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Capitolo 11

Immaginare che sia un caso davvero curioso, questa Soglia nella tenuta di Ianmeyr, significa non avere ancora capito di che razza di tenuta stiamo parlando. Se, per coincidenza, si fosse aperta una Soglia nel cortiletto dietro casa mia, un fazzoletto di terra con le corde per stendere il bucato e le aiuole di piantine aromatiche, direi che è davvero strano (anche perché, tendenzialmente, i liminari ostili vogliono evitare di ritrovarsi un Sorvegliante scocciato per la violazione di domicilio, dall’altra parte).
Non è una tenuta, questo è un fottutissimo continente.
Pensavo di essermi fatta un’idea della geografia locale nel pomeriggio, quando abbiamo passeggiato nel parco e ho fatto la sconcertante scoperta che anche i nobili possono essere umani; sono piuttosto brava a memorizzare la topografia, ho un ottimo senso dell’orientamento. L’attrazione delle Soglie aiuta, certo, ma ci metto tanto del mio. La mia autostima, a riguardo, è abbastanza alta.
Supero il parco, mi inoltro nel boschetto, spunto fuori dall’altra parte. Non sono stanca, dopo mezz’ora di marcia serrata, e la notte non mi crea problemi. Quando sei un Sorvegliante, arrivi alle Soglie, che sono una ferita nella realtà, qualcosa che la realtà vuole venga curata. È il mondo attorno a me a farmi passare, e cammino nel buio senza inciampare nelle radici, saltello vedendo, nel gioco di ombre proiettato dalla luna, i sassi e le buche, giro attorno a un cespuglio per proseguire, senza incertezze.
Questo mondo, dei Mille, è un paziente che mi indica la ferita, che si volta nella posizione giusta perché io, il medico, possa suturarla.
Mi fermo sul limitare del boschetto. Ho costeggiato il fiume, senza vederlo, e davanti a me si aprono campi, pascoli, i recinti delle scuderie. Se davvero quelle file di capanni, bassi e ordinati, sono gli armenti di Ianmeyr, di strada da fare ne ho ancora un bel po’.
“Apri un passaggio e arriva subito, cretina.”
Pensi che i rinnegati non sentiranno lo strappo?
“Che ti frega, gli piomberai addosso e li faremo a pezzi.”
Tu non hai capito. Non dobbiamo piombare addosso a nessuno.
“Eh?”
Non attaccheremo prima di essere sicuri che sia l’unica soluzione.
La risposta di Seddogh è qualcosa su cui preferisco sorvolare.
Questo non è un attacco. È un salvataggio.
Mi avvio lungo i pascoli, sotto la luna che mi mostra gli ostacoli, e lascia nell’oscurità tutto il resto.
Passa un’altra buona mezz’ora, mentre continuo a costeggiare branchi e greggi, vacche addormentate e cumuli lanosi di pecore che alzano la testa, intimorite dalla figura nera che le sfiora. Chissà se pensano di stare sognando.
“Ma chi cazzo se ne frega. Fammi uscire, ho fame.”
Nemmeno gli rispondo, limitandomi a immaginare un arryxis famelico scatenato in mezzo agli animali. Una cosa discreta, proprio quello che ci vuole.
“Ma i rinnegati sono miei, gnocchetta. Preda legittima. Non puoi negarmeli.”
Rabbrividisco. La Possessione è anche questo.
Quando supero l’ultima scuderia, ammetto di cominciare a essermi stufata. Ma quanto è grande, questo posto? Insomma, c’è il parco, il boschetto, i pascoli, va bene, sei ricco, l’ho capito. Non mi faccio idee romantiche, tranquillo. Lo so, che i nobili imparentati con il re non sposano le figlie di prostitute e panettieri.
Svolto l’angolo e mi scappa una parola che Seddogh dice si terrà da parte, perché gli piace molto.
Foresta. Nera, fitta, impenetrabile. C’è un sentiero, che parte dal pascolo, come un tunnel tra gli alberi, e nient’altro. Il buio è talmente completo da sembrare solido.
Dal punto di vista logistico, nessun problema. Mi basta mettere un piede davanti all’altro, come un medico che tasta il paziente, finché non lui a dirmi che ho raggiunto la piaga.
Dal punto di vista della mia autostima, crollo. Credevo ci fosse un limite, alla stramaledetta nobile ricchezza del tizio per cui ho avuto la pessima idea di avere una preferenza. Se il destino dei Mille Mondi sta convergendo per farmi capire che devo tenere la testa sulle spalle, direi che c’è riuscito.
“Mica dovete sposarvi, gnocchetta. A te un paio di orgasmi farebbero soltanto bene.”
Sì, certo. Mi faccio frustare a sangue in una stupida scuola, solo perché era desiderio dei miei che mi diplomassi lì, e vado a diventare l’amante di un nobile.
“Che problema c’è?”
“Facciamo che i fatti miei me li gestisco io e tu ne rimani fuori? Un demone che mi dà consigli non è la mia idea di buon consigliere.”
“Fammi uscire, allora. Dentro questa città di ormoni sto dando di matto.”
Sospiro, pensando che potrei anche lasciarlo fare, tanto ormai…
Mi scappa un’esclamazione, al senso di scollamento alla schiena. Stavolta succede in un lampo, non faccio neanche in tempo a sentire dolore, e la puntura di spilli al marchio, sulla nuca, arriva mentre Seddogh si sta stiracchiando vicino a me, come un gatto.
Mi tasto dietro. I vestiti sono intatti, ma d’altronde è un processo metafisico, che non coinvolge la carne in senso strettamente letterale. Altrimenti dovrei pesare mezza tonnellata in più.
