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Capitolo 10

Non è un maniero, è una villa. Almeno credo. Difficile dirlo, visto che non riesco nemmeno a vedere tutta la facciata, nella sua interezza. Da lontano, il parco la nasconde per metà. Da vicino, ti accerchia, con le due ali dell’edificio, e dato che per arrivare di fronte occorre costeggiare il laghetto artificiale, non c’è modo di avere una visione d’insieme.
La festa della fioritura, a Tern, è qualcosa di grandioso, da sempre la mia festa preferita: nella tarda primavera, la piana di Wydan, da un giorno all’altro, diventa una caleidoscopio di bianco e di rosso, un’esplosione di pollini e di petali dei fiori sacri alla dea Tern. È il fiore del regno, i cui colori sono riportati anche sullo stemma reale. La torre coronata, su campo a quadri bianchi e rossi. L’erba di Wydan ha sostentato il nostro popolo nei periodi di carestia, e durante i periodi di prosperità, ci ha arricchiti. Il nostro bestiame è il migliore di Larieh, sfido chiunque a smentirmi.
Per fortuna, la differenza di rango tra me e la nobile Aillean è tale che non avrebbe potuto invitarmi a godere di questa festa nemmeno se l’avesse voluto, anche se penso l’idea non le sia passata proprio per la testa.
Ho trascorso un pomeriggio piacevole con lei, devo ammetterlo. È simpatica, un po’ svampita, al modo delle ragazzine cresciute nella bambagia, ma è intelligente e colta, e ha sempre un argomento da tirare fuori, per riempire i silenzi. E poi, non so perché, sembra tenerci davvero a mettermi a mio agio, al punto che, alla fine, mi sono messa a mio agio solo per farla smettere di essere sulle spine.
Ma la festa della fioritura, almeno, me la sono goduta come ho sempre fatto, in città, tra la folla e il mercato e i banchetti che vendono bamboline propiziatorie, di stoffa e fili d’erba intrecciati. È un punto fermo nella mia vita, quello che ogni anno mi fa notare cosa è cambiato e cosa è rimasto uguale. Prima correvo in strada con i miei genitori, poi con mia madre, poi, per un paio d’anni, da sola, e poi con Maya. Quest’anno Maya ha qualcun altro con cui andare alla festa della fioritura. Io, però, non sono da sola.
Seddogh è impazzito per la festa. Mi ha trascinata per tutta la città, da una piazza all’altra, mi ha costretta a comprare tanto di quel pesce fritto che a momenti vomitavo, ha preteso di vedere il teatrino delle marionette e lo spettacolo dei saltimbanchi (e io pago), ha minacciato di farmi scoppiare un vaso sanguigno nel cervello, se non lo portavo sui bastioni a vedere la distesa fiorita di Wydan. Mi ha permesso di scendere soltanto quando ormai era talmente buio che, del grande torneo sulla piana, si vedevano solo le torce accese.
Ha fame e sete di questo mondo, Seddogh. Non avevo mai pensato che gli arryxis provassero sensazioni simili.
“Non rammollirti, gnocchetta. Non ci penserei su due volte a farti a pezzi, se mi convenisse più della Possessione.”
Ho voltato le spalle ai bastioni e sono scesa dalle mura, pensando a Maya, che doveva essere là, da qualche parte, a guardare i cavalieri in armatura e gli scontri d’armi, in prima fila. Il mago di corte – uno dei maghi di corte, ridimensionati, Haldan – può vantare certi privilegi.
Ammetto che sono un po’ gelosa. Mi vergogno, nel rendermi conto che mi ero talmente abituata ad avere Maya alle calcagna, che mi dà fastidio saperla in giro da sola, a vivere la sua vita senza di me.
La carrozza rallenta e si ferma davanti a una scalinata composta da tre soli gradini, ma talmente larghi che, ai margini, i vasi non contengono fiori, ma alberelli con tanto di frutti. Quando la nobile Aillean ha detto che avrebbe mandato a prendermi, perché non mi avrebbe mai fatto la scortesia di aspettarsi che venissi da sola (questo non l’ha detto, era implicito), sono rimasta abbastanza sulle spine. Vivo in un quartiere popolare, non malfamato, ma che una carrozza con lo stemma del basilisco bianco si fermi sotto una panetteria non è proprio la norma, ecco.
Fortunatamente, o la nobile Aillean, o qualcuno del personale, ha avuto il buon senso di mandare un carrozzino piccolino e scoperto, come se ne vedono a centinaia per la città. Mi sono goduta il tragitto, molto più di quanto avrei fatto con una carrozza chiusa, mentre le vie della città diventavano strade larghe, e poi la via maestra, che esce dalle mura e costeggia la piana di Wydan, tra le fattorie e le tenute degli aristocratici. Sono sicurissima che Ianmeyr abbia una residenza cittadina, oltre agli alloggi di palazzo, ma evidentemente preferisce stare lontano dalla folla, in mezzo al verde. Posso capirlo. Chiunque farebbe come lui, se potesse permetterselo.
Il vetturino si affretta a tendermi una mano per farmi scendere e io, che sono sempre stata attenta a scuola, evito di dirgli che non sono disabile. Gli regalo anche un bel sorriso cortese, mentre accetto la mano.
A essere proprio onesta, non riesco a liberarmi dalla sensazione di essere completamente inadeguata, mentre passo attraverso un portone che viene spalancato solo per me, giusto perché se no rischiavo di sentirmi poco in soggezione.
Nel baule che tutte le ragazze si portano dietro, quando passano la giornata fuori casa, c’è la Fendidraghi e dei calzoni con stivali, sotto un normalissimo ricambio di biancheria e suppellettili. Il servitore che se l’è caricato in spalla dice che lo porterà nel guardaroba, a mia disposizione.
Non faccio in tempo ad assentire, che due cameriere mi acchiappano, come astori su un topolino, per occuparsi dell’ospite. Con mille moine, informandosi sul viaggio e accertandosi che non mi fossi stancata, mi accompagnano di sopra, dove è già allestita una toilette completa per potermi rinfrescare. Non ho particolari problemi a spogliarmi, davanti ad altre donne, ma mi accorgo di arrossire, per come mi aiutano in tutto, dall’acqua calda alle saponette, agli asciugamani, e concludendo con un aiuto professionale ma piuttosto invadente, sui capelli. Le mie scarpe vengono portate via per una pulizia completa, e in cambio mi tocca calzare delle pantofoline, invero morbidissime e carinissime, in tono con il vestito. Mi immagino la collezione di ciabatte nell’armadio, per ogni colore possibile, e devo mordermi l’interno delle guance, per non scoppiare in una risata nervosa.
Non ho idea se questo sia il protocollo previsto in casa Ianmeyr. A me, davvero, sembra eccessivo.
Ma io sono quella che torna a casa, calcia via le scarpe, si butta sul letto con il cuscinofragola e cade in catalessi, finché la fame, la pipì o il gatto non mi costringono a tirarmi su. Forse la gente normale, quando è fornita di mezzi, si comporta così.
