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Capitolo 8

La statua della dea Ney, al crocevia dei Vicoli delle Mura, non è né la più grande né la più famosa delle opere di stampo religioso che riempiono la città, un po’ dappertutto. Tern è nata come un paese di pastori, ma nei secoli è cresciuta, e dopo la guerra dei Mille Mondi, la sua importanza è pari quasi a quella di Geenas, la metropoli commerciale che sorge sull’omonimo lago, in mezzo al Dama. Ci sono genti da tutti gli angoli del mondo, mille culture, tantissimi credo differenti. Purché la divinità patrona della città, la dea Tern per l’appunto, sia debitamente rispettata e onorata, e parimenti vengano trattate le leggi locali, chiunque può professare il proprio culto, in pubblico e in privato. Non c’è strada o piazza che non esibisca le decorazioni, talvolta esotiche o sconcertanti, più spesso familiari e note, degli dei venerati dai residenti.
La statua della dea Ney è ad altezza naturale, finemente cesellata e dipinta, anche se il colore è sbiadito dal sole e dalle intemperie. Ci sono sempre dei pani e delle piccole offerte ai suoi piedi, e le braccia allargate in un gesto benedicente devono essere periodicamente ripulite dai nastri e i drappi propiziatori, le preghiere dei più devoti. Non ci sono fiori, però: la benevolenza della dea della misericordia va ottenuta con offerte concrete, come pane, sacchetti di farina, vecchi indumenti, tutti ben ripiegati ai suoi piedi, a disposizione dei bisognosi. Mentre mi avvicino, vedo per l’appunto un mendicante, zoppo e stracciato, che si accosta alla statua, e dopo una breve preghiera di ringraziamento, apre un involto, tirandone fuori una pagnotta. Lascia lì il fazzoletto, perché la dea si sdegnerebbe, se il bisognoso diventasse un ladro, e quando arrivo io, è già sparito tra la folla.
Quando hai bisogno di incontrarmi, lascia un’offerta alla dea, ha detto il mio referente, e stringo in mano i sassolini che ho raccolto per strada, perché si ‘impregnino’ della mia identità. Ho anche portato una scatola di biscotti (fatti da me, chiaro: se la gastronomia è una passione, la pasticceria è qualcosa che adoro troppo per non dedicarmici, al minimo pretesto), perché credo che la misericordiosa Ney mi veda già abbastanza di malocchio, senza farle anche l’offesa di lasciarle un’offerta di soli sassi. Metto i biscotti ai suoi piedi, le chiedo umilmente di non odiarmi troppo per la mancata promessa di tornare a frequentare il tempio, e mi infilo discretamente nello spazio alle sue spalle.
Avvolgo i sassolini in un fazzoletto e li poggio dietro i suoi talloni, accanto a un altro involtino analogo. Come mi aveva detto Haldan, non sono l’unica a contattarlo in questo modo. Ho voglia di incontrare quel simpaticone come ne ho di piantarmi la Fendidraghi in un piede, ma preferisco non tenere per me il sospetto che Ianmeyr mi ha instillato dentro. Ormai ne ho passate abbastanza, per sapere che ciò che può sembrare irrilevante, può invece rivelarsi vitale.
Non confesso nemmeno a me stessa che vorrei chiedergli se ha scoperto chi è il misterioso cavaliere grigio.
Sulla strada del ritorno, mi faccio attirare dai colori del mercato, e compro un bel po’ di verdure, della panna fresca, un taglio di manzo che dice ‘cucinami, padrona’, e mezzo pollo, per pasticciarci un po’ con delle spezie che mi sono rimaste dal mio ultimo attacco di psicosi culinaria. Sento che Seddogh, dentro di me, fiuta con enorme interesse, e per reazione, mi brontola la pancia. Ho mangiato regolarmente, a pranzo, ma adesso non mangio più solo per me.
