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Capitolo 9

Il cortile della scuola è una zona di profonda depressione incorniciata da raffinatezza, esattamente come il resto dell’edificio. Le finestre delle aule ci guardano da due dei lati, mentre gli altri due sono i dormitori: uno per le ragazze e uno per le insegnanti. I portici sono archi elaborati che tengono su la biblioteca, la sala mensa, e tutta una serie di stanze a cui noi studentesse non abbiamo accesso, come gli alloggi della servitù e similari. Servitù alta, sia chiaro: i garzoni, le sguattere, le lavandaie, e analoga genìa di subumani, viene alloggiata nel seminterrato. In questa scuola la tradizione è un culto religioso.
Il cortile è completamente selciato. Le panchine sono fissate alle pietre, perché sarebbe davvero disdicevole se noi ragazze, magari per ragioni frivole come non stare un’ora sotto il sole, spostassimo gli arredi. Lì sono, lì devono rimanere, e lì dobbiamo sederci. Le aiuole sono coltivate con piante aromatiche e ortaggi, perché dobbiamo imparare a considerare l’utile, anziché il dilettevole. Risultato: le borsiste non possono godersi qualche fiore, tranne quelli che conoscono a memoria, le fragole, la lavanda, il rosmarino; le aristocratiche detesteranno, per il resto della loro esistenza, qualsiasi cosa abbia anche solo minimamente a che fare con l’utilità materiale.
Tutto come da programma, insomma.
Durante la pausa di metà mattina è concesso parlare, purché non sia a voce troppo alta, e se le panchine sono occupate, cosa che succede sempre, ci possiamo accomodare un po’ dove capita, basta che la gonna copra sempre le caviglie. Mi metto in un angolo con un libro, uno della sterminata saga degli Appunti di viaggio del monaco Tyras, integrati con una tale mole di annotazioni della mitologica imperatrice Fathiel prima, da essere praticamente due romanzi in uno. Mi piace saltare da una storia all’altra, mi piace andare indietro per recuperare i riferimenti, mi piace vedere l’antico paragonato al moderno (in senso lato: sono pur sempre passati tre secoli, dai tempi della prima Fathiel), con tutte le incongruenze messe sotto la lente, e i punti di forza ribaditi da due voci, invece di una sola.
“Sei malata nel cervello.” commenta Seddogh, e si mette a dormire.
Maya è rimasta in classe. Ha detto di avere una lettera da scrivere, ed è diventata talmente rossa nel dirmelo, che non ho dubbi su chi sia il destinatario. Cosa ci troverà in quell’ammasso di boria e antipatia, lo sa solo lei.
Sono tornata a casa da sola, ieri notte. Haldan si è offerto di accompagnarci con la sua carrozza, una galanteria ridicola se applicata a me, trasparente mentre guardava Maya, che a sua volta guardava, interessatissima, la selezione di libri rari della biblioteca.
Mi sono sentita un po’ tradita, lo ammetto. Ma, d’altra parte, l’avevo fatta venire con me per quello, e impuntarmi sarebbe servito solo a fare la figura del terzo incomodo.
“Grazie, preferisco camminare.”
Ho preso la lampada, mi sono messa sotto il braccio il mio volumone, e mi sono avviata. Maya non ha neanche cercato di richiamarmi.
Uomini. Rovinano sempre tutto.
Nessuno dei quattro che mi hanno scritto era il cavaliere grigio.
Sfoglio una pagina del libro, anche se sto pensando a cosa cucinare stasera. Qualcosa di impegnativo e complicato, che mi tenga impegnata per due ore almeno. Una crema, però non dolce, non sono dell’umore di dedicarmi alla tenerezza della pasticceria. Voglio una sfida il cui risultato sia un sapore deciso, che piaccia a pochi. Se non piacerà a me, meglio ancora.
A volte vorrei ci fosse una ricetta per cucinare le lacrime, così non sentirei l’orgoglio che mi costringe a ingoiarmele. Speravo tanto che il cavaliere grigio mi avesse cercata.
Meglio così, mi dico. Meglio evitare complicazioni, e questa sarebbe la complicazione peggiore. Sono un Sorvegliante, non una quasi diciassettenne (li compio tra pochi giorni) che sente la mancanza dei suoi genitori e vorrebbe in esclusiva un’amica che ha diritto alla sua vita, che non sa cosa ne sarà di lei, dopo che la scuola sarà finita, e che…
“Siete voi Lwen Tern, della terza B?”
Alzo gli occhi, scocciata perché non mi permettono nemmeno di commiserarmi. Sono appena stata scaricata dall’uomo dei miei sogni, e intendo letteralmente, perché nemmeno so chi sia, quindi è solo un sogno, un’idea che i miei ormoni adolescenziali devono secernere, per legge fisiologica. Ho diritto a un po’ di intimità.
È una ragazza che conosco solo di vista, altra sezione, altro ceto, altro pianeta. Ci sono le borsiste, poi ci sono le nobili, e poi ci sono loro. Quelle la cui dinastia frequentava la corte quando ancora stavano costruendo questa scuola, quelle i cui padri prestano soldi al re e fanno finta di non rivolerli indietro, quelle che non è che rispettano il regolamento, è il regolamento a essere fatto a misura per non dare loro incomodo.