Mentre pondero sul dilemma della differenza, che forse la fanno i soldi o forse l’ordine della nobile Aillean, la porta si apre e una giunonica matrona, con la carne rigidamente impacchettata in un busto e le spalle dritte del servo che comanda, attraversa la stanza, per fermarsi accanto a me.
“Benvenuta, signorina. Avete fatto un buon viaggio?”
Chissà cosa farebbero, se rispondessi di no. Si suiciderebbero in massa, forse.
“Sì, grazie. Un tragitto molto piacevole.”
“Io sono la signora Gondrana, e dirigo la casa. Per qualsiasi esigenza, vi prego, non esitate a rivolgermi direttamente a me.”
“Uh… grazie, ma penso che non dovrò disturbarvi, da qui a stasera. Sono abbastanza sicura che non mi servirà niente, per qualche ora di permanenza.”
Lei sorride placida, con l’aria di chi la sa lunga. Si vede che, da queste parti, le signorine autosufficienti sono una razza estinta.
“Desiderate riposare, prima di incontrare la nobile Aillean?”
Signora mia, prima che io mi stanchi tanto da dovere riposare, servirebbero almeno un paio di liminari famelici e quella mezz’oretta appesa per una mano a un precipizio, mentre con l’altra cerco la Fendidraghi.
Le restituisco il sorrido placido. “Non farei mai aspettare la principessa. Sono ansiosa di rivederla.”
“Prego, da questa parte.”
Mi assicuro che il vestito sia in ordine, prima di seguirla. È nuovo, non si può andare a una visita tanto importante con addosso roba che fa i pallini per i troppi lavaggi. È molto semplice, con la scollatura quadrata, maniche e busto attillati, gonna morbida, di un caldo marrone dorato, per non fare a pugni con i miei capelli rossi. Al collo ho una scheggia d’ambra che era di mia madre, uno dei pochi gioielli che ho ereditato. Sono abbastanza sicura di fare la figura della pezzente.
Avevo detto ‘villa’? Serve una mappa, per orientarsi qua dentro. Seguo la governante per scale che si incurvano con eleganza, assecondando le ali della casa, su tappeti così morbidi che percepisco lo sprofondamento del piede attraverso le pantofole. I corridoi sono alti, luminosi, con i soffitti affrescati e grandi vetrate che danno nel parco sul retro. La villa è costruita in riva al Talam, dove il fiume si allarga formando una sorta di bacino naturale, come un piccolo laghetto tranquillo. C’è un ormeggio, con una barchetta a remi, dove finisce il sentiero di ghiaia.
La vista, tra i salici e le siepi studiatamente lasciate crescere in modo da fare sembrare tutto molto naturale e selvatico, è così amena che non posso non fermarmi a guardare.
“È particolarmente bello nel pomeriggio – mi informa la governante – forse gradirete una passeggiata, dopo il pasto di mezzogiorno.”
Non rispondo. Sto pensando che un ambiente simile era naturale avrebbe prodotto la regina di Tern. Esistono degli stampi, nei quali le persone vengono modellate, e rari e fortunati sono coloro che riescono a sfuggire a questa predeterminazione. Se io non avessi alzato la testa, quella notte dei miei dodici anni, e detto a Lyott che volevo imparare a fare quello che faceva lui, sarei anch’io finita in uno stampino, e tanti saluti.
Nonostante tutto, nonostante i pericoli e gli spaventi e le nevrosi (per tacere di un demone che dice volgarità nel mio cervello), mi considero molto fortunata, a essere una Sorvegliante.
Li salverò, quei bambini. Non so come, ma so che lo farò.
Distolgo lo sguardo dal paradiso artificiale e sbircio in fondo al corridoio. Si divide in due, c’è una porta chiusa.
“Sono gli appartamenti della nobile Aillean?”
La governante sembra stupita. Forse si aspettava commenti ammirati sulla splendida vista. Ma io sto pensando a dei bambini spaventati, lontani dal loro mondo e dalle loro famiglie, e a dei rinnegati, da qualche parte, che sanno di doversi aspettare un boia, molto presto.
“Del nobile Ianmeyr – risponde alla fine – adesso è molto impegnato, ma non temete di disturbare: le camere della nobile Aillean si trovano dall’altra parte. Il nobile Ianmeyr preferisce la parte anteriore della casa, dove può raggiungere facilmente il resto della tenuta.”
Il padrone controlla, insomma. Speravo di evitare l’incontro, ma a quanto pare mi toccherà, a pranzo almeno. Non credo rimarrà chiuso a contare i soldi per tutto il giorno. O sì? Magari a lui piace. Io, ogni volta che ho provato a contare le barrette d’oro delle mie borse, mi sono addormentata sul tavolo.
Scrollo le spalle e raggiungo la parte di villa riservata alla mia nuova amica. Almeno, credo intenda essere tale. Spero solo che lo scopo ultimo non sia rifilarmi un marito. Come possibilità non è affatto da scartare: dopotutto, frequenta la reggia, e io ho avuto il debutto in società pochissimo tempo addietro. Se qualcuno dei cavalieri con cui ho ballato la conosce, se magari gli deve un favore, non posso escludere che…
La nobile Aillean si alza non appena sente la porta aprirsi. Ci sono delle altre ragazze con lei e, noto subito con un certo sollievo, nessuna è vestita in maniera molto più raffinata di me. Qualche ricamo e qualche gioiello, certo, ma quando mi ritrovo nel gruppetto, non ho l’impressione di essere la mendicante del momento. La principessa ha un abito di lino leggero, stretto in vita e sulle maniche con nastri blu, un vezzo di perle molto piccole, i capelli biondi sciolti in boccoli sulle spalle. Sembra molto contenta di vedermi.
“Non cominciamo subito a studiare – dice in tono confidenziale, prendendomi a braccetto – come avrai capito, lo studio era solo un pretesto per divertirci un po’ durante le vacanze. L’importante è che mio fratello non lo venga a sapere!”
Ridacchiano tutte, e io mi sforzo di adeguarmi. Vengo presentata, mi invitano esplicitamente a chiamare ciascuna per nome, e devo ammettere che non mi trovo male. Sono tutte figlie di possidenti limitrofi, solo una frequenta la scuola di Tern, ma è all’ultimo anno, altra sezione, e non avevamo mai parlato, prima.
Scopro, con un certo stupore, che nessuna di loro è entusiasta dell’istituto.
“Mio padre non ha voluto farmi andare – afferma una tipetta castana, con più lentiggini di me – dice che all’istruzione possono provvedere le insegnanti che assume, mentre per quanto riguarda l’ambiente…”
“L’ambiente non è un granché – interloquisce la ragazza dell’ultimo anno – le ragazze sono deliziose, e anche alcune insegnanti, ma la direttrice è ferma al secolo scorso. E si comporta in maniera scandalosamente parziale.”
Mi guarda, ma io prendo un sorso di tè, per evitare commenti. Spero non si aspettino che mi metta a frignare sulla loro spalla, per la mia triste sorte.
