarazzatissima – levati di torno. Voglio riportare casa mia a un livello di decenza minimo.”
Appoggiandosi alla testiera del letto, Lyott si rialza. Vedo che Lars lo guarda con un gelo che sembra un vento artico, come se il nobile Ianmeyr, personaggio pubblico, avesse preso il posto dell’uomo che conosco ormai così bene. Mi rendo conto di non riuscire a sopportarlo. Ultimamente i miei nervi stanno dando segni di cedimento, e quella che in un altro momento mi sarebbe sembrata una scenetta divertente, adesso mi tiene sulle spine.
“Puoi uscire anche mezzo nudo per strada, tanto con Stella Scarlatta in cielo, la gente si fa gli affari propri.”
“Ma come sei gentile…” Lyott si tiene la testa con una mano, perché sta male o perché i postumi della sbornia lo fanno stare male. “Vieni, Raxagh.”
Il mostriciattolo squittisce – giuro – vediamo come una macchia nera che saetta, e mezzo secondo dopo Lyott barcolla per l’impatto.
“Quella fottuta stella sta causando tante di quelle perturbazioni che dobbiamo aspettarci chiamate continue – commenta – molla la scuola, Lwen.”
Non rispondo.
Lyott si rivolge a Lars. “A te darà retta: con Stella Scarlatta in cielo, abbiamo altro cui pensare, che i compiti in classe e le interrogazioni. Falla ragionare, prima che vada tutto in malora.”
Lars è ancora freddino, ma la sua voce suona cortese nel rispondere. Evidentemente, che Lyott la pensi come lui lo ammorbidisce parecchio:
“Non dà retta a nessuno, per quanto riguarda quella stupida scuola. Quando sarà andato tutto davvero in malora, forse inizierà a ragionare.”
“Avete finito?” ringhio, stizzita. “Qualcuno ha chiesto il vostro parere, per caso? Stella Scarlatta scomparirà, come è scomparsa sempre, e noi saremo ancora qui. Discorso chiuso. Levati dai piedi, cugino.”
“Stella Scarlatta scomparirà – ribatte Lyott – quando quello che deve succedere succederà. Noi dobbiamo farci trovare pronti e tu, cuginetta, tutto sei meno che pronta. Hai la faccia di chi non dorme da giorni.”
“Disse il morto vivente con l’alito alcolico. Fuori da casa mia!”
“Uh, ho toccato il nervo scoperto, eh?”
Faccio il gesto di avventarmi, e Lyott si defila. Da come corre, direi proprio che si è ripreso alla grande.
Se ne va lasciando la porta aperta. Attraverso la stanza per richiuderla, in tempo per vederlo scendere dalle scale.
Come al solito, la mia stupida boccaccia parte per conto suo: “E comunque, secondo me Yanel ha detto un mucchio di fesserie!”
Giù nel cortile, Lyott alza gli occhi per guardarmi, e mi accorgo che non c’è nessuna ironia, umorismo, sarcasmo, o qualsiasi cosa del genere: il mio mentore sempre scherzoso è, in questo momento, più serio di Lars e di Tarsya messi insieme.
“Tu muori di paura, Lwen. Si vede lontano dieci lance. Si vede dalla notte dell’Adunanza. Qualsiasi cosa ti abbia detto il governatore Yanel…”
Fa una pausa, per darmi modo di chiarire, ma io scelgo di stare zitta, e lui, dopo un momento, riprende:
“…qualsiasi cosa ti abbia detto, lascia che gli amici ti aiutino. Ne hai un paio proprio in casa, proprio adesso. Non buttare fuori anche loro.”
“Non butto fuori nessuno – rispondo, per avere l’ultima parola – puoi anche tornare, se ci tieni. Ma magari una delle tue fidanzate potrebbe pensare male.”
“È più facile che pensi male il tuo, di fidanzato.”