È strano, il concetto di Possessione. Lo chiamiamo così perché, insomma, avere un demone che condivide il tuo corpo e il tuo spirito, che parla nella tua testa e volentieri te la riduce a un campo di battaglia di emicrania, si è sempre chiamato così, ma quello che instaura un Sorvegliante è diverso. Rimaniamo padroni di noi, e il demone non può liberarsi senza il nostro consenso. Pensavo che questo sarebbe stato un enorme problema, ma Seddogh non dà alcun segno di volere uscire dal rifugio caldo e morbido che lo avvolge, nel quale se ne sta acciambellato, come un gatto su un cuscino. Dorme, si rigira, assorbe nutrimento da me, non tanto da indebolirmi, se mangio a sufficienza. Mi sembra quasi di essere incinta.
“Col cazzo. Sto nel tuo midollo spinale, non là sotto. La vista dall’interno delle tue scopate me la risparmio volentieri.”
Lo escludo dalla mia mente – sto diventando brava a farlo – e salgo nella mia mansarda, con il tetto inclinato, il lucernario sopra il letto, la parete adiacente coperta di mensole piene di libri, il lettone pieno di cuscini. C’è un camino, una cucina a gas di quelle nuove, una lampada a cherosene sul comodino. Un quadro del Maestro, cioè, una riproduzione di un quadro del Maestro, è ancora appoggiato per terra, ma ho quasi deciso che il punto perfetto per appenderlo è a destra del letto, non a sinistra.
Ho tutto.
La bombola è ancora piena per metà, benissimo. Posso mettermi all’opera, ho proprio voglia di riempire la casa di profumi culinari, prima di buttarmi sul letto a leggere fino ad addormentarmi. Ho voglia di normalità, cose normali, cose che puoi prevedere, come il colore degli ingredienti, che cambiano mentre cuociono, e la consistenza dei cubetti di verdura, quando li prendo per buttarli in pentola. Sto versando la panna sopra il manzo fatto a straccetti, quando un becchettare sul lucernario mi fa alzare gli occhi. Guardo il piccione, il piccione guarda me.
“Questo viene bene allo spiedo.”
Apro la finestra e il pennuto mi cala su una spalla, domestico e docile. Alla zampetta porta legato un foglio, arrotolato strettissimamente.
“Bravo, piccolino.” Lo lascio sul tavolo davanti a un piattino di zuppa di ieri, cereali e verdura, e leggo la grafia precisa di Haldan.

“Possiamo incontrarci dopo il tramonto, alla settima ora, presso le rovine della fattoria di Eberan. Dato che salterò la cena, spero che sia importante. Puntuale, cortesemente.

H. “

Rivoglio Lyott. Mi rimane solo la speranza che, essendo un mago, venga prima o poi trasferito, e il mio referente cambi. Dubito che possa capitarmi di peggio.
Passo il resto del tempo a cucinare e saziarmi di assaggi – Seddogh approva e pretende porzione doppia di pollo speziato – mentre rifletto su come raggiungere le rovine di Eberan senza attirare l’attenzione di nessuno. D’accordo che parliamo di un ammasso di muri crollati in mezzo alla boscaglia della collina, ma si tratta di questioni delicate, che riguardano la parte pericolosa della mia vita. Credo che Haldan mi ammazzerebbe, se tradissi il fatto che ci conosciamo.
Degusto lo stufato, aggiusto di sale, e pondero. Sì d’accordo, vado sempre a zonzo di notte, da sola, e nessuno mi ha mai sgamata. Il problema è che stavolta vado a incontrare, detta crudamente, un uomo giovane, non completamente brutto, celibe, e con una certa fama di cambiare fidanzata ogni nuovo tramonto. Mica posso accopparlo, perché nessuno ci veda insieme.
“Perché no?”
Sospiro, rammaricata.
Finisco di cucinare/cenare, e a quel punto il problema diventa la soluzione. Una soluzione che, oltretutto, renderà Haldan abbastanza malleabile, nel caso la ragione di questo incontro non venga da lui valutata sufficientemente importante da valere il disturbo.
Cosa c’è di meglio che uscire con un’amica, per di più l’amica che sembra piacere alla persona che detesti?
