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Capitolo 14

Ne agguanto uno con la sinistra, mi butto a peso morto sopra un altro per ingabbiarlo, e riesco ad agganciare il terzo con l’anulare della destra, prima che saltelli via nell’oscurità. Per fortuna, sono piccoli e deboli, tanto che un dito incurvato basta a trattenerli. Se non fossero mollicci e sguscianti, e soprattutto se non fossero una tale moltitudine, sarebbe un affare di tutto riposo.
“Ce li ho! Tu come sei messo?”
L’imprecazione che mi risponde è del tutto indegna del cognato del re. Davvero una caduta di stile.
“Attento che se li schiacci troppo, parte il processo di mitosi, quando sono spaventati è inev…”
“Porca puttana!”
L’ho avvertito un secondo troppo tardi.
Alza il piede, e laddove prima ce n’era uno, due cosetti mollicci scappano via spaventatissimi. Lars si getta in avanti, cercando di arginare il disastro, ma è come riacchiappare l’acqua dopo che ti cade di mano. I liminari si sparpagliano da tutte le parti, grandi come palline, squittendo terrorizzati. Se stringi troppo, si suddividono in tanti animaletti più piccoli, meccanismo di difesa semplice e incruento, ma molto efficace. Dal loro punto di vista, siamo dei mostri orribili che li afferrano, probabilmente per divorarli, e purtroppo non sono una specie tanto evoluta da sapere riconoscere un Sorvegliante di altra specie. Sono animaletti, niente di più. A guardarli da vicino, anche carini, con degli occhioni enormi, luccicanti, e poi che siano tanto inermi me li rende simpatici. Per stanotte, non dovrò fermarmi da Mykler, per qualche rattoppo d’emergenza.
Butto i cosetti che ho tra le mani dentro la soglia e mi metto all’inseguimento delle palline, prima che spariscano in mezzo ai cespugli. Sono chiari e la luna basta per vederli, inoltre sono molto più lenti di noi, ma sono, letteralmente, decine.
“Mettiti di traverso, bisogna tagliargli la strada!”
Lars si sposta davanti ai cespugli, e i cosetti si arrestano, come un gregge in miniatura. Mi avvicino da dietro, per acchiapparli, ma vedo che Lars sta avendo una buona idea, perché si sgancia il mantello e lo tiene aperto davanti a sé, come una rete. Ci scambiamo un’occhiata d’intesa, poi lui lo lancia sopra i liminari, io afferro le falde per chiudere la trappola, agguanto una pallina che stava per filarsela, e ci riusciamo. Ci buttiamo con le ginocchia per bloccare i piccoli intrusi, che si agitano spaventatissimi, cercando uno scampo che non abbiamo la minima intenzione di dare.
“Adesso, se gli chiudiamo tutto sopra, come un sacco, possiamo buttarli nella soglia, e fine.”
Lars fa cenno di sì con la testa. Ha un paio di affaretti mollicci in mano, i capelli sugli occhi, la fronte sudata, e l’aria di chi si aspettava qualcosa di un po’ diverso, per la sua prima missione di Sorvegliante.
Benvenuto nel mio mondo, Ianmeyr.
Seddogh rimane seduto a guardare, mentre scuotiamo il mantello nel taglio della realtà, oltre il quale si vede soltanto una distesa azzurra, un mare sconfinato, nel quale galleggiano beati migliaia, forse milioni, di piccoli affari mollicci e tondeggianti.
Fortunatamente, che una soglia si apra su un elemento totalmente dissimile rispetto a quello ove si trova, è un evento raro. Certo, può capitare una soglia che spiri gas velenoso, o un taglio aperto su una parete di roccia, e immagino che alcune inondazioni inspiegabili, nel mondo, siano state causate da soglie subacquee, ma sono eventi sporadici, che rientrano spontaneamente. C’è un rigetto naturale, in questi casi, il che è davvero un bene.
Ho spiegato tutto questo a Lars, e lui, guardando il mare alieno sotto un cielo straordinariamente simile al nostro, chiede quello che, immagino, tutti i Sorveglianti si chiedano, prima o poi:
“Cosa succederebbe se una Soglia si aprisse, che so, nello spazio profondo? O nel cuore di un sole?”
Scrollo le spalle, cercando di mostrarmi indifferente. “Penso che saremmo tutti morti prima ancora di rendercene conto.”
“Rassicurante.”
“Sono eventi molto, molto rari.”
Lars guarda il giorno dall’altra parte della soglia. “Potremmo friggere tutti, tra un minuto o tra mille anni, e non possiamo farci niente?”
Non rispondo. Questa è la domanda definitiva, che porta con sé la risposta definitiva.
Alla fine, si riscuote da solo.
“Bene, allora è finita? Tutto concluso per il meglio?”
“Quasi.”
Mi guardo intorno. “Bisogna essere assolutamente sicuri di non avere dimenticato niente, prima di richiudere. Non ragionevolmente sicuri: assolutamente. Ci sono Sorveglianti capaci di aprire Soglie nel punto e nel mondo desiderati, ma non sono ancora capace di farlo, e di sicuro tu non ne sarai capace ancora per un bel pezzo. Inoltre, il liminare deve tornare da dov’è venuto. Proteggiamo il nostro mondo, ma non c’è motivo di non tutelare, nei limiti del ragionevole, anche la vita degli altri mondi. Spedirli da tutt’altra parte potrebbe comportare per loro rischi letali.”
“Mi sembra giusto.” Ci pensa su un momento. “Ma quella notte, tu hai trovato immediatamente il Sorvegliante che ti aveva chiesto aiuto.”
Mi stringo il polso della sinistra con l’altra mano. Il taglio è netto e sanguinante, ma la benda basta a contenere l’emorragia… per ora. Sento la ferita che pulsa, esattamente come la Soglia. Non è grave, mi sono procurata lesioni peggiori quando mi scivolava il coltello, in cucina.
