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Capitolo 18

Supero l’arco acuto e il prato che ha sostituito il pavimento di un tempo, alla luce delle stelle. Svolto verso i ‘corridoi’, pezzi di parete tenuti su dalle poche colonne rimaste, sulle quali si impigliano i rampicanti e i rami più bassi degli alberi. Scavalco calcinacci e radici, nell’oscurità che aumenta mentre mi addentro sempre più nel folto, finché non devo avanzare a tentoni, tastando le pareti mezze crollate, fino a toccare la superficie liscia della porta di legno.
“Ci sei?” chiedo a Maya, che arranca dietro di me. L’ho sentita inciampare un paio di volte, e credo si sia graffiata tutte le braccia, ma non ha fatto un gemito, per il timore che decidessi di riportarla indietro. “Sei sicura di volerlo fare? Haldan non la prenderà bene.”
“È lui che dovrà pensare a come la prenderò io.” risponde secca. Non l’avevo mai vista così decisa.
Con un sospiro, apro la porta ed entro nel rifugio.
Le persone dentro si voltano verso di me.
Rapida panoramica: cinque, no sei, compresi Lyott e Haldan. Pochini. Devo essere arrivata in anticipo.
“Alla buon’ora. Hai finito di incipriarti il naso?”
Sospetto che Haldan mi stia graziosamente dicendo che sono l’ultima. Accidenti, pensavo fossimo molto più numerosi.
Vengo avanti, mentre studio i quattro sconosciuti, e loro studiano me. Ci sono un tizio grande e grosso, con la pelle bruna, un altro così corpulento che sembra scoppiare dentro i vestiti, una donna giunonica, con uno sfregio che le parte dai capelli e le passa su un occhio, per finire sopra il labbro, e un ragazzo della mia età, forse un paio d’anni in più. È ben piantato, ma accanto ai ‘colleghi’, appare sottile e secco come un frustino. Ha sopracciglia folte e l’espressione seria, mi fa un cenno con il capo quando i nostri sguardi si incontrano.
“Avevo capito che dovevo venire con la luna oscura, e guardacaso, è oscura proprio adesso.”
Il tizio grasso, che ha una fisarmonica di doppi menti sui quali la barba di tre giorni forma un vello ruvido, alza il boccale colmo al mio indirizzo. “Bene bene, almeno adesso c’è qualcosa da guardare, in questa riunione! Ti bevi qualcosa, splendore?”
Lo scruto rapidamente. Sotto tutto quel grasso, mi dà l’impressione di avere muscoli formidabili, e immagino che, quando carica un liminare, sia un ariete da sfondamento. Gli occhi sono piccoli, sprofondati nella carne. Decido di mettere subito le cose in chiaro:
“Mi chiamo Lwen, non splendore, bellezza, carina, o qualsiasi altra cosa del genere. E voi…?”
La donna sfregiata incurva le labbra in un mezzo sorriso. “Sydelle. Quindi tu saresti la famosa Lwen.”
“Sono famosa?”
“Tu e il tuo arryxis – puntualizza il tizio grande e grosso – gran bel colpo, quello.”
“Il tizio è in gamba e ha ottimo gusto.”
Lui continua: “Mi chiamo Yalmith. Se finirai nella tundra a nord, mi troverai sicuramente.”
Il tizio grasso beve generose sorsate di birra, perfettamente a suo agio, prima di dire: “Sono Toryer. Mi trovi dalla parte a valle del Talam, verso Pickal, quando vuoi.” Non mi da il tempo di dargli la risposta che sa sicuramente gli darei, e aggiunge: “Il giovanotto, qui, si chiama Leyne, e ha giusto un paio di cosette interessanti da dirci, vero ragazzo?”
“Mi pare che manchi ancora qualcuno.” dice Leyne, con una voce calma e modulata, rivolto ad Haldan. Ma Haldan non lo ascolta.
“Posso sapere per quale motivo ti trovi qui?”
Accanto a me, un passo indietro, tanto che, come al solito, nessuno le ha badato, Maya alza coraggiosamente la testa e sostiene su di sé gli occhi dell’intero gruppo. Conoscendola, per lei è un vero cimento.
“Non sarò di alcun disturbo – assicura – non vi accorgerete nemmeno della mia presenza.”
“Questo è poco ma sicuro.” commenta Yalmith.
Haldan fa un profondo respiro, cercando di mantenere il controllo. “Non puoi rimanere qui – dice – solo i Sorveglianti sono ammessi all’Adunanza, nemmeno i loro scudieri. Perché l’hai portata qui, Lwen?”
