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Capitolo 13

Abbiamo una nuova insegnante.
Questa sì che è una novità. Credevo che le istitutrici di questa scuola fossero nate all’incirca insieme alla scuola stessa, e che fossero entrate di ruolo nel momento in cui veniva posato l’ultimo mattone. Come età, stiamo lì. Questa scuola è un mondo a se stante, al di là e al di fuori dei Mille, di qualsiasi epoca storica esistente. È un microcosmo chiuso, autonomo. Le insegnanti che non sono nate con la scuola ne sono state formate dentro.
Invece, quando entriamo nell’aula di disegno, un locale lungo e stretto, sempre immerso nella penombra e graveolente di fissante per colori a tempera, la chiacchiera corsa di ragazza in ragazza trova la più sbalorditiva delle conferme: esistono insegnanti anche al di fuori di questo posto. Sono esterrefatta.
“Buon giorno, ragazze. Da oggi la cattedra dell’arte e della musica sarà affidata a me, in modo da alleggerire il carico della professore Nisria. Spero che faremo un buon lavoro, insieme.”
Si leva un coro di obbedienti assensi, mentre prendiamo posto. Avremmo risposto nello stesso modo se questa nuova insegnante si fosse presentata come una commerciante di schiavi venuta a sequestrarci in blocco. Siamo troppo impegnate a studiarla per preoccuparci dei convenevoli.
È giovane. Insomma, non giovanissima, sarà sui trent’anni o poco meno, ma molto ben portati. Ha i capelli neri e la pelle chiara, occhi grandi con lunghe ciglia, denti regolari, un portamento eretto e impeccabile. Non è proprio bella nel senso comune del termine, perché ha i lineamenti secchi, con labbra sottili e un naso affilato, però ci sono tante donne più brutte di lei. Diciamo che è carina, senza infamia e senza lode. O è rimasta vedova e deve guadagnarsi da vivere, o non ho proprio idea del perché stia qui.
“Mi chiamo Tarsya, come la prima regina con questo nome.” Segue scrittura, in bella grafia, del nome completo sulla lavagna. Diversi titoli accademici, ma nessun titolo nobiliare. Accidenti, l’hanno assunta per le sue competenze anziché per la sua nascita.
“Ho preferito dedicarmi allo studio dell’arte anziché al matrimonio, ed è per questo che ho accettato di venire a insegnare qui. Sappiate che per me essere con voi, oggi, e ogni giorno in futuro, corrisponde completamente alle mie aspettative, e dunque potrete attendervi da me il massimo dell’impegno e della disponibilità.”
Qualcuno ha dato una botta in testa alla direttrice, per caso? Ha davvero assunto una femmina dotata di intelletto e indipendenza?
“Naturalmente, mi aspetto da voi uguali riguardi. Sono certa che faremo un ottimo lavoro insieme.”
Altro obbediente coro di assensi. Il gregge sospende il giudizio, in attesa di capire come giudicare una persona che, potendo scegliere, sceglie di stare proprio qui, dove noi stiamo solo nella speranza che finisca presto.
“Per cominciare, vi prego di alzarvi quando chiamerò il vostro nome e di presentarvi brevemente. Mi basterà conoscere nome per esteso, età, e località del regno di provenienza.”
Le indicazioni aiutano le prime vittime a non balbettare, e ce la sbrighiamo abbastanza in fretta. Noto, e di sicuro non sono l’unica a notarlo, che non chiede chi sia qui grazie ai finanziamenti dei mecenati, e chi per diritto di nascita. O lo sa già o non le interessa. In entrambi i casi, risparmia l’umiliazione pubblica alle borsiste. Tengo ancora in sospeso il mio giudizio, ma so già che sta virando al positivo.
“Cominceremo con un breve riepilogo del programma, così che possa farmi un’idea della preparazione generale. Prendete il blocco dei bozzetti, prego.”
Non sono la migliore della classe, in disegno, però nemmeno me la cavo male. Penso proprio che mollerò matite e acquerelli, appena uscita di qui, ma intanto mi ci diverto, e scopiazzo lo stile del Maestro, cosa che, immagino, mi garantisca ogni volta la sufficienza. Da quando devo redigere relazioni per il mio referente, poi, allego sempre lo schizzo del liminare con cui ho avuto a che fare. Haldan, quantomeno, ha il buon gusto di non commentare le mie qualità artistiche. Forse capisce da solo che, se lo facesse, non gli manderei più niente, e un’illustrazione è sempre utile, per quanto pessima.
Ci fa schizzare una rapida natura morta, poi una ragazza passa tra i banchi per ritirare le prove.
“Adesso, mentre esaminerò i lavori, vi prego di nominare una compagna capace di riepilogare gli ultimi capitoli studiati, in modo da riprendere da dove avete lasciato, senza sprecare inutilmente la lezione. Potete parlare tra voi, ma sottovoce e senza alzarvi dal banco, prego.”
Le chiacchiere partono subito, come se la professoressa avesse girato un interruttore. Maya si volta verso di me e chiede l’unica cosa che le interessi sapere:
“Come sono andate le vacanze?”
Non ce la posso fare. A malapena riesco a pensare a cosa è successo, e a cosa mi aspetta nel futuro prossimo venturo. Guai, ma guai grossi, di un tipo che fanno sembrare i liminari famelici con cui sono abituata a scornarmi dei contrattempi trascurabili. Intanto mi accontento di essere riuscita a conservare il segreto su dove ho passato gli ultimi giorni.
Quando Althesia scoprirà che ho alloggiato a villa Ianmeyr (non ‘se’: quando), e il padrone di casa era in sede, io morirò. Non ho alcun dubbio a riguardo.
“Prima tu. Ho visto il tuo fidanzato, l’altro ieri, ma il resto del tempo, se mi dici che non eravate insieme, non ci credo.”
Lo stratagemma funziona, perché Maya diventa tutta rossa. “Dice… vuole venire a parlare con mio padre, un giorno di questi.”
Magnifico, la mia migliore amica e l’individuo che più detesto al mondo si sono innamorati. Il che significa, senza possibilità d’errore, che sto per perdere la mia migliore amica. Già si è allontanata tantissimo, perché dedica a lui tutto il tempo che può, dove prima quel privilegio era mio, ma quando saranno insieme ufficialmente, dubito che Haldan si sforzerà di nascondere la sua leggera preferenza per amiche meno rompicoglioni di me.
Inghiotto il nodo in gola. Ormai sto diventando brava.
“Visto che valeva la pena, andare a quel famoso ballo?”
Maya arrossisce ancora di più. La cosa è troppo evidente per passare inosservata alla ragazza accanto a noi, che è aristocratica, ma abbastanza carina e gentile. Si sporge, tutta interessata.
“Ma allora è vero quello che dicono, Maya? Al ballo hai conosciuto il mago di corte?”
Per come diventa paonazza, sembra che qualcuno abbia soffiato sulle braci. La ragazza alza gli occhi su di me, per conferma, e io annuisco.
“Oh, ma è davvero affascinante, e di ottima famiglia, dicono! Mio fratello, che presta servizio a palazzo, dice che addirittura sembra fosse nobile, però ha rinunciato ai titoli per entrare nella corporazione dei maghi, pensa!”
Regola della Corporazione: un mago non può detenere titoli nobiliari, per evitare spiacevoli conflitti di interessi, in caso di assegnazioni a corti e case aristocratiche rivali. O Haldan è un cadetto di qualche casato caduto in miseria, e in pratica la sua rinuncia è stata solo tracciare una croce nera su una pergamena, o tiene veramente moltissimo al suo ruolo di mago.
“Sì – conferma Maya – me l’ha detto.”
“E a quale casato appartiene?”
La vedo esitare un momento. Abbassa gli occhi, prima di rispondere che non lo sa. Haldan ha mantenuto il segreto.
“Ascolta – la ragazza si sporge ancora di più, per poter sussurrare – se riuscirai a fidanzarti con lui, ti auguro ogni fortuna, ma devo dirtelo… non sarebbe la prima volta che illude una ragazza. Circolano delle voci, sulle sue amicizie, tra le signorine per bene…”
“Non voglio ascoltare queste cose – la interrompe Maya, con una fermezza inedita – i pettegolezzi e le maldicenze sono un modo pessimo, per valutare qualcuno. Ti ringrazio del pensiero, ma è fin troppo facile travisare, quando si riportano dicerie.”