Aillean, che ha protestato con veemenza quando l’ho chiamata per titolo, dice: “Nemmeno mio fratello avrebbe scelto di farmi frequentare, e non mi avrebbe di certo costretta. Ma riteneva doveroso dare il buon esempio, e devo dire di essere d’accordo con lui.”
Mi concedo un brevissimo guizzo di simpatia per il casato del basilisco bianco. Il nome di Ianmeyr porta prestigio, e finché la scuola rimane prestigiosa, poco importa quanto faccia schifo la tirannide della nostra direttrice, e quante frustate dobbiamo prendere, se camminiamo male o ci permettiamo di manifestare un minimo di amor proprio; per degradante che sia, i lividi guariscono, la scuola finisce, ma il buon nome resta. Per quasi tutte le mie compagne, il buon nome è l’unica cosa che le salvi dalla miseria e dal lavoro bestiale.
Non dovrei essere qui a spettegolare, ma là fuori, a battere il regno in cerca dei rinnegati.
Ma non si può tirare un bidone a Ianmeyr.
Devo accantonare il pensiero dei bambini presi in ostaggio, della minaccia dei Sorveglianti traditori, affidando, per il momento, quell’incarico a Lyott. Ci siamo suddivisi il territorio, e dato che io sono qui, lui è dall’altra parte del fiume. Finisco il mio tè. Devo pensare ad altro. Devo.
“Se ti trovano loro prima di te, sei nella merda, gnocchetta.”
Ma loro si nascondono. Avrei già dovuto avvertire la loro presenza, invece rimangono occultati. Adesso non posso fare niente, ho le mani legate.
Probabilmente, il mio silenzio sull’argomento ‘scuola’ ha fatto capire all’allegra comitiva che non ho voglia di parlarne, oppure nemmeno a loro interessa e l’hanno usato solo per rompere il ghiaccio. Si chiacchiera della festa dei fiori, delle mete più interessanti del circondario, ma noto che Aillean, con un’abilità dialettica che fa onore ai quattrini spesi per affinarla, sposta sempre il discorso, quando rischia di vertere su argomenti che mi vedrebbero messa nell’angolo. Niente balli o personalità che non conosco, i vestiti sono un tema appena sfiorato, articoli di lusso come viaggi e servitù scompaiono con la rapidità con cui sono apparsi.
È, invero, una splendida dimostrazione di come si tenga un salotto di conversazione, riuscendo a non escludere nessuno e a interessare tutte. Il tempo passa veloce, quasi non me ne accorgo. Dentro di me, Seddogh se la dorme.
Una cameriera si china con discrezione sulla spalla di Aillean, che annuisce e si alza.
“Temo sia ora di andare, per noi – annuncia – mio fratello ci manda a chiamare per il pranzo, e dopo temo proprio che non potremo evitare i libri. Vero, Lwen?”
Rimango un po’ confusa nel vedere che le altre ragazze stanno prendendo congedo, ma Aillean non mi lascia a chiedermi che accidenti devo fare, e mi prende di nuovo a braccetto.
Mi sento come se stessi tradendo Maya. Poi penso che Maya, in quel momento, di sicuro sta imboccando Haldan con i mirtilli, o qualcosa del genere, e ricambio la stretta di Aillean.
“Gnocchetta, fattela una scopata. È solo un consiglio.”
Chiudo la mente e saluto le ragazze.
“Mio fratello non ama avere ospiti tutti i giorni – spiega Aillean, conducendomi attraverso stanze e porte – e se trattenessi le ragazze, prima o poi qualcuna si farebbe delle illusioni. So che non è molto cortese, ma sono tutte abituate ad andare, a meno di invito esplicito.”
Ha congedato l’harem, che simpatia. Mi viene la depressione, al pensiero di doverlo incontrare, e magari passare il tempo a fargli capire che no, non deve preoccuparsi che mi metta in fila, anzi, che vorrei essere ovunque tranne che nello stesso ecosistema con lui.
Sì, d’accordo, sono nervosa. Per incontrare il re, almeno, c’è un protocollo preciso. Qui devo andare a intuito e sperare di non scocciare un perfetto estraneo, che per vendetta potrebbe strappare in due la mia borsa di studio, distruggendo la mia copertura e l’idea imbecille che ho, di realizzare il desiderio espresso dalla mamma, prima di morire.
Entriamo in una sala che sembra piuttosto privata. C’è un tavolo da pranzo già imbandito, ma ci sono anche un divano, delle poltrone e un camino, ai cui lati si allungano delle librerie piene di volumi. L’illuminazione è quella nuovissima, a gas, anche se le lampade appese ai muri sono spente, visto che è giorno. Probabilmente solo poche stanze della magione ne sono già fornite, è una novità degli ultimi due, tre anni. Io mi sono fiondata subito a comprarmi la cucina, ma la gente, perlopiù, è ancora piena di sospetti, e preferisce portare legna e pulire fuliggine.
La parete davanti alla vetrata è stata tenuta sgombra, salvo per un quadro, che riceve in pieno la luce, in modo da esaltarne i colori. Lo guardo con occhio distratto, mentre un maggiordomo compunto mi sposta la sedia, poi lo guardo meglio. Rimango paralizzata.
È una natura falsamente morta, un ramo di ciliegio pieno di gemme, con un fiore in primo piano. La vita che vince sulla morte, se si vuole vederlo così, e io voglio vederlo proprio così.
Non lo ricordavo tanto bello.
Un colpo di tosse a capotavola mi fa trasalire. Sta succedendo tutto così in fretta che non mi sono neanche accorta che Aillean si è inchinata nell’entrare, e che ha salutato con calore qualcuno già presente nella stanza.
Adesso sta presentando me: “Fratello, spero manterrai la tua promessa, per quanto riguarda oggi pomeriggio. Detesto vederti sempre rinchiuso nel tuo studio, con delle giornate così belle.”
Lars Ianmeyr sta guardando proprio me.
“Certamente, sorella. Sarò lieto di fare visitare il parco alla nostra deliziosa ospite.”
Le gambe mi cedono e cado seduta, fortuna che il maggiordomo mi ha messo la sedia proprio sotto, o ci sarebbe stato da ridere.
Lui continua a guardarmi. Ha occhi che sembrano punte di diamante, così chiari che li diresti trasparenti. Anche se la moda recente prevede baffi e pizzetto, è perfettamente rasato, e devo mio malgrado ammettere che, così, quei tratti regolari ne guadagnano. La sua espressione è quella concentrata di chi legge un libro avvincente. Indossa un gilet di raso grigio, sopra una semplicissima camicia bianca, ha le maniche informalmente slacciate. Si trova a casa sua e non fa cerimonie.
Apro la bocca e dico la prima cretinata che il mio cervello stordito riesce ad assemblare:
“Bel quadro.”
Ianmeyr sorride e no, non mi sembra meglio, così. Perché sta sorridendo a me, proprio a me, uno di quei sorrisi che coinvolgono il destinatario ed escludono chiunque altro, un sorriso per cui penso che Althesia potrebbe uccidere. Uccidere me, dico.
“Sì – risponde – in assoluto, quello che prediligo. Lo tengo qui perché nella pinacoteca non potrei goderne ogni giorno.”