Sono pronta a giurare che il taglio mi ha aperto in due la carne nel momento preciso in cui la Soglia ha aperto in due la realtà.
Cosa mi sta succedendo?
“Quella era un’altra faccenda – ribatto bruscamente – forza, dimmi cosa vedi in giro. Voglio chiudere questa soglia alla svelta, domani devo andare a scuola.”
Dove, giusto per la cronaca, un paio di ragazze mi hanno chiesto se è vero quello che si dice in giro. Alla mia ovvia domanda ‘e cosa si dice in giro?’ la risposta è stata che sono una strega capace di creare filtri d’amore e pozioni della fortuna, come testimonia il legame di Maya con quel pezzo di fusto che è Haldan (mi sento male) e l’improvvisa, inspiegabile simpatia della principessa Aillean per me. Ho anche i capelli rossi, non posso negare.
Sono diventata una strega. In effetti, negare è dura. Appoggio la mano sulla Fendidraghi, mentre Lars fa un giro per la radura, Seddogh si gratta la testa con lo zampone posteriore, e la ferita mi pulsa e mi taglia, mi taglia e mi pulsa. Devo chiudere questa Soglia. Ne ho bisogno.
“Trovato!”
Il nobile Ianmeyr torna da me tutto fiero, arruffato come se fosse caduto da cavallo, gli stivali inzaccherati e la camicia schizzata, ma con le mani che serrano cautamente uno di questi affari mollicci, che gira tutto intorno gli occhioni spaventati. Mentre noi inseguivamo i suoi compagni in preda alla mitosi, lui rimaneva nascosto sotto un cespuglio, in attesa che la situazione si calmasse. Furbo. Bene, evidentemente saranno la specie dominante, quando conquisteranno la terraferma, di là. Tanti auguri, cosetti.
Lars lo lascia cadere in acqua, dall’altra parte, e lo guarda galleggiare via.
“Controllare sempre gli angoli, lezione imparata.”
“Non solo gli angoli.”
Vado da Seddogh, che continua a guardare la scena, seduto e in silenzio. Se non avesse l’abitudine di fare commenti stronzi su qualsiasi cosa, nemmeno ci avrei fatto caso. La terza palpebra gli attraversa l’occhio quando mi pianto davanti a lui, mani sui fianchi, e questo significa che sta cercando di fare l’espressione innocente.
“Avanti, sputalo.”
Altro battito di palpebra cornea, trasparente, su un muso da incubo infantile. Quest’essere non è capace della minima autocritica. Magari è convinto di avere assunto il nasino tenero di un micetto.
“Seddogh, sputa il liminare!”
Sbuffa dalle narici, ribelle. Io tiro fuori a metà la Fendidraghi, e lui, con un ringhio stizzito, scaracchia sull’erba un bolo di bava, muco, e piccolo esserino squittente, troppo terrorizzato anche per scindersi e scappare via.
“Ma che cazzo gnocchetta, devo diventare vegetariano, adesso?”
“Se vuoi vivere in questo mondo, mangi gli animali di questo mondo, e solo quelli che puoi lecitamente macellare. Niente omicidi, niente abigeato. Quante volte te lo devo ripetere?”
Tiro su il liminare zozzo, pizzicandolo per un angoletto, e lo porto alla Soglia. Plunf, salvezza e bagnetto in un unico lancio.
“Ma non ti rompi mai i coglioni di fare la paladina, eh?”
Non gli rispondo nemmeno. Sapeva che l’avrei strangolato, se l’avesse sbranato sul serio, ma non ha resistito all’istinto predatorio, quando questo povero, tenero, schifosissimo alieno gli è corso davanti al muso. Almeno non l’ha deglutito, diviso tra la speranza di fare uno spuntino e il dubbio che mi sarei incazzata.
Mi rivolgo a Lars. “Controlla sempre dappertutto.”
Può soltanto fare di sì con la testa. Niente come una dimostrazione pratica sul campo, per inculcare concetti semplici che, esposti oralmente, comporterebbero l’immediato internamento del mentore.
Il dolore del taglio sul mio polso non si attenua quando chiudo la Soglia. Quello che succede è che il taglio guarisce, seguendo esattamente il percorso della ferita nella realtà. Ho tracciato i soliti simboli, e li mostro a Lars perché deve imparare a conoscerli, ma so, senza bisogno di conferme, che non ne ho bisogno. So che, se volessi, dovrei soltanto allungare una mano e stringere la Soglia tra le dita, appiccicando i lembi come se dovessi imbastire una cucitura. La realtà tornerebbe integra, sotto il mio tocco.
(non ancora ma quasi)
Mi porto una mano alla fronte. Forse sto diventando pazza.
“Torniamo in città – dico – qualche ora di sonno sarebbe molto gradita. Prima ora, lezione di canto, e ci sono modi meno dolorosi di morire, credimi.”
“Sono certo che sei ingenerosa verso te stessa.”
“Verso me stessa? No, io sono una punizione divina, più stonata di Seddogh quando si lava…”
“Si lava?”
“Cambiamo argomento. La combinazione di poco sonno con annesso mal di testa, e lezione di canto, l’ho già provata.” Rabbrividisco. “L’unica che si salvi, nel coro, è Maya.”
La mia amica ha una voce celestiale, canta benissimo. Potrebbe essere solista, ma figurarsi se una ragazza che studia con un finanziamento può permettersi di surclassare le nobili signorine, che pagano di tasca loro per imparare le delicatezze della musica.
Scrollo le spalle. “Allora, come ti è sembrata la tua prima esperienza sul campo?”
Dopo tre settimane di teoria, Lars cominciava a essere seccato, e mi sono resa conto che non avrei potuto tenerlo buono ancora per molto. L’accordo tra noi è che legge i libri che gli do da leggere, e per qualsiasi dubbio, mi fa arrivare un biglietto con le domande, a cui rispondo a stretto giro (anche perché, con il servitore in livrea che aspetta, non è che posso rimandare al giorno dopo).