“Volevo solo metterti in guardia.” si difende l’altra, un po’ stupita. Maya di solito sta zitta, arrossisce, e fa cenno di sì con il capo.
“Lo so, e ti ringrazio. Ma posso assicurarti che Haldan, nei miei confronti, si sta comportando in maniera più che corretta. Non posso dire assolutamente niente di male su di lui, e tanto meno confermare voci sgradevoli su una sua presunta leggerezza.”
“Beh… meglio così.”
Si ritira, confusa. Posso capirla. Quando una ragazza frequenta un uomo, in questo ambiente, non è previsto che si entri tanto in confidenza da fargli domande personali, tipo “scusa, ma questa ragazza di cui parlano, è una tua amichetta o no?”. Haldan è benestante, forse ricco, e Maya una spiantata borsista. Suo padre è rispettabile, ma un medico chirurgo non è tanto in alto, nella scala sociale, da potersi permettere certi studi per la figlia, e nemmeno certi partiti.
La nostra compagna voleva soltanto metterla in guardia da questo, in completa buona fede. La povera, dolce, ingenua Maya rischia di cadere in una rete che la lascerà con le ossa rotte e la reputazione distrutta.
Solo che Maya non è povera, non è ingenua, ed è dolce perché ha un carattere talmente forte che può permettersi di esserlo. Non mi sorprenderei se Haldan avesse cercato già di spingere un po’ più in là la conoscenza reciproca e avesse rimediato, come diniego, un solenne schiaffone sul muso.
Le chiacchiere e i pettegolezzi servono solo se non conosci qualcuno abbastanza da poterti fidare di quello che vedi. Purtroppo per me, anche se conosco Haldan da poco tempo, lo conosco abbastanza da potermi dire sicura che, se anche aveva altre ‘fidanzate’ sparse in giro, le ha già scaricate da un pezzo, senza problemi. Il suo livello di stronzaggine è da medaglia d’oro, ma Maya si colloca al di fuori di tutto questo.
Si amano. Che meraviglia.
Se non riesco nemmeno a essere felice per la mia migliore amica su una cosa tanto bella, vuol dire che sto davvero toccando il fondo. Sento tutto il mio mondo che scricchiola, da ogni parte, e per quanto io lo puntelli, per quanto mi affanni e mi impegni a tenerlo su lo stesso, so che il crollo è solo questione di tempo. Mi sento talmente sola, talmente sommersa dai guai, che sapere che a Maya invece va tutto a gonfie vele mi irrita.
Sono una persona orribile.
“Allora, chi avete scelto?”
Ci sono tradizioni immutabili, in questa classe come in questa scuola. Se un’insegnante vuole avere a che fare con una di noi, la prima cosa che conta è la sua nobiltà, poi la sua bellezza, poi la sua media scolastica. Non abbiamo nemmeno dovuto interpellarci a vicenda, perché sia Althesia ad alzarsi e parlare in nostro nome.
La professoressa la guarda attentamente. “Lei è la rappresentante di classe, signorina?”
“No, signora.”
“Chi è?”
La poverina è costretta ad alzarsi, tutta tremante. È come mettere un pulcino accanto a un falco.
“Molto bene – fa un cenno perché la raggiungano sulla pedana – è interessante che non tocchi al rappresentante di classe rappresentare le compagne, ma sono sicura che vi sono valide motivazioni per una scelta così singolare. Ascolterò entrambe.”
Scelta singolare? A scuola si è sempre fatto così. Ma, giustamente, questa professoressa è appena arrivata, e non conosce le mille inviolabili sotterranee usanze che ci permettono di sopravvivere.
Il resto della lezione, integrato dalle domande che fa alle due ragazze, non è niente di memorabile. Se fosse l’ora di musica, lo diventerebbe, posto che facesse cantare Maya, ma avremo musica solo dopodomani. Quando suona la campanella, sto rimuginando sulle mie sciagure e sguazzando nell’autocommiserazione.
Mentre sto per alzarmi, sento dei colpetti dietro la schiena, da cospiratore. Qualcuno deve passare un bigliettino. Senza girare la schiena e senza muovere la spalla, mi porto una mano dietro, aperta a coppa, per ricevere il foglietto. La regola dice che il nome della destinataria o delle destinatarie è scritto sopra, e che se è un messaggio per tutte, va segnato con una X. Mi aspetto quest’ultimo, perché immagino che le considerazioni sulla nuova insegnante si sprechino, ma sento con sorpresa che nella mano mi entrano i contorni duri e squadrati di una scatola. Piccola. Nascondo fulmineamente la mano nel sottobanco ed esco, in ordinata fila per ceto sociale decrescente, con le compagne. La professoressa ci guarda attentamente, immagino voglia imprimersi le facce per associarle ai nomi.
Nei corridoi, parlare è vietatissimo. Perfino le aristocratiche vengono redarguite e messe in punizione, se si sente volare una mosca, ed è quindi in un silenzio sepolcrale che raggiungiamo l’aula del cucito (lo odio, ma devo ammettere che è utile, visto che vivo da sola e non ho una mamma amorevole che mi rammendi i panni masticati dai demoni). Tengo la scatolina nascosta in tasca, chiusa nella mano, mentre muoio di curiosità, ma posso sbirciare solo quando mi siedo, perché a quel punto, prima che entri l’insegnante, è concesso tirare un attimo di respiro.
È un pacchettino piccolino, avvolto in carta crespata. Il nome scritto sopra è Lwen, con accanto, in un maiuscolo brioso, ‘BUON COMPLEANNO!’.
Firmato: X.
Tutta la classe.
Beh, forse non Althesia e le sue assassine.
Scarto il regalino, e ammetto che sono commossa. Con quello che è successo, me ne sono completamente dimenticata, ma sì, oggi compio diciassette anni, e anche se nella scuola la sola idea di festeggiare è proibita (avevate dubbi a riguardo?), le studentesse si scambiano dei regalini, tra amiche. Solo che, di solito, lo fanno le ragazze nobili, perché noi borsiste non abbiamo certo soldi da spendere in regalini, e soprattutto il nome di ciascuna è segnato. Se spendi per fare un regalo a un’amica, vuoi che l’amica lo sappia. Non ho mai visto un pacchettino con sopra la X dell’intera classe – omettere le nemiche sarebbe stata una caduta di stile che nessuna aristocratica si permetterebbe mai.
Dentro c’è una catenella sottilissima, da cui pende una fogliolina d’argento, con il gambo incurvato che racchiude una scheggia d’ambra.
Rimango senza fiato. Per una ragazza di famiglia nobile e ricca è una sciocchezza, chiaramente, un pensierino da nulla, e se poi la spesa viene ripartita, si tratta davvero di togliersi di tasca qualche monetina. Ma per una borsista…
Serro la scatolina tra le mani, così forte da deformarla tutta. Tutto a un tratto, vedere è difficilissimo, i contorni sono liquidi, e mi bruciano gli occhi. Credo mi stiano cedendo i nervi, voglio dire, non è normale reagire così per una cosa del genere… insomma, tutte le tue compagne, a esclusione di quelle tre o quattro che sono contrattualmente obbligate a odiarti, partecipano per festeggiare il tuo compleanno, e tu proprio non te lo aspettavi, ma non è una cosa per cui piangere, no? No?
Cerco il fazzoletto, e anche se tengo gli occhi bassi, so perfettamente che mi stanno guardando tutte o quasi. Strizzo gli occhi per tornare a vederci, strappo un pezzetto di carta dal quaderno, e scarabocchio in fretta ‘non fatemi piangere a scuola, accidenti a voi!’
Piego in quattro, traccio sopra la X, e passo alla mano dietro la schiena, sul banco davanti al mio.
Perfino quella stronza granitica dell’insegnante di cucito, a un certo punto della lezione, è costretta a chiedere alla classe se è successo qualcosa di bello, perché sorridono tutte.

È mentre rifletto sul modo contorto che ha la società di arrivare a concetti semplici che arrivo a casa. Sono talmente assorta che supero la strada e devo tornare indietro.
