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Capitolo 15

Sentire Maya cantare è come trovarsi sotto una campana d’oro, in mezzo a cristalli prismatici, che proiettano ovunque un caleidoscopio di colori, fatti di luce purissima. La sua voce, che è soltanto gradevole quando parla, nel canto diventa un arco, un ponte che ti collega a un mondo fatto soltanto di suoni, nel quale non ti occorrono altri sensi, perché la melodia ti attraversa e ti riempie, come un fuoco liquido.
Per una schiava della bellezza come me, significa trovare qualcosa di meraviglioso perfino qui, tra queste mura imbiancate cinquant’anni fa, che oggi sono ingiallite, con gli stucchi disseccati. Quando Maya smorza la potenza della canzone, nel tramonto finale, so che la bellezza esiste anche dentro questa scuola. C’è, pervade la grandiosità dell’edificio, che è vetusto ma con un buon restauro tornerebbe agli antichi fasti, e sarebbe degno di fare echeggiare tra le arcate un suono tanto celestiale.
Dura soltanto il tempo della canzone.
Poi l’aria torna polverosa, le pareti angolose, con le ombre sottolineate dalla muffa, e il sole si ferma in alto, dove le finestre a vetri sono poste secondo l’antica usanza, ovvero fuori portata, per evitare la fuga degli studenti. Almeno le sbarre sono state tolte.
Quando Maya finisce, tutta rossa in viso per l’imbarazzo di essersi messa in mostra, la professoressa Tarsya batte elegantemente le mani una sull’altra. La sua espressione è quella di chi ha assaggiato un dolce presumendo fosse gradevole, e ha appena scoperto la propria nuova dipendenza alimentare.
“Straordinario – è il commento, che per quanto iperbolico, a mio parere non si avvicina nemmeno alla realtà – credo che il coro abbia una nuova solista.”
Maya diventa ancora più rossa, un mormorio agita la classe, come il vento su un campo di grano. La professoressa si guarda intorno.
“C’è forse una ragazza che possa duettare con la signorina che ho appena ascoltato? Se è così, sono ansiosa di ascoltarla. Dopo che la signorina Uhora si è diplomata lo scorso semestre, il coro è sguarnito, e rimpinguarlo così riccamente sarebbe proprio l’ideale.”
La regola non scritta della classe è che nessuna canta dopo Maya. Le mie compagne non sono stonate – io sì, infatti mi mandano sempre al macello per prima, così da fare risaltare la bravura altrui. Le borsiste si impegnano, le nobili hanno avuto maestre e lezioni di solfeggio fin dall’infanzia, sanno suonare il pianoforte, il flauto, e un paio delle più portate, si impegnano con arpa e violino, quindi sono tutte al di sopra del decoroso. Ma Maya è un’altra storia. Cantare dopo di lei è un suicidio, non si può, non si fa. Sarebbe uno starnazzare, un’interferenza che farebbe ripiombare malamente nella realtà insegnanti e compagne, mettendo tutti di malumore.
È per questo che nessuna si alza per rivaleggiare con Maya. Non c’è storia e nessuna ci tiene a fare una figuraccia.
“Ebbene? Se c’è un’altra candidata per il ruolo, si alzi senza timore. È il momento di farlo.”
Nuovo mormorio. Quando la professoressa ha chiesto a Maya di cantare, in virtù dei voti straordinariamente alti che nemmeno la professoressa Nisria ha potuto livellare per farla scendere al di sotto delle ragazze nobili (e ammetto che, in questo, la vecchia carampana è stata onesta), nessuna pensava che fosse una selezione per la nuova solista del coro. Questa insegnante sta violando una delle leggi non scritte della scuola, e il gregge è nella confusione più totale.
“Prego la rappresentante di alzarsi e parlare. Tutte le altre, cortesemente in silenzio.”
La rappresentante è costretta a tirarsi su.
“Allora?” Incalza la signorina Tarsya, che ha in mano la bacchetta con cui si dirige il coro, ma non l’ha mai usata nemmeno per fare un gesto minaccioso verso di noi. Non ci picchia, questa professoressa. D’altra parte, se è stata scelta da Lars, mi stupirebbe molto che lo facesse.
“Qual è la ragazza troppo timida per farsi avanti, cagione di tale perplessità nella mia scelta? Non intendo punire nessuno, quindi parla liberamente.”
La rappresentante di classe borbotta qualcosa.
“A voce alta e ben chiara. Siamo nell’aula di canto, è pregata di modulare adeguatamente la voce, signorina.”
La rappresentante si schiarisce la gola. “Ecco, professoressa, il fatto è che… la nostra compagna… la signorina Uhora, la precedente solista… era davvero molto brava.”
Non male, come difesa. Non servirà a niente, ma non male, per una ragazza della media nobiltà, che è stata eletta rappresentante in virtù del fatto che la sua famiglia non è in contrasto con nessuno, quindi può parlare circa a nome di tutte senza che si scatenino particolari faide. Sono solidale con lei, si trova in un ginepraio.
La professoressa aggrotta le sopracciglia, perplessa. “Ne sono certa, ma si è diplomata e non fa più parte del coro della scuola. Occorre una nuova solista, e penso che la signorina Maya sia una sostituta più che decorosa. Se esiste una cantante migliore di lei, desidero che ne venga fatto il nome, adesso.”
La rappresentante diventa paonazza. È una ragazza educata a interpretare e assecondare la volontà dei superiori, e non occorre un genio per capire che questa strana, nuova insegnante, che arriva da chissà dove (Tern occidentale, dice Lars), liquiderebbe come stupidaggine quello che è invece uno dei capisaldi di questa scuola, legge scolpita non nella pietra, ma nel cervello della direttrice, ovvero in un materiale ancora più duro e intransigente.
Le plebee non assurgono a ruoli di prestigio. Punto.
Sento un tocco leggero accanto al piede, è Maya che mi sfiora, in cerca di solidarietà. Non vuole fare la solista, non vorrebbe nemmeno se fossero tutte ben disposte verso di lei, e non sono tutte ben disposte verso di lei: venire superate da una plebea, la figlia di un medico, un uomo che si insozza di sangue e fluidi corporali è, semplicemente, inaccettabile. Non è che Maya sia odiata, o che le vogliano male. È solo che non è nell’ordine delle cose che viene insegnato qui.
Prima pensare, poi parlare. Mio padre me lo diceva sempre. È un buon consiglio, davvero.
Se solo riuscissi a metterlo in pratica, qualche volta.
Mi ritrovo in piedi prima di capire perché ho deciso di fare anche questa cazzata.
La professoressa gira gli occhi verso di me, e la rappresentante sembra sgonfiarsi, per il sollievo. Mi lancia un’occhiata di riconoscenza che mi fa venire il dubbio che le mie compagne mi conoscano meglio di quanto non creda.
“Signorina Lwen?”