In tutta la scuola, ce ne sono tre, forse quattro. Non so nemmeno se sono simpatiche o antipatiche, il campione statistico è inesistente. Hanno insegnanti dedicate e appartamenti personali, non camerate, nel dormitorio. Nelle scuderie ci sono le loro carrozze personali, e se vogliono andare da qualche parte, la direttrice non fa mai problemi. A dirla tutta, non capisco nemmeno perché frequentino la scuola, invece di ricevere lezioni a casa. Sarà perché i loro clan, che tirano fuori i finanziamenti, ritengono sia giusto dare il buon esempio. Sono ragazze aliene.
Questa sorride in maniera amichevole, senza sbilanciarsi, come farebbe chiunque, quando si rivolge a uno sconosciuto.
Mi alzo. Lei non è chissà che carina, troppo secca, con lineamenti troppo marcati, ma è figlia del banchiere più ricco di Larieh, forse anche più ricco di Ianmeyr. Non saprei. A certi livelli, ho idea che la ricchezza non si conti su ciò che si possiede, ma su ciò che si potrebbe idealmente possedere.
“Sono io. Posso aiutarvi?”
“Mi rincresce disturbare mentre siete così concentrata. Se preferite tornare ai vostri studi, potremmo combinare un incontro, a vostro comodo.”
Solo chi è talmente in alto da non temere confronti si mostra cortese con chi è più in basso. Ma ammetto che sono predisposta favorevolmente, visto che Althesia, la quale ha mancato per un pelo l’appuntamento con l’altro pianeta della nobiltà (è ricca e nobile, ma divide la stanza con altre due ragazze, e suo padre paga per mantenere lei, non l’istituto), nella stessa circostanza avrebbe casualmente calpestato l’orlo della mia gonna, per stracciarla.
Metto il segnalibro e chiudo. “Nessun disturbo.”
Lei mi sorride con cortesia. “La nobile Aillean vorrebbe incontrarvi. Sareste così gentile da seguirmi?”
Non riesco a nascondere il moto di stupore.
“Sarebbe un piacere dividere con voi una tazza di tisana, se lo gradite.” aggiunge la ragazza.
“Posso chiedere il motivo di questo invito? Ammetto che non me l’aspettavo.”
“La nobile Aillean ha sentito parlare favorevolmente di voi, in merito alle vostre conoscenze della mitologia classica. Stavamo appunto parlandone, e ha pensato di ascoltare la vostra opinione su determinate tematiche.”
Tradotto: suo fratello le ha detto che la rossa della terza B è una secchiona, e alla principessina è venuta la curiosità di vedere che lingua parliamo noi borsiste. Vuole che la intrattenga, con lo stesso spirito con cui assisterebbe a uno spettacolo di giocolieri.
Poverina, chissà come si annoia, sempre con le stesse tre amiche, nobili e ricche come lei. Alla lunga, si appannerà anche il piacere di farsi venerare dallo stuolo di leccapiedi adoranti.
Mi chiedo come si mandino cortesemente al diavolo, in quello strano mondo fatto di mantelli d’oro, carrozze laccate, sedili in pelle umana o che so io.
“Non vorrei essere una delusione.”
“Tutt’altro. Vi prego, fateci questo onore.”
Non c’è modo di sottrarmi. Non un modo elegante che non mi faccia odiare eternamente dalla sorella dell’uomo che mi paga gli studi, almeno. Mai come adesso mi chiedo perché mi ostino a rimanere qui, invece di fare come Lyott, che si è comprato una villa sulle colline, vive di rendita, e ammazza liminari senza preoccuparsi di altro. Potrei fingere di avere ereditato da un lontano zio, e avrei risolto il problema non troppo rilevante delle apparenze.
Ma era il desiderio dei miei genitori. Non sono mai stata una figlia modello, non ho questa pretesa, e se fossero ancora vivi, chissà, litigherei con loro, pur di uscire da questa prigione.
Invece loro sono morti, io ho promesso che non li avrei delusi, e quindi mi tocca sorridere, rispondere che l’onore è tutto mio, e seguire questa ragazza sotto i portici, mentre le mie compagne si danno di gomito e mi guardano sbalordite.
La mia voglia di incontrare la versione bionda e, se possibile, ancora più viziata, di Althesia, è pari a quella di concludere una nuova Possessione, con un altro arryxis.
“Col cazzo, qua dentro è occupato. Inizia a esserci una vera folla, nel tuo spazio metafisico, gnocchetta.”
Non ora, per piacere.
Cerco un pretesto per portarmi dietro Maya, che almeno è così dolce e carina che eviterà io sia troppo acida, ma non ho scuse. Non si imbucano le amiche, quando una principessa reale ti onora di concederti udienza.
Attraversiamo i soliti corridoi, poi ci infiliamo in una porta che non ho mai varcato, e siamo in un altro corridoio, più piccolo e meglio rifinito, con stucchi e una tappezzeria verde chiaro, a grandi fiori rosa.
