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Capitolo 17

“Se sei mia amica, devi farlo.”
Ricreazione, cortile della scuola, ombra sotto i portici. Le ragazze camminano dignitosamente, senza alzare la voce, tutto intorno a noi. Le professoresse sono riunite in crocchio, accanto al portone. Dato che la professoressa Tarsya non ha perso la sua eccentrica abitudine di mischiarsi alle ragazze, la direttrice ha deciso di ordinare che tutto il corpo docenti sorvegli la ricreazione, che chissà quali malefatte possono combinare, queste ragazze compassate e intimorite, nei venti minuti scarsi di cattività da cortile. La direttrice crede fermamente che tutto ciò che non sia obbligatorio vada proibito, e dato che non può proibire a Tarsya di stare qui, lo ha reso una costrizione. L’onore è salvo.
È lo scenario perfetto per sentirmi dire, dall’unica amica che ho, la frase peggiore che potessi sentirmi dire.
“Non ti ho mai chiesto niente – insiste Maya – ti ho sempre aiutata. Se ti fossi di intralcio, sai benissimo che non te lo chiederei, ma si tratta di una riunione. Non c’è niente che possa fare, per esserti di ostacolo, come Sorvegliante.”
Non so bene quando è successo, ma io ho cominciato a passare da sola la ricreazione, più di prima voglio dire. Maya è stata sequestrata dal gruppo del coro, ragazze simpatiche e felicissime di ritrovarsi con una solista tanto dotata, e non ha più tempo per me. Pazienza, mi dico, sta facendosi la propria vita, come voleva Mykler. Adesso ha il coro e Haldan. Non le servo più.
Solo che oggi, il giorno dell’Adunanza, si è staccata dalla panchina dove si riuniscono sempre le sue nuove amiche ed è venuta da me. Ammetto che ho avuto un sussulto nel ritrovarmela di nuovo vicino, come ai vecchi tempi.
“Vorrei che mi portassi con te, stasera. So che è il giorno dell’Adunanza.”
Ah, ecco, mi sono detta. Le serviva qualcosa.
“È solo per Sorveglianti. Nemmeno gli scudieri sono ammessi.”
“Io non sono uno scudiero, e Haldan non mi caccerà di certo via, se verrò con te.”
Mi chiedo se conosca quello stronzo tanto quanto crede. L’idea che, in realtà, lo conosca molto meglio di me, non contribuisce a mettermi di buon umore.
La verità è che sto male.
Non fisicamente. Scoppio di salute, ho ottimi riflessi, i miei voti scolastici, se possibile, sono ancora più alti di prima – e in questo c’entra sicuramente una nuova professoressa, non minata da pregiudizi nei confronti delle ragazze plebee, di fronte alla quale il resto del corpo docenti vuole evitare di fare la figura del sedimento di fossili. Le Soglie ormai si chiudono sotto le mie mani, si plasmano come creta, e non c’è liminare che mi sfugga. Quelli pericolosi mi impensieriscono meno che in passato, visto che con me c’è Seddogh. Come Sorvegliante, credo di essere diventata di classe superiore.
Sto male, malissimo.
Mai come in questo periodo mi sono resa conto di quanto, nella doppia vita che conduco, si stia aprendo una frattura insanabile. Lars non ha affatto rinunciato alla sua idea. In ogni lettera, a ogni incontro (per quanto cerchi di limitarli), ogni volta che parliamo, mi fa capire chiaramente che è in disaccordo, che secondo lui sto sbagliando, e che sarebbe tutto molto più semplice se, invece di volere continuare come ho fatto finora, ci mettessimo insieme e basta. Giusto ieri mi sono rivoltata e gli ho ringhiato che, se come scudiero si trova male, può benissimo lagnarsi con Haldan, che lo assegnerà a qualcun altro, non so chi. Non conosco altri Sorveglianti, a parte Lyott. Questa è la mia prima Adunanza. Ci perderemmo definitivamente di vista, il che sarebbe davvero una gran cosa, per la mia sanità mentale. Naturalmente, Lars ha abbozzato e per il resto del tempo è stato condiscendente in maniera esemplare.
Sto facendo stare male anche lui, me ne rendo conto. Solo che non so in che modo risolverla.