Per la prima settimana, alla panetteria, è stato un andirivieni, finché il padrone di casa non ha cominciato a essere curioso, e ho dovuto ideare un altro sistema, più discreto. Casella postale, che comporta per me la seccatura di dovere andare all’ufficio due volte al giorno, perché Lars, davvero, non ne lascia scappare una, e vuole sapere tutto. Come apprendista, è un modello, come scudiero, impeccabile. Come uomo, inizio a sognarmelo di notte.
Sì, sogni di quel tipo.
Aiuto.
Non sa, è ovvio, che in queste tre settimane ho fatto fronte ad altre due minacce di arryxis, nelle quali, lo riconosco, Seddogh si è rivelato prezioso. Non ha nessuna inibizione a uccidere i suoi simili, il che, immagino, significhi che il tradimento è un concetto che dipende molto da quale sia la parte che se ne avvantaggia. Eppure, guardandolo a confronto con i mostri che abbiamo ucciso, non ho potuto fare a meno di notare che il suo aspetto sta cambiando. Non saprei dire bene come, a parte che è molto più grosso di loro, più veloce, più letale. La sua pelle sembra più dura, non granulosa, simile al cuoio, ma qualcosa che ricorda le unghie. Sulla testa gli stanno spuntando degli aculei, anche se come parola è impropria. Sembrano più rostri, corni, che può allargare e appiattire a piacimento, un po’ come gli uccelli che gonfiano le piume. E dietro le zampe anteriori c’è una membrana, dura ma flessibile, attraversata da capillari, che prima non aveva, ne sono sicurissima. Ha ragione lui, si sta evolvendo. Ma, quando gli ho chiesto in cosa, mi ha guardata come se dubitasse della mia salute mentale, e mi ha detto:
“In me, cogliona.”
Insomma, un bel dì ho trovato in casella una lettera piuttosto piccata dove Lars elencava tutte le mie manchevolezze come insegnante, mi ricordava che uno scudiero deve affiancare il suo mentore, e sottolineava, con la sua solita classe ma con la dolcezza di un carico di mattoni, che fargli perdere la pazienza poteva rivelarsi un modo molto poco igienico di farsi dei nemici, in questo regno. Insomma, pretendeva di vedermi.
E io, dopo aver lungamente meditato sull’ironia di essere l’unica ragazza del regno a cercare di scappargli, ho deciso di accettare il mio destino e gli ho risposto che, nella prossima missione, se fosse stato possibile, mi avrebbe accompagnata.
Io non so se Lars credeva che sarebbe stato un appuntamento romantico, ma conoscendolo immagino che non fosse così stupido, o se pensava che ci sarebbe stato da combattere fino alla morte, e conoscendo me, avrebbe dovuto capire che non me lo sarei mai portato dietro in una missione rischiosa. Quello che posso dire di sapere, senza ombra di dubbio, e che quando si lascia cadere su un tronco caduto, con un gran sospiro, è che non l’immaginava così. Per niente.
“Cose da pazzi.” riassume.
“Nel novanta per cento dei casi, sì.”
“Credevo che nel novanta per cento dei casi ci fosse da stare chini sui libri.”
“Dell’un per cento restante, il novanta è follia. Quello che rimane, pericolo.”
Si spinge indietro i capelli passandoci le dita in mezzo. Non sembra neanche lo stesso uomo che ho visto a scuola, quel giorno ormai lontano: distinto, elegante, serio, quasi algido. Non c’è niente di algido in lui adesso, niente di elegante, e di sicuro niente di serio. Quell’aria distaccata che ostenta in pubblico è una maschera, di cui si libera ogni volta che si trova tra persone che conosce e di cui si fida.
È il mio scudiero. Solo il mio scudiero.
Oh, perché non riesco a farmelo entrare in testa!
“Fai questo da quando era poco più che una bambina. Non credo che arriverò mai a eguagliarti.”
Allora ritirati, vorrei dirgli. Adesso hai scoperto il segreto dietro la morte dei tuoi genitori, non ti serve sapere altro. Lasciami al mio mondo e torna nel tuo.
“Non c’è un Sorvegliante uguale all’altro. Io ho una sensibilità superiore a quella di mio cugino, ma lui, ti assicuro, è ineguagliabile nello stanare liminari. È lui ad avermi insegnato tutto.”
Sorride. “Ti ha insegnato a guardare in bocca ai demoni?”
“Mi ha insegnato a essere matta.”
Mi siedo sullo stesso tronco, a debita distanza. Non so se mi preoccupa di più che lui pensi che voglia stargli vicino, che avrebbe ragione di pensarlo, o che possa gradire l’eventualità. Rimuovo seduta stante l’orribile prospettiva che si scocci e mi butti nel mucchio delle pretendenti. La mia autostima non ha davvero bisogno di ulteriori sberle.
Dico, per smettere di pensare: “Io non capisco perché tu voglia immischiarti in tutto questo, davvero. Adesso sai cosa è successo quella notte, e sai che i Sorveglianti cercano sempre di arginare i danni. Non hai bisogno di dormire con un occhio solo, con la spada accanto, sempre pronto a mollare tutto e correre a chiudere soglie, sapendo che un giorno troverai quella che chiuderà i conti con te.”
Lui non dice niente, ma ho l’impressione che, senza contrarre un solo muscolo del viso, sia tornato a indossare la sua maschera di gelo e distanza.
“Tu non hai bisogno di farlo.” insisto. Non è possibile vietare a Ianmeyr di fare esattamente quello che ha voglia di fare, a Tern, ma forse, se riesco a convincerlo, riuscirò a fare tornare tutto come prima.
E non lo vedrò più.
Inghiotto il nodo in gola – oh santa Ney, non di lui, non farmi innamorare proprio di lui… ah no, già successo. Il nodo in gola rimane dov’è.