“Lwen non c’entra – risponde Maya per me – lei era contraria, ma ho insistito tanto che ha dovuto acconsentire.”
Sydelle interviene con impazienza: “Se posso chiederlo, chi sarebbe costei? Ho dovuto lasciare sguarnito il mio territorio stanotte, e se esistono Sorveglianti a me sconosciuti, vorrei saperlo.”
“Maya non è un Sorvegliante – rispondo – è la figlia di Mykler, forse conosci lui.”
A sentire il nome, Sydelle si sfiora lo sfregio in faccia. “Direi di sì. Gli devo la vita, e non una volta sola.”
“Come tutti noi – taglia corto Lyott – per me non è un problema se l’infermierina che mi ha ricucito più e più volte assiste. Allora, vogliamo cominciare?”
Haldan guarda gli altri Sorveglianti, ma nessuno sembra molto interessato. Il nome di Mykler è un biglietto da visita garantito, per Maya.
E lei lo sa benissimo: “Se ti crea problemi che rimanga, attenderò qui fuori che abbiate terminato. Quello che ho bisogno di sapere lo saprò comunque.”
Dalla smorfia, capisco che Haldan ha capito benissimo l’antifona. Sbattimi fuori, gli sta dicendo la sua amata, e trarrò le mie debite conclusioni, a cui farò seguire opportune conseguenze.
Lo ha fregato alla grande. Non può certo mettersi a fare scenate, e deve abbozzare, pur spedendomi un’occhiata da incenerire. Me la farà a pagare a parte, non ho dubbi. Se me ne fregasse qualcosa, immagino mi preoccuperei.
“Molto bene, se i Sorveglianti si fidano, tanto basta. Avete già fatto le dovute presentazioni, e nell’attesa che arrivi chi darà inizio all’Adunanza, penso di dovere spendere due parole sulle ragioni che mi hanno portato a indirla.”
Maya si accomoda tra Lyott e Sydelle, io salto a sedermi sul tavolo, all’inferno le buone maniere. Questo tizio tutto lardo e muscoli mi sta guardando in maniera un po’ troppo insistente. Non voglio fare la signorina beneducata. Meglio far capire subito che l’educazione, per me, è astenermi dal piantare la Fendidraghi nella pancia di chi mi irrita.
“Voi tutti, negli ultimi tempi, avete dovuto fare fronte a una quantità anomala di Soglie e intrusioni. Succede periodicamente, e di solito questi periodi rientrano spontaneamente, dopo un certo periodo. Stavolta non è successo, anzi, la situazione va peggiorando, a tasso esponenziale. Siete tutti sfiniti, e di questo ne siamo ben consapevoli.”
In che senso, ‘siamo’? A nome di chi sta parlando, Haldan?
“Purtroppo, la perdita di Thornwiald e di Eren non ha fatto che acuire le vostre difficoltà. Prima di trovare Sorveglianti che possano anche solo avvicinarsi al loro valore, dovrà passare molto tempo, su questo non c’è dubbio.”
Lyott e Yalmith assentono con gravità. Loro conoscevano i caduti di cui parla Haldan. Io nemmeno sapevo della loro esistenza. Mi rendo conto che il quadro è molto più vasto di come l’ho sempre visto io.
“Il punto però, è che tutte queste anomalie avrebbero dovuto rientrare già da un pezzo. Ormai non è possibile pensare si tratti di semplici congiunture tra i Mille Mondi, perché esse si sarebbero dovute sciogliere. Siamo al punto in cui ogni notte, e quasi ogni giorno, la nostra realtà si lacera, e quello che si trova nelle Soglie esonda su Engelia.”
Quasi ogni notte. Per me non è proprio così, ma immagino intenda parlare della situazione generalizzata.
Se ogni notte si apre una Soglia e un Sorvegliante deve correre, la faccenda è seria, altroché.
Tu me lo avevi detto, la notte della nostra Possessione.
“E te lo ripeto, gnocchetta. Non vorrei essere al posto di quelli che mi sono lasciato indietro, per niente al mondo.”
Ma non riesci proprio a spiegarmi cosa stia succedendo?
Mi rispondono una serie di immagini confuse, come se Seddogh cercasse di essere il più chiaro possibile, senza filtrare attraverso parole che non saprebbe scegliere. Un’espansione, o un’esplosione, o magari di tante esplosioni. Un sole, una lacrima sospesa nel buio, che diventa gigantesca, scompare… ma non del tutto. Infinitamente piccola, infinitamente lontana, un nucleo minuscolo, sta ricominciando a crescere.