“Stiamo diventando veloci, gnocchetta – dice lui, in tono compiaciuto – fuori il demone e dentro il biondino…”
Gli volto le spalle e mi addentro nella foresta.
“Ma quanto t’incazzi subito! E io che ti guardo anche le spalle!”
È silenzioso, nel buio accanto a me. Vedo i suoi occhi gialli, con la pupilla verticale che si dilata e si contrae. Probabilmente vede benissimo, al buio.
“Ti avverto, se pensi di farmi scherzi cretini…”
“Gnocchetta, io adesso in questo mondo ci vivo e ci respiro che è un piacere. Se per continuare devo evitare che tu schiatti in maniera imbecille, va benissimo. Sei il mio elisir di lunga vita. ”
Snuda le zanne, che scintillano anche nella tenebra della foresta, una promessa di morte per chiunque le incontri.
“Ma vedi di non allargarti troppo: mettiti tra me e le mie prede, e ti faccio a pezzi. Con la missione che ti hanno appioppato, non ti conviene litigare anche con me, oltre che coi nemici.”
Non rispondo. Quello che ha in mente non mi piace, ma d’altronde, è un predatore, e quelli sono traditori. Sono troppo pericolosi, per lasciarli girare liberamente. Se un Sorvegliante non ce la fa più, se vuole lasciare, è libero di farlo. Restituisci le armi di drago, ti tieni l’oro, rispetti il giuramento di segretezza, e tutti amici come prima. Già è dura svolgere il nostro compito credendoci, farlo da riluttanti significa solo ottenere un cadavere e una Soglia ancora aperta.
Non c’è perdono per i traditori.
Il nostro potere è troppo grande, perché vi sia spazio per l’indulgenza. Me ne rendo conto benissimo, eppure vorrei riuscire a convincerli a consegnarsi, consegnare le armi di drago, e tornare nel loro mondo. Magari sono pentiti, e se potessero tornare indietro, lo farebbero.
Mille Mondi, e non uno dove la mia speranza sembri meno che una cretinata totale.
Chissà poi come è venuto loro in mente, di tradire. Non ci sono vantaggi, non ha senso. Essere il nuovo centro?
Il centro di cosa?
Foresta, foresta, foresta. Di sicuro qui ci vengono a caccia, e di sicuro non sono neanche mai riusciti a esplorare l’intera tenuta. C’è perfino un villaggio, vabbè, quattro case coi recinti dei maiali nel mezzo, però vedo i fili del bucato e un lavatoio di pietra, quindi i guardiani dei porci stanno qui con tutte le famiglie. Tra adulti, vecchi e bambini, ci saranno più di cinquanta persone, a preoccuparsi della pancetta che domani mi verrà servita a tavola.
Se domani sarò abbastanza viva per sedermi a tavola, d’accordo.
Ormai deve essere quasi mezzanotte, l’ora delle streghe, quando raggiungo la radura.
La luna investe in pieno l’erba corta, morbida e curata, in netto contrasto con i rovi e le sterpaglie su cui mi sono inerpicata finora. Mi fermo sul margine. Di solito le radure si formano quando un albero cade, e rimane libero finché i nuovi polloni non riempiono lo spazio, ma questo prato è preciso, senza cespugli, curato in maniera artificiale. Eh sì, sono arrivata.
Il tempietto si trova proprio in mezzo. È abbastanza grande da contenere una decina di persone e un sacerdote. Il tetto è sostenuto da colonne sottili, sulle quali si attorcigliano dei serpenti smaltati di bianco, il basilisco del casato Ianmeyr. La porta è chiusa, naturalmente, e non ci sono finestre, solo grondaie decorate, capitelli finemente scolpiti, bassorilievi che da terra arrivano fino in cima. È un’opera d’arte, è bellissimo.
È un monumento funebre.
“Sono morti qui – sussurro, a beneficio di Seddogh – nella battaglia di dieci anni fa, i genitori di Lars e il Sorvegliante che li ha salvati.”
Per contro proprio, la mia mente ricostruisce l’accaduto: una foresta fitta, una battuta di caccia, un cavallo che scarta per avere fiutato il pericolo… muscoli, zanne, code che frustano l’aria, così forte da frantumare le ossa.
Deve essere successo tutto molto in fretta. Il padre di Maya ha affrontato un corpo a corpo con il ‘suo’ arryxis, gli ha lasciato una gamba tra le fauci, e chissà questo quante vite ha salvato. I nobili hanno sempre un codazzo di scorta. Poteva finire con una strage.
Mi chiedo se Lars era con loro. Doveva essere abbastanza grande da apprezzare una gita in campagna, e se i suoi genitori gli erano affezionati, forse era presente. Forse li ha visti morire. Non voglio neanche immaginare cosa possa avere provato, ma il suo interesse per le leggende dei Mille Mondi sono una prova tangibile che il ricordo è ancora vivo, in lui.
“Non dormire, gnocchetta. Qui la realtà si spappola in un secondo.”
Mi riscuoto e mi sposto più silenziosamente che posso, lungo il limitare, nelle ombre dei rami. Vedo con la coda dell’occhio che Seddogh arretra, scomparendo completamente. Sono sicurissima che non mi perderà di vista. Per lui sono come un diamante che se ne va in giro con le sue gambe.
“Ti stai divertendo, eh?”
Anche se ho parlato a voce bassa, quasi inudibile, la risposta arriva subito. Gli arryxis possono sentire una foglia che cade dall’altra parte del bosco.
“Vivo per questo.”
Bello, mi dico continuando a muovermi. Sono da sola, di notte, contro tre Sorveglianti ostili, una Soglia chiusa malamente, e un demone psicotico. Poi mi chiedono perché considero rilassanti le ore di scuola.