“Tu puoi vivere senza essere un Sorvegliante. Dovresti farlo.”
Lars guarda Seddogh, accucciato dall’altra parte della radura. Non è molto vivace, e penso che nei prossimi giorni avrà bisogno del mio spazio metafisico, per vivere. Si sta emancipando, ma è come un anfibio: può rimanere fuori dall’acqua per parecchio tempo, a patto di poterci tornare subito, in caso di bisogno.
“Non mi sembrava di averti creato particolari problemi, poco fa.”
“Non sto dicendo questo. Solo che… tu sei Ianmeyr.”
Non mi sbaglio, il suo sguardo diventa gelido.
“Un nobile non può entrare in quest’ordine?”
“Chiunque può essere Sorvegliante, se ha le attitudini… e se sopravvive.”
“Dunque stai cercando delicatamente di dirmi che non ho le attitudini necessarie.”
“No, io…”
Mi accorgo troppo tardi dell’errore. Se avessi confermato, forse sarei riuscita a convincerlo, ma la negazione mi è uscita spontanea. La sincerità è un difetto che mi perseguita dalla nascita, e se finora sono riuscita a tenere nascosta la mia doppia vita, è solo perché a nessuno verrebbe in mente che un’orfanella plebea che va a scuola grazie all’altrui carità sia un Sorvegliante, come quelli del mito. Penso, onestamente, che se qualcuno me lo chiedesse guardandomi in faccia, mentirei con la stessa credibilità di un bambino con la faccia sporca di cioccolata.
“È solo che non capisco perché tu voglia rovinarti la vita così – balbetto – le soglie non sono i duelli epici delle leggende, nella maggior parte dei casi sono una seccatura, o una farsa, come stanotte…”
“L’ho trovato molto interessante, invece – mi interrompe – finora non mi ero mai seriamente interrogato su cosa significhino davvero Mille Mondi. È la realtà, ma una realtà molto più grande di come siamo abituati a vederla. È come guardare per tutta la vita un albero, poi girare appena la testa, e accorgerti che sei in mezzo a un bosco.”
Mi guarda, e non so per quale strano gioco di penombra e luce lunare, la sua espressione non è più gelida, ma piena di calore.
“Dopo stanotte, non ci rinuncerei per niente al mondo, a meno che tu non abbia una ragione più che valida, per distogliermi dal mio proposito.”
“Il rischio di morire non basta?”
“Potrei farti la stessa domanda.”
“Io non sono Ianmeyr – ritorco – la mia morte non cambierebbe niente, per nessuno. La tua sì, invece.”
“Credimi, se la miniera di famiglia passasse a mia sorella, sotto la tutela della corona, sarebbe solo un cambiamento in meglio.”
“Mi riferivo ai tuoi fratelli. Tu hai una famiglia. Hai qualcuno.”
Mi alzo di scatto, non voglio continuare questo discorso.
“Seddogh, se hai bisogno di tornare in me, fallo adesso o crepa per sempre. Dobbiamo andare, e non porto un arryxis dentro un passaggio tra mondi.”
“Io non ci vorrei entrare per niente al mondo, gnocchetta. Quel posto non mi rivedrà mai più.”
Sussulto all’impatto metafisico del mostro contro di me. Chiudo gli occhi un momento, mentre Seddogh ed io prendiamo ciascuno il suo posto, lo sento acciambellarsi per mettersi comodo, avverto il suo fastidio, perché a quanto pare, dentro di me è diventato tutto molto stretto.
“C’è una folla qui, gnocchetta.”
Ci sono solo io.
“E allora tu sei una folla.”
Mi giro verso Lars, che ha visto tutto e adesso mi fissa, senza una parola.
“Novanta per cento follia, dieci per cento pericolo – ribadisco – sono più i momenti in cui penso di essere pazza, che quelli in cui mi ricordo ancora di essere sana. Sicuro che ti convenga?”
Lars si alza e si spazzola i calzoni, come se niente fosse. “Messa così, chi potrebbe anche solo pensare di rinunciarci?”
“Quello che voglio dire…”
“Ho capito cosa vuoi dire, ma l’unico impedimento che posso immaginare è esserti d’intralcio. Dato che non è così, prendo il novanta per cento di follia, in attesa del dieci per cento di pericolo.”
“Ma perché? Ti annoi, nella tua villa grande come un villaggio? Hai bisogno di avventura? Pensi che sia un divertimento, tipo la caccia grossa, dove a volte la preda non è d’accordo sull’attribuzione dei ruoli?”
In tono tranquillo, chiede: “Non ti ha mai detto nessuno che hai una linguaccia davvero velenosa?”
E tu non lo capisci proprio, che non voglio vederti fatto a pezzi da un arryxis?
“Se vuoi una ragazzina dolce e carina, torna a trovarci a scuola. Le mie compagne sono tante caramelle che non vedono l’ora di essere scelte e scartate.”
“Insomma, vuoi sapere se sono motivato a sufficienza, perché in caso contrario, potrei piantarti in asso nel momento peggiore.”
Rimango a bocca aperta. È, all’incirca, il contrario di quello che intendevo fargli pensare.
“Cercherò di farla breve – mi dice, sempre in un tono talmente tranquillo da farmi ritenere che, in realtà, in lui corrisponda a una solenne incazzatura – la notte è profonda e hai già chiarito che il tempo a tua disposizione è scarso. Avrei preferito parlartene prima, ma avevi asserito di non volerlo sapere.”
“Sapere cosa?”
“Quello che non ho raccontato al nobile Haldan, e il perché.”
Mi innervosisco. “Ti ho anche detto che io sono bassa manovalanza, e che…”
“Ti prego, non deridere la mia intelligenza. I Sorveglianti sono fondamentali, sono l’anello più importante della catena. Senza quelli come te, quelli come Haldan non avrebbero ragione di esistere. La sua unica utilità consiste nel rendere più semplice il tuo compito.”