Tutto quello che ne ricavo è un senso di struggimento e solitudine disperata, una sensazione che mi ricorda quando, da piccola, avevo perso la mano della mamma, al mercato. Il sole sta piangendo. Mille soli stanno piangendo.
Poi, tutto svanisce.
“Mi spiace, gnocchetta. Quando non sei una cosa materiale e viva, i concetti non sono molto vendibili, in questo mondo dove tutto è materia e vita.”
Non preoccuparti. A quanto pare, stasera tu ed io avremo comunque delle risposte.
“…nebbia.”
Riporto istantaneamente l’attenzione su Haldan. Non è il caso di distrarmi, proprio adesso.
Sta dicendo: “Senza in alcun modo sminuire l’enormità del vostro operato, la priorità dei Sorveglianti non è combattere i liminari, o rimandarli indietro, ma sempre e soltanto il controllo delle Soglie. Provate solo a immaginare cosa succederebbe, se si aprissero varchi e nessuno fosse presente per chiuderli. Pensate alla nebbia, e a quello che potrebbe provocare.”
Allude ad Albarah, teatro del primo scontro della guerra. Dopo quel giorno, per qualche anno, la zona divenne inagibile, una conca tra le montagne piena di gas mortale, nel quale solo gli arryxis potevano vivere. Non serve una grande fantasia per immaginare cosa succederebbe, in una qualsiasi città delle nostre, se una Soglia si aprisse, non collassasse da sola, e non ci fossero Sorveglianti a richiuderla. Quando esisteva un unico Sorvegliante, disastri del genere erano non dico all’ordine del giorno, ma quasi. Sono la base di pressoché tutta la nostra mitologia.
A volte sono così presa a evitare di farmi fare a pezzetti dagli arryxis, che dimentico che il centro della questione sono le Soglie. Ascolto Haldan spiegarci il perché e il percome di questa Adunanza; sono cose che conosciamo già, ma un riepilogo serve per portarci tutti allo stesso punto. Se non avesse parlato dei Sorveglianti caduti, io non l’avrei saputo, ad esempio.
“Mentre vado incontro al nostro ospite, potete ascoltare Leyne – conclude Haldan, alzandosi – e anche Lwen ha una storia da raccontarvi.”
Ah, sì?
“Ah, sì?”
Mi guarda come se la mia stupidità fosse la causa di tutte le anomalie dei Mille Mondi. “Tu hai avuto contatti con Sorveglianti di un altro mondo. Ti ricordi? I rinnegati, le larve, Ianmeyr…”
“Sì, ero presente, grazie.” gli ringhio. Il giorno che mi chiederà qualcosa gentilmente vedremo collassare una Soglia sotto i suoi piedi, come minimo.
Mentre si sta avviando alla porta, Maya lo raggiunge. Vedo benissimo gli sguardi che passano tra loro due, e vedo anche che è Haldan ad abbassare gli occhi per primo. Escono. Lui le tiene aperta la porta.
L’umore che mi migliora di colpo, accetto di buon grado la cortesia di Leyne, e il suo ‘prima le signore’, che dice con la noncuranza delle frasi fatte che escono automaticamente. Riassumo quello che è successo alla residenza Ianmeyr, omettendo le questioni personali, e sembrano tutti piuttosto turbati.
Alla fine del breve silenzio che segue la conclusione del mio resoconto, Sydelle dice: “Questo decapita l’arryxis. Non è un problema circoscritto a qualche strano allineamento di Engelia. L’allarme è generale.”
‘Decapita l’arryxis’. Carino, come modo di dire.
“Non colgo la provocazione, gnocchetta. Sono un essere superiore.”
L’autostima non è mai un problema, se nasci demone.
Toryer scosta il suo boccale, come se di colpo avesse perso ogni voglia di godersi la vita, birra o donne che siano. “Se fossero servite altre conferme… bene, quindi l’allieva ha superato il maestro, eh Lyott? Anche tu hai qualcosa di preoccupante da rivelarci, vero Leyne?”
Il ragazzo annuisce e si raddrizza, per parlare a tutti. Noto che la spada al suo fianco è più lunga della mia Fendidraghi, più sottile, e senza guardia. Non è la spada di un guerriero, ma una lama da assassino. Mi chiedo se risolva i problemi con i liminari liquidandoli tutti, indistintamente. Non è un pensiero piacevole.
“Si tratta dell’imperatore.”