Con il cambio di prospettiva, la luna illumina una statua, a destra del tempio commemorativo. Non posso riconoscere i particolari, ma vedo benissimo che ha una spada in pugno ed è in posizione difensiva, come se stesse proteggendo il luogo.
Ammetto che mi fa piacere che abbiano voluto ricordare il Sorvegliante, morto per salvarli.
Vorrei vederlo da vicino, sapere che faccia aveva, ma i Mille Mondi sono qui, minuscoli e sconfinati, e sento palpitare, una lenta emorragia subcutanea, invisibile da fuori, percepibile solo a un medico esperto. La Soglia, richiusa anni fa, è ancora qui.
Se Seddogh si azzarda a fare solo mezzo commento sul lavoro del menga che hanno fatto Mykler e l’eroe che si è pienamente meritato la sua statua, lo ammazzo, e non per modo di dire.
Però, a essere brutalmente onesti, Lyott avrebbe dovuto completare la Sorveglianza, e togliere ogni traccia. È strano che non sia mai venuto qui, a finire di suturare questa ferita. Per me è una fortuna, perché mi dà un ottimo riferimento su dove cercare i rinnegati, ma che mio cugino, così scrupoloso, abbia trascurato una cosa tanto ovvia, è strano. Sotto molti aspetti, è un mentecatto, ma quando impugna la lama di drago, è più efficiente di un incendio nella pianura. Non resta niente.
Colgo il movimento nell’ombra del tempio, e faccio un balzo indietro, la spada alzata. Non voglio attaccare prima di essere certa di non avere altre possibilità, senza contare che rischio di colpire gli ostaggi. Comunque, mi accorgo subito che non corro pericoli.
L’individuo accasciato contro la parete alza la testa per guardarmi. Nel farlo, si sbilancia, e deve mettere una mano a terra per non cadere lungo disteso, così seduto com’è. L’odore di alcol che diffonde muovendosi è così forte che sono contenta di avere fatto un passo indietro.
“Non sei un po’ lontano dalle bettole del paese?”
“Ero sobrio, mi sono portato da bere – ha la voce impastata, però sembra ancora abbastanza lucido – lo sapete, che mi piace stare qui.”
“Sì, beh, immagino sia il massimo sbronzarsi su una tomba, ma adesso fai un favore a te stesso e torna nel tuo porcile. Manutenzione straordinaria dei monumenti artistici. Sparisci.”
Ride, come se non avesse mai sentito niente di più spassoso in vita sua. “Non vuoi farmi compagnia, bellezza? Se dico agli altri di stare un po’ per i fatti loro, rimaniamo da soli che è una meraviglia, eh?”
Deve pensare che sia venuta con qualcuno. “Grazie, preferirei essere infibulata che venirti vicino. Togliti di torno.”
“Non sei per niente gentile. Vuoi che ti faccia licenziare?”
Un guardiano di porci ubriaco non può certo fare licenziare qualcuno. Lo guardo meglio.
Porta stivali da cavallerizzi con il risvolto, che alla luce della luna sembra nero, ma deve essere rosso. I calzoni sono pesanti, per proteggere dai rovi, tagliati su misura. La cintura ha una fibbia che scintilla, con lo stemma del basilisco di smalto bianco. Il colletto della camicia è slacciato fino al giubbotto, tagliato lungo le braccia, per mostrare la fodera interna, di raso scuro.
Provando una sensazione molto spiacevole, mi tocca addentrarmi nella nuvola di puzza e afferrarlo per un braccio.
“Alzati, idiota. Non potevi scegliere una notte peggiore, per farti venire la sbornia triste e commemorativa.”
“Non… darmi ordini…”
Mi crolla quasi addosso, nel tentativo di reggersi in piedi. Giuro che ad accendergli un fiammifero vicino si rischierebbe di saltare in aria.
Lo spingo per fargli ritrovare l’equilibrio, e in qualche modo riesce a non crollare sulle ginocchia. Stringe una fiaschetta in mano, e mentre mi chiedo se strappargliela per buttarla via, o strappargliela per rompergliela in testa, lui solleva e beve, a lunghe sorsate. Poi volge su di me occhi acquosi, biglie azzurre, sui quali i ciuffi biondi ricadono spettinati. Con quella mascella, se fosse rasato, la somiglianza sarebbe surreale.
Li fanno proprio con lo stampino, questi Ianmeyr.
Gli strappo di mano la fiaschetta e opto per la soluzione incruenta, la butto tra i cespugli.
“Ti porto dai guardiani dei maiali. Non mi hanno mandata qui per riportarti a casa, ma non puoi rimanere. Ho altro da fare, che badare a te.”
Lui dondola la testa di qua e di là e borbotta qualcosa sul fatto che mi farà licenziare, per avergli tolto da bere. Torna ad appoggiarsi su di me, ma lo lascio fare, perché se stramazzasse, dubito che sarebbe possibile tirarlo su ancora.
“Allora, non mi hanno ancora trovato? E sì che stavolta gliel’ho fatta facile…”
“Immagino che i tuoi precettori, o chiunque abbia la sfortuna di doverti gestire, a quest’ora stiano battendo tutte le osterie raggiungibili a piedi – rispondo – ma venire alla tomba dei tuoi genitori, per mostrare loro che schifezza di uomo sei, è un’apoteosi di porcheria difficile da immaginare.”
Mi risponde un poderoso rutto.
“Muovi quei piedi, almeno. Fatti trovare addormentato nel trogolo dei maiali, sarà meno degradante.”
“Ma che paroloni difficili, per una serva…”
“Serva sarà tua sorella, e non lo dico per offenderla, perché chissà quante volte avrà dovuto tenerti su mentre vomitavi. Vieni via!”