Sto male, davvero. La testa mi scoppia, quando c’è Seddogh la pressione mi provoca l’emicrania, e ormai lo sento anch’io, quell’ingombro in me stessa, come qualcosa di enorme, informe, ancora non completamente formato, che si gira e rigira, un feto nel grembo materno, un pensiero che sta nascendo nel mio spazio metafisico, qualcosa, qualcosa… qualcosa. È come diventare pazza, e al tempo stesso rimanere sana guardando la mia pazzia che si sviluppa.
Vorrei solo che mi lasciassero in pace, tutti quanti. Ma non lo fanno.
“L’Adunanza è solo per i Sorveglianti, Maya.”
“Non ti darò nessun fastidio – insiste lei – ma io devo esserci, stanotte.”
“Tuo padre non ti permetterà di venire.”
Sposta il peso da un piede all’altro, sulle spine. Lo fa sempre, quando si accinge a qualcosa di meno che limpido. “Non intendo chiedergli il permesso.”
Forse dovrei accettare il punto di vista di Lars, e basta. I miei genitori capirebbero, ne sono sicura. Non vorrebbero che mi sfinissi così. E io ho davvero tanto bisogno di potermi affidare a qualcuno, qualcuno che non mi tradirebbe.
“Fatti accompagnare da Haldan. Sarà lui a gestire l’Adunanza.”
“Appunto per questo voglio venire. Voglio ascoltare quello che ha da dire.”
“Ti ripeto…”
“Non posso chiederlo a lui – insiste Maya, con una nota di urgenza nella voce – non accetterebbe mai, anzi, direbbe subito a mio padre quali sono le mie intenzioni. Se vedessi come vanno d’accordo, quei due! Non hanno niente in comune, e dovrebbero litigare in continuazione, ma il loro scopo nella vita è tenere al sicuro me. La piccola, dolce, indifesa Maya.”
Le tremano le labbra, le trema la voce. Ma non abbassa lo sguardo.
“Se sei mia amica, devi farlo. Quando sarò lì, Haldan non potrà mandare tutto all’aria. Dovrà parlare, anche se sarò presente.”
A quanto pare, le relazioni di tipo amoroso non sono complicate solo per me.
“Non parlerà di sé, Maya. Non so nemmeno di cosa parleremo, in realtà.”
“Credimi – dice lei, con una sicurezza inusuale, per il suo carattere mite – Haldan c’è dentro fino al collo. Tutti i referenti sono dentro fino al collo con i Morghater, da quello che ho capito. Non potrà evitare di parlare di sé nemmeno volendo.”
Mi chiedo, vagamente, se il timore di Haldan di essere arrestato, qualora si conoscessero i suoi legami con l’impero oltre la Cordigliera Scarlatta, sia più concreto di quanto avessi pensato.
“Tu lo sottovaluti. Sarebbe capace di riportarti a casa e tornare, per farmi passare tanti di quei guai, che la metà basterebbero.”
“Non lo farà.”
Tanta sicumera, in questa sciacquetta che ho sempre protetto, finché non ha trovato di meglio che usarmi come scudo umano, inizia a snervarmi.
“Ho già abbastanza problemi per conto mio, Maya. Vorrei rimanere fuori dai tuoi problemi amorosi, grazie.”
Si imporpora in viso, ma non cede. “Ti prometto che Haldan non ti creerà nessun problema. Non vi accorgerete nemmeno della mia presenza, e non credo serva specificare che non dirò a nessuno quello che ascolterò, nemmeno a mio padre.”
“Haldan è un problema ambulante, per quanto mi riguarda.”
“Non solo per te.”
“Per questo ti chiedevo di evitare di coinvolgermi, Maya.”
“Ti prego – mi ripete lei – ti prego, per favore. Non posso andare avanti così, non posso. Se non mi permetterai di accompagnarti, domani mattina stesso io romperò il fidanzamento. Non ho alternative, Lwen.”
Averti fuori dai piedi e passare l’Adunanza con la soddisfazione di sapere che vedrò Haldan distrutto di lì a poche ore, per grande che sia la sua prosopopea, è una di quelle occasioni che capitano una volta nella vita. E dovrei privarmi di questo piacere, uno dei pochi che mi siano rimasti?
“Pensavo gli volessi davvero bene.”
“Io lo amo, Lwen. Non amerò mai nessuno come amo lui, se non sposerò lui, non sposerò nessuno… e non sposerò nessuno, se non riesco a vederci chiaro. Mio padre e Haldan possono pensare che ho bisogno di protezione, ma a me serve chiarezza, capisci? Sono figlia di un Sorvegliante, impegnata con un Sorvegliante. La mia amica più cara è Sorvegliante.”