Conosce il mio nome. O i miei capelli rossi sono una stilettata nelle retine, o il nostro amico in comune le ha detto di tenermi d’occhio. Entrambe le cose, decido.
“Sarebbe lei l’aspirante solista?”
“No, no – dico in fretta – il canto e io siamo rette parallele, professoressa. No, volevo soltanto dire una parola, di quelle che la nostra rappresentante, per pudore e delicatezza, sta cercando di evitare.”
La professore incrocia le braccia e mi guarda severamente.
“E cosa vorresti dirmi, che la rappresentante da voi eletta non può?”
“Non è che non può – puntualizzo – si trova solo in imbarazzo a dover fare presente a un’insegnante una delle regole della scuola, e teme di offendervi.”
Gli occhi della professoressa si stringono. Che una studentessa ricordi le regole a un’insegnante è una cosa un pochino sfacciata.
“Cosa vorrebbe dire?”
“Solo questo: la mia amica è una borsista, studia qui grazie a un finanziamento. Non è nella tradizione dell’istituto che le ragazze come noi assumano ruoli di rappresentanza, perché ciò sminuirebbe il prestigio della scuola.”
Un silenzio tombale accoglie le mie parole, se mai fosse servita una conferma. Nessuna mormora più, nessuna osa nemmeno fiatare. Non vogliono certo smentire, non si invalida un sacrificio umano in questo modo. Mi sono gettata nelle fauci della morte, e l’unica preoccupazione di tutte è evitare di inciampare nello stesso abisso.
Ho il tempo di pensare che a me non è che occorra chissà quale coraggio per alzarmi e parlare, visto che di solito devo davvero lanciarmi in abissi pieni di zanne, prima che la professoressa riprenda la parola:
“Dunque questa è l’unica obiezione alla mia scelta della solista? Non ci sono altre candidate?”
Se devo morire per mano della talpa di Lars, morirò con onore. Dico:
“Nessuna è nemmeno lontanamente all’altezza di Maya, professoressa. Ma lei non è nobile.”
Gli occhi scuri, in verità piuttosto sensuali, dell’insegnante, indugiano a lungo su di me. Poi:
“La ringrazio per la sua franchezza, signorina Lwen. Può sedersi.”
Accenna alla rappresentante di fare lo stesso.
Mi rimetto giù.
“Se non vi sono obiezioni serie e fondate alla mia scelta, considerate la vostra compagna Maya come nuova solista del coro. Le faccio i miei complimenti per il suo grande talento, signorina. L’aiuterà molto a farsi strada nella vita. Può tornare a sedersi.”
Nell’aula perfino le mosche rimangono ferme, per la paura di volare. Vedo che Althesia si muove sulla sedia, e conoscendola, credo che stia soffrendo fisicamente all’oltraggio, ma nemmeno lei è tanto stupida da contestare direttamente un’insegnante.
La professoressa scende dalla pedana e si porta in mezzo alla classe. Teste di ogni ceto e colore si storcono, per non perderla di vista, come agnellini con una volpe nel mezzo.
“Lasciate che vi spieghi qualcosa, ragazze. Le tradizioni non sono leggi. Una tradizione è una nozione positiva del passato, che viene trasmessa nel futuro, affinché possa supportare chi verrà dopo, non ostacolarlo. Quando questo accade, la tradizione è sbagliata, e qualsiasi persona di buon senso ha il dovere di fare in modo che sia cancellata.”
Lars, sei appena stato surclassato, mi spiace. Amo questa donna molto più di quanto non potrei mai amare te.
“Il nostro regno, Tern, si basa sul principio civile che chiunque sia libero, entro i limiti della legge. Questo non significa soltanto che siamo tutti tenuti a rispettare il volere di sua maestà, ma anche che possiamo comportarci come meglio riteniamo, come ci suggeriscono la nostra coscienza e le nostre inclinazioni, in tutte le circostanze non in contrasto con la legge. Se esiste un decreto che vieta alle fanciulle nascita popolare di cantare in un coro, vi prego di rivelarmelo. In tal caso, e solo in tal caso, tornerò sulla mia decisione.”
Sotto il banco, sento la mano di Maya che stritola la mia. Niente appare più spaventoso, a una persona abituata a non avere diritti, di qualcuno che ti impone di riscuoterli.
“Nessuna conosce tale editto?”
La professoressa si guarda intorno, con un’aria di innocente stronzaggine per cui penso la adorerò fino alla fine dei secoli. Forse mi sono appena guadagnata il suo astio, per essermi alzata a parlare al posto della rappresentante di classe, ma l’amore, nella sua essenza più vera e pura, non richiede di essere ricambiato. La amo perdutamente, per quello che sta dicendo, e la amerò anche se prima della fine della lezione mi frusterà a sangue. Lei può. Può tutto. Sono tua!
“Come immaginavo, non esiste nessuna legge che vieti a una ragazza di cantare, come non esiste nessuna legge che vieti a una ragazza di studiare.”
Si ferma in fondo alla classe. Per guardarla, dobbiamo voltarci tutte
“Vi prego di tenere sempre a mente che l’onore aristocratico si misura dal cuore, non dal sangue. Una tradizione che ostacola chiunque nel raggiungimento della sua legittima felicità e realizzazione non è qualcosa che vada tramandato, ma una barbarie di cui liberarsi quanto prima. Spero di non dovermi mai più esprimere, in merito a tale argomento.”
Con un’elegante piroetta, si volta e torna al suo posto in cattedra, sulla pedana.
Il resto della lezione è un silenziosissimo trascrivere di pentagrammi dalla lavagna.

A ricreazione, mi siedo all’ombra di una colonna con uno dei volumi dell’infinita saga dei viaggi del monaco Tyras, che nell’ultimo capitolo era finito in una gabbia formata dalla cassa toracica di un drago. Il concetto era che, se ne fosse uscito vivo al termine di un lungo, gelido inverno, allora sarebbe stato vero che aveva imparato a dominare il vento e gli elementi, e poteva quindi attraversare le regioni selvagge di Ver-Undusk, in cerca della Conoscenza, motore di tutti gli spostamenti del mitico monaco. Sto cominciando a pensare che Tyras fosse stato un Sorvegliante, e di certo l’imperatrice Fathiel lo credeva, a giudicare dalle stoccate che inserisce nei suoi appunti, a riguardo; ma occorre essere Sorveglianti per capirlo. Tutti gli altri analizzano e sminuzzano ogni sillaba, arrivando a meravigliose conclusioni metafisiche, senza nemmeno prendere in considerazione il fatto che ogni cosa andrebbe interpretata alla lettera.
In momenti così mi piace essere Sorvegliante. È l’appartenenza a un circolo molto esclusivo, dove noi capiamo le cose, e gli altri no.