Invece lui si impunta e tira indietro la testa, a rischio di stramazzare, per guardarmi meglio.
“Mia sorella? Conosco tutte le sue amiche, tu da dove sbuchi?”
“Spero ti faccia vedere sobrio da loro, almeno.”
“Oh, Lars non permetterebbe mai che mi vedano così…” Alza la mano con cui stringeva la fiaschetta e sembra perplesso nel vedere che non c’è più. “Mai conoscere la mia famiglia di notte, bellezza. Di notte gli Ianmeyr si trasformano…”
“Non Lars di sicuro. Qualcuno dovrà tenere la testa sulle spalle, con un fratello minore come te.”
“Lars? Siete intimi, quindi?”
Per poco non mi colpisce con la fronte, quando si avvicina per esaminarmi bene. Gli batto un palmo sulla faccia, non uno schiaffo, solo per dirigere altrove quel fiato mefitico.
“Oh… oh, oh, ma guarda il caso!”
Si mette a ridere, la risata demente degli ubriachi. Io cerco di indurlo a muoversi, tenendomi più distante che posso.
“Sei la famosa rossa, ti ha trovata, alla fine! Bene, facciamo conoscenza, cognatina? Io sono Derek, tu sei quella che ha vinto il trofeo del regno! Ci abbracciamo?”
È ubriaco, mi dico. Qualsiasi cosa gli dica il cervello, esce sotto forma di parole insensate.
“Se vuoi una ginocchiata che ti renderà i soli gemelli di Ianmeyr amici delle tonsille, devi solo provare a toccarmi – ringhio – adesso cammina, o vado davvero a chiamare qualcuno!”
“No che non ci vai… l’onore di mio fratello è il tuo, tu non… mai…”
Barcolla, e prevedendo quello che succederà – abito in un quartiere popolare, dopotutto – faccio un precipitoso passo all’indietro, lasciandolo ad appoggiarsi sulle ginocchia, mentre vomita.
Non leggerete mai niente del genere, nei canti epici sull’ultimo Sorvegliante e la guerra dei Mille Mondi.
Cerco di ricordarmi che al mondo esistono anche persone come suo fratello, per cui vale uscire di notte a rischiare la pelle. “Hai finito?”
Si asciuga la bocca con la manica. “Allora, che ci fai qui di notte, bellezza? Com’è che mio fratello ti ha fatta uscire?”
“Non c’erano sbarre in camera mia, esco quando mi pare – ribatto – e potrei farti la stessa domanda. Non sembri il tipo che può essere fatto girare da solo con una bottiglia.”
Da come barcolla nel tirarsi su, riconosco in lui il tizio che aveva distrutto il vaso, mentre guardavo dalla finestra. Ma che questa non sia una sbornia occasionale, bensì lo stato in cui versa quasi perennemente, l’avevo già capito da un pezzo. Solo gli ubriaconi riescono a intrattenere rapporti sociali mentre dovrebbero vergognarsi di farlo.
“Non possono darmi ordini, faccio come mi pare, bellezza. Ognuno è padrone di distruggersi la vita come vuole, no?”
“Ecco, fammi il favore di andartela a distruggere al villaggio dei maiali. Se crepi nella mangiatoia, potresti diventare uno squisito prosciutto e la tua vita avrà un senso migliore di questo. Sparisci!”
Non mi sente nemmeno, è perso nella sua filosofia sbronza. “Noi Ianmeyr facciamo tutti come ci pare, perché tanto, chi ce lo impedisce, a noi? Aura aveva detto a Lars, ancora anni fa ‘sai fratello, vorrei tanto sposare il re’, e Lars ha risposto ‘d’accordo, sorella, se è questo che vuoi’, e adesso Aura è la regina, e Aillean gli ha detto ‘io non mi voglio sposare fratello, voglio viaggiare e fare…'”
Si acciglia, chissà che fatica ricordare.
“…vabbè lei vuole farsi i cazzi suoi, e Lars dice ‘va bene, se è questo che desideri’, e Aillean straccia tutte le proposte di matrimonio, e chi vuoi che faccia l’offeso, con tutto l’oro che ci esce dal sedere… e io gli ho detto ‘fratello, lasciami crepare così non devo più pensarci’, e a me Lars non ha detto va bene, è stato zitto, chi tace acconsente, e quindi…”
Ringraziando Ney, a questo punto non ce la fa più e si rimette a vomitare.
Io ricaccio il nodo in gola. Quindi è così che vive, Lars. Fa da padre alle sorelle e al fratello, da quando i loro genitori sono morti. Con la regina Aura e con Aillean gli è andata bene, ma questo relitto umano deve essere la spina della sua vita. Non è molto più giovane di lui, due, tre anni, e non ha modo di impedirgli di fare come vuole. Derek deve avere fior di proprietà e rendite personali. Ubriacarsi fino a stare male non è certo motivo di interdizione, e dubito che Lars lo farebbe comunque.
“…e poi, un giorno, Lars dice a noi ‘sapete fratelli, vostra cognata avrà i capelli rossi’, e noi gli diciamo, devi presentarcela, e lui ‘certo, se riesco a ritrovarla, perché continua a scapparmi’, e noi a ridere, ma lui era serio… oh quanto è sempre serio Lars, se dice una cosa è quella, è inesorabile peggio della morte, e adesso ti ha trovata…”
Lo interrompo, perché mio padre una volta ha detto che gli ubriachi dicono la verità, e questa verità mi sta sconvolgendo un attimino troppo, soprattutto visto che sono in missione.