La mia accompagnatrice apre con scioltezza la conversazione. Deve avere ricevuto lezioni speciali, per evitare i silenzi imbarazzanti: “Da quella parte ci cono le camere delle ragazze della vostra sezione. Di qua gli appartamenti della nobile Aillean.”
“E i vostri?” chiedo senza riflettere, non perché mi interessi, ma perché la distinzione semantica tra ‘camere’ e ‘appartamenti’ mi ha fatto pensare che esistano differenze anche tra loro della nobiltà.
Lei sorride di quel sorriso perfetto e cortese. Può pensare che sono simpatica o che meriterei di essere decapitata, e non me lo farà mai capire.
“Io alloggio da quella parte. Venite, vi faccio strada.”
C’è una scalinata. È di legno scuro, massiccio, tutta intagliata perché, anche se serve a poche persone, sono quelle poche che giustificano il prestigio della scuola. Stringo il mio libro, mentre rifletto su com’è simbolica, quella mia ascesa dal selciato all’empireo.
No, basta, devo smetterla di essere così insofferente. Non mi aiuterà. E non posso certo innaffiare la sorella di Ianmeyr, come ho fatto con Althesia. Credo che doppierei la sospensione e l’espulsione, forse anche il carcere, per finire direttamente sulla gogna in piazza. Devo solo pensare che finirà, perché la pausa di metà mattina non dura molto, stringere i denti, sollevare gli angoli della bocca, e cercare di non fare trasparire il mio fastidio.
“Ma vattene da ‘sta cazzo di scuola, chi te lo fa fare, gnocchetta.”
Provo un senso sordo di oppressione, come se di Seddogh ne avessi dentro tre, tutti compressi tra lo stomaco e il cuore, mentre la ragazza bussa a una porta tutta cesellata e una cameriera, da dentro, apre.
È un salottino da litografia: tappezzeria azzurra, morbidi tappeti scuri, mobili intarsiati a motivi di foglioline e rose. Dall’altra parte della stanza, un camino tutto scolpito, di pietra scura, è ravvivato dai vasi a colori vivaci che riempiono la mensola. Ci sono paraventi, cassettiere, e una parte oscurata da tendaggi, il letto della principessina. Vedo tutto in un lampo, mentre attraversiamo, dirette verso la porta a vetri, che dà su una terrazza panoramica, insomma, con una vista sui tetti. Siamo pur sempre in mezzo alla città.
Ci sono tre ragazze sedute, con un tavolino in mezzo, vassoio di pasticcini e teiera fumante. Si girano nel sentirci venire.
Ammetto che in questo momento preferirei essere davanti a tre liminari categoria arryxis, con la mia Fendidraghi. Per lo meno, saprei esattamente quali mosse dovrei fare, per uscirne.
Una delle tre si alza in piedi, non appena entriamo nel circolo. È biondissima, occhi chiarissimi, pelle di petali di rosa, un vestito color perla, con ricami alle maniche e alla cintura. Niente uniforme scolastica. Evidentemente, se non deve scendere tra le comuni mortali, non è tenuta a portarla, nemmeno quando ha lezione.
“Oh, Sarys, bentornata. Non so come ringraziarti per il favore che mi hai fatto.”
“Di nulla.” La ragazza si siede a un posto vuoto, con la naturalezza di chi l’ha lasciato solo momentaneamente, e ho la nettissima impressione che sia appena uscita dalla mia vita, almeno come persona che può influenzarla in qualche modo.
Non rimango in piedi a chiedermi quale sarà il mio destino. La nobile Aillean, prima che possa decidere quale espressione assumere di fronte a cotanta nobile beltà, viene da me, mi acchiappa una mano e la stringe con le sue, come se fosse strafelice di vedermi.
“Siete stata davvero gentile a raggiungermi, senza alcun preavviso. Purtroppo il regolamento non mi permette di scendere, durante la mattinata, ma spero che gradirete una tazza di tè, prima di fare ritorno in classe.”
“Grazie a voi, per l’invito…” Riesco solo a dire, prima di essere trainata verso una sedia vuota, vicina a quella della principessa. Niente a che vedere con le panche del cortile: l’imbottitura si adatta alla mia schiena e al mio sedere, con un abbraccio morbido che quasi mi fa sospirare.
Una cameriera mi versa il tè ambrato, profumato di gelsomino, e mi avvicina il vassoio con i pasticcini, insieme alla pinza d’argento per prelevarli.
“Cazzo, già che ci siamo, diamoci dentro.”
Sorridendo, la nobile Aillean dice: “Mio fratello mi ha rimproverata a causa vostra, sapete?”
“Oh?”
Mi serve tempo per analizzare la situazione. Questa nobilissima sorella della regina sembra un essere umano. Deve esserci sotto qualcosa. Non escludo che da un momento all’altro tiri fuori un pugnale e mi assalga. Che sia una psicopatica assassina, tenuta isolata dal resto del mondo per non fare conoscere la vergogna di famiglia, e che le sue guardiane le procurino a intervalli le vittime che la sua sete di sangue esige, mi sembra tutt’altro che impossibile.
No, va bene, sto esagerando. Credo.