Il piccione, che è docile e carino, sicuramente non allevato da Haldan, si lascia prendere e mettere in davanzale. Seddogh sembra allarmato, quando mi allontano dal cibo tutto bello preparato, ancora fumante, che emana profumino di zenzero, noce moscata, funghi prataioli, e molto altro.
“Ma tutta questa roba la lasci qui?”
“Certo che no. Al mio ritorno, quando si sarà freddata, la metterò sul muretto, per i poveri che verranno a prendersela.”
La sua risposta è talmente volgare che preferisco non riferirla. Mi costringe a mangiare almeno un po’ di manzo, poi agguanto la Fendidraghi, e lui si rimette prudentemente a cuccia.
Non gliene porto neanche una briciola, ad Haldan. Non se la merita.
È un pacchetto piccolino, quello che mi infilo sotto il braccio, quando esco di casa, per andare da Maya a chiederle di accompagnarmi. Giusto un assaggio di stufato e un paio di cosce di pollo.
Sono troppo buona, io.

Le rovine di Eberan sono abbastanza famose da queste parti, per nessun motivo particolare. È semplicemente uno di quei posti che tutti conoscono, anche se nessuno lo ritiene degno di interesse, un po’ come un mucchio di macigni in fondo a una montagna. Ai tempi doveva essere una grande tenuta, perché i muri rimasti si estendono per un bel po’, fino a sparire nella boscaglia. Adesso, chiaramente, è soltanto uno scheletro di qualcosa di cui nessuno neanche si ricorda più.
Quando il buio diventa troppo opprimente, accendo la lampada, una cosa che non mi piace fare, perché annuncia la mia presenza a lance e lance di distanza; ma Maya, accanto a me, è un po’ tremebonda, anche se rimane zitta e non si lamenta. Non è fatta per la vita dei Sorveglianti, non lo sarebbe nemmeno se avesse il nostro potere, quella sensibilità alle Soglie che, prima o poi, ci porta dove la realtà diventa qualcosa di diverso. A lei piacciono la tranquillità di casa, le piante che crescono, la musica, e pensa che tutti dovrebbero avere la possibilità di trovare la propria strada per essere felici. Accetta senza una parola di protesta la decisione di Mykler, che è quella di occultare il patrimonio in oro raccolto ai tempi della sua Sorveglianza, per tenere un basso profilo. Quando si sarà diplomata, vuole andare a studiare botanica, a Pickal, e allora i quattrini le serviranno. Fino ad allora, vivendo con suo padre, è meglio se non attira l’attenzione.
Sia chiaro, occorre più cervello per non sembrare strana che per sembrarlo. Maya deve stare attenta a diecimila particolari di cui io neanche mi accorgo, anzi è lei a farmi notare questo e quello, non posso avere un’uniforme scolastica di ricambio ogni volta che mi si strappa una manica, non devo prendere la diligenza per spostarmi perché una borsista quei soldi non li ha, non posso rispondere alle interrogazioni sviscerando questioni di dibattito universitario, se la domanda è ‘i gigli vanno accostati con le nebbioline o con le rose variegate?’.
Maya sa gestire tutto questo per sé e per me. Mi ha tolta da parecchie situazioni imbarazzanti. Non so come farei, senza di lei.
Stanotte eviterà che io venga ammazzata da Haldan. O lui da me. O, più probabile, entrambe le cose.
Va bene, lo ammetto: ho portato qui Maya perché, quando a scuola abbiamo parlato del ballo, prima del disastro della mia defezione, è diventata tutta rossa nel raccontarmi di come il cavaliere vestito di nero fosse tornato da lei, si fosse tolto la maschera, e le avesse preso una mano, chiedendo di aiutarlo. Ci sono stati tanti bigliettini per lei, recapitati cortesemente a scuola e altrettanto cortesemente smistati (previa censura), ma non mi risulta abbia risposto a nessuno.
Invece, adesso è qui, a tremare cercando di mostrarsi coraggiosa, con il mio pacchetto di cibarie sottobraccio, guardandosi intorno con un nervosismo che non c’entra niente con il buio e l’isolamento del posto.