Ammetto che l’Adunanza mi suscita più aspettativa che timore. La situazione deve essere seria, ma non ho mai conosciuto altri Sorveglianti, a parte Lyott e gli alieni che hanno chiesto il mio aiuto. Sarà bello, penso, poter parlare con qualcuno che mi capisca, anche se soltanto per poco tempo.
Sfoglio una pagina, il libro in equilibrio sulle ginocchia. Sono seduta per terra, naturalmente: le panchine non sono per noi borsiste. E sono da sola, perché Maya è con il coro, deve fare conoscenza, fare amicizia, fare pratica… cerco di non stare in ansia per lei, ma spero che nessuno le dica niente di sgarbato. È stata la professoressa a prendere questa decisione, dopotutto.
Quando l’ombra mi oscura la vista, non mi sorprendo. So benissimo che ci saranno delle conseguenze, quali e quanto gravi lo scoprirò a tempo debito, ma so che arriveranno. Eccone una.
La professoressa Tarsya ha infranto un’altra tradizione silente, ed è qui con noi nel cortile. Le insegnanti non si mescolano mai alle ragazze, nei momenti di svago.
“Posso rubare un momento alle tue letture?”
“A vostra disposizione.” Chiudo il libro e mi alzo. “Tanto sono sicura che il buon Tyras passerà l’inverno da ghiacciolo e si riprenderà a primavera, garrulo come un uccellino.”
“Si è spalmato di sebo di drago – mi rivela la professoressa – una pelliccia non potrebbe proteggerlo di più. Anche sotto la bufera, suderà per il caldo.”
“Creature meravigliose, i draghi. Vorrei vederne uno da vicino, un giorno.”
La professoressa sorride. “No, che non vuoi. Quando tornano dalla migrazione sono molto affamati, ho inteso dire.”
“Da vicino senza che loro se ne accorgano.” puntualizzo.
“Mi pare sensato. Vogliamo camminare?”
Le mie compagne mi vedranno a braccetto con una professoressa, durante l’intervallo. Magnifico. Dovrò cominciare a venire a scuola con un bastoncino, per ispezionare il sottobanco prima di infilarci la mano, in caso qualcuna a caso ci abbia messo dentro una trappola per topi.
“Con tutto il dovuto rispetto, le tradizioni sono dure a morire – rispondo – e anche al monaco Tyras servì un lungo, gelido inverno, per imparare a dominare il vento. Non vorrei causarvi problemi.”
“Tu, causare problemi a me.” considera lei, meditabonda.
“Tre mie compagne si sono precipitate fuori, appena suonata la campanella – le rivelo – Althesia e due sue amiche, non chiedetemi i nomi perché a stento distinguo una nobile dall’altra. Non le vedo qui in giro, perciò immagino siano ancora con la direttrice.”
“La direttrice riceve studentesse che vogliono parlarle all’improvviso?”
“Il binomio nobiltà e ricchezza la rende sempre molto disponibile ad ascoltare lagnanze.”
La professoressa Tarsya lascia vagare lo sguardo per il cortile. Metà delle ragazze ci stanno guardando senza averne l’aria, e l’altra metà sta chiedendo a quelle che ci stanno guardando senza averne l’aria, cosa stiamo confabulando. Cercano tutte di mantenere il contegno e la riservatezza, con il risultato che anche un cieco si accorgerebbe di quello che succede.
La professoressa osserva un momento le finestre dei piani inferiori, con alcune ragazze affacciate, poi torna a dedicarsi a me.
“La situazione è ancora peggiore di quanto mi avessero prospettato.” mormora.
Io rimango zitta.
“Tu hai un buon amico, lo sai?”
“Io ho un benefattore – rimbecco – così generoso da elargire briciole agli uccellini affamati, che per la gioia poi cinguettano… anche nei dintorni della sua finestra, suppongo.”
Stavolta è la professoressa a rimanere zitta, ma con un mezzo sorriso di conferma.
Continuo: “Se voi fate surclassare le nobili dalle borsiste, andrete incontro a dei problemi. Gli uccellini che cinguettano troppo attirano i gatti.”
“La tua amica meritava quel ruolo.”
“In questa scuola non ci insegnano a meritare alcunché. Non studiamo per imparare a gestire i nostri meriti, ma per sopportare le privazioni dovute alla nostra posizione, invero piuttosto bassa.”
“Il tuo benefattore non sarebbe contento di sentirti parlare in questo modo.”
“È la direttrice a renderci ciò che siamo – insisto – tutto parte da lei, e a lei arriva. Se lei vorrà rovinare Maya, per soddisfare Althesia e le sue amiche, Maya sarà rovinata, e non c’è uccellino che possa impedirlo. Credete di averle fatto un favore, di esaltare le sue qualità, ma d’ora in avanti dovrà guardarsi le spalle ogni momento, e pregare di riuscire a diplomarsi, cosa niente affatto scontata.”
Si aggronda: “I suoi voti…”
“I voti sono niente. Per espellere una borsista basta un pettegolezzo.”
“Sta bene – dice la professoressa – terrò a mente il tuo avvertimento.”
“Togliete a Maya quel ruolo, se avete capito.”
“Forse tu dovresti capire – ribatte Tarsya – che io non mi trovo qui per perpetuare queste tradizioni, come ti piace chiamarle. Il nostro comune amico ha rilevato delle incongruenze, e intende andare a fondo della faccenda.”
Mi immagino Lars che, scoperta la cresta sulle borse di studio, spacca il culo alla direttrice e le fa sputare fino all’ultima moneta. Ammetto che come prospettiva è piuttosto allettante.
“Gli uccellini che cinguettano troppo attirano i gatti.” ribadisco comunque. La direttrice è qui da quarant’anni, da prima che nasceste voi o il nostro benefattore, è una vecchia volpe. Un’insegnante che fa la spia al mecenate, per lei, è un antipasto, prima dello spuntino a base di borsiste da spennare.”
Ma l’insegnante sembra di tutt’altro avviso: “E i gatti che miagolano troppo attirano i cani… o i serpenti.”
Mi sorride, in maniera niente affatto professionale. Non siamo docente e studentessa, siamo cospiratrice e informatrice. Puntualizza:
“Serpenti bianchi, molto grossi, e capaci di uccidere con uno sguardo.”
“Credo che la mitologia li chiami basilischi.”
“L’ho inteso dire.”
La professoressa fa un cenno con il capo, come se si stesse congedando, a beneficio del nostro pubblico silenzioso.
“Di qualsiasi cosa tu possa avere bisogno, sai a chi rivolgerti.”
Ma non ero io che dovevo fare amicizia con lei? Non sono una bambina indifesa che piange se trova le puntine da disegno dentro le scarpe, quando si cambia dopo l’ora di ginnastica. Sono una Sorvegliante, e anche se questa è una piscina di squali, so nuotare benissimo.
“Lo terrò presente.”