Ah, adesso sono tornata l’amica più cara. Pensavo che la pianista del coro, quella tipa sorridente coi capelli castani, avesse già occupato il ruolo lasciato vacante.
“Io non ho nessun talento utile, ormai l’ho accettato – continua Maya, con passione – lo so, mi va bene. Ma tutta la mia vita ruota comunque attorno a questo. Non potete tagliarmi fuori così, come un’estranea. Non è giusto.”
“Di questo devi parlare con Haldan e con tuo padre, non con me.”
“Credi che non l’abbia fatto? Che non mi sia consumata a forza di spiegare le mie ragioni? Non serve a niente. Capiscono soltanto che sono indifesa, che è una faccenda pericolosa, e che devono tenermi al sicuro. Ma mi spieghi come posso sentirmi al sicuro, se non riesco a vederci chiaro?”
Vorrei riuscire a trovare una pecca, nel suo ragionamento. Solo una, piccolina, per attaccarmici e dirle di lasciarmi in pace, una buona volta, di andarsi a vivere la vita che suo padre e il suo uomo cercano disperatamente di regalarle, senza che lei dimostri un briciolo di riconoscenza.
Ehi ciao Maya, hai presente la scorsa notte, mentre tu dormivi beata nel tuo letto? Sai dov’ero, io? Con il braccio fin quasi alla spalla affondato nelle budella di un arryxis, a cercare di non svenire per il tanfo e lo schifo, un taglio nel muscolo della gamba che sembrava urlare, da tanto mi faceva male, e un momento dopo la testa dell’arryxis era sparita, lanciata via come un pallone da Seddogh. Il sangue di quei mostri pesa, lo sai? Ed è una cosa che pizzica, ti tira la pelle, sembra inchiostro annacquato e mi viene da vomitare ogni volta, non posso farci niente, è più forte di me. Un momento prima avevo la tagliola delle sue fauci sopra la testa, mezzo secondo tra me e una morte rapida ma molto dolorosa, e un momento dopo ero in ginocchio a vuotarmi le budella sulle budella del mio avversario. La Soglia? Aria, sotto le mie dita. L’ho richiusa stringendola tra i pollici, senza sentire niente, solo aria, e la carezza viscida della nebbia.
Certo, incazzati pure con chi ti vuole bene e cerca di risparmiarti tutto questo. Torna nel coro della scuola, tra le tue nuove amiche, e brontola perché un uomo che ti ama con tutta l’anima cerca solo di proteggerti.
Vorrei trovare una pecca nel suo ragionamento. Solo una. Solo una falla, che mi permetta di riversarle addosso tutta la cattiveria e la stronzaggine e la stanchezza e il malessere e la psicopatologia che mi aspetta dietro l’angolo, così da sfogarmi e liberarmi di lei, una volta per tutta.
Se solo ci fosse.
“Fa’ come ti pare – dico, con malgarbo – io parto al tramonto, e non mi porto nessuna lanterna. Quando saremo arrivati, di te me ne lavo le mani. Con Haldan te la sbrigherai da sola.”
Come ai vecchi tempi, quando era felice per qualcosa, Maya mi abbraccia e appoggia la sua guancia alla mia, un contatto che non è un bacio sulla guancia, ma che mi serra il cuore molto di più. So che dovrei attenermi alla volontà di Mykler, che è suo padre ed è il mio medico curante (diciamo così). Lo so benissimo. Ma sono troppo sfinita per protestare ancora. Che se la sbrighino Haldan e lei, io me ne chiamo fuori.
“Grazie, Lwen, grazie davvero! Sono in debito con te, so benissimo quanto sia grande questo favore, soprattutto in un momento simile… perché è un brutto momento, vero?”
Scrollo le spalle, ostentando indifferenza. Ma Maya insiste:
“Sei pallida. Sei stanca. Altre Soglie?”
Soglie, demoni, voci e presenze nella mia testa, Lars. Lars, Lars, Lars e Lars. Manca qualcosa?
“Un po’ di attività anomala, ma lo sapevi già. L’Adunanza è stata indetta apposta.”
Maya annuisce. “Bene, speriamo allora che arrivino a qualche soluzione, stasera. Verrò a casa tua al tramonto, d’accordo?”