Mi chiedo se sia un bene o un male, quello che le sta succedendo. Non sono affari miei, ovvio, ma…
“Alza la fiamma. Così sei ancora poco visibile, da lontano.”
La voce irritata mi risuona proprio alle spalle, e mi volto di scatto, una mano sulla Fendidraghi. Non ce ne sarebbe bisogno, perché l’ho riconosciuto subito, ma vorrei almeno che si innervosisse.
Niente. Non batte una palpebra. Sta lì, avvolto nella sua tunica da mago color argento, i capelli brizzolati che gli sfiorano le spalle, molto più alto di me, molto più in alto di me. Lui è in contatto con i Morghater. Io conto meno di zero.
Lascio l’impugnatura, prima di sembrare cretina. Dietro di me, Maya si fa piccola piccola.
“Buona sera a te. Non mi risulta siamo qui per commettere un delitto, possono anche vederci, per quello che mi importa.”
Bugia. Ma contraddirlo mi viene spontaneo. Lo sento, in me, come un obbligo morale.
Lui fa una smorfia. “Entriamo, ripariamoci dietro il muro.”
Il muro di cui parla è ciò che è rimasto dell’ingresso, un arco acuto, tutto rivestito di edera; dall’altra parte, un prato ha sostituito il pavimento di un tempo, e grosse colonne sostengono pezzi di tetto, che non nascondono niente della volta stellata. Un tempo, tanto tempo fa, questa era la parte padronale della fattoria. Dai muri crollati si distinguono ancore quelle che, un tempo, erano le porte che conducevano agli ambienti interni, le stanze private e quelle della servitù.
Haldan si dirige dall’altra parte del ‘salone’, senza esitare. Non si volta neanche, non ha bisogno del lume che tengo alto, per vedere la strada. Lo seguiamo, sembra essere diretto da qualche parte in particolare. Scavalchiamo calcinacci e radici d’albero che hanno divelto pezzi dei marmi del pavimento, lungo tracciati che un tempo erano corridoi e stanze, fino ad avere la sorpresa.
In fondo alle rovine, dove i muri si confondono con i rami e i cespugli, la mia lampada illumina una porta di legno massiccio, nuova e lucida, ben salda sui cardini. La serratura scintilla, riflettendo la fiammella.
“Il tuo rifugio segreto?”
“No – infila la chiave e spinge la porta – il tuo rifugio segreto. Entra.”
La sua maleducazione non arriva al punto di passarmi avanti, o forse vuole solo vedere se ho il coraggio di infilarmi da sola in un ambiente sconosciuto. Con la coda dell’occhio, lo osservo avere un moto di stupore, nell’accorgersi di Maya. È così piccola e discreta che non la si nota, e lei, dal canto suo, gli scivola accanto senza dare segno di averlo visto.
“Da queste parti scopare è una cosa complicata, eh?”
Alzo la lanterna. Sono in un ambiente abbastanza grande, abitabilissimo, con il pavimento di terra così battuta che non fa nemmeno polvere, muri di solidi sassi, un tetto di travi massicce, così nuove che sento ancora l’odore di resina. Non ci sono finestre, nemmeno il camino. Deve essere buio pesto anche di giorno.
Haldan chiude la porta, dietro di me. “Tieni – dice, porgendomi le chiavi – non ho nessuna intenzione di farti da usciere, ogni volta che avrai bisogno di venire qui.”
Vorrei rispondergli male, ma sono troppo impegnata a guardarmi attorno, per fare altro che prendere le chiavi e intascarle.
Una delle pareti è completamente coperta da una libreria, e lì accanto c’è un grosso tavolo, con un paio di sedie. Le pareti restanti sono piene di rastrelliere. Alle rastrelliere sono appese armi.