Ma, ammettiamolo, è davvero paradossale che le mie compagne, pubblicamente, siano tenute a passarmi accanto senza nemmeno salutarmi, in caso mi incontrassero per strada (mi riferisco ovviamente alle nobili), e a scuola organizzino la colletta per farmi il regalo di compleanno.
E tutta l’iniziativa deve essere per forza partita dalle nobili: le borsiste non possono certo avvicinarsi a una bottega di argentiere, se non addirittura di orefice. Non saprebbero nemmeno cosa chiedere. Sono state le nobili, una o più di loro. Il gesto di ribellione contro Althesia, deprecabile a parole, le ha conquistate. Ed ecco che la società le fa arrivare in modo contorto a un concetto semplicissimo: il vero nemico non è chi ti è inferiore e ti hanno insegnato che deve invidiarti, ma chi non ha nessuna inibizione a farti del male, se pensa che possa convenirgli.
L’unica qualità umana ripartita in maniera completamente democratica è la cattiveria: non esiste ceto sociale o circolo culturale che ne sia percentualmente immune, e una stronza plebea si differenzia da una stronza aristocratica solo per la quantità di mezzi a sua disposizione.
Insomma, Althesia le spaventa più di quanto potrebbe spaventarle, che so, Marlina, che è figlia di un locandiere e una volta ha dato due colpi di forbice alle lunghe trecce della ragazzina di fronte a lei, rea di averle rubato il fidanzato. I capelli ricrescono, la reputazione distrutta no. E, per una nobile, la reputazione è tutto.
Quando ti insegnano a essere pusillanime – o quando è una caratteristica innata, non sto certo dicendo che sarebbero tutte Sorveglianti, se potessero – la virtù che più ti colpisce è il coraggio. La nostra società ci impone di essere pusillanimi, come mezzo di sostentamento, ma il semplice concetto è che il coraggio paga. A frustate, ma paga.
Quanto a quello, so di averne da vendere.
La domanda è: ne ho a sufficienza per salire a casa mia?
Supero la strada di casa per la seconda volta e devo rassegnarmi all’evidenza che ho esaurito le elucubrazioni. Posso teoricamente intrattenermi per anni, a suon di pippe mentali, laddove il ‘teoricamente’ sta per ‘devo piantarla perché tanto mi verrebbero a cercare’. Tutti. Umani, inumani, disumani, diversamente umani.
Con un sospiro, passo nel cortile interno, dietro la panetteria, e salgo le scale, che la selva di lenzuola stese ad asciugare nasconde alla vista della strada, come una cortina. Non proprio come i drappi del baldacchino a villa Ianmeyr. Un’imitazione, se vogliamo. Però sono sicura che quello seduto in cima, davanti alla mia porta, che sfoglia le pagine di un incunabolo per ingannare il tempo, non sia un’imitazione, ma l’unico e l’originale.
Alza gli occhi sentendo i passi e, accidenti a lui, mi sorride. È una situazione estremamente piacevole, per lui. Io, dal canto mio, preferirei andare a una festa di arryxis.
“Buon pomeriggio.”
Cosa cazzo ci trovi di buono, si può sapere?
“Altrettanto. Mi scuso in anticipo per il disordine di casa.”
Si alza in piedi, in tutta la sua ragguardevole statura. È più alto di Lyott, o almeno mi pare. Dal basso della mia taglia tascabile, i maschi mi sembrano tutti alti. Mi affretto a superarlo, per trovarmi almeno sullo scalino successivo, e non sentirmi completamente indifesa.
“Un’altra nottata turbolenta?”
La cosa è fraintendibile, bello.
“Studio. Il novanta per cento del lavoro del Sorvegliante è sui libri, temo.”
Mi frugo addosso in cerca delle chiavi, ma mi rendo conto quasi subito che sono troppo agitata per non fare la figura della stupida, che sbaglia la mira sulla serratura venti volte. È averlo alle spalle che mi rende agitata.
Gli avevo detto di evitare i colori del casato, e possibilmente anche sete, velluti, mantelli oscillanti, fibbie d’oro e qualsiasi cosa potesse tradire la sua identità, in quartiere come questo, e lui si era dichiarato d’accordo, con un tono che mi dava ragione al cento per cento. Non mi piace che mi dia ragione. Non mi piace che sia d’accordo con me. Non mi piace che, anche con addosso tunica ordinaria, calzoni di fustagno, stivali bassi, e un normale cappuccio di tela grossa, di quelli che tutti si buttano sulle spalle quando escono, per proteggersi dal sole, riesca a sembrare un principe.
Non mi piace che sia qui, adesso.
Rinuncio a cercare le chiavi e batto il pugno sulla porta chiusa.
“Cosa sarebbe quello?”
Lars ha con sé, oltre al libro, un lungo involto, che ha l’aria di essere duro e pesante. Immagino da me di cosa si tratti, ma ho paura di quello che direbbe un silenzio, tra noi.
“Un popolano non va certo in giro con la spada lunga al fianco – è infatti la sua risposta – e credo proprio che questa ti interesserà. Una sola occhiata, e avrai metà delle tue risposte.”
“Su qual è il senso della vita?”
“Sul perché ti stia importunando a questi livelli inverecondi.”
Sono costretta a voltarmi e guardarlo in faccia. Sorride ancora, ma i suoi occhi sono seri – molto seri.
“Mi dispiace se sono stata scortese – le parole mi scappano fuori prima che possa fermarle – temo di non essere proprio il miglior esempio di signorina beneducata che esce da una scuola tanto gloriosa.”
Lars persiste nel sorriso, un’abilità che deve avere affinato in anni di trattative diplomatiche e affaristiche.
“Una signorina beneducata non avrebbe salvato la vita di mio fratello. E comunque, la scortesia è soltanto mia: spero che il fare entrare un uomo in casa tua non finisca per crearti problemi, nel quartiere.”
Non riesco a duellare verbalmente con lui, e il motivo per cui non ci riesco è che non voglio offenderlo. “Da queste parti non ci formalizziamo per così poco. Comunque, davvero, non…”
La porta si apre. Da dentro arriva un profumino delizioso, della roba che ho lasciato in forno e dello stracotto che doveva sobbollire tutte queste ore, piano piano, in modo omogeneo. Aaaah, come amo questi profumi.
“Alla buon’ora.”
“Vaffanculo.”
Seddogh si fa indietro per lasciarci passare, brontolando. Ha ancora la terza palpebra di traverso sugli occhi, a renderglieli opachi, segno che stava dormendo di gran gusto. È talmente grosso che, anche con la coda arrotolata intorno al corpo, occupa tutto lo spazio libero, tra la porta e il tavolo. Mi tocca fare un giro bello largo.
“Fa’ come se fossi a casa tua.”
Lars si tiene ben lontano dal mostro, e Seddogh, dal canto suo, torna ad acciambellarsi sul tappeto. Ormai può passare parecchio tempo lontano dal mio spazio metafisico, e questa situazione di indipendenza reciproca è molto gradita da entrambi. Io, perché posso fare finta di essere tornata sana di mente, a non sentire sempre voci nella testa; lui, perché dice che sono maledettamente ingombrante, nel mio spazio.
Scusa tanto se dentro di me ci sono io, eh.
“Ehm… fai aprire la porta a un arryxis?”
Butto la cartella su una sedia. “Non immagini quanto in fretta mi abbia liberata da venditori ambulanti e preti che chiedono l’elemosina.”
“Lo intuisco facilmente.”
Seddogh scopre tutte le zanne in un ghigno, poi torna a stravaccarsi sul morbido. Abbiamo litigato per il diritto (suo) a usare il letto quando non ci sono, ma dopo avergli ricordato che sono ancora un Sorvegliante e che ho la Fendidraghi, sono riuscita a spuntarla. Però ho dovuto spendere un intero lingottino d’oro, per un tappeto nuovo, morbidissimo, imbottito, ed enorme, caro come la morte, come tutti i tappeti, perché Seddogh si rifiuta di mettere il suo demoniaco deretano sulle nude assicelle. In questa mansarda ci sono più tesori di un museo, divertente.
E Lars se n’è già accorto. Sta scorrendo i titoli della libreria, con un interesse che me lo rende più simpatico di quanto vorrei. Cerco di ricordarmi come si è comportato Lyott con me, quando sono diventata suo scudiero, ma mi sembra impossibile replicare quel tipo di rapporto. Lyott era un adulto che istruiva una ragazzina. Io sono una ragazzina che deve istruire un adulto, per il quale oltretutto ho una cotta non indifferente.