Raddrizzo le orecchie. Solo adesso mi rendo conto che l’accento di Leyne è diverso. Parla benissimo la nostra lingua, ma quel modo di inspessire le consonanti e di strascicare le vocali è mutuato dall’empiriano, senza nessun dubbio. Viene da Morghater, e vive qui da molto meno tempo di Haldan, che il suo accento l’ha perso quasi del tutto.
“Sta riunendo i Sorveglianti più promettenti da tutta Engelia, per sottoporli a una prova, e inutile tenervelo nascosto, si tratta di una prova molto rischiosa. Gli occorre un Primo.”
Pausa. Lyott chiede cosa accidenti sia un Primo. Leyne sembra perplesso, è chiaro che non pensava di dovere spiegare l’ovvio, e io, per prevenire scoccianti divagazioni, penso di puntualizzare:
“Da questa parte delle montagne abbiamo poche informazioni, temo. Siamo carne da macello e basta, io prima di oggi non avevo nemmeno mai incontrato altri Sorveglianti, a parte Lyott che conta il giusto, visto che è il mio mentore. Perciò scendi al nostro livello, ci serve conoscere i dettagli.”
Leyne sospira, ma prima che qualcuno possa dirgli gentilmente di andare al diavolo – siamo tutti un po’ nervosi, l’aria si taglia con il coltello – ha il buon senso di dire: “Beh, io non so come siate riusciti a gestire i problemi che avete avuto finora, davvero… così abbandonati a voi stessi, senza quasi mezzi. La situazione doveva cambiare già da un pezzo, è scandaloso che sia stata necessaria un’emergenza, perché l’imperatore si decidesse. Siamo già abbastanza pochi, senza doverci complicare ancora di più la vita.”
“Carino da parte tua – commenta Yalmith – ma vieni al dunque.”
“Un Primo è il Sorvegliante da cui discendono tutti gli altri. L’erede ideale dell’imperatore, potremmo dire.”
“L’imperatore non ha figli?” chiede giustamente Sydelle.
Toryer scuote la testa. “Non si tratta di ereditare l’impero, non è nulla di così materiale. Un Primo deve controllare le Soglie… non è semplice da spiegare. L’imperatore di Morghater, da sempre, ha il compito di vigilare perché il Primo possa svolgere il suo compito, perché se lui può, tutti noi possiamo. È così che funziona.”
Si passa una mano tra i capelli, lo stesso gesto che fa sempre Lars, solo che su Leyne non è neanche lontanamente affascinante come quando lo fa Lars. Parlo, naturalmente, in maniera completamente obiettiva.
“Quando c’è bisogno del Primo, non è mai un buon segno. Credo sia per questo che l’imperatore ha aspettato tanto, a diramare la ricerca dei Sorveglianti, per sottoporli alla prova. L’ultimo Primo è morto una trentina d’anni fa, e da allora è sempre stato tutto tranquillo. Ma adesso, evidentemente, il ciclo sta per ricominciare.”
Toryer: “Giusto per sapere di che parliamo, di cosa sarebbe morto il precedente Primo?”
“Vecchiaia – risponde Leyne, con un sorriso – e ha avuto molti figli e nipoti, una vita prospera sotto ogni aspetto. Essere il Primo non è male. Il problema è arrivare a diventarlo.”
Qualcosa, nel modo che ha di sorridere mentre parla, mi fa venire un sospetto. “Per caso, uno dei suoi nipoti si chiama Leyne?”
Mi scocca un’occhiata lampeggiante e il sorriso si accentua. “Per caso – risponde – ma non ho particolare desiderio di seguire quelle orme, se ve lo state chiedendo. La prova è, come dire… molto, molto rischiosa.”
Sei in mezzo a Sorveglianti, bello, e lo sei anche tu. La parola ‘rischiosa’ equivale a buongiorno, per noi.
“Di tutti i candidati, solo il Primo può tornare. Solo il Primo vive.”
D’accordo. Forse questo ‘rischiosa’ non equivale a buongiorno.
Ci scambiamo sguardi inquieti, poi Yalmith riassume quello che stiamo pensando tutti: “Ed esattamente, per quale motivo dovremmo accettare di sottoporci a una prova suicida, quando potremmo restituire le lame di drago e tanti saluti?”
“Non ho detto che dovremo farlo – risponde Leyne, senza più sorridere – ho solo detto che l’imperatore sta cercando il Sorvegliante da cui discendono tutti gli altri. Probabilmente sta succedendo qualcosa del genere anche negli altri Mille Mondi.”