Non ne ho mai viste così tante, nemmeno in sogno. Armi di ogni tipo: spade lunghe, daghe, moschetti e stocchi, spade bastarde e spadoni a due mani, asce, mazze ferrate, archi da incordare con accanto le faretre piene, coltelli per qualsiasi uso, placche di armature, elmi, pettorali, schinieri, e poi ancora armi, lame a forma di mezzaluna e tagli dritti, fili sottilissimi e bestioni che non spaccheresti nemmeno su un’incudine, affilature micidiali, spade spuntate che fanno del peso la loro caratteristica letale. Più in là, oltre la luce della lanterna, l’esposizione continua, e riconosco a stento quelle che si presentano come armi da fuoco. Non ho familiarità con quella roba. Nessuno mi ha insegnato a usare palle e polvere. Distinguo pistole e fucili, con il calcio intarsiato il grilletto sollevato del cane, ma non saprei nemmeno da che parte caricarli.
Tutto quello che vedo scintilla grigio, come selce, o corno. È un’esposizione di armi di drago. Sono tutti strumenti adatti a combattere i liminari.
Mi trovo in un arsenale per Sorveglianti.
Abbasso la lanterna, lentamente. Senza bisogno di avvicinarmi per un esame più approfondito, potrei giurare che i pallettoni delle armi da fuoco sono osso di drago, come le punte di frecce, come qualsiasi cosa sia stato pensato per conficcarsi nel corpo di un mostro.
Poggio la mano sulla Fendidraghi.. “E io che pensavo di essere in possesso di una rarità.”
“Tutti posseggono una spada – dice Haldan – all’inizio, serve una lama, per… vedere se si è capaci.”
Non faccio commenti. Una spada in mano a una bambina di dodici anni, senza nessuna conoscenza di scherma, più che una prova, mi sembra una condanna.
“Posso prendere quello che mi serve?”
“È tutta roba tua.”
“Non di Lyott?”
“È tutta roba del Sorvegliante che ne ha bisogno.” specifica lui. Quantomeno, ha il buon gusto di non farmi presente di riportare gli oggetti dopo l’uso. “Troverai molto interessante la biblioteca. La prassi è che, dopo una missione, il Sorvegliante rediga una relazione dell’accaduto, per archiviarla in modo che la sua esperienza possa essere d’aiuto agli altri.”
Di nuovo, finora nessuno me ne aveva parlato. Evidentemente, le esperienze di un Sorvegliante alle prime armi non sono qualcosa di cui valga la pena prendere nota.
“Dopo la stesura, puoi inviare la tua relazione attraverso questo.”
Mi mostra un tubo di vetro con un coperchio, che sparisce nel pavimento. Posta pneumatica. In città ce l’hanno pochissimi, solo la banca centrale, il palazzo di giustizia e, scopro adesso, la torre del mago di corte. Non ho bisogno di chiedere, per sapere che tocca ad Haldan smistare quel tipo di corrispondenza.
Non so se sentirmi arrabbiata o lusingata. Sono quasi cinque anni che faccio questa vita, i primi tre seguendo Lyott come scudiera, d’accordo, ma sempre da perfetta ignorante. Le poche domande che ho fatto non hanno mai avuto risposta, al di là di “tutto a suo tempo, Lwen.”
Il tempo adesso è arrivato. È un po’ come ricevere una promozione, questo lo capisco, solo che…
“Perdonatemi, ma non pensate che per Lwen sarebbe stato molto utile, poter disporre di questo fin dall’inizio?”
Ci voltiamo tutti e due verso Maya. Lei sembra farsi ancora più piccina, con l’attenzione generale piantata addosso, ma non abbassa gli occhi, e parla guardando Haldan in faccia:
“Ha rischiato molte volte la vita. Tutte queste armi avrebbero potuto evitarglielo.”
Haldan stringe le labbra ma, noto, per prendere tempo, non per impedirsi di dare una risposta tagliente. La sua voce, quando parla, è stranamente mite:
“La regola dell’ordine non permette di iniziare gli scudieri a tali segreti, prima che abbiano dimostrato di potere svolgere il loro compito al meglio. Sono in molti a lasciare.”
“O a morire – risponde Maya – vite che potrebbero salvarsi, se potessero scegliere…”
Non è capace di discutere più di tanto, così fa un movimento della mano, che comprende la biblioteca e l’arsenale. Haldan sembra a disagio.