Alza il bicchiere, nel brindisi simbolico del padrone di casa che dà inizio al pasto.
“Per opere così darei subito, senza pensarci su un attimo, tutta l’arte dei maestri degli scorsi due secoli.”
Non riesco più a sopportare quello sguardo di diamante che mi trapassa. Fisso la tovaglia, immacolata come doveva esserlo la tela del Maestro, prima di venire istoriata dei colori e delle linee che ho già ammirato una volta, e su cui ho espresso esattamente quelle parole di apprezzamento.
Di colpo tutto, dalla sortita del mecenate a scuola, alla mia interrogazione, all’improvviso interesse di Aillean per me, con tanto di ansioso desiderio di farmi venire qui, acquista un senso.
Ianmeyr è il mio cavaliere grigio. Il mio cavaliere grigio è Ianmeyr.
Non mi entra in testa, né in un modo né nell’altro.
Qualcuno pone nel mio piatto delicate cucchiaiate di insalata di crescione e gamberetti. Sento che stanno parlando, e mi tocca alzare la testa.
“Forse stavolta sarà l’occasione di riuscire finalmente a presentarci, madamigella. Non mi ero mai trovato nella situazione di incontrare quattro volte la stessa persona, senza sapere chi fosse.”
Cerco disperatamente di raccogliere le idee. Dal suo punto di vista non è successo niente di drammatico. Anzi, è stato piuttosto corretto: si è accertato della mia identità venendo direttamente a scuola, e ha incaricato la sorella di invitarmi. Non mi ha scritto, come gli altri cavalieri, perché una missiva con lo stemma di Ianmeyr sarebbe diventata, come minimo, caso nazionale. Va tutto bene, davvero.
Sento il cuore che mi si spezza.
Ho sempre pensato fosse una frase fatta, e invece rende perfettamente: avverto proprio il solco nel mezzo, che scava fino in fondo, arrivando dall’altra parte, e mi spacca a metà.
Non rivedrò mai più il mio cavaliere grigio.
Non esiste, era una fantasia da ragazzina, un sogno che, immagino, sia normale fare, a diciassette anni quasi compiuti. Non importa quanto sia assurda la tua vita e quali siano le tue priorità, certi sogni si fanno, punto e basta. Lui è Ianmeyr.
Calmati, stai calma. Cerca almeno di uscirne con la dignità intatta e l’orgoglio che non dovrà essere spazzato via dai tappeti, a fine giornata.
Tolgo i filtri cervello-bocca, che tanto non mi servono. “Come mai al ballo in maschera c’era qualcuno che fingeva di essere voi? Una controfigura?”
“Quasi – risponde, tranquillo e tranquillamente ignaro di avermi ferita più di quanto potrebbe mai fare qualsiasi demone – nostro fratello ha pensato che sarebbe stato divertente travestirsi da me, e burlare alcune conoscenze. Dal canto mio, ne ho approfittato per passare una piacevole serata, in adorabile compagnia.”
Sarebbe un complimento, immagino. “Il nobile Derek non è in residenza, adesso?”
Beve un sorso. “È malato, vogliate scusarlo.”
“Spero nulla di serio.”
“Banale influenza.” Si rivolge alla sorella. “Confido tu non abbia già mostrato la pinacoteca alla nostra ospite. Desidero ascoltare le sue osservazioni di persona, dopo il pranzo.”
Aillean gli assicura che avrà il piacere della prima visita. Io mi sforzo di riprendermi, pilucco qualcosa, ma l’appetito, con grande disappunto di Seddogh, si è volatilizzato.
Scopro che si può continuare a esistere e respirare, con un cuore spezzato. Strano. Non ho proprio la sensazione di essere viva.
Lui è Ianmeyr. Se fosse dall’altra parte dei Mille Mondi, sarebbe meno irraggiungibile.
Meglio così, cerco di dirmi. Molto meglio così. Sono una Sorvegliante, non ho tempo per queste stupidaggini. Meno complicazioni, in una missione che è complicata per propria stessa natura. Se il mio cavaliere grigio non esiste, tanto di guadagnato per lui e per me.
“Gnocchetta, guarda che sei tu quella che conta, tra voi due. Tu sei Sorvegliante. Lui è solo un fottuto ficcanaso.”
Dal tuo punto di vista, conta solo chi può ammazzarti.
“Ce n’è uno più valido?”
Portano via l’antipasto e servono un qualcosa di molto buono, che assaggio e penso sia molto buono, senza neanche sentirne il sapore o capire cosa sia. Devo riprendermi.
Rimetto a fuoco quest’uomo, che mi osserva come se studiasse le mie reazioni. Che esemplare entomologico interessante, devo sembrargli!
“Vogliate scusare la mia sorpresa. Proprio non me l’aspettavo.”
“Sono rimasto molto sorpreso anch’io, per tutte le strane coincidenze che continuavano a farci incontrare. Dovevo proprio riuscire ad avere un colloquio con voi.”
“Non tanto strane, direi. Siete venuto a scuola sapendo chi cercare.”
“Mi riferivo al museo, in realtà. Credevo non avrei mai più rivisto la ragazza che ammirava il quadro.”
Accenna all’opera alle sue spalle. Per guardarla, sono costretta a guardare lui. Mi fa male.
“Sono sorpresa di avervi vista io, quel giorno, anche se non penso che ‘vedere’ sia il termine corretto.”
Lui sorride, divertito dal ricordo, e decido che no, non intendo condividere momenti piacevoli con lui. Il colpo me l’ha sferrato, non gli rimetto la lama in mano dicendo di mirare meglio.
“Era una giornata a basso costo, per il popolo che non può permettersi il prezzo del biglietto pieno. Non gente alla vostra altezza, nobile Ianmeyr.”
Lui torna serio. Ha recepito al volo, ma che fosse sveglio l’avevo capito da un pezzo.
“In realtà, stavo proprio appurando se l’affluenza in quelle giornate fosse tale da permettermi di aumentare la quantità di biglietti per gente del popolo, come li definite voi. Ritengo che in una società civile l’arte e la cultura debbano raggiungere più persone possibile.”
Lo odio, perché dice cose che mi costringono a concordare con lui.
“Spero di non avere danneggiato nessuno, allora – ribatto – non vorrei avervi impressionato sfavorevolmente.”
Anche se mi sono sforzata, non sono riuscita a nascondere l’amarezza nella mia voce. Mi ha vista a scuola, avrà anche controllato la mia borsa di studio. Sa chi sono e di chi sono figlia.
Vedo che Aillean sposta lo sguardo da me a lui e da lui a me, a disagio, ma Ianmeyr non molla la presa.
“Tanto sfavorevolmente che ho acquistato il quadro – dice, freddo – mi avete convinto senza nemmeno voltarvi a guardarmi. Nemmeno questo mi era mai capitato, prima.”
“Mi rincresce – non ce la faccio, proprio non ci riesco – se avessi solo immaginato chi avevo l’onore di incontrare, vi avrei tributato il rispetto cui avete diritto. Posso finalmente ringraziarvi per la borsa di studio che avete erogato in mio favore, e non penso avrò altre occasioni di farlo.”