Si allontana, e posso solo sperare di averle fatto capire quanto sia stato imprudente avvicinarmi così, sotto gli occhi di tutte, alla luce del sole, come se fosse naturale. Ma ho la sensazione che non si renda conto, nemmeno adesso che gliel’ho spiegato. Maya sarà solista.
E questa sensazione ne porta un’altra con sé, una considerazione di sgradevole, come una carpa morta che ti scivola tra le mani, mentre cerchi di metterla sul tagliere: se Tarsya è un’insegnante, quindi una persona che ha studiato, che ha frequentato svariate scuole, perché è così sprovveduta, di fronte al clima che ha trovato qui? Non conosce le mille tradizioni e usanze sottintese, in un contesto dove si mescolano nobiltà e plebe?
Abbasso gli occhi sul libro. A domanda retorica, risposta banale.
Tarsya non conosce i sottintesi di questa scuola, perché nelle altre scuole non si è fermi al secolo scorso, come qui. A dirla tutta, è la prima volta che penso davvero all’esistenza di altre scuole. Fin da piccola, era questa l’obiettivo dei miei, e anche il mio. Non conoscevamo altro, non potevamo desiderare altro.
L’anormalità è qualcosa di cui non ti rendi conto, quando ci sei dentro. Ti umiliano, è normale. Ti frustano, è normale. Sei plebea, è normale.
Ma anche no.
Sono una Sorvegliante, ho visto mondi e conosciuto genti, ho immerso le mani e la spada in situazioni che nessuno, a Tern o altrove, potrebbe anche lontanamente immaginare, ma è la prima volta che mi rendo conto di come non abbia mai davvero pensato a quanto grande sia il mio mondo. Per me è sempre stato piccolissimo.
Sono una figlia di panettieri, mia madre era una prostituta finché non si è riscattata per sposare papà, e al di fuori del forno dei miei e di questa scuola, non ho visto niente. Non so niente.
Sono solo un’adolescente inquieta, che pensa sia normale farsi frustare se sbaglia la postura, solo perché mia madre doveva sopravvivere nel modo più umiliante in cui si possa sopravvivere. Sì verissimo, in confronto alla sua, la mia vita è un letto di rose, eppure… Ho fatto mia una convinzione che non mi appartiene, perché credevo che fosse quella con cui avrei dovuto sempre coesistere, mentre era quello di cui mi sarei dovuta liberare, subito, immediatamente.
Per questo Lars ha detto al suo uccellino di controllarmi. Lui ha capito la mia vulnerabilità, molto meglio di me.
Non mi sono mai sentita tanto piccola e indifesa in vita mia.

Non mi sorprende che, al termine della lezioni, la professoressa non sia con le altre, che sorvegliano l’uscita, perché occorre essere ben sicuri che le borsiste si tolgano di torno e non vadano a scroccare il pranzo in mensa. Viceversa, non sarebbe la prima volta che una studentessa pagante cerca di svignarsela, perché non sono tutte Aillean, che vive nell’empireo, o Althesia, che gode del malessere altrui; di gente normale ce n’è abbastanza, e insomma, quando vedi una tua compagna sferzata fino a che la pelle si lacera e il sangue cola in rivoletti, voglia di rimanere a scuola te ne resta pochina. Inoltre, alcune famiglie nobili sono di vedute più larghe del clan Ianmeyr. Ci sono ragazze aristocratiche che le prendono proprio come noi. A volte penso che la direttrice abbia un elenco, accanto al frustino.
La professoressa Tarsya manca nello schieramento di insegnanti che vigilano, mentre usciamo in fila ordinata, e manca anche la direttrice. Sospiro interiormente (sospirare fisicamente mi garantirebbe minimo una sberla in faccia). L’uccellino di Lars è già stato catturato, e la direttrice lo sta spennando, in questo preciso momento. Le illusioni durano poco, in questa scuola. Decido di fermarmi al mercato a comprare un po’ di pesce da friggere, voglio cibo malsano e confortante. Dedicherò il pomeriggio a preparare cioccolata. Il pasticcere mi aveva promesso i semi di cacao, e ormai dovrebbero essergli arrivati.
La professoressa Tarsya sta venendo licenziata, non ho nessun dubbio.
Accanto a me, Maya sta formulando pensieri analoghi. “È stato breve, ma bello. Le ragazze del coro erano simpatiche e sembravano davvero contente, dopo avermi sentita cantare.”
“Magari ti lasceranno il ruolo.” rispondo, senza nessuna convinzione.
“E magari la direttrice smetterà di cacciarmi fuori da scuola prima di pranzo, per risparmiare sulla mia mensa.” Sospira. “Se mio padre lo sapesse, si infurierebbe.”
“Dovresti dirglielo. Tu puoi, quindi dovresti.”
Dà un calcio a un sasso, un gesto di stizza che non le è abituale. “Mio padre vuole proteggermi. Haldan vuole proteggermi. Anche tu cerchi sempre di proteggermi. Nessuno pensa che possa cavarmela da sola, vero?”
“Immagino voglia dire che non pranziamo insieme, oggi – cerco di scherzare – scusa, ma cosa c’è di male? Mykler non sarebbe certo d’accordo con i metodi ‘educativi’ della scuola, no?”
“Certo che no.” risponde lapidaria.
“Tu un padre ce l’hai. Con lui tu puoi parlarci.”
Ammetto che non volevo mi uscisse così triste. Maya alza gli occhi, e vedo che la stizza le è già scomparsa. Non è capace di serbare rancore, solo che a ora di pranzo, mentre hai una fame tremenda e non puoi soddisfarla, si diventa irritabili.
“Non posso dirgli niente per lo stesso motivo per cui non lo fanno le altre – osserva, in tono gentile – non posso essere espulsa. E spero che la direttrice si accontenti di togliermi il ruolo di solista, o davvero non saprei come spiegarlo a papà.”
Non dico niente. La copertura di Mykler è analoga alla mia, e nei suoi piani le cose rimarranno così fino al diploma di Maya, ovvero la sua maggiore età, quando potrà disporre del cospicuo patrimonio di un Sorvegliante. I quattrini non bastano a dare prestigio sociale, e questo purgatorio, che durerà ancora due anni, servirà a Maya come punto di partenza per una vita migliore.
“Potresti risparmiarti tutto, se sposassi subito Haldan. O lui non vuole?”
Maya scrolla le spalle. Stranamente, non arrossisce. “Non sono sicura che sia l’uomo giusto per me.”
Non so cosa dire. Camminiamo per un po’ in silenzio, mentre Maya si morde le labbra, divisa tra il desiderio di sfogarsi e quello di non farlo. Alla fine, cede.
“Lui è… credo mi ami davvero molto, non è questo. Ha già lasciato cadere un paio di allusioni con mio padre, praticamente si è impegnato, ma anche lui preme perché io mi diplomi. Dice che con la mia media di voti, rinunciare sarebbe da stupidi, e che lui mi aspetterà tutto il tempo necessario.”