“Lars non è il mio…”
Mi interrompo, perché se ne sta andando. Scompare oltre il cortile, nella strada deserta. Ha sempre avuto la capacità innata di troncare qualsiasi discussione nel momento in cui mi lascia il segno più profondo.
Tu muori di paura, Lwen
Sì, muoio di paura. Per la prima volta da quella notte in cui ho attraversato il tessuto impalpabile che separa i mondi, e un demone mi ha mostrato il lato più spaventoso di quello che c’è al di là, ho paura. Non ce l’avevo allora, non l’ho avuta per anni, e adesso sì. Problemi?
Sbatto la porta e la chiudo a doppia mandata, per ricordarmi con un attimo di ritardo che mi sono appena chiusa in casa con Lars. Lo fisso come se la colpa di tutto fosse sua.
“Aiutami a levare di mezzo quelle lenzuola. Non ho nessuna intenzione di dormirci, stanotte.”
Strappo via coperte e tutto, le butto a terra ai piedi del letto, macchiate, umide di sudore. Il sangue rappreso mi si frantuma sotto le dita. Faccio una palla di stracci e la calcio in un angolo. Le faccende domestiche si sbrigano presto, in casa mia.
“Cosa sta succedendo?”
Gli volto le spalle e vado all’armadio, dove tengo le lenzuola pulite. Sul fondo brillano già le borse semiaperte delle nuove missioni, posso considerarmi una ragazza ricca, eccome. Prendo le lenzuola e torno indietro.
“Lwen, cosa sta succedendo?”
Mi tocca rispondere, mentre stendo il primo lenzuolo sul materasso.
“Niente. Tutto. Guai. Sono una Sorvegliante e questa è la mia vita. Un uomo nudo nel mio letto è davvero il meno che puoi aspettarti, entrando qui.”
Infilo il lenzuolo sotto, lo tiro forte. Non ho voglia di guardare Lars.
Mi dice, in tono piatto: “Non pensavo certo che avessi un amante in casa, al ritorno da scuola. Ma non dovresti lasciare che si prenda tante libertà.”
“Era ferito. Doveva dissanguarsi sul pianerottolo?”
“Qualche taglio non ha mai ucciso nessuno.”
“Un annetto dietro i liminari, e ti sorprenderai nello scoprire quante cose possono ammazzarci.”
Prendo la coperta per buttarla sul letto. Oh, grazie dell’aiuto, nobile Ianmeyr. Dimenticavo che tu sei il fratello della regina, mentre io servo esattamente a questo: rassettare e riordinare.
E morire, naturalmente, ma va bene così. Va benissimo, davvero.
Sto cercando di non pensare a sua eccellenza il governatore Yanel. Sto quasi riuscendo a non pensare a Stella Scarlatta. E sono giorni che non penso a
(me)
una cosa cui non voglio pensare, che si incastra perfettamente nel quadro generale, la pennellata definitiva, quella dopo la quale c’è solo da firmare l’opera, fare un passo indietro, e contemplare il risultato.
Faccio quel passo indietro, per vedere il risultato dopo avere buttato tutto all’aria, e mi ritrovo tra le braccia di Lars.
Il suo bacio è sicuro, dolce. Nello spazio delimitato dal suo abbraccio mi sento protetta, non imprigionata, ed è una paura di un tipo diverso quella che mi assale, una paura struggente, mi palpita dentro, mi rende debole, languida. Una paura che è un bisogno, un desiderio.
“Lasciami… c’è un demone che ci guarda.”
Senza liberarmi, Lars gira le spalle e dice a Seddogh: “Che ne diresti di assentarti?”
“Non può andare a spasso in giro per…”
Sussulto e mi scappa quasi un grido, all’impatto con il mostro. Lo sento in me, poi d’un tratto è come scomparso.
“Qui dentro c’è posto all’infinito, gnocchetta. Sta’ tranquilla che me ne vado molto lontano, non ci tengo proprio a condividere questa esperienza.”
E rimango da sola, dentro me stessa.
“Se n’è andato?” mi chiede Lars.