Troppi liminari, nella mia vita.
“Sì – il suo sorriso è genuinamente amichevole – considerando le mie lacune in tema di istruzione letteraria, Lars non si è lasciato scappare l’occasione di ribadire che devo impegnarmi molto più di quanto non faccia.”
Ripesco nel mio cervello l’informazione, sotto i cumuli di polvere dove dormono le informazioni che non useremo mai nella vita: il nome proprio del nobile Ianmeyr è Lars. Credo che, a parte le sorelle e il fratello, nessun altro si azzardi a usarlo.
“Mi dispiace.” Che altro posso rispondere?
“Oh, no, non dovete! Saperlo mi ha resa immensamente felice. Vedete, tutte noi, qui, condividiamo determinate lacune.”
Fa un cortese cenno con la mano, che provoca sorrisi in questa selezionata compagnia, come un raggio di sole dopo la pioggia provoca l’arcobaleno. Se vogliono darmi l’impressione di essere gradita, devo ammettere che ci stanno riuscendo.
“Ditemi, vi capita mai di pensare che le insegnanti, come dire, talvolta tendano a privilegiare un po’ troppo l’accumulo di nozioni, per trascurare la comprensione?”
Beh, sì. Tipo, sempre. Se non fosse così, nella mia mansarda non ci sarebbe l’equivalente di una seconda borsa di studio, in libri.
“Credo che il programma sia talmente vasto che a stento trovino il tempo di insegnarci ciò che dobbiamo conoscere, a livello basilare.” rispondo, prudentemente.
“Sì, certo – fa lei, con una sfumatura di impazienza – ma talvolta penso che, davvero, non vogliano che comprendiamo a fondo quel che, paradossalmente, ci dicono di studiare. Perdonatemi. È una sensazione soltanto mia?”
No, dolcezza. Nessuno vuole che tu impari a pensare. Vogliono che tu sia esattamente quello che appari: carina, sorridente, che dici tante belle paroline tutte in fila, come le perle della collana che si intravvede, sotto la tua signorile scollatura. Se vuoi cervello, hai più probabilità di trovarlo nella macelleria in fondo alla strada, che in questa scuola.
Oh, al diavolo. Non ho nessun motivo per volere riuscire simpatica a questa qui. E i miei filtri bocca-cervello non hanno mai funzionato troppo bene.
“Qui ci insegnano l’educazione, il galateo, e a trovare marito, signorina. Se imparate a ripetere belle frasi, da sfoggiare nelle sere di società, per loro è più che sufficiente.”
Esito un momento, ma già di mio non sono quel che si dice diplomatica. Adesso che ho un demone nel cervello, poi, la situazione ha superato il livello di guardia.
“E comunque, anche se le vostre lacune fossero disastrose, nessuno sarebbe così scortese da farvelo notare. Non avete ragione di preoccuparvi.”
Checché ne dica quel caso umano di tuo fratello, che fa il suo dovere di fratello, ma fondamentalmente, penso se ne strafotta. Se Lars Ianmeyr ha davvero visto un arryxis, quella famosa notte, ho idea che il rendimento scolastico della sorella sia molto lontano dall’incubo tipo che lo tormenta.
La principessina smette di sorridere. Ma non è che smetta di essere amichevole, si fa soltanto seria.
“Penso che abbiate completamente ragione. Sono lieta di vedere che la pensiamo nello stesso modo.”
Le altre ragazze annuiscono, approvando. Aiutatemi.
“Voi seguite un metodo particolare? Sono certa che i risultati lusinghieri, che appaiono continuamente nella bacheca, dopo ogni esame, sono il risultato di qualche applicazione personale a ciò che ci viene insegnato.”
Sì, si chiama ‘se canno perdo la borsa di studio, e tanti saluti copertura’. Bevo un sorso di tè, per darmi il tempo di pensare. Ammetto che non immaginavo che la conversazione sarebbe virata su lidi del genere.
“Temo che mi sopravvalutiate. I miei voti in letteratura e biologia sono molto buoni, non posso negarlo, ma solo perché sono argomenti di mio interesse. Se dovessimo parlare della danza, della composizione floreale, della conversazione, del disegno, temo che i rimproveri rivolti a voi dovrebbero essere due volte più aspri, applicati a me.”
La nobile Aillean torna a sorridere, come il sole che sorge. “E ditemi, per voi è più importante sapere dipingere un acquerello grazioso, da appendere nel salottino, per farsi ammirare dagli ospiti, oppure conoscere il mondo che ci circonda? No, non rispondetemi. La risposta è evidente dai vostri risultati. Oh, sono così felice di avervi potuta incontrare!”
“Senti, gnocchetta, io ne capisco poco, ma questa qui non sta esagerando un tantino?”
Ho la stessa sensazione. Sembra che voglia lusingarmi, in un modo tanto smaccato che non potrei ignorarlo neppure volendo. Forse pensa che le sottili adulazioni che ha imparato frequentando la reggia e la casa di suo fratello sono al di fuori della mia portata, ma non credo. Sembra quasi che voglia attirarmi.