“Non le faccio io le regole, madamigella. Chi entra in quest’ordine sa quali sono i pericoli. Mi rincresce, ma meglio uno scudiero morto, che un Sorvegliante inaffidabile.”
Prima che Haldan debba dire quello che sappiamo entrambi, e che lo farebbe odiare da Maya – il segreto del nostro ordine viene prima della nostra vita – decido di intervenire.
“Quindi sono stata promossa. Giusto?”
“Puoi senz’altro leggerla così.” mi risponde, neutro e molto meno cortese di quanto lo sia stato con la mia amica. “Troverai molte indicazioni, che uno scudiero non ha alcun bisogno di conoscere. Adesso che ho fatto quello che dovevo, per quale ragione hai chiesto questo incontro?”
Mentre venivamo qui, mi sono preparata un discorsetto, che faccia apparire i miei sospetti su Ianmeyr un po’ più importanti di quanto sembrino a me. “Immagino ti ricordi cosa mi hai detto, la sera del ballo.”
“Tante cose. Ricordo più nettamente quello che è successo dopo, in verità.” Mi osserva curiosamente. “Sembri stare bene. Avevo capito si trattasse di un arryxis adulto, e molto grosso.”
“Uno dei più grossi che abbia mai visto, ma non era questo che…”
Mi interrompo, perché il sorrisetto di Haldan è pura derisione. “Ho visto il demone di Lyott – dice – è soltanto un cagnolino domestico. Utile, non discuto, perché con quegli artigli può cavare un occhio come niente, ma cerca di non esagerare. Se ti dà dei problemi, posso preparare qualche pozione per tenerlo buono.”
“Oh ‘sto stronzo,” commenta Seddogh, nell’istante in cui penso la stessa cosa.
“Quello di Lyott è ancora giovane, il mio è adulto – sto dando voce all’irritazione di entrambi – sono stata male una settimana, dopo quella Possessione.”
Mi guarda dall’alto in basso. “Sei piccola e leggera, è naturale.”
“Il coglione lo sa, che conta la forza spirituale? Hai un cervello di granito, usalo per spaccargli i denti.” Mi incita Seddogh.
Mai sperare di essere riportata alla ragione dalla voce di un demone nella tua mente.
“Lo hai mai visto un arryxis, in vita tua?” Gli ringhio. “O te ne stai sempre seduto spaparanzato, a redigere rapporti e fare tintinnare le chiavi che non hai consegnato, perché chi doveva averle è morto prima del tempo?”
Maya è d’accordo con me, lo so, ma non può schierarsi dalla mia parte. Non davanti all’unico, tra i suoi cavalieri, che ha voluto rivedere.
“Lwen, non è il caso di litigare su questo. Eri venuta qui per…”
“Un momento, madamigella. La vostra amica deve ancora leggere i libri che le ho messo a disposizione, e non sa che esistono vari tipi di Sorveglianti. C’è chi fa l’eroe in battaglia, e chi la battaglia la combatte per permettere agli eroi di parlare.”
Mi guarda con durezza. O gli ho toccato un nervo scoperto, o sono stata oggettivamente stronza, a fargli pesare il fatto di non possedere la mia sensibilità alle alterazioni dell’universo.
“Vuoi fare finta di esserti fatta possedere dal mostro più grande e temibile mai esistito? Accomodati, non mi interessa. Tu rischi la vita, ma pensi che sia diverso per me? Sai cosa mi succederebbe, se il re, il mago mio maestro, o quel ficcanaso di Ianmeyr, scoprissero che la mia fedeltà va ai Morghater, anziché alla corona di Tern?”
Alto tradimento. Un mago assegnato a una corte deve servire il re che ne ha richiesto i servigi, fino alla morte, ma Haldan serve un padrone più grande, il più grande di tutti. Questo è nobile da parte sua, non discuto, ma nessun tribunale gli concederebbe la minima attenuante.
Lui è un servo della famiglia imperiale di Morghater, non di quella di Tern. Che agisca così nell’interesse del regno è irrilevante perché, se l’interesse del regno divergesse da quello dell’ordine dei Sorveglianti, Haldan tradirebbe.