Lui si asciuga la bocca con il tovagliolo e lo butta accanto al piatto. “Non ho più appetito.”
Aillean dice, esitando: “Fratello…”
Ianmeyr si alza, e lei deve zittirsi. Dal canto mio, sono divisa tra il desiderio di buttarmi sul letto a piangere e quello di buttarmi sulla Fendidraghi, per trovare i Sorveglianti rinnegati e farli a pezzi.
Oppure di tirargli un piatto in testa. Finirei come minimo in galera, ma ne varrebbe la pena, eccome.
Invece di voltarci le spalle e andarsene in uno sdegnato silenzio, Ianmeyr viene verso di me.
Ammetto che faccio fatica a resistere all’impulso di ritrarmi, di fronte alla sua faccia scura. Temo che abbia capito benissimo il mio stato d’animo, ma non ho idea di come intenda prenderla.
Si ferma accanto alla mia sedia. Aillean trattiene il fiato, è chiaro che non ha idea di cosa il fratello abbia in mente.
Con un tono che si sforza di mantenere la calma, e non capisco davvero che bisogno abbia di incazzarsi, davanti a una nullità come me, Ianmeyr mi dice:
“Credo siamo partiti con il piede sbagliato, madamigella. Purtroppo, le circostanze mi hanno impedito di offrirvi la chiarezza cui avreste avuto diritto fin dal principio. Vorrei trovare le parole per calmare il vostro giusto sdegno, che, vi assicuro, non ha proprio ragione di esistere.”
Fa un sospiro, che sembra dire ‘Ney, dammi la pazienza, perché se mi dai la forza finisce male’.
Dice: “Vorreste cortesemente accompagnarmi alla pinacoteca?”
Credo abbia appena infranto circa trecento norme del galateo: litigare con un’ospite, alzarsi mollando lì il pranzo, invitare qualcun altro a farlo, ignorare la sorella, suggerire di andare da qualche parte da soli, e boh, non credo che farmi sentire una stupida sia un errore di galateo, comunque lo metto nell’elenco.
Non voglio mai più vedere quest’uomo in vita mia. Per lui sono soltanto un interessante interludio, un diversivo in una vita di perfezione noiosa e noia perfetta, ma lui per me è…
Rispondo in un ringhio:
“Con molto piacere. Sono sicura che la vostra collezione sia qualcosa che meriti una visita, anche più del museo cittadino.”
Ci fissiamo in cagnesco per un momento; poi mi prende una mano, non un braccio, come vorrebbe l’etichetta tra conoscenti, e mi estrae dal mio posto a tavola.
“A più tardi, sorella.”
Non ho capito quasi un accidenti di cosa è successo, ma sono abbastanza sicura che Aillean, fingendo di forbirsi con il tovagliolo, stia nascondendo un enorme sorriso.

Non riesco a rimanere sulle mie, dopo essere entrata nella galleria d’arte più fantasticamente meravigliosa dell’universo. Ianmeyr gioca sporco. Mi colpisce proprio dove sono debole, e non c’entra niente che questo scrigno di tesori sia suo, perché se mi avesse portata in un museo, o in una galleria d’arte, o a teatro, sarebbe stato lo stesso.
Ormai ti ho inquadrato, tipo. So benissimo che giochi solo quando sei sicuro di vincere. Se non avessi avuto questa freccia al tuo arco, avresti aspettato che la sorte te ne fornisse una altrettanto efficace.
Finisce che mi fermo davanti a ogni quadro, con gli occhioni scintillanti della damigella d’onore al matrimonio della sua migliore amica, e non riesco a trattenere l’eccitazione quando mi accorgo che, lungo tutta la galleria, in mezzo, c’è una serie di cavalletti con sopra le famose scacchiere di draconisse. Sono una più bella dell’altra, provenienti da ogni parte del mondo. Mi esorta a prendere in mano i pezzi per guardarli meglio, facendomi sentire un bambino a piede libero in un negozio di dolciumi.
Mi faccio schifo. Non ho proprio polso.
Ma quando mi ricapiterà un’occasione del genere? Non c’è nessuno a disturbarci, a parte un guardiano vecchio e ossequioso, che si toglie di torno a un cenno del capo del padrone. Non ho gente davanti a me a togliermi la visuale, non ci sono scocciatori che ti guardano male se ti incanti davanti a un’opera per più di cinque secondi, della serie ‘ma questa è scema, per metterci tanto a guardare un disegno’, e la possibilità di toccare con mano, oltre che di chiedere direttamente alla fonte la provenienza dei singoli pezzi è… unica.
Non so di preciso quando smetto di impormi che devo odiarlo. So solo che, prima che siamo arrivati alla metà della sua raccolta di bellezza, ho deciso che essere uno Ianmeyr è un difetto più che scusabile. Lui, d’altra parte, sembra gradire molto potermi dare tutti i dettagli di ogni singola opera, e quando si tratta di qualcosa che ha commissionato, si dilunga parecchio sul perché e il percome è arrivato a scegliere quell’artista, quel soggetto, quelle dimensioni, tutte cose che a me interessano, ma immagino di essere un’eccezione. Nella norma, chi guarda dei quadri dedica loro l’occhiata sufficiente a capire cosa ci sia raffigurato, e passa oltre.
Non sono stupida: mi sto accorgendo che lui ed io abbiamo in comune molte più cose di quanto sembri a prima vista, anzi, a dire il vero abbiamo in comune proprio quello che mi era sembrato a prima vista, prima di realizzare che lui era lui e io sono solo io. Mi sto cacciando in un gran casino.
Il problema è che mi piace.
Mi fermo davanti a un grande ritratto, collocato in un posto in piena vista, sopra il grande camino.
“I vostri antenati?”
Lui guarda solo di sfuggita le persone del quadro. Le conosce a memoria. Risponde guardando me:
“Joyce Ianmeyr e consorte, capostipiti del casato. Fu lui a scoprire la miniera d’oro nel sottosuolo del feudo.”
Le facce che mi guardano dall’alto non mi sono molto simpatiche. Lui ha i capelli biondi e gli occhi azzurri d’ordinanza, e il pittore lo ha ritratto così serio da farlo sembrare arrabbiato. Non somiglia al suo discendente, che, e sono assolutamente obiettiva nell’asserirlo, è molto più bello. Indossa i colori dello stemma, il blu scuro, una fusciacca bianca, e naturalmente l’oro, che ravviva quella che altrimenti sarebbe una cupezza da funerale. Al collo ha una grossa pietra, che sembra madreperla.
“La pietraluce – dico, seguendo i miei pensieri – quindi non era una leggenda.”
“No, o almeno non credo. Andò perduta dopo la guerra dei Mille Mondi, ma pare che il suo potere fosse enorme. Contribuì a creare il mito del basilisco bianco.”
L’animale dello stemma, visibile sullo sfondo del ritratto. Le spire sinuose sembrano incorniciare le due figure, e non penso sia un caso, se la testa del serpente è rivolta verso la donna. Dicono che Joyce Ianmeyr nutrisse un amore smisurato per la consorte, e di certo il pittore deve avere ricevuto l’ordine di onorarla, mettendola simbolicamente ‘a capo’ della dinastia.