Non le chiedo che scusa troverà con suo padre. Un tempo mi sarei interessata e ne avremmo parlato, ma adesso, in tutta franchezza, non potrebbe fregarmene di meno, anche se non mi fossi accorta che è già mezza voltata verso il gruppo del coro, e che entro tre secondi tornerà dalle sue amiche. Con me ha finito.
Per fortuna, poco dopo finisce anche la ricreazione e torniamo in classe.
La lezione che segue è di biologia, una materia che di regola mi interessa anche se ho già finito tutto il libro per conto mio, ma stavolta la mente continua a divagarmi. Non so nemmeno dove, è questa la cosa buffa. Riesco solo a pensare a quanto sia enorme l’universo, così incredibilmente sfaccettato e multiforme, e a quanto io non riesca a gestire nemmeno i piccoli problemi quotidiani, roba di quartiere, la strada da scuola a casa mia. Poca roba. Ma più che sufficiente a farmi andare via di testa.
Sento una mano dietro di me, e d’istinto porto dietro la mia, in tempo per ricevere il solito foglietto ripiegato. Appoggio le braccia sul banco e guardo l’intestazione, per capire se devo farlo ripartire verso destra o verso sinistra. Spero a sinistra. Non ho voglia di contattare Maya, seduta vicino a me a prendere appunti di cui io non ho bisogno.
Sul biglietto c’è il mio nome. Lo apro con due dita, muovendomi il meno possibile per non attirare l’attenzione della professoressa.
‘Stai attenta.’
Firmato: XXX.
Raddrizzo la testa e mi guardo intorno, fingendo di prestare orecchio alla lezione. Sono tutte curve sui quaderni, nessuna bada a me. Non diresti mai che l’intera classe mi abbia appena mandato un messaggio.
Tutte loro mi stanno avvisando.
Mi mancavano giusto i problemi con le compagne di classe, insieme a tutto il resto. Cominciavo a sentirmi trascurata, sotto questo versante. Insomma, le cose bisogna farle per bene, altrimenti non è il caso neanche di iniziare, giusto misericordiosa Ney?
Appallottolo il foglietto e me lo metto in bocca. Lo mastico finché non sono così schifata che mi tocca inghiottirlo, cancellando così dal mondo la prova di solidarietà della mia classe. Chiunque abbia scritto quelle parole (e la grafia irregolare indica che sono state scritte con la mano sinistra, per rendersi completamente irriconoscibile), ha voluto avvisarmi, e sarebbe un guaio se le persone da cui ha voluto avvisarmi venissero informate che adesso so. Cosa so?
Tutto, tutto.
Sta per piombarmi addosso il conto di avere fatto innamorare Lars di me (e viceversa; ma di questo non importa niente a nessuno), come se lui fosse soltanto un uomo fantastico con cui ho un sacco di cose in comune, e non il trofeo aristocratico destinato alla vincitrice della competizione. Ho barato, e questo tipo di cose vengono fatte pagare.
Resta solo da vedere se sarà prima o dopo avere pagato il conto di essere rimasta amica di Maya, quando avrei dovuto mandarla al diavolo.
Quello di essere Sorvegliante credo di averlo già ampiamente saldato, perlomeno. Lì non dovrei più avere niente da pagare.
Ci fosse una volta che non mi sbaglio. Una.

Non ho voglia di cucinare. Questo è grave.
Da che ricordi, ho sempre avuto voglia di saltellare tra i banchetti del mercato, comprare gli ingredienti che colpiscono la mia fantasia, immaginare le combinazioni, la frollatura o la marinatura, i tempi, la cottura, la presentazione. La gastronomia, come la pratico io, è un’arte, o una follia a seconda di come si vuole vederla. Ho sempre voglia di buttarmi a pasticciare con odori e sapori.
Quando è morto papà, quando è morta mamma, sono andata avanti per giorni, e pelavo cipolle per imbrogliare su quanto stessi in realtà piangendo. I primi tempi che vivevo da sola, ho instaurato una specie di tradizione del muretto, con i mendicanti del quartiere: ogni sera metto fuori le pentole piene, e le riprendo la mattina dopo, vuote e pulite, sia perché i poveri non lasciano una briciola, sia perché hanno la premura di lavare ogni cosa. Immagino che il loro ragionamento sia che meno tempo passo a rassettare, più posso passarne in cucina. Ho approfittato biecamente del servizio di lavastoviglie, lo ammetto.