Semplificarmi la vita, una sola volta, era chiedere troppo, vero misericordiosa Ney?
Mi accorgo che Seddogh mi sta guardando, con abbastanza attenzione da avere aperto la terza palpebra. I suoi occhi sono lucidi e sottili, e ormai lo conosco abbastanza da interpretare il gioco di ombre sulle scaglie del muso: ride di me.
“Vuoi pranzare?” Gli chiedo, bellicosa. “Visto che stavolta hai avuto la decenza di non finirmi le scorte, posso darti qualcosa.”
“Grazie, gnocchetta. Ognuno si spolpa l’animale che preferisce.”
E fa un gesto abbastanza inequivocabile, con gli unghioni davanti, mentre Lars fortunatamente sta guardando altrove.
Giuro che stasera ficco in forno lui, con una mela in bocca e un’altra nel…
Quando spalanco il forno, il profumo di maialetto arrostito è talmente celestiale che perfino l’imperturbabile Ianmeyr non può trattenersi dal commentare che sembra delizioso.
“Se lo vuoi tu, Seddogh può tranquillamente stare a dieta, per oggi. Comincia ad avere un po’ ciccia, intorno ai fianchi.”
“Non è ciccia, è membrana, cogliona – ringhia lui – mi sto evolvendo.”
“Posso credere all’esistenza dei mondi paralleli, ma che tu evolva e ti migliori, proprio no.”
Tiro su il vassoio, enorme, con il maialetto che ho messo ad arrostire prima di uscire, stamattina. Piuttosto che ammetterlo, mi farò uccidere, ma la verità è che Seddogh mi permette di cucinare a livelli mai raggiunti prima, che per me è come dire che mi lascia sfogare più di quanto abbia mai fatto finora. Sono nervosa, nervosissima.
“Posso aiutare?”
La tensione è tale che porto il vassoio rovente in tavola senza nessun problema.
“Ce la faccio benissimo, grazie. Scusa, ma sono un po’ selvatica, e faccio le cose molto alla buona.”
Gli occhi di Lars passano sul porcellino arrosto, nel suo letto di ginepro, con la cotenna tutta bella croccante come crosta di pane, che dove è spaccata mostra un lardino dorato come miele. Il profumo sveglierebbe i morti. Sono molto fiera di me, lo ammetto.
“Prima di parlare, penso che pranzare sia una buona idea, che ne dici?”
Il nobile Ianmeyr è momentaneamente senza parole. Beh, almeno sono rimasta alzata tutta notte a lavorare di gastronomia per qualcosa.
Mentre tiro fuori dalle credenze piatti, posate, e gli altri ammennicoli, decido che devo chiarire un paio di cose, prima di tutto il resto. Non posso, davvero, farmi sopraffare da quest’uomo. Non posso fare la dolce fanciulla indifesa. Servirebbe solo a farci ammazzare tutti e due.
“Credo che sia una situazione inconsueta, per te – gli do del tu, anche se mi mette in imbarazzo, ma so che non potrò mai dargli ordini, come scudiero, se non comincio subito – e ci sono delle cose da definire, senza possibilità di equivoci. Socialmente, noi due ci troviamo agli antipodi.”
Lars mi toglie di mano i piatti. “Meno di quanto pensi. Non è la prima volta che mi trovo in questa situazione, sai.”
“Prego?”
Indica la spada avvolta nella tela, che ha appoggiato a un angolo. “Per essere ordinato cavaliere, si devono passare cinque anni come scudiero. Sarà un ritorno alle origini.”
Un punto a tuo favore. Giusto perché ne avevi bisogno, eh?
“Bene, ma il concetto è che tu sei nobile e io no, sei più anziano di me, e ultimo ma non meno importante, tu sei, come dire…”
Tossisco, arrossisco, ma so che non posso lasciarlo aleggiare, a innervosirmi ogni volta che lo guardo. Devo chiarirlo, anche se mi spaventa.
“Tu sei lo scapolo più ambito della città, e io sono una delle presunte arrampicatrici sociali che cercano un marito ricco.”
“E che l’ha trovato.” interloquisce Seddogh.
Divento viola, ma Lars non sembra turbato. Si limita a inarcare di un millimetro il sopracciglio, mentre guarda il demone acciambellato sul tappeto, accanto al tavolo dove ha posato i piatti del pranzo.
“Immagino – dice, in tono completamente urbano – che cercare di mettere qualcuno in imbarazzo per evitare di sentirsi in imbarazzo sia una tattica che funziona, nel luogo da cui provieni. In questo mondo, ahimè, a parlare sono i fatti.”
Seddogh scopre le zanne, minaccioso. “Che cazzo stai dicendo?”
Lars torna a rivolgersi a me, come se non avesse un demone ringhiante a tre passi di distanza.
“Penso ti interesserà sapere che le cameriere coinvolte nel problema causato dal tuo servitore…”
“Servitore sarà tua sorella!”
“…sono state liquidate, con abbastanza denaro da convincerle a tenere la bocca chiusa. Non posso promettere che qualche voce non trapelerà, ma della mia governante mi fido, e anche dei servi che ho tenuto, malgrado quanto successo.”
Lancia un’occhiata ironica a Seddogh, e accidenti a lui, questo suo modo di fare mi piace da matti. Sono schiava adorante dell’ironia, laddove è davvero ironia, cioè uno scudo indistruttibile che para qualsiasi stoccata, e non la stoccata stessa. Si può ironizzare solo su quello che si conosce bene, ma soprattutto che si apprezza, se no non è ironia, è soltanto un attacco verbale, e del tipo ipocrita, per di più.
Lars dice: “Dopotutto, era venuto a cercarti per poterti dare aiuto.”
Uuuh, classe, stile, affondo, e Seddogh che lo guarda come se volesse mangiarsi lui, al posto del maialetto.
Risale a quel giorno famoso, quando Haldan mi ha detto che dovevo prendermi Lars come scudiero, io ci sono rimasta di sasso, ho suggerito Lyott, e la proposta è stata bocciata all’unanimità.
“Lyott ha già istruito te. Il suo dovere l’ha fatto, ora tocca a te fare il tuo.”
“Io sono troppo giovane!”
“Detesto puntualizzare l’ovvio, ma quanti Sorveglianti anziani conosci?”
Il padre di Maya, stavo per dire, ma Mykler non è più Sorvegliante, e uno scudiero va addestrato soprattutto sul campo. Inoltre, avevo la netta impressione che Lars e Haldan si fossero già accordati per conto loro, mentre dormivo, e che qualsiasi obiezione o rifiuto da parte mia fosse già previsto, e respinto in contumacia.
“Non sapevo che il nobile Ianmeyr fosse dotato della sensibilità necessaria a percepire le Soglie.” ho tentato comunque, come ultima carta. Haldan, naturalmente, aveva la risposta anche per questo.
“Non è ancora chiaro. Asserisce di avere percepito una stranezza, stanotte, ma toccherà a te verificare da cosa dipendesse.”
Grandioso.
“La sensibilità alle Soglie è soggettiva. La tua è più forte di quella di tuo cugino, ma siete entrambi Sorveglianti. Comunque, i Sorveglianti sul campo sono solo una frazione di quelli impiegati. Servono anche referenti, cooordinatori, contatti di ogni tipo. Dunque, non vedo il problema.”
Considerando la faccia da sberle che aveva mentre parlava, era chiaro che sapeva benissimo qual era il problema, e anche che quello che per me era un problema, per lui era fonte di sollazzo infinito.
A quel punto, mentre la mia sconfitta diventava totale e io cominciavo a sentirmi la classica ragazza chiamata dai genitori che la informano che la prossima settimana si sposerà con Tizio, le piaccia o meno, è cominciato un casino nei corridoi che la metà bastava. Urla, cose sfondate, cose rovesciate, cose strappate, vetri in frantumi, gente che correva.
Ho realizzato al volo: era passata un’ora, io non ero tornata, e Seddogh aveva tratto le sue conclusioni.
Buffo come il tempo voli, quando ci si diverte.