Spezzo un biscottino e lo sgranocchio alla maniera educata delle signorine che non hanno mai fame. Stasera faccio una torta nocciola, meringhe e crema di limone. Niente piattini e posate, solo morsi famelici.
Seddogh ulula di gioia.
Forse la nobile Aillean capisce qualcosa, perché sembra calmarsi. In tono educato e misurato, fa la sua proposta, quella che doveva avere in mente fin dall’inizio.
“Dopodomani tornerò a casa per la festa della fioritura, e sono sicura che mi attendono altri rimproveri, da parte di mio fratello. Vi prego, sareste tanto gentile da aiutarmi?”
Sbatto le palpebre. “Sono a vostra disposizione, ma un paio di giorni credo siano pochi.”
“Oh, lo so. Ma se Lars vedesse che tento di migliorare, forse si placherebbe.”
Il nobile Ianmeyr le ha fatto il cazziatone del secolo, insomma. Mi concedo di compatirla un po’.
“Non pretendo di rubarvi del tempo adesso, perché sicuramente avrete i vostri impegni – continua la principessina, in mezzo al suo circolo di amiche annuenti e sorridenti – ma sarebbe davvero bello se domani pomeriggio poteste venire per farvi un’idea di dove ho bisogno di migliorare. Così, una volta a casa, Lars vedrebbe che lo studio è già avviato.”
Un pomeriggio in questo empireo di lusso a mangiare dolcetti, con una principessa che pende dalle mie labbra. Non male. È un bel progresso, rispetto allo starmene appesa a un crepaccio, con due liminari che vogliono sbranarmi.
“Naturalmente, sarei ancora più felice se voleste dedicare anche un pomeriggio delle vacanze, allo stesso scopo.”
Mando giù il pasticcino. Le mie tenere orecchiette hanno sentito bene? Sono ufficialmente invitata nella residenza del clan Ianmeyr?
“Non vorrei disturbare – tergiverso – avrete senz’altro di meglio da fare, che studiare durante le vacanze.”
“Certo che sì – ribatte prontamente lei – e sarei felice di condividerlo con voi, in cambio del disturbo. Volete farmi l’onore di essere mia ospite per la giornata?”
Le mie tenere orecchiette devono prendere atto dell’evidenza. Sono invitata.
“Porco cazzo, ma ti lamenti anche? C’è da mangiare, a casa di questo tizio, vero?”
Non è questo il punto, scimunito. Quella che vedi è forse la ragazza con la dote più ricca di Tern. Può permettersi qualsiasi cosa, i migliori insegnanti, i luminari che vengono qui a spiegarle quello che non capisce, se le gira di volerlo. Io sono una studentessa come lei, solo che a differenza di lei, in certi ambienti posso entrare solo dalla porta di servizio. Non ha senso che voglia me.
“Magari ne ha le palle piene di insegnanti e vuole qualcuno con cui parlare, invece di ascoltare solo.”
Finisco il mio biscottino. Seddogh ha fatto un’osservazione molto acuta, riuscendo a rendersi utile, evento storico.
“Fottiti.”
In effetti, studiare insieme è una cosa abbastanza normale, io con Maya lo faccio sempre. Lei mi aiuta a non farmi bocciare in musica e composizione floreale, io le passo formule chimiche e date delle battaglie. Siamo amiche.
Anche questa principessina ha delle amiche, perché devono essere amiche, essendo tutte circa allo stesso livello. Ma forse vuole compiacere suo fratello, che chissà cosa le ha detto, sulle borsiste che si impegnano, a differenza di lei. O forse pensa, in maniera abbastanza logica, che qualcuno fuori dal suo giro di elette sia preferibile, visto che vuole un punto di vista imparziale.
Sbatto le palpebre. Chissà poi perché mi sembra tanto strano, che questa ragazza mi faccia una richiesta tanto normale.
Vuole che la aiuti a studiare e mi ha invitata a casa sua a questo scopo. La scala di valore è diversa rispetto a quando io vado da Maya, ma il concetto è uguale. Anche le sue lusinghe esagerate hanno senso, adesso: voleva essere sicura che accettassi, ma non avendo mai avuto bisogno di chiedere, non sapeva bene come fare. D’istinto capiva di dovere essere gentile, per avere una compagna di studio e non una cameriera, ma quanto essere gentile, non è una cosa che insegnino, alle principessine. Così ha strafato, per non cadere nel rischio opposto, nome scientifico Althesia.
Contro la mia volontà, mi ritrovo a provare simpatia per lei.
Mi accorgo che il sorriso della nobile Aillean si è fatto un po’ teso, mentre aspetta che risponda, cosa che sto tardando di fare. Non volevo lasciarla nell’incertezza. Mi ha soltanto spiazzata.
“L’onore è tutto mio, nobile Aillean. Sarò felice di aiutarvi, anche se credo che il nobile Ianmeyr sia stato fin troppo lusinghiero, nei miei confronti. Spero di non deludervi.”
“Oh – esclama lei, tutta felice – credo che il nostro disaccordo a riguardo rimarrà insanabile. In tutto il resto, sono certa che diventeremo ottime amiche!”
Amiche? Ma da dove viene, questa, da Fiabilandia in provincia di Utopia Ridicola?