Compro una filza di salsicce, per Seddogh, e per me un’arancia. A casa ho ancora i biscotti d’avena che ho fatto la settimana scorsa, sono grandi come piccole torte e si conservano a lungo. Ma, già mentre sbuccio l’arancia per strada e metto in bocca gli spicchi, uno dopo l’altro, so che la mia cena sarà tutta qui. L’idea di cucinare mi suscita, invece della solita esaltazione, solo una profonda stanchezza. Mangiare è un cimento che mi sfianca.
Credo mi stiano cedendo i nervi, e non so nemmeno perché. Le cose stanno andando bene, se guardo da un punto di vista oggettivo. Non ho mai avuto tanto potere nelle mie mani. Mi diplomerò, come desideravano i miei. Controllo un demone, controllo le Soglie. Sono innamorata. Ricambiata. Dovrei essere felice. In un certo qual modo, sia chiaro, lo sono.
Ma sto andando in pezzi.
Salgo le scale, torno a casa mia. Il padrone non si fa vedere da un pezzo, mi sa che gli ho davvero pagato tutto il semestre, e ha troppo senso pratico per mettersi a controllare quello che fa una ragazza che vive da sola. Ci sono pensioni, posti perbene, gestiti perlopiù da vecchie vedove, dove si alloggia senza rovinarsi la reputazione, a patto di rinunciare a qualsiasi cosa assomigli a una vita privata. La padrona di casa detta le regole e si sente in diritto di entrare nella stanza, per verificare che non ci siano amanti nascosti nell’armadio, o roba simile. Va da sé che un posto del genere era improponibile, per me. Ho tutta l’intimità che mi serve, nessuno mi scoccia, e se è girata la voce che sono una strega, sarò l’ultima a saperlo, perché non ho colto la minima allusione.
So che tanti mi invidierebbero. Ma mi sento come se la struttura della mia persona si stesse disgregando, piano piano, un edificio di mattoni senza malta, pareti ammucchiate che crolleranno al primo soffio di vento. Non so bene cosa mi manchi, ma so che se non lo troverò presto, Lwen Tern, Sorvegliante, studentessa, strega e probabilmente anche poco di buono, cesserà presto di esistere, come entità fisica.
“Toh, per stasera accontentati.”
Butto le salsicce sul vassoio che ormai è adibito a uso esclusivo dei pasti di Seddogh. Guardo la biscottiera, ma come immaginavo il mio appetito si è volatilizzato. La mamma diceva sempre che quando si è nell’età della crescita non è sano non avere fame, e papà rimarcava asserendo che una ragazza deve imparare ad apprezzare il buon cibo, perché questo dimostrerà a suo marito che sa apprezzare tutto il buono della vita. La mamma era ingrassata molto, dopo essersi sposata con papà, mi raccontavano tutti e due.
Mi vesto, roba scura, calzoni comodi, scarponi con i lacci, suola spessa, chiodata. Al confronto, i mocassini che uso a scuola sembrano eleganti come scarpine da ballo. La giubba mi fa due spalle così, e mi nasconde il seno, anche perché dentro ci tengo i coltelli di drago. Non credo che Lars rimarrà infatuato a lungo. Mi stritolo i capelli nella treccia più serrata che riesco a fare. Mi calco il cappuccio sugli occhi.
“Sei pronto?”
Seddogh si tira su e si stira. Tocca il soffitto con la testa, non può allungare completamente il collo e, quando tende le zampe anteriori, vedo distintamente la lunga membrana, attraversata da lunghe cartilagini, che sembrano dita sottilissime. Per un momento sembra quasi che sia…
“Sicura che vuoi che venga anch’io, gnocchetta?”
“Non puoi rimanere qui, con un’Adunanza di Sorveglianti. Qualcuno potrebbe rendersi conto che esisti, e pensare che tu sia una minaccia da eliminare.”
“Magari lo sono.”
Ormai ho smesso di ascoltare le sue stupide provocazioni. Mi picchietto le dita sulla nuca, dove il marchio è un rilievo leggerissimo, come una cordonatura, non più spesso di un neo. Ho letto molti libri, anche di stregoneria, so tutte sulle streghe. Non avevo mai fatto l’associazione, ma effettivamente è possibilissimo che io lo sia. E chissà quante Sorveglianti del passato lo sono state.