Ci siamo precipitati tutti fuori, tranne Aillean, invitata da suo fratello a rimanere dov’era. Ho un po’ rivalutato Derek, nel vedere che, mollata la tazza di cicoria, ha fatto spuntare da chissà dove una lama di tutto rispetto, acciaio damasco di Geenas, appuntita e abbastanza letale da accoppare un uomo con un solo fendente.
Ci siamo affacciati alla balaustra e la vista è stata molto interessante, perché in quel momento Seddogh stava trascinando un’intera sezione di parete, di quelle fatte di pannelli di legno scolpito, strappandola dal muro come voi o io potremmo sbucciare un’arancia. Il resto dell’androne era un macello di roba rovesciata e distrutta, i tendaggi pendevano come animali morti, cassetti sparpagliati ovunque. I tappeti erano stracciati, e sul marmo si vedevano i segni degli artigli.
Ho urlato: “Ma cosa stai facendo?”
Seddogh ha mollato il pannello, lasciandolo schiantarsi a terra.
“Sto spaccando tutto!”
Certo che anch’io, fare domande retoriche a un demone…
“Ti avevo detto di scappare!”
“Io faccio il cazzo che mi pare – mente parlava, era già sulle scale, veloce come una lucertola – non vorrai mica lasciarti ammazzare da questa mezza sega, vero?”
La ‘mezza sega’ ha stretto il bordone in pugno. “Bada a te, mostro…”
Seddogh mi ha spinta indietro e gli si è piazzato davanti.
“La gnocchetta è roba mia – ha enunciato – e se non ti va bene quello che ha fatto stanotte, posso sgozzarvi tutti adesso, così rimediamo subito alla sua inefficienza. Che dici?”
Sono seguite spiegazioni e scuse (mie, non sue).
Adesso, Seddogh ringhia, guardandosi bene dal lasciare il suo tappeto, e Lars sorride, come se non stesse accanto a un mostro che potrebbe ingoiarlo in due bocconi, dopo averlo suddiviso nei suddetti.
Gli dice: “In questo mondo, non c’è niente di cui vergognarsi, nel preoccuparsi per qualcuno.”
Prima che la situazione degeneri e io perda lo scudiero più pornografico che la sorte potesse darmi, mi metto in mezzo annunciando che c’è anche il pane fresco, un pasticcio di verdura, e la torta.
“Non era necessario disturbarsi tanto – osserva doverosamente Lars, che crede ancora di trovarsi in un posto con una parvenza di normalità – come stavi mettendo in chiaro prima che fossimo interrotti…”
Seddogh ringhia e io gli lancio un’occhiata assassina.
“…è meglio non lasciare che presunte differenze sociali influenzino questo rapporto che, devo convenirne, è piuttosto inconsueto. Tu comandi, io ubbidisco. Quanto a questo, non devi darti pensiero.”
Lo hai sentito, Althesia? Ianmeyr mi ha appena detto ‘tu comandi, io ubbidisco’.
Morirò, ne sono certa.
“Più che altro, io parlo e tu ascolti. Non verrai con me in missione per ancora un sacco di tempo, questo te lo dico subito. Non prima di avere imparato un bel po’ di cose, quelle che ti eviteranno una morte istantanea e spiacevole. Sono certa che capirai.”
Non mi risponde. Cose bisogna fare, quando il tuo scudiero non risponde?
“E poi, devo prima capire se posso fidarmi di te.”
A questa, deve guardarmi negli occhi, e non sorride più. Mi trafigge.
“Puoi fidarti completamente. È una delle cose di cui dovremo parlare… una delle poche in cui potrò parlare anziché ascoltare, direi. No, lascia, lo faccio io.”
Un vero uomo non fa tagliare la carne alla pulzella. E non ha dimenticato niente di quando era scudiero, perché riempie due piatti in un secondo, mi versa anche l’acqua, e poi prende il vassoio, dando per scontato che tutto il resto è per Seddogh.
“Se sporchi il tappeto, stanotte dormi a terra.” Lo avverto. Fiato sprecato. C’è sugo e condimento dappertutto.
Gli volto le spalle, cercando di non pensare a quanto sia diverso questo delirio, rispetto alla splendida villa dove mi trovavo due giorni fa. Pavimento di assi di legno, un mostro che strappa a brani nel mangiare, le grida della gente per strada, il disordine che non ho mai voglia di sistemare, libri da tutte le parti, e il mio stupidissimo cuscino-fragola, che troneggia in mezzo al letto, giusto per non farmi sembrare troppo sveglia. Vorrei sparire.
In questo momento lo odio, perché fa sembrare tutto quello che ho costruito, con tanta fatica e tanti sacrifici, una benemerita scempiaggine. Perché esisti, Lars Ianmeyr?
Il pranzo si svolge senza troppi incidenti. Per fortuna, il galateo non prevede troppe chiacchiere a tavola, e comunque, con Seddogh dietro di noi che sbrana, scambiarci gentilezze sarebbe anche peggio che stare zitti. Lars riesce comunque a farmi i complimenti per la mia abilità culinaria, complimenti che accompagna da una richiesta di bis (per il pasticcio di verdura, il maialetto è ormai un caro estinto) che mi fa diventare stupidamente rossa.
Figuriamoci se Seddogh si faceva scappare l’occasione di peggiorare le cose: “Gnocca e sa anche cucinare, ma che aspetti, eh?”
Imperturbabile, Lars raduna i piatti nonostante le mie proteste, e mi impedisce di aiutarlo, perché lo scudiero è lui.
Il nobile Ianmeyr, il cognato del re, sta lavando i piatti nel mio angolo cucina. Bene, anche. Devono averlo sfruttato a sangue, da scudiero. Alla fine, li asciuga che è una meraviglia.
Althesia mi ucciderà. Lentamente. Tra sofferenze indicibili.
Gli volto le spalle e vado alla libreria. Devo fare qualcosa per riprendere in mano la situazione. Devo. Se rimango indietro rispetto agli eventi, il prossimo liminare sarà ben felice di approfittarne.
Mi ricordo su quali testi ho studiato, all’inizio della mia avventura. Lyott è un cazzone per tante cose, ma come Sorvegliante non te ne lascia passare mezza, ho perso il conto delle notti insonni passate su questi libri. Ha fatto benissimo a impormi una mole di studio che mi permetterebbe di laurearmi in buona parte delle facoltà di Pickal, a tempo di primato.
Sono ancora viva. Non esiste prova migliore della bontà del suo metodo di insegnamento.
Scarico la pila di volumi sul tavolo, prima che il peso mi faccia schizzare fuori un’ernia.
“Bene – dico, in tono allegro – per cominciare, questi dovrebbero gettare una prima base. Puoi fare piazza pulita di tutte le stupidaggini che hai imparato, sulla mitologia dei Mille Mondi e relativa guerra.”
Lars posa la sua spada avvolta nella tela sul tavolo, accanto ai libri. Il sunto perfetto della vita del Sorvegliante, direi.
“Perché, sono tutte sciocchezze?”
“No – rispondo, e apro il primo libro – la sciocchezza è pensare che anche la cosa più assurda raccontata nella mitologia sia una sciocchezza. È tutto vero, dalla prima all’ultima parola. Solo che il mito non comprende la realtà delle cose nella sua interezza, quindi direi di cominciare da qui.”
“Non potrei chiedere di meglio – commenta lui – ma prima, posso mostrarti qualcosa che penso ti illuminerà sulle ragione della mia insistenza a volere essere della squadra?”
Non mi serve, vorrei dirgli. Non ho voce in capitolo, e se anche l’avessi, tu sei troppo influente in questo regno, perché sia ragionevole che io possa impormi su di te, anziché il contrario. L’unico potere che ho è darti gli strumenti per rimanere vivo. La politica è affare di Haldan.
Naturalmente, non posso dirgli queste cose.
Naturalmente, la mia stupida boccaccia decide che la connessione con il cervello è opzionale, e parla per conto suo:
“Tu vuoi essere della squadra perché vuoi delle risposte su quello che è successo ai tuoi genitori, perché da allora la tua vita non è rose e fiori come sembra, con il fratello che ti ritrovi. Immagino sia per questo che non hai ancora preso moglie: per non rendere pubblica la vergogna.”
O misericordiosa Ney, fermami. Fammi stare zitta!