Sorride, un po’ ironico.
“Non avrai pensato davvero che ti avrebbe sacrificata, se glielo avessi chiesto?”
“Adesso che lo dice, sembra una cosa parecchio da dementi, se vuoi il mio parere.”
Guaisce, quando lo prendo mentalmente a calci.
D’accordo, la situazione mi sta sfuggendo di mano. Non mi piace. Gli volto le spalle e sguaino la Fendidraghi.
“Sta’ indietro – gli ordino – non ho ancora imparato perfettamente, ma… vai!”
La spada di drago cala nell’aria, con un sibilo, ed è come usarla per tagliare in due un foglio di carta. Dove passa la punta della lama, la realtà si divide in due, ed è una sensazione stranissima, perché sento l’apertura nella mia testa… non nella carne. Questo tipo di soglia è soltanto un passaggio, per spostarsi da un punto all’altro. Non mette in comunicazione due mondi, anche se la nebbia comincia subito a trasudare.
“Spicciamoci, gnocchetta.”
Buono, non ti fa niente.
“La odio.”
Mi volto verso Lars. “Sacrificare me non è facile come dirlo. Vieni, torniamo sull’argine.”
Gli prendo una mano, senza riflettere sul simbolismo del gesto, solo per ragioni di sicurezza. Il passaggio è univoco, ma la nebbia rende nervoso Seddogh, e di conseguenza me. È un pericolo, per quanto sotto controllo, e Lars è un novellino. Le sue dita stringono le mie senza alcuna esitazione.
“Hai freddo.” constata.
Siccome non posso rispondergli che il solo pensiero della sua morte mi congela mani e piedi, entro nel passaggio tirandomelo dietro, trattenendo il respiro, anche se la nebbia non è velenosa. Solo, rimanerci in mezzo troppo a lungo provoca un’amnesia delle funzioni involontarie, lasciandoti lucidissimo in tutto il resto. Il pericolo è dimenticarsi di respirare. Se ci si sforza di tenerlo a mente, si può teoricamente resistere a tempo indefinito… teoricamente. Perché, a un certo punto, il cervello si dimentica di ordinare al cuore di battere.
Il cambio di prospettiva, quando saltiamo dall’altra parte, mi provoca un certo subbuglio allo stomaco, e barcollo. Non ci sono ancora abituata, anche se ho capito come si fa, con una facilità che mi ha sorpresa. Era come se qualcosa, dentro di me, anelasse alla conoscenza, alle soglie, ai passaggi. So d’istinto quale movimento compiere e quali pensieri impiegare, per imprimere alla Fendidraghi l’esatta angolazione, creare l’esatta coordinazione necessaria, affinché si apra proprio il passaggio che dico io, dove dico io. Credo che, tra non molto, potrò aprire soglie nei Mille Mondi, senza alcuna difficoltà.
Ma non stanotte. Stanotte mi ritrovo con Lars che mi tiene un braccio intorno alle spalle, mentre domino la nausea, la ricaccio giù, e di colpo realizzo di essere, a tutti gli effetti, abbracciata a lui.
Mi raddrizzo immediatamente.
“Allora, quale sarebbe la tua motivazione per volerti invischiare in questa follia?”
Ho cercato di adottare un tono scostante, ma so benissimo che l’essergli stata così vicina ha rovinato tutto. Sento un tremito che non mi piace.
“Una chiavata e passa tutto, gnocchetta. Fidati, funziona.”
La comodità della metafisica sta nel fatto di potere torturare qualcuno in eterno, mentre in realtà passa solo un istante. Quando finisco con Seddogh – poi continuiamo, non sperarci – Lars ha appena iniziato a parlare:
“Ti ho già parlato del patto tra l’imperatrice Fathiel e il primo Tarken Ianmeyr. Quello che non sono riuscito a chiarirti è quanto i miei avi abbiano preso sul serio quelle parole. ‘Prendi il potere’, detto da un’imperatrice, è un invito piuttosto allettante.”
“Tua sorella è regina. Come potere, non mi sembra irrilevante.”
“No, infatti – dice, asciutto – mio padre sarebbe fiero di me, dopo essersi vergognato a lungo di avere un figlio della mia risma.”
Ammetto di rimanerci un po’ di sasso.
“Il potere è un concetto piuttosto ampio, Lwen. Joyce Ianmeyr ne possedeva tanto da diventare il signore dell’ultima Sorvegliante, e ancora oggi, nel mio casato, possiamo fare più o meno ciò che vogliamo. Anche sposarci per amore, senza badare ad altro.”
“Ah…”
Comincio a stare male fisicamente, mi allontano lungo l’argine, dove ci eravamo dati appuntamento. Io sono venuta a piedi, Lars ha il cavallo. Bell’animale, almeno credo, insomma, non conosco molto i cavalli. Posso dire a occhi chiusi che il cavallo personale di uno Ianmeyr non sia un ronzino, ma per me cambia poco. Gli coccolo il muso, cercando di darmi un contegno.
Mi ha seguita, prende il morso del cavallo e lo sposta, costringendomi a guardarlo in faccia.
“Ma noi Ianmeyr conosciamo da sempre i segreti dei Sorveglianti. È inevitabile. L’ultima Dhilarin ha dato vita al casato.”
“Lothawen Dhilarin non ha nulla a che vedere con l’ordine attuale – balbetto – lei anzi cancellò ogni traccia di ciò che rimaneva, e per quasi un secolo, i Sorveglianti sparirono dai Mille Mondi.”
“E per questo motivo, noi Ianmeyr siamo finora rimasti tagliati fuori – ribatte – come comprenderai, ‘prendi il potere’ non è compatibile, con tale stato di cose.”
“Quindi vuoi essere Sorvegliante per seguire la tradizione di famiglia, di prendere il potere?”