“Abbi pazienza – dice Toryer – questo Primo sarebbe… il genitore da cui siamo nati tutti? È un po’ improbabile, non credi?”
“La discendenza è ideale, ovviamente. Non parliamo di legami di sangue.”
“E allora di che diamine parliamo?”
Leyne torna a passarsi la mano tra i capelli, frustrato nel suo tentativo di spiegare cose ovvie a perfetti ignoranti. Inutile che te la tiri così, carino, non sei degno nemmeno di allacciare le scarpe a Lars. Anche se sei nobile quanto lui, evidentemente.
“Se permettete, questo è opportuno ve lo spieghi io.”
La voce arriva alle nostre spalle. Ci voltiamo tutti.
Il silenzio nel quale è entrata è assoluto, nessuno di noi ha sentito il più piccolo cigolio, e sempre nel silenzio più completo, evanescente come un fantasma, viene avanti. I ciottoli, le pietre sconnesse del pavimento, sembrano non accorgersi nemmeno del suo passaggio, anche se indossa stivali pesanti, da viaggio. Chiudessi gli occhi, penserei che non c’è.
La sua pelle è così bianca che al confronto il candore di Althesia sembra la doratura delle contadine, durante la mietitura. È neve, alabastro, è così liscia e uniforme che sembra quasi risplendere, traslucida come madreperla. I capelli, chiarissimi e lisci, fluiscono lungo le spalle, sulla schiena, come un torrentello tranquillo. Ha le spalle larghe e il torace sviluppato dei combattenti, ma le sue braccia, che la blusa lascia scoperte, sono lisce come le mie, e le mani, se possibile, ancora più sottili e delicate. Il suo viso, che vedo di profilo mentre supera il tavolo per raggiungere il centro della stanza, è androgino, con un naso dritto, mento delicato, fronte spaziosa, sopracciglia che sono pallide ombre sopra gli occhi. Le orecchie, lunghissime e appuntite, ricadono ai lati della testa, e ondeggiano dolcemente al ritmo dei suoi passi, come pure la lunga spada ingemmata che le pende dal fianco. Lo zaffiro sull’elsa scintilla di una luce fredda e blu, riflettendo le lanterne appese agli angoli.
Trattengo il respiro. Dentro di me, Seddogh sembra rapito.
Lei arriva in mezzo alla sala, si volta per vederci e per farsi vedere. Il suo sguardo è tranquillo e sereno, mentre ci contempla con gentile interesse,. Quando incrocio i suoi occhi, vedo che le iridi sono dischi di tenue azzurro, attorno a una pupilla bianca come porcellana. Se non l’avessi vista muoversi con perfetta padronanza di sé, direi che è cieca.
Sento Maya che si ferma vicino a me, mentre Haldan scorta l’ospite, rimanendo a disposizione. Non guardo la mia amica, in questo momento il mio interesse per i suoi guai di cuore è al minimo storico. Mi riempio gli occhi di quest’apparizione, che è una di quelle cose di cui hai sentito parlare tante volte, che tutti dicono esistere ed essere vera, ma a cui non hai mai creduto, perché non è molto logico credere alla loro esistenza.
E adesso è qui.
Haldan le chiede se vuole sedersi, ma lei scuote la testa, facendo ondeggiare quelle orecchie che arrivano dritte dalle leggende e dal mito. Raddrizzo la testa ed esordisce:
“Prima di iniziare l’Adunanza, o meglio, la parte di essa cui posso utilmente partecipare, sappiate che per me è un onore immenso trovarmi di fronte ai Sorveglianti di queste terre. Incontrare l’eroismo è un privilegio raro, un accadimento che nemmeno i secoli possono rendere più frequente.”
Dopodiché, facendo trasalire me e balzare in piedi tutti gli altri, si inchina al nostro cospetto.
Salto giù dal tavolo, confusissima. Nessuno si era mai inchinato davanti a me, tranne qualche cicisbeo che nemmeno sapeva chi fossi, al ballo di corte. Gli altri Sorveglianti sono altrettanto sconcertati, e vedo che Leyne sembra addirittura sconvolto. Comunque si dimostra all’altezza delle sue parentele, perché ricambia piegandosi e asserendo che l’onore è soltanto nostro. Io cerco di cavarmela con la riverenza che la professoressa Nisria mi ha inculcato a bacchettate, e ammetto che non sono mai stata tanto disposta a perdonargliele come ora.