“Vorrei vergognarmi per te, ma perderei ancora più tempo, e non posso. Devi andartene, se non cammini ti trascino, ma…”
Adesso tocca a me interrompermi. Mi giro di scatto, la Fendidraghi sollevata, l’istinto di conservazione che lavora sempre, oh quanto ti amo istintuccio mio, che sei rimasto all’erta anche se io ero impegnata con questo schifo di essere, e che mi hai fatto rimanere con le orecchie tese anche se l’attenzione era altrove.
Il rumore di una spada di drago che struscia contro il fodero, mentre schizza fuori, è diverso da qualsiasi altro rumore al mondo. Anche il clangore dell’impatto di due lame uguali genera uno schianto totalmente dissimile dalle armi d’acciaio.
Irrigidisco tutti i muscoli per contenere l’assalto del mio avversario. La pressione è micidiale. Vedo la punta, sottile e rastremata, con la parte a seghetto rivolta contro di me.
Sollevo gli occhi, incontrando quelli da mantide della testa da insetto, dietro i mazzi acuminati dei suoi artigli. Le mandibole vibrano, provocando un rumore strano e continuo, come di cicale in tono minore.
Pianto i piedi per terra, mi sento slittare.
Sorvegliante alieno… mostro.
“Sarai… bello tu…”
Mi tendo al massimo, per respingerlo, e per fortuna sembra essere meno forte di quanto appaia, perché riesco a recuperare terreno. Sentire che riesco a spingerlo indietro, anche se devo metterci tutta la mia – invero non straordinaria – forza, è confortante. Magari la sfango.
La comparsa, alle spalle del mio avversario, dei suoi compari, mi toglie subito questa idea balzana dal cervello.
Giro la testa verso Derek. “Fila via – ringhio – corri!”
Colgo in un lampo la sua faccia traumatizzata, gli occhi così spalancati che sembrano riempirgli la faccia, come piattini. Se sopravvive, almeno, si convincerà di avere avuto un attacco di delirio ubriaco, e il segreto del mio ordine sarà al sicuro.
Ma, mentre i due amici del mio avversario si allargano per prendermi ai fianchi, devo dire che la segretezza dell’ordine non mi sembra precisamente la priorità del momento.
“Scappa… subito!”
Mi stanno per afferrare, con quegli arti chitinosi, che visti dalla parte della vittima, sembrano tanti paletti appuntiti. Con la coda dell’occhio, vedo Derek che indietreggia, la bocca spalancata come gli occhi, poi che si volta e si allontana, mezzo barcollando e mezzo correndo. Che eroe. Almeno adesso posso pensare solo a me.
Butto in avanti un piede, facendo finta di inciampare, e cado all’indietro. Lancio anche un grido, per ribadire il concetto. Il mio avversario non è molto esperto, oppure i trucchetti base che impariamo su questo mondo non sono quelli che imparano loro, perché ci casca in pieno. Mi si avventa addosso, dietro la punta della sua lama, con tutto il peso. I suoi compagni friniscono più forte, come se volessero avvertirlo, ma è troppo tardi, io sarò anche giovane, ma proprio cretina no, vivere è un passatempo che apprezzo, grazie tante.
E sono veloce. Molto.
Lascio la Fendidraghi, abbassando una spalla per non farmi trafiggere, e nello stesso momento mi sfilo dalla cintura uno dei pugnali che ho preso dall’armeria. Non esco mai senza coltelli, servono sempre, ma è la prima volta che ne uso uno di drago.
È efficace come la spada. Attraversa la corazza chitinosa come se fosse burro, taglia la carne tenera all’interno, fa danni, perché lo rigiro, lo estraggo e colpisco ancora, più forte che posso. Poi, con un terzo fendente, falcio all’altezza di quella che immagino essere la gola.
Come frinisce, mentre muore. Mi cade addosso, scalcio per liberarmi, afferro di nuovo la Fendidraghi, e schizzo via per mettermi fuori portata.
Vedo per un momento l’ombra di Derek, prima che sparisca tra gli alberi. È successo tutto in una frazione di secondo. Quando qualcuno vuole ucciderti, e tu per ricambiare la cortesia lo pugnali a morte, succedono contemporaneamente un sacco di cose.
Mi rialzo di slancio, la Fendidraghi tra me e loro. Stanno sorreggendo il compagno, ma si accorgono subito che è morto o lo sarà nei prossimi tre secondi, perché lo lasciano andare e alzano a loro volta quelle specie di spiedi. Sono tutt’altro che belli, ma ritengo che il mio corpo sia abbastanza democratico da non badarci, e da morire trafitto in ogni caso.
“Dove sono i bambini?”
Mi risponde quel frinire odioso. Dubito mi stiano estendendo gli auguri di buon compleanno. Che cafoni, e sì che tra due giorni sarò una diciassettenne.
Se ci arrivo, d’accordo.
“Consegnatemi gli ostaggi, e potrete andare.”
Giuro, non so se sono sincera o meno. Forse voglio soltanto vedere se esiste un margine di trattativa. Se riesco a farli parlare, forse riesco anche a farli ragionare.
“Voglio soltanto i bambini. Questo non è un attacco, è un salvataggio. Restituite i piccoli, e farò finta di non avervi trovati.”
Alcuni di quegli arti da artropode si abbassano a indicare il morto. Sembrano rami piegati in giù a forza.
“Cosa credevate, che mi sarei fatta ammazzare?”
Sei qui da solo?
Che non abbiano idea se io sia maschio o femmina è abbastanza normale.
“Certo, lo vengo a dire a te. I bambini.”
Qui il velo è fragile. Qui potrebbe arrivare il centro.
“Mi stai rispondendo di sì o di no?”
Qui potremmo trovarlo.