Come accidenti possa pensare che un essere che è dentro di me si sia anche allontanato, proprio non lo so, ma mi ritrovo ad annuire prima di capire che avrei fatto meglio a tergiversare.
So benissimo che gettare le braccia al collo di un uomo e stringermi a lui, mentre lui mi affonda le mani nei capelli e mi percorre la schiena, non è il modo più consigliato, per respingerlo. E io voglio respingerlo. Non voglio che continui. Assolutamente no.
Quando mi spinge la giacca dell’uniforma scolastica giù dalle spalle, non reagisco. Glielo lascio fare. Tanto la odio, questa giacca, dura e che punge. La giacca cade a terra.
Fa un passo avanti, costringendomi a indietreggiare. Urto l’orlo del letto, e un pochino rinsavisco. Gli metto le mani sul petto, per allontanarlo un po’. Non si allontana, ma si ferma.
“Non mi hai neanche detto per cosa eri venuto.”
“C’è Stella Scarlatta in cielo, tu sei scomparsa per tre giorni, e mi chiedi per cosa ero venuto?”
La menzione a quella stella malefica mi fa passare qualsiasi velleità romantica o passionale. Storno il capo, penso che il momento se ne sia andato, ma Lars la pensa diversamente, e mi prende il viso tra le mani, costringendomi a guardarlo.
“Cosa è successo, Lwen? Il tuo maestro, tuo cugino se preferisci, ha ragione: stai morendo di paura, si vede. Cosa ti accade?”
“Niente!”
Stavolta mi divincolo con forza, e mi scosto decisamente.
“Non mi succede niente, va bene? Sto benissimo! Smettetela di chiedermelo, tutti quanti!”
Lars mi afferra per un braccio.
“E mollami!”
Accentua la stretta, non tanto da farmi male, ma abbastanza per chiarirmi che la risposta è ‘no’.
“Comunque, non sono cose che ti riguardano! Tu sei uno scudiero, niente di quello che ci siamo detti durante l’Adunanza deve interessarti. Credi di potere tutto solo perché sei il basilisco bianco di Tern, nobile Ianmeyr?”
Lars, dando prova del suo proverbiale autocontrollo, non mi stritola il braccio e non alza la voce.
“Adesso stai straparlando, Lwen.”
“E tu cosa ne sai? Per te è tutto molto semplice, un gioco interessante, un esercizio, un…”
“Per me sarebbe un gioco?”
Mi coglie di sorpresa. Non sta gridando, non è nel suo stile: è un ruggito quello con cui mi investe, mi spinge contro il muro, senza farmici sbattere, con l’unica evidente intenzione di inchiodarmi perché non possa sfuggirgli. Mi ritrovo davanti non Lars, ma il nobile Ianmeyr, il pari del regno, furioso e tagliente come un vento artico.
“Sono tre giorni che non ho tue notizie. Tre giorni! Ho dovuto rivolgermi al mago di corte per sapere se eri ancora viva, ho aspettato che riaprisse quella dannata scuola, perché anche se non ti preoccupi di me, non mancheresti mai una lezione, e credi che io stia giocando?”
Mi prende per le spalle, me le stringe, forte. Fossi una ragazzina beneducata, mi spaventerei.
“Arriva il governatore Yanel e scopro solo adesso che è venuto per l’Adunanza a cui hai partecipato, che avete parlato, che dopo avere parlato sei sparita, e credi che per me sia un gioco?”
Non ho la forza di reagire. Mi lascio spintonare contro il muro, la sua ira è, paradossalmente, la cosa più rassicurante che mi sia capitata negli ultimi tempi. La sua ira è comprensibile, giusta. È qualcosa a cui posso aggrapparmi, nella deriva immensa che c’è dentro di me.
“A corte sono tutti in fermento per l’onore immenso di ricevere un personaggio tanto leggendario. Ufficialmente si trova qui per concludere alcuni trattati commerciali, tra Tern e Albarah, e scopro che anche questo è un gioco?”