Mi sto infilando i guanti, che sono neri e con il risvolto che arriva fino quasi al gomito, per maggiore protezione, quando il sommesso bussare alla porta mi ricorda che il vento inizierà a soffiare presto, per me. Spero solo di finire in pezzi dopo l’Adunanza, e non nel bel mezzo.
Maya è troppo educata per entrare come fanno tutti i miei amici, e comunque preferisco aprire io. Con Seddogh a riempirmi casa, catapultarsi all’interno è impresa per pochi prodi. La mia amica si arresta di botto nel vedere il mostro, che dal canto suo la squadra con il freddo disinteresse del predatore sazio, prima di girare la testa dall’altra parte.
“Non ti farà niente.” le dico, ma Maya scuote la testa.
“No, non ero preoccupata per quello, ma… è diventato enorme!”
“Con quello che mi costa in vitto, è normale.”
Maya piega la testa di lato, per guardarlo meglio.
“È cambiato – afferma – mi sembra meno mostruoso, a dire il vero.”
Non glielo do a vedere perché non voglio darle soddisfazione, ma le sue parole mi confermano quello che stavo già pensando per conto mio: Seddogh non è più un arryxis.
Lui, dal canto suo, allunga il collo verso Maya, e tanto basta per raggiungerla. Potrebbe strapparla in due con un morso, ma la mia amica non arretra, anche se è un tantino sbiancata in viso. Oppure dovrei dire che è sbiancata in viso, ma non arretra?
No, è inutile. Non riesco ad avercela con lei, anche se mi piacerebbe.
“Chi sarebbe mostruoso, acciughina? Ma ti sei vista allo specchio, di’?”
Una parvenza di rossore torna a tingere le guance di Maya. Trovarsi di fronte a un demone è nulla, rispetto all’essere accusata di maleducazione.
“Le chiedo scusa, signore – dice, compitamente – ma il suo aspetto fisico è diverso, da quando l’ho visto l’altra volta.”
“Diverso come?” Non riesco a trattenermi dal chiedere. Maya si stringe nelle spalle.
“Adesso, non si offenda la prego, ma adesso mi ricorda quasi un drago.”
Sbatto le palpebre e sovrappongo mentalmente un’illustrazione dei draghi, come ne ho viste tante, con la figura incombente, che occupa quasi tutta casa mia. Seddogh ricambia lo sguardo, e giurerei che nei suoi occhi gialli, piatti e feroci, è passata un’ombra di sorpresa.
“Fammi un po’ vedere.” dico, e vengo avanti, per tastargli una delle enormi zampe anteriori.
Seddogh brontola ma mi lascia fare, arrivando addirittura a tirare su l’arto, per facilitarmi il compito. Ed eccolo lì: parallelo al gomito, dietro la zampa, sento l’osso. È collegato alla zampa solo dalla pelle, ci fluttua dentro, e seguendolo fino a dove si congiunge con il corpo, innestandosi nella spalla, avverto un senso di ineluttabilità che mi fa aprire delicatamente la membrana dietro l’ascella. È larga come una tenda, si ripiega quando Seddogh cammina, e deve aprire le braccia perché si noti. Ma, sentendo gli indurimenti della cartilagine all’interno, che sembrano dita enormi, a convergere su una giuntura che non dovrebbe esserci, capisco di non sbagliarmi. Non potrei nemmeno volendo.
“D’accordo, bestione. A che gioco stai giocando?”
“Non so di che parli, gnocchetta – la sua voce è genuinamente stupita – io sono io e basta, no?”
“Tu sei tu – gli concedo – ma tu non sei più uno schifoso arryxis che cerca di divorare la materia di questo mondo. Tu sei diventato materia di questo mondo. Quelli come te sono la negazione della vita e dell’esistenza nei Mille Mondi, ma se invece diventate quello che non potreste essere…”
Fletto la giuntura supplementare, che nessun arryxis ha mai avuto né può avere, mai. Non esistono vertebrati con sei arti, all’infuori dei draghi.
“I draghi sono le creature più grandi e nobili dei Mille Mondi. Gli arryxis, la negazione di tutto ciò che di grande e nobile esista, nei Mille Mondi. Tu non puoi esistere come arryxis, qui, e ne stai diventando la negazione. Sei la nemesi della nemesi che eri prima.”
Non mi ero accorta di quanto spesse fossero diventate le creste sopraorbitali, sugli occhi gialli di Seddogh. Ci passo sopra le dita, e sento la durezza di questa pelle, una durezza che so essere indistruttibile come diamante.