“I bambini. Adesso.”
Prima il centro.
Impugno meglio la Fendidraghi.
“Non ho idea di cosa tu intenda dire e non potrebbe fregarmene di meno. Restituite gli ostaggi. È l’ultima volta che lo chiedo con le buone.”
E se arriveremo alle cattive, non so davvero come andrà a finire. Ma non ho paura. Penso che la mia qualità migliore, come Sorvegliante, sia che in situazioni come queste la mia emozione dominante non sia la giusta e sana strizza di chi si ritrova davanti dei mostri, ma una rabbia disumana, una furia che mi spinge ad attaccare e che riesco a tenere a bada solo sforzandomi di usare il cervello.
Giuro, so che potrei morire nei prossimi due minuti, ma l’idea non mi preoccupa, mi fa incazzare e basta.
Chi non sarà il centro sarà al suo comando. Basta servire. Abbiamo servito tutta la vita. Cosa ci abbiamo guadagnato?
“Lo stipendio?”
Servo di Dhilarin, non vuoi comandare?
“Mi sembra tipo un’offerta di alleanza. No, grazie. Mi accontenterò di restituire i bambini ai loro genitori, così non dovrete più cambiare pannolini. Non serve ringraziarmi, datemeli e basta.”
Qui il velo è fragile. In questo mondo sono successe tante cose.
Verissimo, la guerra dei Mille Mondi l’abbiamo combattuta noi. Non so se questo renda Engelia il centro di cui parlano, ma comincio a esaurire gli argomenti e la pazienza.
“Adesso vi spiego cosa sta per succedere: ucciderò uno di voi, poi inchioderò a terra l’altro e lo farò a pezzi, un pezzo alla volta, finché non mi avrà detto dove sono i bambini che avete rapito per coprirvi la fuga dopo avere tradito.”
Faccio un passo avanti, e ho almeno la soddisfazione di vederli arretrare. La morte di un compagno ha sempre un effetto salutare, nel ridimensionare le manie di grandezza di liminari venuti qui a fare i padroni.
“Qualsiasi cosa sia il centro che cercate, non è qui e non me ne frega niente di dove sia. Io sono la Sorvegliante di queste terre, e voi siete degli intrusi nel mio territorio. Vi è chiaro il concetto così come ve l’ho esposto?”
Mi puntano addosso gli spiedi e tutti i loro arti. Sì, il concetto, così come l’ho esposto, è chiarissimo.
Schiavo Dhilarin, come tutti gli altri, decaduto come tutti… non conosci nemmeno i tuoi diritti. Prima tu, poi i tuoi amici.
Per un momento penso si riferisca agli ostaggi, magari nel loro mondo il volere salvare qualcuno crea un rapporto che i Mille Mondi traducono con ‘amicizia’. Ma ho i sensi vigili e all’erta, e anche nel buio, colgo il movimento con la coda dell’occhio. Sul margine della radura c’è qualcuno, un paio di persone… vedo le spade sguainate, o forse un arco, ma non faccio in tempo a distinguere altro.
Succede tutto a una velocità accecante.
Si scagliano contro di me insieme, chiaro. Vogliono uccidermi, non duellare. È come vedersi precipitare addosso un albero spoglio, niente foglie, solo rami enormi, duri, spigolosi. La Fendidraghi mi evita di finire infilzata, l’attrito fa schizzare scintille, mi butto all’indietro.
Vedo una testa da insetto, con occhi che ruotano e si fissano su di me, mascelle che si aprono orizzontalmente, e sono piene di seghettature, dentro, sono fatte per azzannare le corazze della loro specie, la mia carne è burro al confronto.
Un attimo dopo, quella testa non c’è più.
Sbatto le palpebre. Sangue scuro sgorga come una fontana, il corpo si abbassa, cade, il getto si esaurisce subito. Mi ritrovo a scambiare un’occhiata con l’ultimo rimasto, che sembra sbigottito quanto me.
L’unico a trovarsi perfettamente a suo agio è Seddogh. Ghigna come uno squalo finito in mezzo a un branco di tonni, mentre si porta al mio fianco e, scena non molto carina da vedere, sputa la testa mozzata del rinnegato. Rotola per terra, ai miei piedi, tutta striata di sangue nerastro. Adesso vomito.
“Quello lì hai detto che dobbiamo tagliarlo a fettine, vero?”
“Dov’eri finito?”
“Guardavo – risponde con disinvoltura – se non eri neanche capace di reggere un primo assalto, non valeva la pena farsi coinvolgere, gnocchetta. Non sei proprio una mezza sega completa.”
Adesso che il rapporto di forza si è invertito, posso permettermi un attimo di distrazione, e giro la testa per guardare gli intrusi. Mi si ferma il cuore.
Sul margine della radura, appena prima del buio impenetrabile della foresta, ci sono due uomini. Uno è Derek, che mi tocca rivalutare sui due piedi: non era scappato, era corso a cercare aiuto. Ha i capelli appiccicati alla testa, ancora grondanti, perché sicuramente ha ficcato la testa in un secchio d’acqua o qualcosa di simile, per schiarirsi le idee. In una mano ha una spada, nell’altra una torcia. Mi è impossibile non vedere bene in faccia lui, e l’altro.
Lars.
Ansimo e distolgo lo sguardo prima di doverlo guardare in faccia. Ha l’arco pronto, con una freccia incoccata, ma non la sta puntando, immagino perché non riesce a capire la situazione.
Lars.
Deve essere uscito a cercare il fratello, e Derek me l’aveva anche detto, in pratica. Mi aveva detto: mai conoscere la mia famiglia di notte, bellezza. Di notte gli Ianmeyr si trasformano.