“Hai passato dieci anni a convivere con la paura dei mostri nelle tue terre, che sono così sconfinate per un motivo preciso… la paura che il mostro torni, che trovi di nuovo vittime da sbranare. È l’incubo di tutta la vostra vita, a cui non sei mai riuscito a dare una spiegazione razionale. E adesso l’hai trovata, e non te la lascerai scappare, qualsiasi cosa io o Haldan pensiamo in merito. Va benissimo, anche per me è andata così, all’inizio. Cercherò di fare in modo che tu non finisca ammazzato, poi avrai la tua spada di drago, e le nostre strade si divideranno. Ecco tutto. Il resto sono affari tuoi e di Haldan, nei quali io non posso né voglio entrare.”
Bene, Lwen. L’hai detto. Forte, chiaro e inequivocabile.
Ora riprendi fiato, perché per scavare un buco in terra e seppellirtici avrai bisogno di un bel po’ di lavoro.
Lars non fa una piega. Si limita a sciogliere i lacci che chiudono l’involto e ad aprire la tela sul tavolo, per mostrare la spada nel suo fodero. È di velluto blu, naturalmente, rinforzato da borchie dorate, e l’elsa è smaltata di bianco. Sul pomolo è fissata una testa di serpente, tramite due sfere dorate. Il basilisco bianco, su fondo blu notte, sormontato dai due soli. Da questa parte del Dama, è uno stemma famoso quanto quello della torre coronata di Tern.
“La spada di famiglia, o meglio: una delle due.” Mi spiega, sollevandola. La rigira in modo da porgermi l’impugnatura. “Quella che adopero solitamente venne fatta forgiare dal mio avo, e combatté con lui la guerra dei Mille Mondi. Questa, temo, possiede una storia molto meno epica, ed è un dono da parte del governatore di Albarah, alla dinastia del basilisco bianco.”
Stringo le dita sull’impugnatura, perplessa. Non so cosa voglia farmi capire, comunque mi va bene tutto, purché passi sopra il mio sproloquio. Tiro, e la spada esce a metà, con un sibilo sommesso. Rimango a bocca aperta.
È una lama di drago.
Finisco di estrarla, con un passo indietro, perché questa è una spada lunga, da aristocratico di altissimo rango. Ciò nonostante, la sua leggerezza è quasi soprannaturale, e per essere così ben bilanciata, l’elsa deve essere parimenti di drago, sotto la seta che la riveste, o peserebbe più dell’intera lama. La raddrizzo, senza parole.
“Un dono del governatore immortale di Albarah – spiega Lars – un risarcimento, potremmo dire, giacché le spade di drago, storicamente, erano per diritto di proprietà dei signori dei draghi, che vennero massacrati nella guerra. L’ultima Sorvegliante, la consorte di Joyce Ianmeyr, ne aveva il sangue, e così pure i suoi discendenti, com’è naturale. La spada sancì quest’eredità: ogni discendente maschio della famiglia ebbe diritto a una lama di drago.”
“Questo non…”
“Non è parte del mito, lo so. Quando l’imperatrice Fathiel salì al trono, l’arte della fabbricazione delle spade di drago sembrò perdersi, sparire. Le lame rimaste divennero opere d’arte d’immenso valore, ma, apparentemente, nessuno più le produceva e le possedeva, tranne coloro che ne vantavano già una. Se la spada Ianmeyr in acciaio di Geenas che possiedo è di grande valore, questa è senza prezzo.”
Si può sempre contare su uno Ianmeyr, per la quantificazione monetaria della storia.
“Come hai detto poco fa, la mitologia è vera, dalla prima parola all’ultima. Ma ci sono molte altre parole, che la mitologia non racconta. Fino alla scorsa notte, non avevo idea di cosa ne fosse stato, delle spade di drago del mito.”
Cerco di ritrovare la voce. “Sono l’unica arma capace di uccidere gli arryxis. Forse i liminari comuni possono essere combattuti in altro modo, ma senza spade di drago, davanti a un arryxis, sei morto.”
Seddogh borbotta qualcosa, ma non contesta. Che anche Lars possieda una lama di drago lo ha ridotto istantaneamente alla ragione, e non è difficile capire perché: a differenza mia, è uno spadaccino provetto. Si addestra fin dall’infanzia. Questa spada, lui, la sa usare benissimo, ci scommetto.
Lars annuisce, come se avessi detto qualcosa di molto intelligente. “La leggenda dei draghi scomparsi. Naturalmente, la Cordigliera Scarlatta ne è ancora piena, e ogni primavera li vediamo sorvolare Tern, di ritorno dalla migrazione. Ma, nel mito, si parla di una loro sparizione, improvvisa, massiva, nella quale non fanno mai più ritorno… di questa sparizione.”
Accenna alla spada.
“L’imperatore Athran primo concluse un trattato di alleanza con Albarah, e la firma di quel trattato coincise con la scomparsa dei draghi. Un evento piuttosto curioso, non trovi?”
“Le spade servivano all’ordine dei Sorveglianti. Le necropoli dei draghi sono scarse, e ci sono Mille Mondi da proteggere.”
Con garbo, Lars mi riprende la spada dalle mani. Mi sfiora, nel farlo, e la scarica che mi attraversa al suo contatto mi ricorda, giusto perché se no rischio di dimenticarlo, che questo rapporto nasce come molto, molto, molto problematico.
“E dunque, se una delle spade perdute tornerà al servizio di chi le utilizza per il loro giusto scopo, sarà tanto di guadagnato per tutti.”
Rinfodera la spada.
“Comunque, per la cronaca, non mi sono ancora sposato perché finora non avevo mai trovato una donna che mi facesse desiderare l’unione, non per tenere nascosti i problemi di mio fratello. Non mi vergogno di Derek.”
Doppia bordata. Quest’uomo è una carro da combattimento.
“Beh, saresti il primo nobile che conosco a non preoccuparsi delle apparenze. A scuola, le mie compagne morirebbero, prima di riconoscere qualsivoglia magagna, nelle loro famiglie.”
Seddogh, uccidimi adesso. Stento a credere di stare dicendo tante cose sgradevoli tutte assieme.
Annaspo: “Per loro sarebbe una magagna, almeno. Per me, tuo fratello ha avuto l’unica reazione ragionevole possibile.”
Lars non dice niente. Non mi rimane che scusarmi:
“Per lui deve essere stato terribile. Non voglio nemmeno pensare a come si sia sentito…”
“È stata colpa di mio padre.”
Sbatto le palpebre. Non è proprio la risposta che supponevo.
“Prego?”
“Quel giorno – dice Lars, in tono duro – il giorno in cui si è aperta una soglia ed è successo quello che è successo… non fu un incidente casuale, sai. Noi siamo i discendenti dell’ultima Sorvegliante.”
Non so cosa dire.
“Mio padre, suo padre prima di lui, e così via fino a Tarken Ianmeyr, dedicarono la loro vita a uno scopo, un patto che esiste tra Ianmeyr e Morghater, di primogenito in primogenito. Né mio fratello né le mie sorelle ne sono a conoscenza.”
Uhm. La cosa inizia a farsi un po’ spinosa.
“La leggenda, nella mia famiglia, dice che l’imperatrice Fathiel incontrò Tarken Ianmeyr, in gran segreto. La situazione era delicata… non è chiaro, in tre secoli si sono persi molti particolari. Ma, di questo sono certo, l’imperatrice stava già lavorando per il ripristino dell’ordine dei Sorveglianti.”
Annuisco. Questo combacia.
“Tarken Ianmeyr era suo zio… l’imperatrice era figlia dell’ultimogenita di Lothawen Dhilarin, promessa in sposa all’imperatore Athran fin dalla più tenera infanzia. L’imperatore servì il padre di lei, come scudiero – sorride al parallelismo con la sua attuale situazione – e la condusse con sé a Morghater. Così il sangue imperiale e il sangue dei signori dei draghi tornarono a unirsi, per sempre.”
Metto la mano su uno dei libri. “Conosco la storia, qui ci troverai un sacco di cose interessanti che non sono scritte da nessun’altra parte.”
“Ma non penso che in quei libri sia scritto quello che si dissero il mio avo e l’imperatrice.”
“No – devo ammettere – lo sto ascoltando io, per la prima volta.”