“Tu stai diventando un drago.”
Segue un breve silenzio.
“Potrò volare?”
Mi scappa un sorriso, all’infantile speranza di questo demone smisurato. Eppure, chi non lo spererebbe, sapendo cosa sta diventando?
“Difficile dirlo. Mi sembra ancora assurdo, ma ti stanno davvero spuntando due arti aggiuntivi, e credo finiranno per separarsi dalle zampe anteriori. Ma se saranno adatti al volo, proprio non lo so. Non credo che una cosa del genere sia mai successa.”
Di sicuro non è successa all’arryxis di Lyott. D’accordo che in confronto a Seddogh, parliamo di un tenero cuccioletto, ma non mi sembra realistico pensare che il discrimine siano le dimensioni del mostro coinvolto. Per quanto parlare di realismo in una situazione del genere sia paradossale, lo ammetto.
(una rinascita celebra una rinascita)
Sussulto e mi giro verso Maya. “Che dici?”
“Io non ho detto niente. Ma questo è…”
(silenzio)
“Silenzio – dico, e non so neanche se sono io a dirlo – questa cosa deve rimanere tra noi. Non parlarne nemmeno con Haldan, finché non avremo capito qual è il pericolo per Seddogh, d’accordo?”
“Io non corro pericoli, gnocchetta.”
“Potresti – insisto, parlando con lui ma guardando Maya – non ho informazioni su una mutazione simile, e la vita di un demone non vale un soldo, di fronte all’ignoto. Adesso entrami dentro.”
Il doppio senso è talmente ghiotto che Seddogh apre le fauci per dire la sua, ma io, incidentalmente, sto prendendo la Fendidraghi per allacciarmela ai fianchi, e lui capisce l’antifona.
Un momento dopo è scomparso, e io barcollo per l’urto. La sensazione di impattare contro un muro di mattoni non è cambiata. Mi ci sono abituata, tutto qui.
“Stai bene?” chiede Maya, ansiosamente.
“Benissimo – mi chiudo la cintura della Fendidraghi – non parlare di questo con nessuno.”
“Non lo farò.”
Devo fidarmi per forza, e sperare che mi voglia almeno una frazione del bene che mi voleva un tempo, prima che tutto cambiasse.
“Sei ridicola, gnocchetta. Non sta cambiando niente fuori da te. Sei tu a essere tutta diversa.”
Che vuoi dire?
“Non ne ho idea. Ma è così.”
Si può sempre contare sul demone nel tuo cervello, per alimentare una psicosi paranoica.
“Allora, andiamo.”
Maya si avvia alla porta, ma si ferma quando scuoto la testa. Forse pensa che devo prendere ancora qualcosa, e non si aspetta quello che segue.
È come aprire una tenda. Non saprei spiegarlo meglio. Afferro la realtà davanti a me, la stringo bene in pugno, e separo le braccia con un movimento secco, aprendo il mondo che mi sta di fronte. Il passaggio trema, lo sento fremere sotto le mie dita, come vetro che vibra. A parte questo, sto serrando tra le mani soltanto aria.
“Lwen… ma come… cosa…”
Le faccio un cenno con la testa. “Passa. Io chiudo dietro di noi.”
Dal’altra parte dell’apertura, si vede uno scorcio del bosco, e il sentiero che porta al rifugio segreto. Maya respira in fretta.
“Mio padre c’è riuscito, qualche volta – sussurra – almeno così mi ha detto. Ma dice che è difficile, davvero molto difficile, e che…”
“Possiamo parlarne in un altro momento? Non è semplicissimo neanche per me, sai?”
Bugia. Potrei restare qui tutta la notte, senza altra conseguenza di un indolenzimento alle braccia per averle tenute sollevate troppo a lungo. So che non è normale neanche questo, che dovrei avere qualche difficoltà, ma
(non è possibile)
di tutti i casini della mia vita, quelli che riguardano i Mille Mondi mi sembrano i più facili da gestire. Ho meno paura di aprire passaggi dimensionali che di andare a scuola la mattina.
Ripeto a Maya di passare, e lei, pur un po’ tremante, si infila sotto il mio braccio e salta sull’erba dall’altra parte. La seguo, sentendo la carezza dell’aria fresca del bosco, e mi lascio andare i drappi di realtà alle spalle, che si richiudono con un sussurro.
Facilissimo.

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