Mi tocca rispondere, e lo faccio in un mormorio spento:
“Io non lo so.”
“A che gioco state giocando, voi Sorveglianti? A che gioco stai giocando tu, Lwen?”
Mi scuote, credo non se ne accorga neppure. È davvero furente, e la mia passività non aiuta. Se mi ribellassi, se gli dicessi che mi fa male, se lo respingessi, sono sicura che mi lascerebbe immediatamente, che si scuserebbe in ogni modo possibile per questa che è, a tutti gli effetti, un’aggressione, ma io non reagisco. Mi lascio strapazzare come una bambola di stracci, mentre penso che anche per lui deve essere dura, che anche i suoi nervi sono scossi, e che se gli dicessi qualcosa, qualsiasi cosa, tornerebbe il mio Lars, si fermerebbe subito, e non dovrei essere così passiva, e…
Scoppio a piangere.
Mi nascondo la faccia tra le mani e non cerco nemmeno di frenare i singhiozzi, sarebbe come mettersi davanti a una diga con un secchio. Mi ritrovo con le lacrime tra le dita e la testa piena di sussulti, mille pensieri che si scontrano tra loro, sono giorni e giorni che sfrecciano da tutte le parti, e non ce la faccio più. Davvero, ce l’ho messa tutta, ma proprio non ce la faccio più.
La stretta di Lars diventa un abbraccio, sento che dice qualcosa, ma sono assordata dai singhiozzi e riesco solo a nascondere il viso sul suo petto. A separarmi da lui c’è soltanto la stoffa spessa della giubba e quella più leggera della camicia, vorrei che sparisse. Piango e piango e piango, mentre Lars mi accarezza i capelli, finché le lacrime non finiscono e io continuo a piangere, fino a che non sono semplicemente troppo sfinita per continuare.
Non credo si possa immaginare una situazione più banalmente romantica di questa. Mi verrebbe da ridere, se non fossi così aggrappata a lui, che è l’unica ancora che mi trattiene dalla parte giusta della sanità mentale.
“Sono rimasta con il governatore Yanel, questi tre giorni.”
Lars mi liscia i capelli.
“Non tutto il tempo… aveva i suoi impegni. A corte. Non è un gioco, tiene molto alle questioni che è venuta a trattare, con il re. Ma sì, il motivo principale della sua presenza a Tern era l’Adunanza.”
Come mi tiene stretta. Che cosa banale. Vorrei rimanere così per sempre.
“È in viaggio da mesi, ha partecipato ad Adunanze in tutto il continente, e anche l’imperatore, oltre le montagne, si sta dando da fare. Sono alla ricerca di qualcuno.”
“Chi?”
Faccio un lungo, lunghissimo respiro, mi dico che è uno scudiero, che certe cose non devono riguardarlo, ma, a dirla tutta, ho smesso di crederci perfino io, da tanto.
Alzo gli occhi e mi perdo nei suoi. Ho paura, tantissima paura, e so che mi si legge in faccia. Sento le sue dita sulla pelle, mi percorre i lineamenti, la curva del collo, le spalle. Ha gli occhi più azzurri che abbia mai visto.
“Ho incontrato il governatore, a corte – mi dice, così vicino che sento il suo respiro, mentre parla – mentre cercavo Haldan, volevo tue notizie. Se avessi saputo…”
“Non ti avrebbe detto niente. Nessuno deve saperne niente.”
“Chi sta cercando, Lwen?”
Ma non sono pronta a dirlo, non ancora. Ci sono un sacco di cose che mi spaventano, una ce l’ho davanti, ma è quello che mi terrorizza di meno, così mi sollevo sulle punte, incontro le sue labbra, e riesco finalmente a smettere di pensare. Tutto in me si riduce alle percezioni, al fruscio delle stoffe che scivolano giù, al cambio di prospettiva, quando Lars non è più davanti a me, ma sopra di me, e sotto ho il letto, le lenzuola pulite, fresche, mentre mi sento andare in fiamme.