E, tra parentesi, Lars, se è un segreto dei primogeniti Ianmeyr… perché ne parli con me?
“L’imperatrice chiese a Tarken Ianmeyr qualcosa che lui era più che disposto a darle. La spada sancì il patto. L’imperatrice gli disse: prendi il potere.”
“Non mi sembra un grande segreto, considerando l’influenza degli Ianmeyr. Siete arrivati anche al trono.”
“Devi contestualizzare l’affermazione con l’epoca storica. Tarken Ianmeyr aveva appena visto la propria sorella cadetta surclassarlo nettamente, con un’ultimogenita divenuta imperatrice, e un potere più grande di quanto l’erede del mio casato avrebbe mai potuto pensare di ottenere. Non è un insulto da poco.”
“Immagino si siano scatenate guerre per molto meno.”
Anche se mi sforzo, non riesco del tutto a nascondere il sarcasmo nella voce. Stiamo parlando di uomini immensamente ricchi e potenti, di giochi politici combattuti attorno a un tavolo lucido, tra cibi e vini squisiti, e nei vicoli dietro il palazzo, i mendicanti si spidocchiano e litigano sulla spartizione di una rapa secca.
Mi sforzo, ma non riesco proprio a capire perché questi individui debbano farsi venire il mal di pancia, su chi sposa chi, chi comanda cosa, e su quanti stemmi questo farà aggiungere alla loro collezione.
Mi accorgo che Lars mi sta guardando con un’attenzione singolare, e cerco di rimanere neutra.
“Le guerre si scatenano per il potere. Non c’è mai un altro motivo – dice, adagio – l’imperatrice Fathiel lo sapeva molto bene. Per questo diede allo zio quello che voleva: potere, su questo regno. Per sempre. È il patto tra Morghater e Ianmeyr, da allora.”
Non so bene cosa dire, primo perché me ne frega veramente poco, secondo perché io, se fossi con il sedere sopra una miniera d’oro, mi costruirei sì una villa enorme con parco, ma soltanto per chiudermici dentro con ogni tipo di conforto, e il mondo vada dove vuole.
“Penso che queste cose siano competenza di Haldan, più che mia. Io sono solo la bassa manovalanza.”
“Non ho accennato a niente di tutto questo al nobile Haldan. Sei l’unica a saperlo.”
“Perché?”
“Perché di te mi fido, e di lui no.”
Chiaro, conciso, inappellabile. Non ci prova nemmeno ad ammantare il suo pensiero con l’ipocrisia diplomatica che ha usato per mettere Seddogh al tappeto (letteralmente: al momento sta russando, per la cronaca). Non so bene cosa dire.
“Forse ignori che il nobile Haldan proviene proprio da Morghater, che ottenne il bordone a Geenas, e fece ritorno in patria, prima di essere mandato a Tern.” aggiunge lui, e io decido che ne ho abbastanza.
“Non lo ignoro, ma non mi interessa. Io cerco le Soglie, correggo le anomalie, fine della storia. Questo posso insegnarti, se ti interessa saperlo. Tutto il resto esula dalle mie competenze, dai miei interessi, da qualsiasi cosa tu possa avere discusso con il mago di corte, d’accordo?”
Lars non dice niente. Decido che, quando lui sta zitto, lo odio. Significa che sta pensando qualcosa che non vuole dire, non che è stato sconfitto.
“Per quanto mi riguarda, continuerò a chiudere Soglie finché un liminare non mi inghiottirà tutta intera, e sarà comunque molto meglio che finire come…”
Mi interrompo, inorridita. Stavo davvero per dire finire come i miei genitori? La mia mamma e il mio papà, che si sono ammazzati di lavoro per farmi studiare, e che sono morti con l’unico conforto di sapermi al sicuro, in questa stramaledetta scuola che continuo a frequentare con il pretesto della copertura, quando è solo per illudermi che, da qualche parte, ci siano una mamma e un papà fieri di me?
Esattamente, quanto sono patetica, da uno a dieci milioni?
Apro uno dei libri, con un colpo secco, e lo spingo verso di lui. In questo momento, sono attratta da Lars Ianmeyr meno di zero. Se provasse a toccarmi, si ritroverebbe azzoppato a vita.
“Se vuoi cominciare, puoi farlo anche subito. Io devo fare i compiti per domani, quindi, se non ti spiace, leggi in silenzio. Oppure portati i libri a casa, per me è lo stesso.”
Apro la cartella e mi barrico dietro questi stupidissimi libri di testo, tutta roba che ho già studiato per conto mio, almeno due anni fa. Non faccio mai i compiti a casa, non ne ho bisogno – salvo, chiaramente, quando devo consegnare qualcosa di scritto. I miei studi sono su un altro livello. Ma ho bisogno di rimanere sola con i miei pensieri.
Dopo un po’, però, sono costretta ad alzare gli occhi. Lars non fa rumore, non si è mosso, non si è seduto, non ha preso i libri. Sussulto nel vedere che mi sta guardando.
“Quanto dobbiamo sembrarti miserabili.” dice.
“Che…?”
“Avevo già capito da un pezzo che eri una ragazza singolare. Ma fino a che punto fossi straordinaria, comincio appena a realizzarlo adesso.”
Riabbasso gli occhi sulle righe scritte, senza neanche vederle.
“Custodiresti tu per me la spada di drago? Ritengo che il nobile Haldan frequenterà la mia casa abbastanza spesso, d’ora in poi, e non voglio che la trovi. Per un mago, non credo di avere nascondigli abbastanza sicuri, se si mettesse in testa di ficcare il naso nei miei affari personali.”
“Mettila nell’armadio – borbotto, dietro il mio scudo di pagine e copertina – qui dentro Haldan non ci viene, poco ma sicuro. E con Seddogh che vive a scrocco da me, è meglio di una cassaforte.”
Sfoglio una pagina, per darmi un contegno.
“Quando sarà il momento di uscire in missione, la porterò, così potrai usarla. Può andare?”
“Ai tuoi ordini.”
Stringo il libro tra le dita, non perché c’è sarcasmo nella sua voce, ma per l’esatto contrario. È serissimo.
Non so davvero come finirà questa storia, ma senza dovermi rivolgere a un veggente, posso pronosticare che sarà un casino mostruoso, sotto ogni aspetto.
Lars apre l’armadio, lo so perché conosco a memoria il cigolio. Mi aspetto di sentire il rumore delle cose che vengono messe dentro, conosco a memoria anche quello, ma non succede niente.
Alzo gli occhi. Lui è immobile e guarda nei recessi del mio guardaroba.
Pensavi di trovarci sete e crinoline, deficiente? Lo sai come vivo, no?
“Che c’è?”
Con una lentezza singolare, Lars si abbassa dentro l’armadio e torna su con una delle borse che ci butto dentro, dopo ogni missione. Me la sono dimenticata mezza aperta, è quella dell’ultimo pagamento e ho cambiato un paio di lingottini. Dentro il bozzolo di cuoio ruvido, l’oro scintilla come uno scherzo segreto.
“Posso chiederti… da dove arriva?”
Sfoglio una pagina, anche se ho smesso da un pezzo di fare finta di leggere.
“Mi pagano, per i rischi che corro, e soprattutto per il potere con cui devo avere a che fare. È lo stesso meccanismo dei banchieri: in che modo si può essere sicuri che non ruberanno il denaro che maneggiano ogni giorno? Risposta: pagandoli profumatamente, tanto che rendere poco conveniente diventare dei criminali.”
Alzo le spalle.
“Magari i Sorveglianti rinnegati avevano qualche stipendio arretrato.”
Ho cercato di buttarla in scherzo, ma Lars non mi risponde. È mezzo dentro il mio armadio, cosa che, francamente, mi scoccia un po’. Se ci fruga ancora, troverà la mia biancheria. Sto per protestare, quando lui si raddrizza, altri tre sacchetti d’oro in mano.
“Ma quanti ne hai, di questi?”
“Boh, metto tutto lì, quando mi serve prendo…”
Sì, lo so. Anche mentre lo sto dicendo, capisco quanto suoni stupido. Cerco un’argomentazione che risollevi un po’ il mio quoziente intellettivo:
“Sto risparmiando per quando avrò finito la scuola.”
Lars appoggia per terra le borse che aveva preso, ne preleva delle altre. Deve usare tutte e due le braccia. Ne ho parecchie.