Lei è bellissima. Non che potesse essere altrimenti; anche se Lothawen Dhilarin Ianmeyr avesse avuto il naso a bulbo, i denti storti, l’alopecia e la gobba, nel ritratto sarebbe apparsa come la più affascinante delle creature. Ai ritrattisti si chiede – e si paga – l’ideale, non la realtà.
Il suo vestito è molto più ricco di quello del marito, di un azzurro cielo che fa sembrare per contrasto ancora più scuro il farsetto blu di lui; le maniche sono così lunghe che formano tante pieghe morbide sulla sedia cui è fatta accomodare (lui sta in piedi); tra i capelli, sul collo, alle dita, porta una quantità di gemme. Non sorride, ma il suo viso è dolce, e la luce del ritratto fa splendere quegli occhi che ricorrono in non so quante ballate, occhi d’oro, occhi Dhilarin.
Lothawen, l’ultima Sorvegliante, prima del disastro. Mi è impossibile non notare un certo parallelismo, tra lei e me, anche perché abbiamo entrambe i capelli rossi. Solo che lei è stata amata alla follia da uno Ianmeyr, e io… beh.
Raddrizzo le spalle e cerco di assumere un tono indifferente:
“Il basilisco bianco e l’ultima Sorvegliante, oltre che maga di corte, all’epoca. Non credo sia possibile trovare origini più nobili.”
Lui sembra infastidito dall’osservazione, va’ a capire perché. “Da bambino detestavo questo ritratto. Mi dicevo che, una volta diventato capofamiglia, l’avrei rimosso e ficcato in qualche baule, per dimenticarmene una volta per tutte.”
“Ma è bello…”
“Infatti, e poi non potrei certo insultare i miei capostipiti, togliendo loro il posto cui hanno diritto. Questa è la parte della villa costruita per prima.”
Fa un gesto col braccio che comprende l’intera galleria.
“Ogni successore ha apportato ampliamenti e migliorie, per farla diventare la tenuta che è. Fin troppo grande, per ciò che rimane del clan.”
“Senza dubbio, per tre fratelli è enorme, ma quando avrete famiglie vostre…”
Non riesco a finire. Come una deficiente integrale, arrossisco.
“Qualcuno mi uccida, adesso.” implora Seddogh.
“Voglio dire – cerco di riprendermi – che mi sfugge il motivo per cui dovreste detestare chi vi ha permesso di essere ciò che siete. Non esiste un solo uomo, nel regno, che non vorrebbe essere voi.”
“Non esiste un solo uomo, nel regno, che sappia cosa c’è sull’altro piatto della bilancia – ribatte, secco – ma non voglio tediarvi. Reputo un onore immenso essere il signore di Ianmeyr, basilisco bianco di quest’epoca.”
Sorride, un po’ ironico.
“Naturalmente, v’è ben poco onore nel nascere sopra una miniera d’oro. Preferisco dirlo, prima che vi sentiate obbligata a farmelo notare voi.”
Arrossisco ancora di più. “Se dovete biasimarmi, fatelo per le mie parole e le mie azioni, non per qualcosa che non mi permetterei mai di pensare.”
“Biasimarvi? Tutt’altro.” Alza gli occhi sul quadro. “Da bambino volevo essere lui, ecco perché lo detestavo. Joyce Ianmeyr scoprì la miniera, combatté la guerra dei Mille Mondi uscendone vittorioso, e rese il casato quello che è oggi. Non è possibile guadagnare meriti analoghi, e avevo sempre l’impressione che lui, da lassù, mi giudicasse indegno, per questo.”
“Sono sicura che…”
“Lei, invece, era una dea, la dea d’oro e di fiamma, fonte di una leggenda talmente immensa che ormai è diventata una religione. Voi siete una seguace di Mjorg, per caso?”
“Ney – alito – posso capire il peso di avere simili avi, ma per come la vedo, nobile Ianmeyr, meglio non avere l’occasione di guadagnare meriti del genere. Loro combatterono una guerra non per la gloria, ma per salvarsi la vita. E penso sarebbero felici di sapere che i loro discendenti vivono in pace, nella prosperità.”
Sospira, uno di quei sospiri che vogliono dire ‘bah’, uno di quei bah che vogliono dire ‘so che hai ragione, ma mi scoccia pensarlo’.
“Immagino di sì.” Si allontana di un paio di passi, per invitarmi a proseguire, ma si ferma e mi guarda negli occhi. Mi trafigge, mi trapassa. Mi manca il fiato.
“Comunque, somigliate alla mia antenata, e cortesemente, prendetelo come il complimento che vuole essere.”
Non so come ci riesca, ma dentro di me Seddogh simula il vomito.
Io deglutisco. Lothawen Dhilarin Ianmeyr ha lineamenti puri come una sinfonia, pelle perfetta senza neanche una lentiggine, la figura sottile e morbida delle donne le cui curve sono fatte di linee affusolate, senza ossa a rovinarne l’armonia.
La risposta mi esce rauca. “Vi ringrazio, ma temo che saremo in disaccordo: io sono più magra e lei è più bella. E anche i capelli sono diversi, di un rosso più scuro.”
“E portate lo stesso nome.”
“Una contrazione del nome, come metà delle ragazze di Engelia.”
Ianmeyr non molla. Dev’essere una sua caratteristica. “Come la mia antenata veniva chiamata da tutti, a quanto dicono. Le coincidenze, attorno a voi, sono tali che potrebbero diventare esse stesse un’opera d’arte, più ancora della vostra persona.”
Non so come rispondere a questa sua affermazione, anche perché lui non abbassa lo sguardo. Dopo avermi preso da dentro tutto quello che poteva prendere, si limita a proseguire la visita.
Nel silenzio che segue, provo, nettissima, la sensazione della mia sconfitta.
Quando tornerò a scuola, Althesia mi ucciderà. Nessuna forza dei Mille Mondi riuscirà a salvarmi.
Affretto il passo per raggiungerlo, verso l’opera successiva.

La governante mi sorride placida, con l’aria di saperla lunga, e di averla saputa lunga fin dall’inizio.
“Vi mando subito le cameriere personali della nobile Aillean, signorina.”
Non le rispondo. Vorrei prendere a calci qualcosa o qualcuno, anzi, qualcuno e basta. Ianmeyr, per esempio.
La nobile Aillean non ha neanche aperto un libro, ovviamente, ma arrivati a questo punto, è talmente chiaro che quella dello studio era una scusa, che nemmeno l’illustre fratello maggiore ha fatto la minima allusione all’eventualità. Dopo la pinacoteca, Aillean ha voluto assolutamente fare un giro del parco, asserendo di avere un gran bisogno di aria fresca.
“E anche tu, fratello. L’avevi promesso.”
“Lungi da me diventare uno spergiuro.”
Adesso capisco come si sentiva Maya, quando la incastravo costringendola a fare la vita sociale che la sua timidezza le impediva di osare.