“Io non voglio nessun potere. Quel giorno, con i miei genitori, c’era Derek e non io, perché io sono sempre stato contrario e non l’ho mai nascosto. Sono decenni, forse secoli, che gli Ianmeyr cercano di riprendere quello cui Lothawen Dhilarin rinunciò, quando abbandonò il ruolo di Sorvegliante, gettando la pietra sacra al di fuori di tutto. Capisci, adesso?”
Capisco eccome. Il padre di Lars, in qualche modo, ha indebolito la realtà abbastanza da permettere agli arryxis dall’altra parte di fare irruzione.
Rabbrividisco. “Queste cose non finiscono mai bene, ma non hai certo bisogno che venga a dirtelo io. A volte un mago molto dotato ci riesce, ma…”
Non so neanche come continuare. Le conseguenze sono talmente evidenti che non vale nemmeno la pena finire la frase.
A bassa voce, Lars conclude: “Quindi, adesso capisci perché voglio esserci, a ogni costo. La mia famiglia è stata avvelenata fin troppo a lungo da quel giuramento. Mio fratello ne è stato spezzato, e chi sa se riuscirà mai a riprendersi… sono riuscito, almeno per ora, a salvare le mie sorelle. Ma nessuno Ianmeyr dovrà mai più avvicinare ignaro un potere del genere.”
Devo assentire. Ha ragione, assolutamente e completamente.
“Potreste dimenticare quel giuramento – osservo, a ogni buon conto – sarebbe più semplice per tutti, non credi?”
Lars fa un sorriso strano, poi, con l’agile balzo di chi c’è abituato, monta in sella e tira le redini.
“Stavo quasi per decidere di farlo, infatti, finché non ho incontrato te. A volte il destino ha più saggezza di coloro che non sanno se seguirlo o meno.”
Mi tende una mano.
“Ti accompagno.”
Oh, certo, una cavalcata al chiardiluna, noi due da soli. Faccio un precipitoso passo indietro.
“Non so montare, mi spiace. Non c’erano molti purosangue su cui esercitarsi, al forno dei miei.”
“Ottima occasione per imparare, allora.”
“Beh…”
Si tende verso di me e mi prende un braccio. A meno di strattonare, non posso liberarmi. Quando mi tira su, devo assecondarlo, e finisco seduta sulla sella davanti a lui, non so come non so quando non so perché.
Aiuto. Aiuto, aiuto aiuto.
“Dato che non sei vestita all’amazzone, puoi montare in arcioni.” Mi suggerisce, e passo una gamba dall’altra parte. Devo trovare un modo per non annegare nell’imbarazzo. Vedo che, appesa alla sella, c’è una faretra piena di frecce.
“Come te la cavi con il tiro al bersaglio?”
Fa un gesto di falsa modestia, mentre fa muovere il cavallo.
“Allora credo ti piaceranno, le punte di drago. Le userei io, ma temo di non essere tanto abile, quindi tanto vale che le abbia tu.”
“Mi saranno utili, per guardarti le spalle.”
Sono tra le sue braccia. Letteralmente, nel mezzo. Il cavallo si avvia al passo, lemme lemme e tranquillo. Almeno spicciati!
“Ci sono anche delle pistole, ma quelle non saprei nemmeno caricarle – blatero a casaccio – so maneggiare solo la Fendidraghi. Mio cugino dice che ogni Sorvegliante ha la sua arma, e che non vale la pena incaponirsi su qualcosa che non è nelle proprie corde, con tutti i problemi che abbiamo già, sai…”
“Ho imparato a usare le pistole. Posso caricartele senza difficoltà. È uno dei compiti degli scudieri.”
“Sembra che non abbia proprio niente da insegnarti, insomma. Sicuro di volere un mentore come me? Di Sorveglianti ce ne sono un mucchio…”
Dà di sprone e il cavallo allunga il passo. Sussulto e gli finisco addosso, anche se mi raddrizzo subito.
“Scusa, potresti avere pietà di una principiante?”
“E tu potresti considerare definitivamente chiuso l’argomento?”
La sua voce è tagliente. Rimette il cavallo a un passo più urbano, mentre ci lasciamo alle spalle l’argine del fiume e la strada diventa larga, illuminata dai fuochi e dalle luci delle case.
“Se pensi che possa esserti d’aiuto, allora, cortesemente, permettimi di essere d’aiuto. Ti ho spiegato le mie ragioni, dovrebbero essere sufficienti.”
No, vorrei dirgli, non sono sufficienti, perché le ragioni, per quanto buone, non sono a prova di arryxis.
“E per quanto riguarda il re?”
“Che intendi?” chiede brusco.
“Noi Sorveglianti ubbidiamo a Morghater. Beh, insomma, in linea di massima, io non ho mai ricevuto un solo ordine da loro, ma concettualmente, per te potrebbe essere un problema.”
“Se non pretenderanno che prenda parte a una congiura contro mia sorella e suo marito, non penso sorgeranno conflitti.”
“E terrai un segreto del genere con la tua regina?”
“Non credo tu abbia idea di quanti segreti esistono, a una corte reale.” Sento il sorriso nella sua voce, mentre lo dice. “L’unica ragione per cui ero contrario al matrimonio con il re, è che non avrei mai più potuto fidarmi di mia sorella. Ma lei era innamorata, e non ha sentito ragioni.”
Comincio davvero a essere disturbata da queste continue allusioni all’amore, da parte di Lars. No, dico, ma non se ne rende conto?
“Certo che se ne rende conto, gnocchetta, ci sta provando in tutti i… ahia!”
“Quale donna di questo regno non ama perdutamente il suo re?”
“Tu lo ami?”
“Io non sono nobile.”
Diventa sarcastico: “Mi dicono che il medio evo sia finito qualche anno or sono. Adesso, addirittura, ci si sposa con chi si sceglie, senza eccessivi problemi.”
“Dillo ad Althesia.” mi scappa detto.