E io che pensavo di bilanciare il casino della mia vera vita con la noia venata di disprezzo di cui mi nutro in questa scuola.
Altro che perturbazioni nelle Soglie. Qui siamo alla vigilia di un cataclisma. Quando Althesia verrà a saperlo, potrò salvarmi solo con la Fendidraghi.
“Deve per forza venire a saperlo, gnocchetta?”
Effettivamente. Se tu stai zitto, io sto zitta.
“Andata. E ricordati la torta.”
Sorrido cercando di trasmettere calore. “Sono molto onorata dalla vostra gentilezza.”
Spero soltanto che Ianmeyr si faccia vedere poco, meglio ancora se per niente. Dovrebbe essere troppo impegnato, per dedicare alla sorella minore più che un saluto veloce, mattina e sera.
Non suona la campanella, negli appartamenti della nobile Aillean, bensì viene una cameriera che, con discrezione, si china dietro la sua spalla a mormorarle qualcosa. Lei si alza, e di riflesso ci alziamo tutte.
“Vi prego, non fate complimenti domani pomeriggio. Venite senza annunciarvi, non c’è bisogno di fare cerimonie. Fate come se foste a casa vostra.”
Sembra quasi ansiosa di essere sicura che voglia proprio venire. Non mi è molto chiaro se parla così perché gliel’hanno insegnato, o se non ha la minima idea di quanto fervore metterci, nell’essere cortese con i ranghi più bassi. Decido di sospendere il giudizio, in attesa di capirci qualcosa.
Al mio ritorno in classe, vengo letteralmente assalita. Sono circondata dalle mie compagne, nobili e borsiste in pari misura, che vogliono sapere le ragioni di quella chiamata, come sono gli appartamenti su nell’attico, e cosa volevano e cosa ho risposto e se questo significa che sono diventata la stella della classe, oppure se sarò giustiziata nei prossimi dieci minuti. Vorrei tanto dare una risposta soddisfacente, ma la verità è che nemmeno io so cosa mi aspetti il futuro prossimo. Posso solo sperare che le cose stiano come sembrano, e che io possa avere, per un paio di giorni, la tranquillità di adattarmi alla mia condizione.

Sera, la mia mansarda, finestre chiuse, porta chiusa.
Lume acceso sul comodino, il mio fragolacuscino sotto il gomito, a sostenere il peso del volume che sto leggendo, la Fendidraghi appesa al suo posto, sulla testiera. Gatto acciambellato che mi dorme in mezzo ai piedi, mi sono sempre rifiutata di dargli un nome perché non ho tempo per occuparmi di un animale domestico, con la vita che faccio. Non è mio, non devo affezionarmi. È solo ‘il gatto’. Vive qui da tre anni.
Sui pensili della cucina, una pila di piatti e pentole sporchi, non ho voglia di lavare niente. Forse potrei pagare una donna che faccia le pulizie per me, anche se sono una borsista squattrinata, ma ho un armadio pieno di borse strapiene d’oro, e come dire, credo che una cosa del genere non passerebbe inosservata. Lascerò le stoviglie a mollo per la notte e domani sciacquerò tutto, prima di andare a scuola. Mi giro sull’altro fianco e sposto il fragolacuscino per stare più comodo. Il gatto borbotta e si sposta con me.
Cara tranquillità, se non arrivi di tua iniziativa, ti blindo qui dentro con me e non ti faccio più uscire.
A quanto pare, aprire le soglie è facilissimo, perfino più facile di quanto non lo sia chiuderle. Certo, occorre essere Sorveglianti, il che esclude il novantanove virgola sigma dell’umanità, ma una volta appurato che si è del ricercato gruppetto, è tutta discesa.
Aprire le soglie è diverso dall’aprire passaggi, per la cronaca. Un passaggio è soltanto un canale di comunicazione tra due punti nello spazio, lo faccio di continuo. Ci sono anche cascata dentro, un paio di volte. Ma, ed è un ma grosso come una casa, ho sempre un riferimento, il liminare che devo fare tornare nel suo mondo. È come tirare un filo oltre l’angolo: tu non vedi dall’altra parte, ma tirando il filo, quello che c’è attaccato arriva, senza problemi.
Aprire le soglie è fare arrivare la cosa dietro l’angolo senza servirsi del filo. Ai livelli più avanzati, è fare sparire direttamente l’angolo. Decidi tu dove, come, quando, per quanto, per chi, e perché.
Può essere molto pericoloso.
Oltre la realtà, c’è la sua nemesi, la negazione dell’esistenza.
Sfoglio una pagina, chiedendomi oziosamente se, adesso che ho dimostrato di avere attitudine alla sopravvivenza, verrò iniziata ad altri segreti del mio ordine. Non ho dubbi che ce ne siano. Siamo una rete di vigilanza sparsa per tutto il pianeta, un’organizzazione capillare, perché le soglie possono aprirsi ovunque, e deve esserci ovunque un Sorvegliante che possa richiuderle. Non è realistico pensare che un apparato del genere sia lineare come ha cercato di apparirmi finora.