Di notte, come lupi mannari, gli Ianmeyr smettono di essere perfetti.
Lars.
Gli volto le spalle. Non sopporto nemmeno di vederlo di striscio.
“Gli ostaggi – scandisco, molto adagio, perché devo controllare la voce, o finirà per tremarmi – se vuoi salvarti fai come ti dico. Consegnami i bambini.”
Dietro di me, sento un’esclamazione soffocata. Quello che ho detto è abbastanza eloquente da chiarire le idee a chiunque.
Il Sorvegliante traditore sembra esitare, l’arma gli trema, nel mazzetto di artigli che la stringe.
Non vuoi almeno ascoltarmi?
“Volentieri, dopo che mi avrai restituito i bambini, sani e salvi.”
D’accordo.
Mi raddrizzo, immaginando che adesso arretrerà invitandomi a seguirlo fino a dove hanno imprigionato gli ostaggi, ma lui fa una manovra strana, con tutti quegli arti. Se li porta dietro la schiena, in un modo che, se fosse umano, dovrebbe procurare fratture multiple scomposte, e sembra frugare. Poi riporta davanti quello che ha preso.
È una specie di tubo molle, segmentato come un lombrico, grosso quanto un cagnolino. È talmente flaccido che, per quanto il rinnegato lo maneggi cautamente, ci lascia sopra le impronte, come sul corpo di una persona fortemente obesa. Da una parte, non saprei se in alto o in basso, ci sono delle vestigia di zampette, che lo fanno sembrare una zecca gigante, rigonfia.
Una larva. Giustamente.
“Ehm… che carino. Gli altri?”
Indica i due compagni stecchiti, con due delle braccia tentacolari. Mi abbasso su quello più vicino, lo rigido con un piede, ed eccolo lì, il dolce bambinello rapito, un verme molle e pulsante, che devo staccare infilando un dito sotto l’apparato buccale che usa per tenersi, come una ventosa. Visto che si regge con quella, non dovrebbe avere ancora la seghettatura degli adulti, o ferirebbe chiunque lo prenda ‘in braccio’. Non ce l’ha. Mi si incolla al dito, e basta. Viene su come un pezzo di carne floscia.
Guardo Seddogh, che ha le labbra sollevate sulla chiostra di zanne, nel guardare la larva.
“Me lo tieni un momento?”
“Neanche per il cazzo.” È la, tutto sommato comprensibile, risposta.
Recupero velocemente l’altra larva e allungo un braccio, per farmi consegnare l’ultima. Almeno, non pesano niente, sembra di avere dei sacchettini pieni d’acqua.
Dhilarin sta tornando. Questo devi sapere, Sorvegliante.
“Conosco la storiella – ribatto – ma se pensavi di diventare Dhilarin, sei ancora più pazzo di quanto sembravi.”
Beh, insomma, immagino che per quelli della sua specie, sembri un pazzo.
“Le instabilità sono solo allineamenti anomali dei Mille Mondi, e passeranno. Passano sempre. Adesso mettiti in ginocchio, insomma, qualsiasi cosa sia mettersi in ginocchio per te, e…”
Succede talmente in fretta che non potrei impedirlo nemmeno se me l’aspettassi.
Con un balzo improvviso, che lo fa sembrare un enorme gatto in forma di sauro, Seddogh supera la distanza che lo separa dall’ultimo rinnegato, e gli piomba addosso.
“No!”
…torna…
(molto presto)
Il corpo di Seddogh copre quello dell’insetto, per un momento mi sembra di vedere da vicino una scena molto meno disturbante, una lucertola che cattura una mantide, in versione gigantesca. Poi il rumore delle cartilagini e delle ossa che scricchiolano mi colpisce come una sberla, e faccio un passo indietro.
(molto presto non ancora ma presto)
Stacco gli occhi dalla vista di Seddogh che comincia a nutrirsi, il sangue che gli scorre tra le zampe.
“Cosa? – mormoro, stralunata – cosa succede?”
(non ancora ma sei quasi cresciuta abbastanza)
Mi sembra di impazzire. So che Lars è dietro di me e mi vede. Sta guardando una scena disumana, cruenta e folle: mostri morti, un liminare da incubo che fa a brani l’avversario ucciso, e me. Sono coperta di sangue alieno, stringo tra le braccia degli esseri nauseabondi, barcollo, la mente sfinita, che ormai sente delle voci… sto per svenire, aiuto…
Il dolore mi attraversa il braccio.
Per poco non lascio cadere le larve. È come una lama affilatissima dal polso all’incavo del gomito, così veloce che, prima del sangue, faccio in tempo a vedere la carne viva, al di sotto.
(non abbastanza ma quasi)
Il contraccolpo mi fa tornare al di qua della linea di svenimento. Sento voci strane nel cervello, vabbè, non penso di essere la prima Sorvegliante a dare via di matto. Ci penserò dopo, se potrò contare su un dopo.
Seddogh sta facendo a brani la sua vittima. È orribile, come può esserlo soltanto una legge di natura.
“Gli avevo promesso la vita.”
Alza appena gli occhi, senza staccare le fauci dalla corazza che sta frantumando.
“Tu, gnocchetta. Non io.”
Non è il momento di discutere. So che Lars mi sta guardando, non so se e quando deciderà che è ora di scoccare la freccia. Forse deciderà di colpire Seddogh, commettendo l’ultimo errore della sua vita. Una freccia, per un arryxis, è una puntura di zanzara.
Forse ucciderà me.