È un incendio quello che divampa, vorrei fermarmi, ma ho fame e sete e posso saziarmi solo in un modo, il mio corpo non mi ascolta, riesco soltanto a mormorare, contro le sue labbra:
“Non sto giocando… non ho mai giocato, con te.”
“Ah, no?”
Trasalisco, quando mi chiude le mani a coppa intorno ai seni. Non stringe, non mi fa male, ma mi scappa un gemito per l’intensità della reazione che mi procura. Gli angoli della bocca gli si incurvano in un sorriso. Poi abbassa la testa, vedo solo i suoi capelli chiari, e sento le sue labbra che si serrano intorno alla carne, indurita e sensibilissima, dei miei capezzoli vergini.
“Lars…”
Vorrei dirgli di smetterla, ma mi ritrovo a chiudergli la testa tra le braccia, a premerlo contro di me, per non perdere nemmeno una sfumatura di quella sensazione, come se andassi in pezzi all’infinito.
“Non farmi male.” Riesco soltanto a dire, quando smette di tormentarmi e torna su di me.
“Non sparire mai più.” risponde lui.
Mi prende una mano, se la posa sul petto, ha una leggera peluria che, non so bene per quale motivo, mi riempie di una smania quasi dolorosa, mi fa scendere. Quasi faccio resistenza, ma arrivati a questo punto è ridicolo.
Per cosa dovrei conservare la mia cosiddetta virtù, quella che a scuola ci insegnano essere l’unico tesoro che dobbiamo difendere a prezzo della vita, tutte, nobili e plebee? Per chi? È Lars che voglio. O lui, o nessun altro. O lui, o morirò senza sapere cosa significa tutto questo.
Quando lo chiudo tra le dite, lui ansima. Stringo con un po’ più di fermezza, e vedo i suoi occhi dilatarsi. Non sono preparata alla sensazione di onnipotenza che provo nel vederlo così, ma mi piace.
“Stanno cercando la causa di queste perturbazioni nei Mille Mondi.” Gli dico, mentre sposto la mano, un po’ per provocarlo, un po’ per farmi passare la paura. Non sono del tutto sicura di poterlo accogliere in me, insomma, so che è anatomicamente possibile, ma è… è… ma forse è la mia mano, che è molto piccola. Spero sia così.
“Succede ciclicamente. Stella Scarlatta in cielo era attesa, da chi conosce i fatti.”
“E… chi li conosce?”
La sua voce è alterata. Mi tiene una mano sul fianco, come se avesse paura che gli scappassi.
“L’imperatore di Morghater. Il governatore Yanel. Pochissimi Sorveglianti, i più vicini, per parentela o per fedeltà. Tutti loro stanno aspettando che arrivi.”
Non sopporto più l’attesa. Tolgo la mano, mi sdraio completamente, sotto di lui, e che quello che deve succedere, succeda. Lars mi separa la cosce, lo lascio fare. Non è mai morta nessuna, per questo. Spero.
“Dhilarin deve tornare in questo mondo, ma in questo mondo ha bisogno della sua controparte mortale. Il Primo. Il Sorvegliante.”
Preme contro di me, i suoi occhi sono già dentro di me. Non so cosa fare, ma per fortuna lui sì. Almeno per questo, posso affidarmi a qualcun altro.
“C’è un solo Sorvegliante… Lars… uno solo…”
Il dolore sfrega dentro il mio corpo. Gli affondo il viso contro la spalla, so che devo sopportare e che non vuole farmi male, mi aggrappo a lui, ma sto sudando freddo. Sono abituata a sopportare il dolore, non mi spaventa, ma questo è diverso, mi fa sudare freddo. Mi sento trafitta, gli chiedo di fermarsi. Lui mi bacia e mi sussurra qualcosa all’orecchio. Non sono abbastanza lucida da capire completamente, ma mi sta promettendo che sarà l’unica sofferenza che patirò per colpa sua, e sofferenza è, perché sento che mi lacero, grido per il dolore e la sorpresa, questa me la paghi, giuro che me la paghi, sei un macellaio.