E anch’io. Nessuno di noi sarà mai riconosciuto e ringraziato per quello che fa. Non voglio tradire il mio re, ma so che, se sarà necessario, dovrò sceglierlo, perché Mille Mondi sono troppi, per anteporre a essi la mia etica. Non è che sono costretta: posso sempre restituire la Fendidraghi, in qualunque momento.
E non lo farò mai.
È Maya a impedirci di litigare, la cosa peggiore che potremmo fare, visto che siamo alleati e che dovremmo contare l’uno sull’altra come l’indice conta sul pollice.
“Smettetela, ma cosa dite? Nessuno di voi è un traditore, e se il re sapesse cosa fate, vi ringrazierebbe. I Morghater si trovano all’ingresso di Mille Soglie, non c’è altro motivo, se prendete ordini da loro! Come potete pensare di essere meno che eroi, entrambi?”
“Non è così semplice, madamigella.” risponde Haldan, in tono rigido.
“Lo è – ribatte Maya, sì, lei ribatte, e lui sta zitto – è così semplice che non riuscite a sopportarlo. Voi conservate il segreto perché solo l’ignoranza di quanto sia labile il velo della nostra realtà permette alla gente di Tern di dormire sonni tranquilli. Appena fuori da questa soglia, c’è un universo intero popolato di demoni, e tra loro e noi, ci siete soltanto voi.”
Un breve silenzio.
“Siete voi i veri protettori del reame, più del re e della regina. Smettete di litigare. Per piacere. È irreale, sentire che cercate di sminuirvi, perché la vostra stessa nobiltà d’animo vi pesa troppo.”
Questo ci mette in imbarazzo, e io faccio finta di interessarmi a una pistola a pallettoni, mentre Haldan tossisce per ritrovare il filo del discorso.
“Allora, cosa eri venuta a dirmi? Spero non solo a parlare di misure. Il demone ti crea problemi?”
“Uh…” Non male, come appiglio. Se penserà che i miei sospetti su Ianmeyr sono troppo poco, mi giocherò questa carta.
“Cagasotto,” è il pregnante commento di Seddogh.
“Potrei avere bisogno di qualche consiglio, sì, ma prima di dimenticarmi, oggi è venuto Ianmeyr a scuola. Ha detto delle cose molto strane.”
Gli racconto dell’interrogazione, e Haldan mi ascolta con una serietà che mi fa pensare che no, non è una fesseria.
“Quel ficcanaso – dice alla fine – non bastava che ci fossero tutte queste perturbazioni nei Mille Mondi. Ultimamente sta diventando davvero assillante.”
“Ma come può sospettare qualcosa? Insomma, non è un fanatico religioso di quelli che si rapano a zero e salgono su una cassetta della frutta a declamare l’epica dei tempi andati…”
Haldan lancia un’occhiata a Maya. “Credo che lei lo sappia meglio di me.”
“Prego?”
“Suo padre, se non lei. È cominciato tutto la notte che il nobile Mykler ha perso la gamba.”
Guardo Maya. Lei arrossisce, ma scuote la testa, chiaramente non sa dove Haldan voglia andare a parare.
“Non vi ha mai raccontato di quella notte, madamigella?”
Gli occhi di Maya si fanno tristi, e per reazione quelli di Haldan si contraggono, come se avesse ricevuto un pugno in pancia. Non vuole dispiacerle, ma che carino.
“Mio padre non parla mai con me di queste cose, anche se non me le tiene certo nascoste. Io non ho alcuna abilità, come Sorvegliante. Non vale la pena istruirmi.”
Prima che Haldan possa protestare, una di quelle proteste dove si elencano pregi, virtù, fascino, e tra parentesi Lwen, vatti a fare un giretto così posso rimanere da solo con lei, Maya alza una mano.
“Non vuole che io entri nell’ordine dei Sorveglianti. Dice che è troppo pericoloso, e che finita la scuola potrò decidere se andarmene a studiare a Pickal, o da qualsiasi altra parte. Ma non farò parte di quello che siete voi.”