“Chi?”
Non si ricorda nemmeno di lei. Vorrei, davvero, non rallegrarmi così tanto nel constatarlo.
“Capelli neri, pelle bianca, bellissima, distinta, elegante. È la figlia del direttore della banca di Tern, del baronato di Drucsen. Siamo in classe assieme.”
“Oh, povero me – commenta – saranno cinque anni che mi costringe ad almeno un ballo con lei, ai ricevimenti. Speravo avesse rinunciato.”
“Più decisa che mai.”
“Mi dispiace per lei.”
“Non è certo l’unica, tra le ragazze aristocratiche.” Non so quando è successo, ma gli sto guardando le mani, che sono davanti a me e tengono le briglie. Vorrei tanto guardare altrove, ma non ci riesco. “A scuola ci insegnano a badare molto al rango, sai com’è. Nobili, borsiste, aristocratiche e plebee. La mescolanza è il male.”
“Quella scuola è obsoleta e anacronistica, lo so da un pezzo. Ma, per molte ragazze indigenti, è l’unico modo per mettersi al riparo dal bisogno.”
Una delle mani si alza, mi tocca la spalla, per farmi girare a guardarlo. Non voglio.
Accidenti, che occhi. Sono talmente azzurri che mi chiedo quanto debbano sembrargli banali occhi come i miei, banalmente scuri, banalmente plebei, banalmente me.
“Se posso darti un suggerimento, cerca di fare amicizia con la nuova insegnante.”
“Ah – esclamo – ecco perché la direttrice ha assunto una persona esterna alla scuola. L’hai imposta tu.”
Sorride. Anzi, è proprio un ghigno, il suo. Mi sta dicendo qualcosa senza parlare. Intuisco al volo:
“E, immagino, da buona insegnante di canto sarà brava a cantare. Come gli uccellini, che cinguettano dove trovano le briciole.”
“È perfettamente qualificata – risponde, senza scomporsi – una ventata d’aria fresca, in quel vecchio tempio rimasto fermo a due secoli fa. Vorrei chiederti di raccontarmi qualcosa, ma immagino mi diresti…”
“…non mescoliamo troppo – completo, ridendo – già una doppia vita è un casino, ma una doppia, doppia vita… grazie, non ce la farei proprio. Già adesso, dovrò segnarmi su un taccuino chi conosco e in quale versione di me!”
Lars tira le redini, siamo arrivati. Il cortile di casa mia è immerso nel buio. L’attività, nelle panetterie, è al forno, di notte. La strada posteriore è completamente deserta.
“Non esiste una sola versione di te che non sarei onorato di conoscere, Lwen.”
E poi, succede tutto molto in fretta.
Io cerco di scendere di sella, terrorizzata, lui me lo impedisce, sono tra le sue braccia e sento le sue labbra sulle mie. Sono calde, leggere come un sospiro, e sento un odore come di cannella bruciata, pelle pulita, sudore fresco. Mi tira contro di sé, ma la mia paralisi è totale, non mi sono mai trovata in una situazione simile e, davvero, non ho idea di come dovrei reagire. Se Lars fosse un liminare, non avrei scampo.
Non che ce l’abbia, comunque. Quando la pressione diventa tale da farmi schiudere la bocca, e la dolcezza del contatto sfuma in un’esigenza di tipo diverso, sono io a stringermi a lui, le mie braccia che, come fossero dotate di volontà propria, gli passano dietro la schiena. Sento le sue mani sul viso. Poi, diventa avido, e a me manca il respiro, mi tiro indietro, Lars non mi lascia, e per quanto mi riguarda, a questo punto, posso anche annegare, va benissimo.
“Non pensarci nemmeno, gnocchetta. Non con me presente.”
Ritorno in me con un tonfo. Mi svincolo dall’abbraccio, in una fermezza che fa capire a Lars che non è il caso di insistere.
“Non siamo da soli.” bisbiglio, sentendomi quasi un’adultera colta in flagrante. Mi tocco la tempia, e so benissimo che sembra un gesto che indica insanità mentale, interpretazione che difficilmente mi troverebbe discorde.
“Non puoi liberartene?”
“Non credo sia una buona idea.”
Mi sposto un pochino, anche se vado contro tutti i miei desideri, e passo la gamba oltre il collo del cavallo, per poter scivolare giù. Rendendosi conto delle mie intenzioni, Lars mi precede, tenendo le briglie, e da terra mi solleva, stringendomi per la vita, come se pesassi quanto una bambolina. Però non mi libera la strada, e io sono intrappolata, tra lui e il suo cavallo. Mi guarda negli occhi, vicinissimo:
“Quando potremo rivederci?”
Aspetta, fammi pensare… mai?
“Forse stai correndo un po’ troppo – protesto debolmente – questo rischia di complicare parecchio la situazione.”
“Non parlarmi di complicazioni che esistono solo nella tua testa.”
Beh, mi sembra il posto perfetto per trovarne, se proprio vogliamo cavillare.
“Ti capita spesso di sedurre le ragazze a cui paghi gli studi?”
Si irrigidisce, e ha perfettamente ragione. È un colpo basso dei più scorretti e ingiustificati. Ma non so che altro fare. Non siamo in un romanzetto sentimentale, dove il principe azzurro arriva a salvare l’orfanella dalla sua vita di stenti e miseria. In questa storia ci sono i mostri, quelli che vengono da un altro mondo, e anche quegli altri, i peggiori, quelli che ti abbattono per sempre, definitivamente. Le Althesia, le direttrici, e sì, anche i re e le regine, che non gradiscono mai di imparentarsi con le figlie dei panettieri, anche se nessuna legge lo vieta. E, comunque, direi proprio che pensare a Lars come a mio marito è un tantino prematuro, presuntuoso e fuori luogo.
Potrei diventare la sua amante.