“Risparmiando? Ma qui dentro… qui c’è una fortuna!”
“Te l’ho detto, ogni missione è una borsa d’oro. Altrimenti, qualche Sorvegliante potrebbe decidere che gli conviene di più usare i suoi poteri per se stesso.”
“Stai davvero dicendo che i rinnegati che hai giustiziato erano dipendenti scontenti?”
Stai iniziando a scocciarmi, per la figura da idiota che mi fai fare, biondino.
“Cercavo di sdrammatizzare. Quei Sorveglianti stavano cercando qualcosa, che non ho fatto in tempo a scoprire…”
Mi acciglio. Ricordo cosa è successo. Ricordo il taglio nel mio braccio. Ricordo quella voce.
Non ho scritto niente di tutto questo, nella relazione ad Haldan.
Voglio tenere questa faccenda per me, non so perché, o meglio, lo so benissimo. Come dice Lars, non mi fido. Mi sento vulnerabile: un germoglio, che ha appena spezzato la corazza del seme e sta allargando i primi cotiledoni, delicati come petali.
È il mio braccio, quello che ha sanguinato, era la mia mente, quella che ha sentito quella voce. Sono io.
E io, per Haldan, sono sacrificabile.
“…volevano qualcosa che non potevano avere – concludo, lentamente – qualcosa che valeva più dell’oro, evidentemente. Comunque, non lo faccio per il guadagno.”
Senza nessun riguardo per le mie cose, Lars continua a tirare fuori i sacchetti.
“Lo vedo. Dèi del cielo Lwen, vivi in questa topaia quando potresti avere… tutto!”
“Io ho tutto.”
Mi esce in un ringhio. Chiudo il libro con un colpo secco e mi alzo per raggiungerlo.
“E questa non è una topaia. Sono nata e cresciuta in un posto identico.”
Si accorge di averne detta una di troppo e solleva i palmi, per chiedere pace.
“Non volevo offendere. Ma in questo armadio c’è un tesoro.”
“Faccio economie.”
Uhm, a ripeterlo suona meno intelligente della prima volta. Rafforziamo:
“Cerco di tenere un basso profilo, per non attirare l’attenzione ed essere più libera di agire. Te lo immagini cosa succederebbe, se si sapesse in giro che sono una ricca ereditiera o roba del genere?”
Lars si raddrizza per guardarmi, e vedo che è completamente sconvolto. Scuote la testa, come per chiarirsi le idee.
“Tu studi grazie a un finanziamento…”
“Lo restituirò integralmente, appena finita la scuola – rispondo in fretta – non avevo certo intenzione di rubare il posto a una ragazza, erogherò un paio di borse di studio anonime, non…”
Mi zittisce sollevando una mano. “Anche la tua amica, la figlia di Mykler il medico, finge come fai tu?”
“Non conosco i conti di Mykler, ma lui era un Sorvegliante come me. Anche lui tiene un basso profilo.”
Lars si passa una mano sulla fronte. “Tu sei ricca sfondata.”
Tossisco. Giuro che mi fa sentire come se avessi le mutande sporche. “Sì, beh, contavo di aprire una panetteria, o magari una libreria, dopo la scuola, e dovrei averne abbastanza… oh, al diavolo! Ti sconvolge tanto che venga pagata, per i rischi che corro?”
“No – è la risposta – mi sconvolge quanto poco tu chieda, in cambio dei rischi che corri. Immagino che il padre della tua amica voglia tenerla al sicuro, ma tu… tu potresti avere molto più di questo.”
“Sono il grado zero dell’ambizione e dell’avidità – dico, in tono presuntuoso, per fare capire che scherzo e piantarla con questo scambio ridicolo – e poi non è che posso andare da un qualsiasi banchiere, con una carriolata d’oro di cui non so spiegare la provenienza, e dirgli di aprirmi un conto, no?”
Faccio un gesto verso l’armadio.
“Rimetti tutto dentro, tanto stai tranquillo che nessuno viene a rapinarmi. Non con quel cavallo da tiro carnivoro che mi dorme sul tappeto.”
“A quanto ammontano le tue sostanze?”
“Boh!”
Mi fissa, senza una parola. Sto cominciando a stufarmi di sentirmi un’idiota, fino a prova contraria, dovrei essere quella che comanda!
“Senti, non ho tempo di contare soldi, passo la vita a scuola, a studiare, ad allenarmi, a chiudere soglie, e ogni tanto dormo anche. Ho il denaro che mi serve per comprare i libri e gli ingredienti per cucinare, ho un tetto sulla testa, fine della storia. Noi plebei funzioniamo con poco, Ianmeyr.”
Se speravo di lanciargli una frecciata, ho fatto male i calcoli. Non mi sta neppure ascoltando.
“Tu… non sai quanto…”
Gli manca la voce. Si passa una mano tra i capelli, riuscendo a scompigliarseli ben bene. Quest’uomo mi ha vista macellare mostri, chiudere Soglie, ha ospitato un demone in casa sua, ci ha discusso azzittendolo, e non ha fatto una grinza. Ma appena ha visto il mio oro ha perso il fiato e la parola. Proprio vero che niente come l’interesse professionale…
Dico: “Per cortesia, rimetti tutto dentro, adesso ho altro di cui occuparmi. Nascondi lì la spada, come vedi è un posto sicuro. È tutto a posto, davvero.”
“No che non è tutto a posto!”
Sobbalzo, perché dal tono sembra quasi arrabbiato.
“Non è tutto a posto per niente! Tu non conosci neppure l’ammontare del tuo patrimonio!”
Disse la miniera d’oro ambulante. “Perché, tu sì?”
“Ovvio che sì! Ci mancherebbe altro, o pensi che la ricchezza si riproduca da sola? Pensi che, solo perché sono ricco di famiglia, possa permettermi di gettare il denaro dalla finestra?”
Non so cosa rispondere, alla prima lezione di economia della mia vita.
“Capisco che tu non possa semplicemente investire quest’oro, perché non potresti spiegare la sua provenienza. Un’eredità basterebbe a chiarire tutto, ma ti ritroveresti assediata dai cacciatori di dote, e se perfino mia sorella ha preferito chiudersi in quella stupida scuola, piuttosto che stare a casa a gestirli, non voglio nemmeno immaginare come reagiresti tu.”
“Ho una magnifica spada.”
“Appunto.”
Torna a passarsi la mano tra i capelli. Ehm, lo devo ammettere: mi piace da matti che lo faccia. Mi piacciono da matti i suoi capelli, biondi, fluenti, virili da morire.
Sono nei guai. Tanto.
“In questo posso aiutarti. Forse sarò un peso e una seccatura per te nei prossimi tempi, come Sorvegliante, ma questa è una di quelle cose che posso fare, se vuoi decidere di fidarti.”
Lo guardo, senza capire troppo bene.
“Posso affidare il patrimonio al mio amministratore, naturalmente con totale delega a tuo favore. La sua discrezione è assoluta, mi fido ciecamente di lui: non terrà per sé un solo pezzo, te lo garantisco.”
“Va bene.”
Il mio tono spiccio lo fa quasi restare male. “Sicura?”
“Sì che va bene – rispondo – sei Ianmeyr, con l’oro ci sei nato. Se vuoi farmi questo favore, per me va benissimo, basta che mi lasci qualcosa per le spese spicciole. Una borsa, mezza borsa, che ne so, ho delle spese, anche se l’affitto è pagato per il semestre, mi pare. Ah no, fino all’anno prossimo… credo. Boh, poi controllo.”
Mi lancia uno sguardo da cane bastonato. La mia indifferenza in fatto di finanza sembra distruggerlo dentro.
Il pomeriggio si conclude con me che, dopo avere letto i tristissimi paragrafi per l’interrogazione di domani, mi immergo in un tomone di cosmogonia teologica le cui applicazioni nel campo della fisica potrebbero spiegare qualcosa degli strani fenomeni che mi sono capitati ultimamente, e con Lars Ianmeyr seduto al mio tavolo, intento a contare lingotti d’oro. Seddogh giace in catalessi sul tappeto, e non voglio pensare cosa stia sognando, quando serra gli artigli in quel modo.
Wow, sembriamo quasi una famiglia.

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