Gli pianto le unghie nelle spalle, per vendicarmi, ma non si ferma, anzi, ho l’impressione di averlo incitato, perché è irrefrenabile. Mi fa male, ma è un male a cui non riesco a rinunciare, non capisco molto bene, vorrei che la smettesse, ma se la smettesse e mi abbandonasse proprio ora, credo che non lo perdonerei mai. Mi sollevo per prenderlo completamente, il mio corpo è teso allo spasimo per trovare il modo di adattarsi a questo intruso, che non fa niente per comportarsi da ospite, affonda nella mia carne ancora e ancora e ancora, d’accordo mi arrendo, so che la mia resa è completa, perché gli dico che lo amo, quello che non volevo dire, che non volevo nemmeno pensare, mi esce senza che possa farci niente, amore e dolore e piacere, o piacere e amore e dolore, e poi solo amore e piacere, e poi non lo so più, so solo che stavolta non ce la farò, stavolta morirò.
Non muoio.
Lars si appoggia sui gomiti, fa per sollevarsi, ma lo abbraccio, perché non si allontani da me. Mi appoggia la testa sulla spalla.
“Sei tu, vero?”
Mi irrigidisco involontariamente.
“Sei tu quello che cercano, o pensano che potresti essere tu. È così?”
“Non voglio parlarne adesso.”
“In quanti lo sanno?”
“Non voglio parlarne, Lars.”
Si solleva sulle braccia, mi guarda da sopra.
“Cosa succederebbe, se fossi tu? Che prove hanno? Quali rischi corri, Lwen?”
Mi tiro su anch’io, prima di cedere alla voglia di tirargli un cazzotto. No, ma grazie per avere rovinato così i momenti irripetibili del dopo-la-mia-prima-volta. Grazie, di cuore.
“Dhilarin esiste da sempre, e il patto tra la gemma e i Mille Mondi è di potersi rigenerare nel corpo e nella materia. La rigenerazione è essenziale, è
(sei quasi pronta)
la continuità e la sicurezza dell’universo, di tutti gli universi possibili. Dalla guerra dei Mille Mondi, il Sorvegliante concluse un patto con il Gioiello: un semplice ciclo di veglia per rigenerarsi e di sonno, di riposo, per garantire la quiete a Engelia. L’ordine dei Sorveglianti è stato fondato per assicurare la stabilità durante questi periodi, quando Dhilarin lascia i Mille Mondi.”
“E adesso sta tornando.”
“E adesso sta tornando.”
Mi tocca il viso.
“Perché tu?”
“Non esiste nessuna certezza – tergiverso – solo, il governatore pensa che tra i probabili candidati, io sia
(quasi pronta)
abbastanza interessante.”
Gli occhi di Lars sono stretti, sospettosi. “Questo cosa significa? Quando se ne andrà, dovrai andare con lui?”
“Lei – rispondo meccanicamente – il governatore Yanel non ha sesso, ma preferisce che ci si riferisca a lei usando il genere femminile.”
“Non stai rispondendo, Lwen.”
“Perché non lo so!”
Lo spingo via e mi sollevo seduta, sul bordo del letto. Ti ho appena detto che ti amo, e se la mia insegnante ha ragione, ho appena buttato via l’unica cosa che mi rendeva degna di essere catalogata nel novero delle donne oneste e rispettabili, e tu riesci soltanto a interrogarmi come se fossi una criminale? Grazie, grazie davvero!
“Io non so niente, va bene? Il governatore dice che è possibile, mi ha ospitata nella sua residenza di Tern e mi ha dato delle lezioni di scherma, tutto qui! Ha voluto che non avessi contatti con nessuno, io volevo mandarti un messaggio, ma ho pensato che, se proprio fosse andata male, avresti chiesto ad Haldan, che sapeva con chi ero, e infatti è andata così. Stella Scarlatta in cielo significa che sta per succedere, la notte dell’Adunanza il governatore ci ha fatti uscire, ha detto che quella era la notte, ha indicato il cielo e l’abbiamo vista. Io non so altro, non ne ho idea!”