Abbasso gli occhi, consapevole della mia sconfitta. Mormoro, mortificata: “Scusa.”
“Guardami.”
“No. Sei il mio scudiero. Cercherò di fare in modo che tu non ti faccia ammazzare. È tutto.”
“Guardami, Lwen.”
Controvoglia, mi tocca risollevare gli occhi, ma non faccio neanche in tempo a mettere a fuoco il suo volto, perché torna a baciarmi, con più foga di prima, quasi con rabbia. Mi spinge contro la spalla del cavallo, la briglia arrotolata in una mano, l’animale del tutto indifferente al dramma in corso, e mi ritrovo a stringergli le braccia al collo prima ancora di realizzare che non riuscirò a mantenere la mia risoluzione nemmeno per un attimo. Lo amo. È così sbagliato?
“Ascolta – lo supplico, in qualche modo riesco ancora a parlare – non puoi non renderti conto che…”
Le mie argomentazioni vengono cassate, con un’eloquenza che mi rende impossibile continuare a esporle. Penso che Seddogh si suiciderà nei prossimi due minuti, e allora saremo davvero soli, e allora proprio non…
Un rumore di passi sulle scale del cortile, e un significativo colpo di tosse, ci costringono a staccarci. Lars mi volta le spalle, per nascondermi alla vista dell’intruso, e io cerco di raccogliere le idee principali, tipo chi sono e dove mi trovo, mentre dalle ombre emerge una figura.
“Scusate l’interruzione, ma non ho tutta la notte e la cosa sembra andare per le lunghe. Vedo che il nuovo scudiero è del genere più devoto, cuginetta.”
Mi pettino con le dita, senza ottenere il minimo risultato, ed emergo dal nascondiglio dietro Lars, che sta guardando Lyott con aria non esattamente amichevole. Lui, dal canto suo, ha l’aria di godersela un mondo.
Mi porge un rotolo sigillato. “Da parte di Haldan. Le dolci pulzelle non possono certo andare a trovarlo di notte, e questo è abbastanza urgente. Non può aspettare il postino, e nemmeno passare per vie ufficiali.”
Un po’ frastornata, prendo il plico, e vedo subito che è roba seria. Il sigillo, di ceralacca rossa, è attraversato da un intrico di linee rette, angoli precisi, che formano un insieme geometrico, un labirinto senza uscite. È lo stemma di Morghater.
Me lo infilo alla cintura, senza commenti. Una mezza idea su cosa sia ce l’ho, ma non voglio parlarne prima di avere letto.
“Grazie. Non credo che voi vi conosciate, lui è Lyott, mio mentore, Lars, il mio scudiero.”
Stretta di mano, ostile da parte di Lars, molto divertita parte di Lyott.
Mai che una soglia per un abisso di lava ti si apra sotto i piedi, quando ne avresti bisogno.
“Non sapevo che Lwen avesse parenti in vita – dice Lars, in tono ipocrita – sono davvero lieto di fare la vostra conoscenza.”
E Lyott, tutto allegro: “Oh, è di facciata, naturalmente. Vado e vengo da casa sua a ogni ora del giorno e della notte, se non avessimo messo in giro voci di parentela, potete capire che avrebbero equivocato.”
Ti ucciderò, Lyott. Giuro che lo farò.
“Naturalmente – la voce di Lars è così dolce che non gli si scioglierebbe una zolletta in bocca – non ho dubbi che siate un uomo d’onore.”
Lyott sbuffa. Il gioco lo ha già stufato.
“Facciamola corta: non c’è niente tra noi, non c’è mai stato niente, e per quanto ne so, la mia dolce cuginetta è illibata come un agnellino appena nato. Sul futuro prossimo non penso di potere garantire, dopo quello che…”
Stavolta non mi trattengo, e gli spedisco un calcio negli stinchi che lo fa piegare in due, con una bellissima imprecazione. Lars, prudentemente, fa un passo di lato, mettendosi fuori portata.
“Certi discorsi, se proprio dovete farli, fateli quando non sono presente, grazie. E buona notte a tutti e due!”
Me ne vado, piantandoli lì dove sono. Il romanticismo è morto, decomposto e compresso tra le rocce, in forma di fossile, per i prossimi dieci milioni di anni, o giù di lì.
Mi sbatto la porta alle spalle, mi ci appoggio, mi lascio scivolare fino a sedermi, e non so se devo ridere o piangere. Va a finire che faccio un po’ tutte e due le cose, non perché sono triste o felice, ma proprio perché sono talmente sovrastimolata che non ho idea se dovrei propendere da una parte piuttosto che dall’altra. Il gatto mi guarda perplesso, cosa che mi provoca un nuovo attacco di riso/pianto/riso. È in queste condizioni incommentabili che rompo il sigillo per leggere la missiva.
Torno in me dopo le prime due righe. Scorro velocemente le parole, poi torno indietro e mi metto a rileggere, con la serietà che dedicherei a un paragrafo di testo particolarmente difficile, che devo imparare molto bene.
A quanto pare, la situazione è davvero seria come Lyott ipotizzava e come Haldan paventava. Le relazioni dei Sorveglianti, da un po’ ogni parte di Engelia, dicono la stessa cosa, e la stessa cosa sta avvenendo in ogni regione, organizzata e gestita dal referente locale.
Per ordine dell’imperatore di Morghater, dalla sua viva voce, ogni Sorvegliante è convocato. Qualsiasi priorità passa in secondo piano.
Indicazioni precise su data e ora verranno fornite a ciascuno, dopo che l’ordine ufficiale sarà stato visionato da tutti.
È l’Adunanza.

3 thoughts on “Capitolo 14”

  1. Vale
    Vale says:

    Mollicci! *_*
    Molliccini… <3
    Voglio uno spin off sui Mollicci.

    1. Lem
      Lem says:

      Mi rendo conto di essermela cercata.

      1. Vale
        Vale says:

        Scusa.

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