Gli fa onore, devo ammetterlo. Uomini come Haldan, se non ottengono subito quello che vogliono, di solito perdono presto interesse. E che per lui l’istruzione di Maya sia importante è davvero un fatto positivo, insomma, è chiaro che preferisce una moglie intelligente a un’ochetta sfornafigli.
“Mi sembra una bella cosa – azzardo cautamente – tu volevi frequentare anche l’università. Il diploma ti serve.”
“Io voglio ancora frequentare l’università. Credo che la facoltà di erboristeria sia quello che fa per me. Papà storce il naso all’impiego delle erbe in medicina, ma io credo si sbagli. Si potrebbero evitare tanti interventi inutili, con le erbe giuste.”
Sospiro, stavolta apertamente. Come tutte noi, anche Maya è in un vicolo senza uscita, o meglio, con l’unica uscita di diplomarsi senza attirare l’attenzione, prima di potere iniziare a vivere.
Se non avessi parlato con la professoressa Tarsya, a questo punto mi arrenderei, ma la nuova idea è un tarlo, nel mio cervello: “Potresti cambiare scuola. Ci hai pensato?”
“La borsa di studio vale solo per questa.”
Non ha esitato un momento a rispondere, il che significa che aveva già valutato la possibilità. Bene, a quanto pare sono l’unica cretina a essermi fossilizzata sulle tre cose che hanno da sempre formato il mio piccolo mondo privato.
“Tuo padre non ha certo bisogno del finanziamento di un mecenate – insisto – se sapesse come ti trattano qui, pagherebbe senza pensarci due volte.”
“E la sua copertura salterebbe. Mio padre non riesce ancora a rassegnarsi ad avere dovuto rinunciare, come Sorvegliante. Se fosse costretto a lasciare definitivamente l’ordine, perché se attirassimo troppo l’attenzione su di noi avrebbe difficoltà a spiegare come mai i suoi interventi chirurgici portino a guarigioni miracolose come le tue, ne morirebbe.”
Bella fregatura. Mykler protegge Maya, Maya protegge suo padre. A digiuno.
“E Haldan? Non è certo un poveretto che mangia all’ospizio. Se sapesse cosa ti tocca sopportare, ti aiuterebbe, economicamente intendo.”
Non le offro di supportarla io, servirebbe solo a farla arrabbiare e bisticciare.
“Sì, credo che lo farebbe.”
Attraversiamo tutta la piazza, prima che lei decida di mettere le cose in chiaro.
“Se fosse lui a pagare, sarei talmente in debito nei suoi confronti che non potrei in nessun modo rifiutare la sua proposta di matrimonio, giusto?”
Ahi, ahi, ahi. A palazzo reale, torre dei maghi, c’è un certo borioso giovanotto che tra non molto avrà il cuore spezzato.
“Perché dici così? Credevo andaste d’accordo.”
Maya si gira a guardarmi, e il suo sguardo è sorridente e triste al tempo stesso, antico come la saggezza, e devo fare uno sforzo, per riconoscere in lei la pallida, timida ragazzina che a scuola non alza mai la mano, per paura di mettersi troppo in mostra.
“Darei qualsiasi cosa per stare con lui, Lwen. Davvero. Se i suoi sentimenti dureranno, credo che sarò felice come nessuna lo è mai stata, e ho ragione di credere che dureranno… insomma, non ha certo bisogno di impegnarsi con me. Lui può avere qualsiasi fanciulla voglia, e a quanto ne so, è andata così, finché non ci siamo incontrati.”
Stavolta tocca a lei sospirare.
“Ma è un prepotente, anche se mi ama. Vuole tutto, ma è disposto a concedere pochissimo, e non so quasi niente di lui. Quando gli chiedo della sua famiglia, della sua origine, rimane sempre sul vago, e cambia subito discorso.” Stringe le labbra, con una decisione che non pensavo potesse avere. “Ho pensato a ogni spiegazione possibile, ma la verità è che, se non si fida di me abbastanza da essere onesto, io non posso fidarmi di lui, per quanto lo ami.”
“Non stai ingigantendo un po’ troppo la cosa? Magari si vergogna e basta. Come mago, le sue origini non possono certo essere particolarmente altolocate.”
“Le mie, lo sono forse? O le tue?”
“D’accordo, ma la reticenza a parlare delle sue origini mi sembra un po’ poco, per pensare di rifiutarlo.”
Si ferma sul marciapiedi e mi guarda, tristemente.
“Non posso essere felice, accanto a qualcuno che non si fida di me. Io… io non lo tradirei mai, nemmeno se avesse commesso un omicidio e avesse abbandonato Morghater in tutta fretta, per non farsi arrestare. Sarei felice di finire in prigione con lui, se solo lui avesse abbastanza rispetto per me da lasciarmi scegliere di rimanergli accanto. Ti sembra che chieda troppo?”
“No – devo rispondere – non chiedi troppo. Ma, dal suo punto di vista, proteggerti potrebbe essere più importante di qualsiasi altra cosa.”
“Queste scelte non possono essere unilaterali. Ho già mio padre, che mi protegge volente o nolente. Da mio marito vorrei qualcosa di più.”
Non so cosa dire. La lucidità del suo ragionamento non fa una grinza, e la chiarezza con cui Maya sa quello che vuole dal proprio futuro non lascia molto margine di discussione.
Non so nemmeno perché riprovo a perorare la causa di Haldan. Vederlo distrutto per avere perso credo l’unica ragazza di cui si sia mai innamorato in vita sua mi farebbe godere in maniera vergognosa. Eppure dico:
“Ma tu sai quali sono i rischi che corre, Haldan. Lo hai visto, il mostro che vive in casa mia. Se non sopporta il pensiero che tu possa finire sbranata, o peggio, non me la sento davvero di biasimarlo…”
“Certo – esclama Maya – tutti volete solo proteggermi, vero? Io non sono capace di essere Sorvegliante. Nessuno pensa che potrei aiutare, che forse vorrei farlo. Non dico di te – si affretta ad aggiungere – ma io non posso passare dall’affidarmi alle decisioni di papà all’affidarmi a quelle di mio marito. Non posso passare tutta la vita in gabbia.”
Mi fermo davanti a una bancarella che vende pesce fritto. Siccome non ho davvero niente da eccepire, a una logica così stringente, compro due cartocci dei pesciolini del Talam, ne porgo uno a Maya e le do genericamente della stupida.
“Se pensi che ti stia proteggendo anche adesso, ti sbagli – la apostrofo, vedendo che è reticente ad accettare l’offerta – se volessi proteggerti, andrei a spifferare tutto a Mykler. Non voglio essere così stronza da abbuffarmi sotto il tuo naso, tutto qui.”