Non mi lasciano tornare a casa. Mi hanno sequestrata.
“Domani pomeriggio tornerò anch’io a scuola, sarà un piacere accompagnarti.”
Dato che anche domani è vacanza, a dire di Aillean, sarebbe triste per me, stare da sola nel dormitorio. Ho cercato di salvarmi in angolo, ma ho solo peggiorato le cose: “Ma, veramente, io abito al vicolo delle botteghe, non a scuola.”
Eravamo nel parco, e non so bene in che preciso momento sia successo, ma Ianmeyr aveva smesso di essere Ianmeyr ed era diventato Lars. Non nel senso che lo chiamavo per nome (il mio coraggio ha dei limiti), ma nel senso che era un essere umano con cui parlare mi sembrava naturale. A un certo punto gli avevo anche detto, scherzosamente, che lui aveva assassinato il mio cavaliere grigio, e lui aveva sorriso, senza commentare.
Mi sono resa conto solo adesso di quello che lui doveva avere capito fin dall’inizio, cioè che dire ‘il mio cavaliere’ e dire ‘il mio cavaliere grigio’ differenzia, sul piano semantico, un concetto di possesso che trasforma l’impersonale in qualcosa di personalissimo. Il cavaliere grigio è lui. Se avessi detto ‘il mio Lars’ non sarebbe stato diverso.
E lui, quando l’ho detto, ha sorriso.
Devo assolutamente andarmene da qui. Di corsa.
Ma lui mi ha sentita dire che non abito a scuola.
“Come sarebbe? La tua borsa di studio è a copertura totale. Comprende anche l’alloggio.”
I suoi occhi mi hanno trapassata, inquisitori. Ho la netta sensazione che quel modo di guardare faccia venire le gambe molli a parecchi amministratori disonesti. Le fa venire anche a me.
“Ma no…”
Che negazione poderosa. Che eloquenza, che logica incalzante, che arringa stupefacente!
“Sì, invece. Con la tua media, la copertura è totale. Perché non alloggi alla scuola?”
Perché ho giusto quel mezzo quintale d’oro, quelle tre o quattro lame di drago (ho fatto scorta nell’armeria), e quei due muri pieni di libri che non potrei giustificare, ecco perché.
Ah sì, e anche perché la direttrice arrotonda su noi borsiste. Certo, non c’è niente di strano nell’abitare da un’altra parte, ma quando ho chiesto di poterlo fare, avrebbe dovuto rimborsare l’equivalente. Cosa che, naturalmente, si è ben guardata dal fare.
È stata Aillean a salvarmi, perché al punto in cui sono, guadagnare tempo equivale a salvarmi.
“Non essere così assillante, fratello. Avrà le sue ragioni, e non è tenuta a parlarne, se non lo desidera.”
Ianmeyr ho dovuto assentire, ma lo ho fatto malvolentieri. Gli ho letto negli occhi che non dimenticherà questo dettaglio. Devo ricordarmi di fare sparire tutte le tracce dei rimborsi che ho erogato, alle ragazze che si sono viste espellere a scopo di rapina.
“E comunque, questo rende la soluzione ancora più semplice. Puoi certamente fermarti, visto che non devi rendere conto a nessuno, vero?”
È pur sempre una Ianmeyr, anche lei. Non dà scampo.
“Non ho portato niente per cambiarmi.” Ho cercato di protestare, una di quelle proteste che già mentre le fai sai che saranno spazzate via; specialmente qui, dove le cameriere ti asciugano la schiena, le pantofole sono della tua misura, e le probabilità che non ci sia biancheria con un vestito della tua taglia sono inferiori a quelle che nella piana di Wydan non ci sia erba.
E quindi, adesso sono in una camera degli ospiti con vista sul parco, la governante che finisce di rassettare qualcosa che ai miei occhi è già perfettamente ordinato, a sorridere con l’aria di chi la sa lunga, e la sapeva lunga fin dall’inizio.
Quanto vorrei prendere tutti a calci.
“A che ora desiderate essere svegliata domattina, signorina?”
Mi alzo sempre da sola poco dopo l’alba, per fare ginnastica e correre intorno al quartiere, fino al parco, e ritorno. Tenersi in forma fa bene alla salute. Soprattutto alla mia.
“Quando si sveglierà la nobile Aillean, grazie.”
La governante si inchina e mi indica la porta a vetri. “Se lo desiderate, potere passeggiare sul terrazzo. Si stende lungo tutta la facciata, e in questa stagione i fiori sono particolarmente profumati.”
Sto per rispondere, quando un fracasso che arriva da fuori mi fa trasalire. Con l’istinto del Sorvegliante che scatta a qualsiasi rumore imprevisto, sono già accanto a una delle finestre a guardare, prima che la governante sia accanto a me. Vedo un uomo che barcolla, rialzandosi dal disastro di un vaso distrutto, con la terra sparsa attorno. Altri due lo aiutano a rimettersi dritto, poi spariscono sotto il portico di una delle entrate secondarie.
“Vi muovete come una leonessa dei boschi, signorina.” osserva la governante.
Vedo l’uomo che era caduto uscire di nuovo, barcollando. Gli altri due lo seguono, ma quello sembra piuttosto incazzato, e li respinge. Spariscono dietro l’angolo, uffa, volevo vedere la rissa.
“Merito delle lezioni di danza – taglio corto – quel tizio credo si sia fatto male.”
“Manderò a controllare. Stanno lavorando a un ampliamento delle cucine, ma dirò di sospendere, per non svegliarvi.”
A quanto pare, Lars rimane fedele all’usanza di famiglia, per cui tutto deve diventare sempre più grande. Tern finirà per diventare un’unica villa, con le carrozze che portano la gente nei corridoi, da una parte all’altra.
La governante, e un certo numero di cameriere che facevano sembrare la stanza affollata come la piazza del mercato, mi augurano la buona notte, e finalmente sono da sola.
Devo ancora capire bene come sia finita in questa situazione.
” C’è chi ti sbatte al muro, e chi aspetta che sia tu a chiedergli di sbatterti al muro, gnocchetta.”
Lo stronzo mi sogghigna, direttamente da dentro il midollo spinale, mentre si ciuccia i miei globuli bianchi.
“Meno male che ci sono io a rimanere intelligente, mentre tu ti bagni tutta e fai la difficile per fargli venire ancora più voglia.”
Attraverso la stanza a grandi passi e mi inginocchio davanti al baule. È chiuso a chiave. Una delle cameriere se n’è lagnata, ma figuriamoci se lascio degli estranei liberi di frugare tra le mie cose.
L’orlo ricamato della camicia da notte, una nuvola di lino finissimo che renderà dormire un’esperienza estatica al pari, credo, della visita alla pinacoteca, mi sfiora le caviglie.
Mi sento terribilmente sleale, a trovare tutto così bello. Come dice anche Lars, con una miniera d’oro sotto il sedere, è molto facile.
“Come dice anche Lars, ma sentila. Gnocchetta, mi ascolti sì o no?”
“No.”
“E allora perché hai preso quella fottuta spada in mano?”