Insomma, incontrare Yanel l’immortale, governatore di Albarah e ultimo Rifulgente, non è qualcosa che succeda ogni giorno. Il mito vuole che possegga lo scettro del drago, simbolo della città, dai tempi della guerra dei Mille Mondi. L’ho sempre considerata una fesseria, un’invenzione poetica.
Adesso che ce l’ho davanti, mi chiedo come ho potuto dubitarne.
“Eccellenza, non c’è bisogno…” comincia a dire Haldan, ma si zittisce quando il governatore solleva una mano.
“Sono in viaggio dall’inizio della stagione – ci spiega – ovunque, a Larieh come a Morghater, vengono indette Adunanze di Sorveglianti, e tutte per la stessa ragione. Ho saputo che due dei vostri compagni sono caduti in battaglia. Permettetemi di dolermi con voi di una così grave perdita.”
Anche se non li conoscevo, apprezzo molto. Morire ed essere dimenticati non piace a nessuno, come prospettiva.
“Presumo sappiate già della ricerca dell’imperatore, in merito a quello che egli definisce il Primo.”
Assentiamo.
“Ebbene, sappiate che l’unico motivo di contrasto che esiste tra Albarah e Morghater riguarda proprio tale questione. Il Primo non può essere trovato attraverso una ricerca condotta con mezzi umani.”
Così mi piace. Darci una spiegazione e demolircela l’attimo dopo. Se no rischiamo di adagiarci nelle nostre certezze, di perdere quella tensione che ci rende agili e scattanti.
“Sarà una mia impressione, ma sono tutti maledettamente incasinati, gnocchetta.”
Mi passo la lingua sulle labbra. Ho esattamente la stessa sensazione. Ai piani alti, quelli dove camminano imperatori e leggende, deve esserci non un intoppo diplomatico, ma un vero maremoto.
“Naturalmente, rispondere alla chiamata imperiale o meno sta a voi, ma confido che, dopo avermi ascoltata, sarete disposti a essere cauti quanto basta. Le vostre vite sono preziose, non solo per Engelia, ma per i Mille Mondi tutti. Quella di uno tra voi in particolare, specialmente, è unica e insostituibile.”
Finalmente accetta un seggio, e ci invita ad accomodarci a nostra volta. Mi trovo una sedia. Non credo sia il caso stare sbracata sopra il tavolo come una bertuccia, davanti a questo mito vivente.
“So che vengono raccontate molte storie sul mio conto, ma sappiatelo dalla mia voce: ho combattuto la guerra dei Mille Mondi, ho veduto Lothawen Dhilarin e il Gioiello, l’ho tenuto tra le mani, e dalla sua fiamma sono stata consumata. Ho veduto i miei amici morire e altri amici prendere il loro posto, per poi trovare l’immortalità nelle leggende tramandate fino a oggi. Ho veduto finire più storie di chiunque, e altrettante ne ho viste iniziare. Vedrò la fine anche di questa, come ne sto vedendo i prodromi.”
Per un momento, i suoi occhi bianchi e azzurri sono offuscati da un’indicibile tristezza.
“La divergenza che c’è tra me e l’imperatore, unico disaccordo nella nostra alleanza altrimenti indistruttibile, riguarda proprio il Primo. Egli lo ritiene il primo dei Sorveglianti, colui dal quale tutti discendono, i suoi sudditi, se così preferite leggerla. Per tale ragione, l’imperatore desidera che il Primo appartenga all’impero. I Morghater sono da secoli impegnati nella tutela dell’ordine, come ben sapete, in virtù degli sforzi di Athran primo e dell’imperatrice Fathiel per ripristinare la casta dei Sorveglianti. Finora tali sforzi sono stati sufficienti. Ora non più. La ragione è quanto di più semplice esista, nei Mille Mondi.”
C’è una breve pausa, durante la quale Haldan le offre una tisana, e noi cerchiamo di non sembrare troppo sulle spine.
“Il fatto, vedete, è che il Primo non è il primo Sorvegliante. È l’unico Sorvegliante.”
Un altro sorso. E ho l’impressione che, mentre finge di bere – vedo benissimo che non contrae la gola, non deglutisce affatto – stia guardando proprio me.
“Il Primo è sempre stato l’unico. Esiste un solo vero Sorvegliante, nei Mille Mondi. Un unico Gioiello. Dhilarin.”
No, non mi sbaglio. È me che guarda.
Sostengo quegli occhi ingannevolmente ciechi, con la sensazione che mi stiano frugando dentro, indovinando tutto di quello che nascondo, che so, e che non so.
“Dhilarin sta tornando.”

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