Maya deve prendere il cibo. So che muore di fame. A casa fa una colazione leggera, non ha motivo di saziarsi, visto che suo padre pensa che mangi regolarmente in mensa, ogni giorno.
“La professoressa Tarsya verrà licenziata, vero?” mi chiede, a bocca già piena.
“Sì – buono il pesce fritto, quando poi hai un buco in pancia, è anche meglio – non importa chi l’abbia mandata da noi. E mi dispiace, ma non credo rimarrai a lungo la solista. Ti butteranno fuori dal coro entro domani al massimo.”
“Lo so, ma è stato bello anche così. Nessun’insegnante mi aveva mai fatto un complimento, prima.”
Nessun’insegnante è così cretina da esaltare una borsista. “Era una professoressa davvero in gamba. Troverà subito un altro impiego.”
“Vero – concorda Maya – spero che la direttrice non la mortifichi troppo, quando la caccerà via.”
Dopo avere mangiato, beviamo a una fontanella, e ci salutiamo per tornare ciascuna a casa. Io mi fermo all’ufficio postale, a ritirare la solita lettera di Lars. Mi dice che questa sera sarà in campagna, per un impegno mondano, ma che ha dato istruzioni al suo valletto, di portargli immediatamente qualsiasi mio messaggio, se avessi bisogno di contattarlo. E mi chiede ancora quando potremo vederci.
Devo proprio decidermi a tornare a frequentare il tempio. La misericordiosa Ney mi sta bastonando di brutto. Non è il caso, Lars, riesci a capirlo sì o no?
Il percorso che devo seguire è lineare, mi dico mentre salgo le scale per rifugiarmi nella mia topaia. Rimani nel tuo basso profilo, non attirare ancora di più l’attenzione. Saluta Tarsya e la sua sete di innovazione che non può essere soddisfatta. Spera che Maya venga estromessa dal coro senza troppo spargimento di sangue. Scrivi a Lars che si è fatto delle idee ridicole e che è meglio se le tolga subito dalla testa.
È solo quando comincio a piegare la lettera di risposta, dove dico a Lars che sa dove abito e può venire quando vuole, che mi viene il dubbio che il percorso non sarà proprio lineare come immagino.
Il giorno dopo, a scuola, ho la mia conferma.

Non solo la professoressa non è stata licenziata come tutte davamo per scontato; non solo Maya non è estromessa dal coro ma anzi riceve un foglio con il calendario di tutte le prove, cortesemente puntuale che senza solista non possiamo fare niente; non solo la rappresentante di classe mi saluta quando entro, sì saluta me, a quanto pare averle salvato la vita due volte mi ha fatto guadagnare il diritto di esistere agli occhi delle nobili. Non solo, no.
La professoressa Tarsya ha ottenuto dalla direttrice qualcosa di inimmaginabile: le migliori della classe, notare bene, non le più altolocate, ma le migliori a scuola, nel pomeriggio l’accompagneranno in una visita al salotto intellettuale del conte Brinat, ovvero uno dei circoli culturali più in vista di Tern.
Chiunque si sia fatta l’idea di un posto noioso, pieno di vecchi imbolsiti che discettano davanti a una tazza di the, su congiuntivi e avverbi di gente morta da seicento anni, cambi idea al volo: è un posto grandioso.
Pieno centro, musica, danze, divertimento, splendide opere appese alle pareti, artisti che si accapigliano tutto il giorno (leggenda vuole che sia volata più di una sedia dalle finestre, quando le discussioni si facevano animate), cascamorti che cercano di abbordare qualsiasi cosa sia bipede e respiri, alta moda, e in definitiva, uno di quei posti dove chiunque vorrebbe stare, anche se l’alternativa non fosse la scuola.
Ce lo comunica alla prima ora, con un sorriso soddisfatto che nemmeno prova a celare, e che è più esplicativo di qualsiasi spiegazione verbale potrebbe darci. È stata trattenuta a colloquio con la direttrice, ma le cose si sono svolte un po’ diversamente da come, per noi, era ovvio si svolgessero.
Non credo sia la procedura tipica di un licenziamento.
“Adesso leggerò i nomi delle ragazze che dovranno fermarsi nel pomeriggio. Non c’è bisogno che vi alziate.”
Una delle aristocratiche, che viene inclusa nel gruppo, chiede se dovremo andare in uniforme scolastica.
“Naturalmente – è la risposta – frequenterete il salotto come allieve di questa scuola, e mi aspetto che lo ricordiate. Vi porterò perché impariate qualcosa, non perché vi divertiate. Spero che sia chiaro.”
Sì, come no. Immagino che un’insegnante sia tenuta a dire certe fesserie, ma volendola vedere come un avvertimento, stile ‘combinatene qualcuna e vi pentirete di essere nate’, ha senso. Viene fatto il nome di Althesia, e anche se me lo aspettavo, come lei si aspettava che venisse fatto il mio, mi si stringe lo stesso lo stomaco. Comunque, di sicuro non intendo rinunciare all’opportunità.
Quando la professoressa chiama Maya, lei si alza.
“Non ce n’è bisogno, signorina.”
“Mi scusi, professoressa – dice la mia amica, con la sua vocina esile – ma se non è un’uscita propedeutica, vorrei chiederle di essere esonerata.”
Più di una si volta a guardarla, e lei arrossisce, ma non distoglie lo sguardo dalla professoressa. Tarsya si acciglia, perplessa.
“No, non è obbligatorio, ma posso sapere per quale motivo non desideri partecipare?”
“Mio padre non è in buona salute – dice Maya – desidero tornare a casa quanto prima, per accertarmi che abbia tutto quello che gli serve.”
La professoressa annuisce. Come pretesto è accettabile, e spunta il suo nome senza ulteriori insistenze. Se una ragazza rinuncia a una simile occasione, ha le sue buone ragioni.
Mi sporgo un pochino per sussurrarle: “Tuo padre sta benissimo. Che storia è questa, Maya?”
Lei riordina pennini e quaderni, prima di bisbigliare in risposta: “Sono già diventata la solista passando davanti alle nobili. Superarle anche in questo è davvero troppo. Io non ho il tuo coraggio, Lwen.”
Mi sento sprofondare il cuore, perché ha ragione, assolutamente. Al suo posto, è appena stata nominata una ragazza nobile, e questo, anche se non era nelle intenzioni della professoressa, ha restituito alle cose il suo ordine naturale.
“È un’ingiustizia, tu dovresti…”
“Signorine – la voce vibrante di Tarsya ci fa trasalire – volete metterci tutte a parte della vostra interessante conversazione? Dato che vi appassiona al punto da ignorare la buona creanza, dev’essere un argomento avvincente.”
Mi faccio rossa come un peperone, e Maya più di me.
“Mi scusi – balbetto – stavo solo… esprimendo i miei migliori auguri perché il padre di Maya guarisca quanto prima.”