“Va bene…”
“No, non va bene! Tu non capisci, non ne ho la minima idea! Sento… qualcosa… in me, qualcosa che mi facilita come Sorvegliante, posso aprire Soglie come se niente fosse, e se adesso volessi… che ne so… vedere cosa succede due o tre mondi oltre questo, potrei farlo senza problemi! Posso fare tutto quello che voglio, dentro di me lo spazio è infinito, ma non ho la minima idea di cosa questo significherà, per me! È inutile che tu me lo chieda, perché io non lo so!”
“Va bene. Ehi. Va bene.”
Annaspo cercando la camicia, non voglio più rimanere nuda. Trovo la sua, ma non me ne accorgo perché è bianca come la mia, e mi ritrovo in palandrana. Divertente.
“Il Primo Sorvegliante è Dhilarin – dico, seduta sul bordo del letto, senza avere il coraggio di guardarlo – ed è stato il dio dei Mille Mondi di Albarah, poi l’imperatore dei Quaranta regni di Morghater, e prima ancora un distruttore di popoli, un eroe, una leggenda… non posso essere io. Sarà sicuramente uno sbaglio. Queste sono cose per voi nobili, non per le figlie dei panettieri.”
“Smettila con questa storia.”
Mi volto a guardarlo. Perché non capisce? “Ma io non ho altro, Lars. Non ho altro che questo, e… e se lo perdessi…”
“Non lo perderai. Qualsiasi cosa succeda, tu non perderai niente.” Esita un momento. “Non perderai me, è certo. Hai superato il punto di non ritorno, per riuscire a sbarazzarti di me.”
“La mia professoressa direbbe qualcos’altro.”
“La tua professoressa forse non sa che un uomo è poco disposto a rinunciare a certi… privilegi, quando riesce a ottenerli.”
Malgrado tutto, mi scappa di sorridere. “Il governatore Yanel ha detto qualcosa a riguardo, quando ha saputo il nome del mio scudiero.”
“Se ha detto che il Primo Sorvegliante deve sposarsi con l’imperatore o qualcosa del genere, dubito che…”
Si interrompe perché sto scuotendo la testa. Comunque, l’imperatore ha cinquant’anni, è sposato, e i suoi figli sono tutti sposati con prole a loro volta. Sotto quell’aspetto, almeno, mi sento al sicuro.
“Ha detto che conosceva il tuo trisavolo, il capostipite. Ha detto che voi Ianmeyr non vi smentite mai.”
Inarca un sopracciglio, interrogativo.
“Ha detto che siete rigidi, privi di qualsiasi flessibilità, che siete inesorabili come la morte e che niente può distogliervi dai vostri scopi.”
“Un’analisi che non mi dispiace affatto, anche se spero di non essere ristretto di vedute come queste parole suggeriscono.”
“Ma ha aggiunto che il vostro punto debole sono sempre stati i capelli rossi. Quando vedete capelli rossi, non capite più niente.”
A questa, sogghigna. Dice: “L’amicizia tra Ianmeyr e Albarah si è persa nel tempo, dopo che l’imperatrice Fathiel salì al trono. Ma ho ancora una certa influenza, e se sarà necessario, la sfrutterò tutta.”
“Non c’è influenza più grande di Dhilarin. Sta tornando. Si prenderà quello che vuole. È tutto.”
“Non te, Lwen.”
Mi ha già presa. Senza fanfare e tamburi, senza conferme da parte di Yanel, so che mi ha già presa. Potrei diventare una dea, e questo mi terrorizza.
Perché l’unica differenza che c’è tra una dea e un essere umano è che l’essere umano può scegliere il proprio destino.