Non è un mio problema. Io sono oltre. Passo sull’erba tenuta corta, fino alla statua del Sorvegliante morto, che è forte e bello, con le sopracciglia aggrottate e l’espressione impavida. Penso, con una limpidezza singolare, che devo essermi sbagliata su quel giorno, che non è stato Lars a seguire i genitori alla battuta di caccia, per ragion magari banali, un’influenza, un altro impegno. Lui non c’era. Non ha visto lui l’orrore, l’ha visto Derek.
La Soglia trema e palpita. È netta come un taglio, una fessura nella realtà indebolita, e lo scontro di stanotte ha finito di logorarla.
Intuisco, di quell’intuito formato dalla somma degli elementi a disposizione, che diventano più delle loro parti, che Lyott non ha mai sistemato quest’anomalia, proprio perché poteva rivelarsi utile come faro, come esca. Si trova in mezzo a un bosco, in un luogo che nessuno visita mai. Meglio che un liminare ostile arrivi qui, che altrove.
La Soglia pulsa, come la mia ferita. Questo dolore è il dolore dei Mille Mondi.
(sì)
“Che fai, gnocchetta?”
Sento un sibilo nell’aria, e la freccia di Lars si pianta per terra, dietro di me. Giro la testa, per la curiosità accademica di sapere se voleva uccidermi, ed è con moderato sollievo che vedo che non era sua intenzione. L’asticciola vibra ancora, ad almeno cinque passi di distanza: un errore di mira talmente macroscopico che può significare solo che non mirava a me.
In compenso, Seddogh si è fermato di botto, il muso a un palmo dalla freccia. La spazza via con l’artiglio, spezzandola.
“Non riprovarci, coglione. Chiavarti la Sorvegliante non ti rende immortale.”
Per tutta risposta, Lars incocca un’altra freccia. È chiaro che ha deciso che la risposta più semplice è quella con più probabilità di essere quella corretta: un demone che mi arriva alle spalle mentre vado verso una strana lacerazione nella realtà si deve considerare, fino a prova contraria, un nemico.
E io sono innamorata di lui.
Bello capirlo adesso, davanti a una Soglia che mi taglia la carne, in mezzo a una carneficina di mostri morti, una scena degna di un sabba, rischiarato dalla luna e da una torcia traballante. Chissà quanti altri traumi ho aggiunto, nel cervello sconvolto di Derek.
Sono innamorata e lui ha visto chi sono realmente. È una cosa che distrugge l’amore, anche senza essere come io sono.
“Sorvegliante, ho compiuto la missione.”
La Soglia sembra tremare, si contrae. Dall’altra parte, il paesaggio sfuma, la nebbia trasuda, ma l’immagine sospesa in mezzo alla radura è nitida. È un mondo strano, pieno di piante acuminate, con grandi foglie e frutti simili a pietre. Non malaccio, in fondo.
I rinnegati?
“Seddogh, portami le loro armi.”
“Non sono il tuo servo, gnocchetta.”
“Portamele.”
Forse recepisce che gliel’ho chiesto non per darmi un tono, ma per evitargli altre frecce dimostrando che è amico, visto che lo sento muoversi, dietro di me. Gli spiedi dei rinnegati mi vengono scaricati accanto, con pochissimo garbo.
Li spedisco dall’altra parte della Soglia con un calcio. Non li voglio, qui su Engelia.
“Non ho potuto risparmiare le loro vite – dico all’insetto alieno, dall’altra parte della Soglia – ma ti riporto gli ostaggi, illesi.”
Insomma, penso siano illesi. Queste ripugnanti vesciche non danno nessun segno di vita intelligente. Ma il frinire, dall’altra parte della Soglia, mi sembra quasi un pianto. Tre lunghe braccia, articolate come quelle dei ragni, emergono, e le larve si attaccano a ventosa. Che dolci.
Non potrò mai ringraziarti abbastanza, Sorvegliante. Sei riuscita dove tutti noi abbiamo fallito.
“Ho avuto chi mi ha aiutata. Adesso è ora di chiudere la Soglia.”
A buon rendere.
“Senza offesa – rispondo – ma spero proprio che non succeda mai.”
A onore del vero, lo spero anch’io. Accetta allora i ringraziamenti di un mondo, tra i Mille.
“Invece dei ringraziamenti, potresti darmi una risposta?”
Se la possiedo, è già tua.
“Cosa significa che il centro sta cercando il suo equilibrio? È qualcosa della vostra religione?”
(no lo è della tua)
La Soglia si chiude.
Non c’è altro modo di dirlo. Un momento prima stavo guardando il Sorvegliante di un altro mondo, con le sue larve amorosamente appese ai tentacoli, e l’attimo dopo mi ritrovo a contemplare il piedistallo della statua, marmo venato di azzurro, non hanno risparmiato sul monumento all’eroe. Faccio un lungo respiro, perché insomma, sono una Sorvegliante e tutto, ma comincio a sentirmi un pelo destabilizzata.
Il braccio non mi fa più male. Lo guardo, è rimasta solo una linea rosa, come quando ci si ritrova con l’impronta del cuscino, per averci dormito di faccia tutta notte.
“Ma come cazzo hai fatto, gnocchetta?”
“Io non ho fatto niente.”
“L’hai chiusa tu, gnocchetta.”
“Ma no…”
Guardo gli occhi gialli e feroci di quello che, immagino, si possa definire il mio compagno d’avventura. Sono disorientata, perché so che ha ragione. Io non ho fatto niente, assolutamente niente, ma l’ho chiusa io.
(io tu noi proprio così)
Per un momento, un momento terrificante e caleidoscopico oltre i limiti di qualsiasi esaltazione si possa anche solo immaginare, ho l’impressione di avere capito. È in realtà, molto semplice, un centro al suo centro. Facilissimo. Insostenibile.
A quel punto, come perfetta conclusione, svengo.

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