Sbatto le palpebre, stupita.
La canapa dell’elsa, contro il mio palmo, è rassicurante e ruvida, come sempre. La lama scintilla, nella luce tenue delle fiammelle a gas. Non so quando, ma l’ho già sguainata, il fodero stretto nell’altra mano.
Per un breve momento, mi vedo riflessa nella colata d’oro, che trabocca un po’ dalla scanalatura centrale, come una piena imprevista. Non crea problemi di bilanciamento, anzi, la rende più bella. C’è una storia dietro quella colatura d’oro, una storia stranamente dolce e tenue, di bambini, una moneta d’oro, e il primo possessore di questa spada, che ha voluto ricordare un piccolo evento da niente.
Ci sono io, in quel piccolo evento da niente, adesso. E ci sono loro.
Vicinissimi.
“Te ne sei accorta finalmente, eh? Così presa dal tuo esordio nel meraviglioso mondo degli orgasmi, che come Sorvegliante hai fatto cagare per tutto il giorno. Come hai campato finora, proprio non lo so.”
Chiudo gli occhi. Quando hai gli occhi chiusi, vedi meglio.
Un Sorvegliante è come una calamita, per i liminari. I rinnegati che Lyott ed io stiamo cercando lo sanno, naturalmente, e stanno bene attenti a non dare alcun segno di quel magnetismo che è intrinseco, in qualsiasi forma di vita, ma per gli ostaggi è diverso. Loro vogliono essere trovati. Non c’è Sorvegliante al mondo che possa zittire questa voce, questo bisogno primordiale.
Da questa parte del fiume. Stanotte. Proprio quando ci sono io.
Alla faccia della coincidenza.
“Non esistono le coincidenze, gnocchetta. Sei un Sorvegliante. Ovunque tu vada, gli eventi convergono perché tu possa sciogliere i nodi che si creano nei Mille Mondi.”
“Ma come siamo profondi, adesso. C’è il rischio che tu possa parlare in pubblico, se continui così.”
“Oppure potrei farti a pezzi e provare con la Possessione di questi altri. Mi sembrano cazzuti.”
“Fa’ pure. Stavolta non sarei impreparata.”
Sono minacce a vuoto, e lo sappiamo entrambi. La Possessione non è uno scherzo. Non lo sarebbe nemmeno se Seddogh fosse piccolo come l’arryxis di Lyott. Così grosso com’è, sarebbe un azzardo enorme, anche nell’improbabile caso in cui trovasse un Sorvegliante abbastanza pazzo da accettare.
“Beh, tu non è che abbia proprio accettato.”
“E non accetteranno loro. Sta’ zitto, per un momento.”
Non esistono le coincidenze. Io posso pensare di sì, può pensarlo Ianmeyr, possono pensarlo i rinnegati, ma poi gli eventi convergono, i fatti si allineano, e si formano i nodi.
In quel punto, in quel momento, si trova un Sorvegliante. Non è che deve, non dobbiamo essere qui o lì: ci siamo, e basta. È una legge di natura, come la gravità o lo scorrere del tempo.
Ci sono questi momenti, nella mia vita, in cui so esattamente dove trovarmi, e per quale motivo. So che non potrei essere da nessun’altra parte, perché le Soglie mi chiamano, io chiamo loro, ed è la realtà a piegarsi a me, a raggiungermi, perché io possa sanare le sue ferite.
Vorrei tanto poter dire che rimpiango quello che sto per abbandonare, stanotte. Ma mentirei. Non farei a cambio con Aillean, con Maya, nemmeno con Lars, per niente al mondo.
Seddogh non ha l’animo del filosofo. Si concentra su questioni pratiche, o forse ci ha già pensato durante la giornata, mentre ciascuno di noi si faceva gli affari propri.
“Hai detto che c’è già stata una lacerazione dei Mondi qui, vero?”
“Più di dieci anni fa, credo, non…”
“Fa lo stesso. Dall’altra parte rimane più sottile, si vede in trasparenza, e si passa che è un piacere. Il Sorvegliante che ci ha pensato all’epoca doveva essere proprio una mezza sega.”
“Uno di loro è morto, in quella battaglia – ringhio – e l’altro ha perso una gamba. Sono morte tre persone, in caso ti interessi.”
“Se me ne fregasse di meno, mi addormenterei. Scommetto la tua testa che quelli che cerchi sono nei pressi di quel che rimane della Soglia di allora, gnocchetta. Meno si fanno notare e meglio è per loro.”
Rimango pensierosa, mentre penso alla beffa che è per me, essere stata invitata qui solo perché, nel grande disegno dei Mille Mondi, come Sorvegliante dovevo trovarmi proprio qui, proprio adesso. Se sei una persona qualsiasi, almeno, ti puoi illudere che il tuo destino sia un affare che decidi tu. Mah, forse lo è.
Dopotutto, questa spada la sto impugnando io, non il mio destino.
“Possono aprire una Soglia dove vogliono, quando vogliono – faccio notare – perché dovrebbero essere proprio là?”
“Li si nota di meno, e faranno prima a scappare, se le cose si metteranno male.”
A dire il vero, ho la tenue speranza di riportare i disertori alla ragione. Magari si sono fatti solo prendere dal panico, o che so io…
Barcollo, per il fragore della risata di Seddogh nella mia testa.
“La cosa assurda è che qui dentro tutti ti vogliono, gnocchetta! Sei talmente idiota che non credo camperai fino al mese prossimo, ma tutti ti vogliono. Si sta davvero bene, qui. C’è da accapigliarsi, per infilarsi in te.”
Ignoro la volgarità insita nel suo commento. “Non vorrai paragonarti a un essere umano, spero.”
“Non parlavo del tuo amichetto.”
Lo sento farsi serio, quasi grave. Non come se volesse comunicare qualcosa di importante, ma come se fosse molto concentrato, nel tentativo di trasmettermi un’idea che è confusa anche per lui.
“C’è davvero poco spazio, qui dentro. C’è qualcosa. Tu. Tu sei fottutamente ingombrante, nel tuo spazio metafisico, anche se è sconfinato.”
“Non capisco…”
“Nemmeno io.”
Si riscuote, come un cane si sgrulla l’acqua di dosso. Non riesce a spiegarsi, quindi non ha voglia di perderci tempo.
“Allora, andiamo sì o no?”
Ho la sensazione di tradire Lars, mentre mi sfilo la camicia da notte per prendere i vestiti da battaglia. Calzoni scuri, camicia bruna, giubbotto nero. Stivali con i lacci, pesanti, di cuoio nero. Ho portato anche un cappuccio, perché con capelli come i miei, è necessario. Non posso farmi riconoscere. Nessuno deve vedermi. Sono una leggenda da raccontare senza crederci.
Per fortuna la terrazza è davvero grande, e non ci metto molto a trovare un albero che, come un pergolato, getta rami sopra la balaustra. Devo solo arrampicarmi, saltare, raggiungere la prima biforcazione, e smetto di essere ospite, in questo posto.
Sono una ladra che si introduce nelle vite altrui per rubare la follia e la morte.

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