Sbadiglio, metto il segno e chiudo il libro. Dopo le vacanze, se sarà rimasto qualcosa di me dopo la giornata al maniero Ianmeyr – ma forse si sono limitati a una villa di cinque ettari, fuori dal loro feudo – andrò alla pianura di Wydan per fare un tentativo.
“Tu giochi col fuoco, gnocchetta.”
Lo sai a cosa andavi incontro, con la Possessione. Questa è una cosa che devo imparare a fare.
“Oltre le soglie c’è uno schifo.”
Devo comunque imparare.
Mi risponde il silenzio. Seddogh è sempre laconico e grave, quando approfondisco l’argomento. Non è che vuole tenermi nascosto qualcosa, ma percepisco benissimo che non ne vuole parlare. Il risultato è lo stesso, perché so che mi occulta informazioni, ma le ragioni sono diverse dal volermi danneggiare, perciò decido di regalare anche a lui un po’ di tranquillità.
Mi infilo sotto le coperte, ripassando mentalmente quello che ho letto, un’abitudine di vecchia data, un’abitudine che, immagino, le mie coetanee considererebbero perversa. D’altra parte, se non penso allo studio, la mente mi vira implacabilmente sul mio cavaliere grigio, e sull’unica lettera che non ho ricevuto. Fa meno male pensare alle soglie.
Sono quasi addormentata, quando lo sento. Tutto diventa profondo, si amplia all’infinito verso l’alto, verso il basso, davanti e dietro di me, Mille Mondi nella mia stanza. I mobili e le suppellettili sono sempre al loro posto, ma tra me e loro, adesso, ci sono mille universi di spazio. Il velo è lacerato.
Si è aperta una Soglia.
Afferro la Fendidraghi prima ancora di calciare via la coperta. Non ho più dodici anni, non sono più una bambina in camicia da notte e treccine, che non capisce cosa stia succedendo. Stavolta sono preparata. Quando poso i piedi a terra, e sento il contatto freddo e viscido della nebbia, non ho bisogno di guardarmi attorno, per capire da dove sta spirando, lenta e sottile, dolcemente letale, per le cose che esistono.
Mi alzo in piedi, la spada davanti a me. Dentro di me, Seddogh si muove, inquieto.
La Soglia è in mezzo alla stanza. I bordi tremolano, palpitano, sono una ferita aperta nella realtà, e quel palpitare, in Soglie tanto piccole, generalmente ne provoca il collasso naturale, perché a forza di pulsare, finiscono per chiudersi su se stesse, facendo rientrare l’emergenza. Se nulla interviene ad allargare la ferita, le Soglie sono solo qualcosa da cui girare alla larga.
Questa Soglia non si chiuderà da sola. Qualcosa la tiene aperta. La nebbia che fluisce è il sangue dei Mille Mondi, che sgorga dalla ferita.
Lunghe zampe da artropode, con molte più articolazioni di quelle degli artropodi che conosco. Sono mobili come tentacoli, in parte puntellano, in parte avvinghiano il fragile tessuto della Soglia, per impedire che si richiuda, scavando nella realtà lo spazio sufficiente a mostrare la cosa su cui quegli arti convergono. Si innestano su un tronco, un torso, corazzato come un’armatura, che però luccica come la schiena di un insetto. Quando volge la testa verso di me, penso che somiglia a una mantide: triangolare, con occhi rotondi, color pece, di un tono più scuri del corpo.
Si allunga verso di me. Io indietreggio, e allineo la Fendidraghi per sferrare un affondo.
“Non provarci.”
Si ferma subito, almeno questo. Ha antenne sottili, che gira verso di me.
Vengo in pace.
Uno degli arti si sposta, e per reazione dalla Soglia sgorga altra nebbia. Mi accorgo che, su quella corazza di corpo, sono drappeggiati dei tagli di stoffa, che non coprono niente di quello che dovrebbero coprire su un corpo umano. D’altra parte, qualsiasi cosa debba coprire quell’affare, di sicuro non è dislocato dove mi copro io.
L’arto torna in vista. Tra piccoli artigli prensili, simili a mazzetti di matite, stringe una cosa lunga e sottile, con la punta rastremata, un lato tutto seghettato. Che sia un’arma è fuori questione, e anche se la foggia non ha niente a che fare con le spade locali, non ho dubbi che, piantata in un corpo, faccia il suo sporco dovere.
Dovrebbe allarmarmi, invece di colpo mi sento tranquilla.
La Fendidraghi si abbassa, quasi per propria volontà, e io mi lascio cadere seduta sul letto, con un sospiro, mentre la creatura aliena finisce di emergere dalla Soglia.
“Mi hai fatto prendere un colpo.”
Ti chiedo scusa. Non è stato facile stabilire il contatto.
“Lo immagino. Ma, giusto a titolo di informazione, in questo mondo entrare senza permesso in casa altrui è considerata un’aggressione fino a prova contraria.”
Dovrei avertela fornita, la prova contraria.
Fa ondeggiare la sua arma, e io annuisco. Una lama aliena, troppo lunga perché un essere umano possa maneggiarla agevolmente, e a guardare l’impugnatura, dubito potrei tenerla in pugno più di due minuti, prima di fare una smorfia. Le scanalature sono fatte per accogliere arti duri e sottili, non le mie mani molli e corte.