“L’imperatore vuole Dhilarin. È la cosa più potente che esista al mondo. Se fossi io, sarei la panettiera più ambita dei Mille Mondi.”
“Ti amo.”
Salto su. No, ma dico, ti sembra il contesto adatto? Ti sembra che, mentre ti parlo della cosa più spaventosa della mia vita, una cosa che dovrebbe farti scappare a gambe levate, e non fa niente se mi hai appena disonorata, non sono la prima e non sarò l’ultima a essermi fatta sedurre da un aristocratico affascinante, tu debba venirtene fuori così?
“Ti amo – ripete, guardandomi negli occhi, inopportuno come può permettersi di essere soltanto Lars Ianmeyr – e voglio che tu acconsenta a farti presentare a corte come mia fidanzata. Acconsenti, Lwen.”
“Io…”
“Non potranno portarti via, se acconsentirai. Nessuno potrà portarti via da questa vita, se sarai legata a me. Acconsenti, una buona volta.”
“La scuola…”
“La maledetta scuola! È piena di ragazze impegnate, se proprio non puoi farne a meno. Vuoi esaudire il desiderio dei tuoi genitori? Mi va bene, benissimo. Continua a frequentarla, come mia promessa sposa. Cosa cambia?”
Ribadisco che nella mia testa era tutto molto giusto e logico. Poi, Lars ha parlato a voce alta, e io sono qui che mi sento una somara.
“Niente, immagino – mi tocca ammettere – ma, Lars… non arrabbiarti, seriamente… ti stai mettendo davvero nei guai. Io sono un problema su gambe, e potrei diventare il più grande problema dei Mille Mondi. Potresti avere qualsiasi altra ragazza, una nobile, con ricca dote, docile e beneducata. Sono seria.”
Alza una mano e mi rifila uno schiaffetto sulla bocca, piano. Non è un gesto aggressivo. È stato molto più violento cinque minuti fa, a dirla tutta.
“Sarò serio anch’io. Ho ventisei anni e non ho ancora preso moglie. Se avessi voluto una ragazza nobile, docile e beneducata, a quest’ora avrei un bel gioiello di sposa da sfoggiare in società, due o tre figli e un paio di amanti, per sfuggire alla noia. Il fatto che non abbia niente di tutto questo, e parallelamente che mi trovi qui, con te, invece che a fare il cascamorto con quella tua compagna di classe, Althea…”
“Althesia.”
“…quello che è, dovrebbe fornirti un piccolo indizio su quello che voglio e quello che non voglio. Sei una ragazza intelligente. Ce la puoi fare.”
Le prese per i fondelli sono comprese nel pacchetto indimenticabile-prima-volta-con-l’uomo-dei-sogni?
“Io sono un guaio ambulante.” ribadisco, e la mia voce suona lagnosa perfino a me.
“Adoro i guai.”
Mi agguanta e mi trascina di nuovo sul letto.
“E ti sei presa la mia camicia, senza avere chiesto. Adesso, puoi accettare la mia proposta, o puoi toglierti quello che non ti appartiene.”
Il compromesso è che gli restituisco la sua camicia in cambio di qualche giorno di tempo per pensare, e dell’ospitalità fino a domattina.
Lo ammetto, non sono neanche un po’ pentita, non provo nessun rimorso, e per quanto mi riguarda, andare a letto con Lars è una di quelle esperienze che intendo ripetere ogni volta che sarà possibile. Immagino che Althesia, parlando di sgualdrine, intendesse esattamente questo.
Lars non tocca più l’argomento, e dopo, si limita a sdraiarsi vicino a me, tenendomi stretta. Sa che gli ho chiesto di poterci pensare su perché adesso ho il cervello troppo fuso per pensare. Non ha niente di cui preoccuparsi. Sa benissimo che sono sua. So benissimo che è mio.
Riesco finalmente a dormire un sonno profondo, senza sogni.
Nel buio caldo e sicuro che trovo tra le sue braccia, la notte è piena di stelle, e sono tutte mie.

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