“Un sentimento lodevole, ma che avrebbe dovuto attendere la fine della lezione. Può scrivere tali parole sul suo quaderno, fino al suono della campanella. Cominci pure, prego.”
Urca, siamo solo all’inizio. Un’ora intera a scrivere ininterrottamente la stessa frase mi manderà al manicomio. Quasi quasi preferivo le vergate.
Prima di iniziare – e so, senza bisogno conferme, che Tarsya mi controllerà con un occhio, che non mi conceda pause di riposo durante la punizione – lancio una rapida occhiata verso Althesia, il mio personale barometro delle disgrazie scolastiche.
La vedo tranquilla e soddisfatta, e di riflesso mi tranquillizzo anch’io. Sono stata punita e Maya è, almeno per il momento, ricacciata nel suo tugurio di casa affacciata su una strada popolare, sotto il tetto di un uomo che taglia la carne e fa sprizzare il sangue (e salva vite umane; ma l’aristocrazia non si sofferma su particolari tanto vili). Per ora, sono al sicuro.
Ma so di trovarmi sull’orlo di un precipizio. Devo stare molto, molto attenta.
A fine lezione, la professoressa Tarsya ritira i sei fogli che ho riempito di scrittura e mi chiede se ho intenzione di comportarmi ancora da maleducata. Le giuro che sarò irreprensibile, con la voce più sincera e sottomessa che riesco a trovare. Ho tutte le dita intorpidite. Farò la brava, professoressa, giuro.
Attenta e irreprensibile. Ecco i miei propositi per il pomeriggio, a costo di rovinarmi il divertimento.
La cosa ridicola è che parto davvero convinta di simili cazzate. Penso sul serio che le cose andranno come mi riprometto di fare in modo che andranno.
Ci credo davvero. Convinta e tutto, fanfara a passo di marcia, verso nuovi casini.
D’altra parte, il motivo per cui sono i vecchi a essere saggi e non i giovani, è che i vecchi sono diventati tali dopo una selezione naturale spietata, che ha preventivamente fatto fuori le deficienti come me.

La residenza del conte Brinat è nel quartiere alto della città, su una strada ampia, con una splendida fontana davanti. Accanto c’è il tempio di Ney – giuro che faccio una scappata, lo prometto – e si dice che il conte abbia elargito una cospicua donazione, in cambio del diritto di fare un bel buco nel muro divisorio, in modo da avere il proprio palco privato dal quale assistere alle celebrazioni. Gli appartamenti privati sono inaccessibili al pubblico, naturalmente, ma il primo e il secondo piano sono un andirivieni costante di gente di ogni colore. Sono ancora con un piede sul gradino, che già mi sento elettrizzata. Conosco mille mondi, ma il mio, questo, Engelia, lo inizio a vedere soltanto ora.
Dall’altra parte, la residenza del conte confina con la dimora cittadina di Ianmeyr.
Lo stemma sopra il portone sembra guardarmi, mentre passo lì accanto, uno scudo di marmo enorme, sul quale il basilisco spiega le sue spire sinuose, sotto i due soli dell’emblema. Chissà se Lars è qui dentro, o se è perso chissà dove, dietro i suoi mille impegni mondani.
Mi sfugge un sospiro, sto diventando parecchio sospirosa da quando ho uno scudiero, e mi guadagno un’occhiata incuriosita da parte delle sicarie di Althesia. Mi ricompongo subito e seguo il gruppetto nel palazzotto del conte Brinat.
La professoressa si ferma nell’ingresso e ci impartisce le sue istruzioni, accanto al maggiordomo della casa, che tutto impettito aspetta il tuo turno:
“Potete visitare a vostro piacimento le sale aperte, e se desiderate essere introdotte in qualche conversazione, potete chiedere a Mithorn, qui, che dirige la casa. Vi guiderà nel primo giro, dopodiché chi vorrà rimanere con me potrà farlo, ma sarete parimenti libere di regolarvi secondo il vostro giudizio. Spero di non dovermi pentire della fiducia che vi accordo.”
Nel giro di tre secondi, Althesia e le sue amiche sono addosso al maggiordomo, per accaparrarsi i posti migliori. Le borsiste si stringono attorno alla professoressa, come per chiedere aiuto. Io mi guardo intorno. Sono abituata ad attraversare le foreste di notte, in cerca di mostri orripilanti che vogliono farmi a pezzettini, quindi trovarmi in una casa sicura, lussuosa, profumata di incensi e di stuzzichini sempre pronti, difficilmente può spaventarmi.
È come intrufolarsi nella testa di un artista, o di un pazzo, anche se dubito esista differenza. Ci sono quadri dappertutto, fino quasi alla cornice delle porte, in un’accozzaglia di stili e soggetti differenti, che forse un tempo seguivano un ordine preciso, ma poi, dovendo ricavare sempre nuovi spazi, sono diventati un cornice-contro-cornice. Le statue seguono lo stesso criterio, con busti, atleti dinamici, opere nuovissime e colorate accanto a reperti che hanno perso la tinta e si presentano bianchi dell’alabastro originario. Un enorme lampadario a pendagli, che un tempo reggeva candele ma adesso è stato rimodernato per l’illuminazione a gas, sembra sul punto di cascarci addosso da un momento all’altro.
Sto decidendo cosa fare della mia vita, con la professoressa che mi guarda e immagino stia per chiedermi se vado con loro o che altro, quando un boato nel salone ci fa trasalire.
“Oh, misericordiosa Ney!”
Le ragazze si stringono alla professoressa, o al maggiordomo, mentre la vibrazione si spegne sotto i nostri piedi. Noto però che il buon Mithorn è rimasto impassibile, e si scosta gentilmente dalle ragazze, prima che la cosa paia sconveniente.
“Non è nulla, signorine. Un piccolo esperimento del nobile Alexion, nella sala grande.”
“Che esperimento?” chiedo, pronta a tutto, incluso il lancio del divano.
“Un meccanismo di ascensione che non richieda l’uso delle scale, signorina. Lo sta mettendo a punto in questi giorni.”
Althesia si sta lisciando i capelli, che il fracasso potrebbe avere scompigliato, chissà. Li tiene sciolti, anche se a scuola dovremmo avere le trecce regolamentari, e sono lisci, lucenti, bellissimi. La nobiltà trapela dal tessuto verde scuro dell’uniforme, come pallida luce che la soffonde di bellezza.
Quanto la odio.
“A che serve un meccanismo così, se ci sono già le scale?”
Non riesco a trattenermi, anche se so che scontrarmi con lei di continuo è male: “Per qualcuno che non può salire le scale, magari un anziano, o per portare carichi pesanti al piano superiore senza spaccarsi la schiena, non credi?”
Mi guarda dall’alto in basso, come se non si capacitasse della mia esistenza. Non credo si rassegnerà mai alla disgustosa realtà che io continui a respirare malgrado lei desideri il contrario.