Nella luce della luna che entra dalla finestra, la lama scintilla come selce, come osso.
Io non so se negli altri Mille esistano i draghi, come su Engelia. Una volta, Lyott mi ha detto che noi siamo unici, e che tutte le armi dei Sorveglianti vengono forgiate qui, oppure le ossa di drago vengono mandate dai Morghater, ai Sorveglianti esterni. Mi sembra un po’ pretenzioso, ma, quale che sia la verità, la sostanza non cambia.
Questo non è un errore da correggere nella realtà. È un incontro tra Sorveglianti.
Ci sono state molte perturbazioni, ultimamente.
Nessun preliminare, niente convenevoli. D’altra parte, sarebbe ridicolo: cosa posso fare, offrirgli il tè coi pasticcini? Per quello che ne so, per lui è veleno mortale. E poi le Soglie, meno restano aperte, meglio è.
“Sì, anche da queste parti. Stiamo valutando un’Adunanza.”
Noi l’abbiamo avuta un ciclo di tempo fa.
Imperfezioni di traduzione: ‘ciclo di tempo’ può volere dire qualsiasi cosa, a seconda del calendario del suo mondo. Un’ora, un giorno, un mese lunare, un mese solare. Dieci anni. Mille, visto che non ho idea della longevità di questa creatura. O qualcosa che non ha equivalenti nelle nostre misurazioni. Inutile rompercisi la testa.
L’instabilità sta cercando il suo nuovo equilibrio, un centro che gli manca. Lo troverà, in un modo o nell’altro. Ma non sono qui per questo.
“Ti ascolto.”
Abbiamo avuto… un grosso problema.
Tutti i suoi arti si contraggono, a rischio di farsi collassare la Soglia addosso, come se si sentisse a disagio.
Alcuni Sorveglianti hanno tradito.
Mi raddrizzo sul letto. Sono quelle notizie che uno vorrebbe non sentire mai.
Come ti ho detto, l’instabilità sta cercando il suo nuovo centro, e alcuni… una frangia eretica, che spero a voi non capiti mai… hanno deciso di volerlo essere loro, questo centro. Hanno rubato armi e conoscenze, per viaggiare tra i mondi.
Dove ci sono perturbazioni ci sono debolezze, e dove ci sono debolezze, è solo questione di tempo, prima che qualcuno cerchi di approfittarsene.
“Brutto affare.”
Abbiamo preso e giustiziato la maggior parte di loro, ma alcuni sono riusciti a sfuggire. Hanno aperto delle Soglie.
Stringo l’impugnatura della Fendidraghi.
Molto probabilmente sono venuti qui, nel tuo mondo. Devi stare all’erta. Sono preparati e aggressivi.
Una nuova contrazione degli arti, ma stavolta gli artigli in punta si tendono, ricordandomi un gatto che si accinge a sferrare la zampata.
Hanno preso degli ostaggi, per impedirci di inseguirli. Tre, uno per ognuno di loro. Hanno varcato le Soglie e li uccideranno, se proveremo a intervenire. Siamo deboli, lo so.
“Non essere…”
Se ti è possibile, ti prego di rimandarli a noi.
Oh, bene. Giusto perché se no le cose erano troppo facili.
“Dammi tutte le informazioni che puoi.”
La testa da mantide si sposta qua e là. L’aria del tuo mondo va bene per noi. Se troveranno l’acqua, potranno resistere a tempo indeterminato.
“Cosa mangiate?”
Carne.
E ti pareva.
Non si fermeranno davanti a niente. Non devi farlo neanche tu.
L’idea di uccidere dei mostri traditori è l’ultima delle mie preoccupazioni. Distinguerli dai loro ostaggi potrebbe essere molto più problematico, e il mio nuovo amico, in questo, non è in grado di aiutarmi. Lui saprebbe riconoscere a colpo d’occhio un individuo da un altro. Io vedo soltanto un mostro chitinoso e inespressivo.
Ti imploro di aiutarci. Gli ostaggi sono solo dei bambini.
No, tranquillo, non mi fai sentire sotto pressione, così. Mi sforzo di pensare che, almeno, la differenza di taglia dovrebbe aiutarmi a riconoscerli, rispetto ai loro rapitori.
“Farò tutto ciò che è in mio potere per salvarli. Te lo giuro, da Sorvegliante a Sorvegliante.”
Ti ringrazio.
Comincia a ritirarsi dentro la Soglia, considerando concluso il colloquio. Se riuscirò nell’impresa che mi ha rifilato, non avrò difficoltà a ricontattarlo io, aprendo un passaggio. In caso contrario, non ci rivedremo mai più.
Il potere che mi ha chiamato qui, da Mille Soglie, è l’unica speranza che ci rimane, per rivedere gli ostaggi… e mio figlio.
Sussulto, mentre il Sorvegliante di un altro mondo finisce di ritirarsi. La Soglia collassa, restituendo alla realtà del mio mondo la sua coesione.
Sarà una notte molto lunga, questa.

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