“Un gentiluomo o una gentildonna non hanno bisogno di portare carichi pesanti, ed è indecoroso salire le scale con le mani occupate, ma sicuramente tu lo ignori.”
Prima che la professoressa intervenga, o peggio, prima che mi salga alle labbra la risposta che vorrei dare ad Althesia, decido di andare a vedere di persona, giusto per allontanarmi.
Il salone oltre l’ingresso è grande, con un bel po’ di gente che passeggia, dentro e fuori dal giardino retrostante. Il mormorio piacevole delle chiacchiere non è stato minimamente turbato dal fracasso, anzi, nessuno è nemmeno girato verso la fonte del disturbo. Roba ordinaria, qui.
La scalinata si divide in due, per portare alle due diverse ali della casa, e immagino che al secondo piano ci sia una terza rampa, per gli appartamenti privati, che da sotto non si vede. Nella tromba in mezzo, che di solito è vuota o decorata con piante, statue, roba simile, penzolano una quantità di cavi e carrucole, fissate a varie altezze. Sembrano avere l’incarico di tenere su una sorta di gabbia pressappoco cubica, nella quale un tizio si sta affannando, uscendo e rientrando, girando intorno, lasciando attrezzi lungo la via, come se li perdesse.
Sono troppo curiosa. Vedere gentiluomini distinti e signore impellicciate che passeggiano impassibili accanto a questo matto è una cosa che non penso mi ricapiterà tanto presto, perciò mi avvicino senza indugio.
“Buongiorno – dico, mentre mi corre accanto – va tutto bene?”
“Tutto benissimo!” Si butta su un lato della gabbia, stringe delle cose, arranca con la mano in cerca di un’ampolla di olio, appena al di fuori della sua portata. Gliela spingo accanto con un piede.
“Il problema è tutto nella tensione, capite, il contrappeso non può allentarsi da una parte e rimanere in bilico dall’altra, altrimenti la carrucola tira su solo una parte, e lo sbilanciamento…”
Lo sproloquio si fa incomprensibile, ma rimango lo stesso ad ascoltare. Mi sto davvero divertendo. Approfitto di una pausa in cui riprende fiato, per chiedergli se si è rotto qualcosa nel tonfo di poco fa.
“Ci vuol altro, signorina, ci vuol altro! E comunque era una prova a vuoto, non ero certo dentro, cosa credete?”
“La possibilità che foste sotto non è tanto remota, per questo mi sono preoccupata.”
“Ah, gentile da parte vostra, ma no, non ero nemmeno sotto. Mi sono spostato in tempo.”
Irrora qualcosa di olio e si rialza, soddisfatto. È un signore di mezza età, grassoccio e mezzo pelato, con dei grandi baffoni che penzolano ai lati della faccia, neri e piuttosto unti. Credo che abbia il vizio di toccacciarli mentre è impegnato sul suo meccanismo. Le maniche della camicia sono arrotolate, e non ha neanche la giacca: le bretelle gli tengono su i calzoni, dandogli un’aria buffa da bambino troppo cresciuto.
“Adesso dovrebbe funzionare.”
“Bene, sono…”
Mi interrompo, perché entra senza esitazione nella gabbia, richiudendosi le sbarre alle spalle. Si mette ad armeggiare con la scatola dei comandi, e io mi guardo intorno, in cerca di aiuto. Nessuno bada minimamente a questo pazzo che sta per suicidarsi.
Provo a fermarlo: “Signore, che ne dice di fare un’altra prova a vuoto? Così, per sicurezza, per farmi compagnia mentre ammiro la vostra invenzione…”
“Ah, non preoccupatevi, stavolta andrà benissimo. Avevo modificato il bilanciamento dei contrappesi, ma adesso ho rimesso tutto come prima, pazienza se la forza di trazione ne viene un po’ sminuita, ma è tutto perfettamente sicuro!”
Spinge in giù una leva e le carrucole si mettono in movimento, sferragliando. Io mi sorprendo a congiungere le mani e sussurrare due paroline di preghiera alla misericordiosa Ney, che insomma, può avercela con me, ma questo tizio non si merita la fine della frittella.
La gabbia si solleva in un fracasso di cigolii, finché non vedo soltanto la parte sotto. Si ferma al secondo piano. Sento le sbarre che si aprono, il tizio che esce di corsa, di precipita sulle scale, le scende di volata, a rischio di fare un capitombolo.
Quando torna al punto di partenza, è esaltatissimo.
“Grandioso, grandioso! Avete visto? Avete visto?”
“Mi fa piacere che siate ancora vivo.” rispondo, senza sbilanciarmi.
“Ma sì, sì, certo, ma avete visto che non ci sono stati scossoni? Nemmeno uno! Mi avete portato fortuna!”
E, dopo quello che immagino sia un complimento, si ributta in mezzo ai cavi e ai contrappesi, felice come un bambino in una pasticceria. Aspetto per un po’ qualche segno di lucidità, ma quando diventa chiaro che non farà scendere la sua scatola nel prossimo futuro, mi allontano.
Non male, come inizio. Magari adesso apro una porta, giusto in tempo per vedere uno scienziato che si fa bruciare via capelli e sopracciglia da qualche reazione chimica imprevista.
Il maggiordomo della casa sta guidando le signorine più nobili verso i piani alti. Decido quindi di dedicarmi al giardino, dopo aver guardato il gruppetto con la professoressa. Sembrano pulcini attorno alla chioccia, mi fanno tenerezza. Un po’ invidia, anche. Possono permettersi di essere intimidite in un ambiente che non minaccia la loro sopravvivenza, loro.
La professoressa Tarsya ricambia il mio sguardo, poi chiama con un cenno della mano una cameriera, che spunta fuori da chissà dove. Le dice qualcosa, e la cameriera viene verso di me.
“Volete seguirmi, signorina?”
“Devo proprio?”
Non coglie. “Da questa parte, prego.”
La seguo quando vedo che va proprio verso il giardino. Forse la professoressa vuole mostrarmi qualcosa di interessante.
Il giardino è ampio, cinto da alte mura che lo isolano dal mondo esterno, con grandi alberi che formano un’ulteriore protezione, oltre all’ombra e al fresco. Da una parte c’è il prato, con i sentieri di ghiaia per passeggiare, ma la cameriera si dirige con decisione dall’altra parte, svolta l’angolo, e siamo su un bel patio, un vero e proprio solarium, con un gazebo di glicine e un paravento che protegge dagli sguardi indiscreti.
Faccio giusto in tempo a pensare che il muro da questa parte deve essere quello che delimita il confine con la proprietà Ianmeyr, poi la cameriera dice “Accomodatevi pure, signorina”, e il suono della sua voce fa voltare la persona che si trova sotto il gazebo.
“Buon pomeriggio, Lwen.” Mi saluta Lars, sorridendo.

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