Vedo che Haldan è a disagio, così striscio i piedi per terra, in modo da togliere l’attenzione dei piccioncini dal loro ‘consolami/certo che ti consolo’.
“Insomma, qualcuno può spiegarmi?”
Seccato per il fatto che mi permetto di esistere in un momento in cui sarebbe carino da parte mia smettere di farlo, Haldan mi risponde con malagrazia: “Mykler intervenne nella tenuta di Ianmeyr, affrontando da solo tre arryxis adulti. Molto, molto grossi.”
Calca l’accento sul sarcasmo dell’ultimo inciso.
“Ma vaffanculo.” Pensiero all’unisono.
“Distrusse la minaccia e richiuse la soglia, al prezzo che conosciamo. Ma, nella battaglia, rimasero coinvolti degli estranei, molti… ci furono parecchi morti. Cavalieri e protettori di Ianmeyr. Mykler riuscì a non farsi riconoscere, ma è assai probabile che qualcuno abbia visto qualcosa.”
Scrolla le spalle.
“È così che sono morti il padre e la madre dell’attuale signore di Ianmeyr. Non è chiaro se lui fosse presente, ma se lo fosse stato, si spiegherebbe il suo interesse per queste storie. Non ha mai fatto dichiarazioni pubbliche compromettenti.”
E di certo non ne ha fatte a te personalmente. Ci penso su un attimo.
“Ma, se è così, non potrebbe essere più conveniente raccontargli tutto? Sarebbe un supporto non da poco…”
“E se le sue intenzioni fossero meno amichevoli di quanto vorremmo? Se non sospettasse davvero, ma fosse solo un nostro timore? Lui è il fratello della regina. È un rischio troppo grande.”
Sto zitta, anche se vorrei ribattere. Ma capisco che, in queste cose, decide Haldan, non io.
E lui decide di tornare nei ranghi: “Allora, di cosa avevi bisogno?”
Evidentemente sì, i miei sospetti su Ianmeyr erano troppo poco, alla fine. Cerco di tergiversare:
“Giusto per curiosità, se non ti avessi contattato io, quando mi avresti mostrato tutto questo?”
“Non appena fossi stata di nuovo bene. Una Possessione non è uno scherzo.” Forse cerca di mascherare l’ironia, ma non ci riesce. Secondo me non ci prova proprio. “Immagino che, quando succede, il mostro sembri molto più grande di quanto è in realtà.”
“Avete fame, nobile Haldan?”
Maya mi conosce troppo bene per non sapere che la mia prossima frase sarà quella che mi sta suggerendo Seddogh. Posa il pacchetto di cibarie sul tavolo e lo invita a sedersi.
“Vi prego, non fate complimenti.”
Non li fa. Ringrazia a profusione, con una gentilezza che di certo non avrebbe, se sapesse che sono stata io a portare da mangiare. Ne approfitto per allontanarmi a esaminare la parte più letale di tutto quell’arsenale da Sorveglianti.
“Posso portarmeli via?”
“Basta che poi li riporti.” risponde Haldan distrattamente, perché la priorità al momento è fare i complimenti a Maya per la sua abilità culinaria. Lei mi guarda imbarazzata, ma io scrollo le spalle. Anche lei è brava a cucinare. È solo un caso che io avessi già la cena pronta. La prossima, non ho nessun dubbio, gliela preparerà con le sue dolci manine, e lui andrà in sollucchero.
Prelevo un grosso libro, con il titolo in antico empiriano. Non è di quelli nuovi, economici, stampati con le rotative: qui siamo ancora agli amanuensi che ricopiano fedelmente, alle pagine smangiate dalle tarme, all’inchiostro impastato col pennello, nel vasetti di terracotta. Nessuno stamperà mai questo libro. Poco meno che nessuno può leggerlo.
Dentro di me, Seddogh ha un fremito, che non capisco se essere di piacere o di paura.
“Tutte e due.”
Apro la copertina e guardo il frontespizio. “Lacerare il velo” è l’aulica metafora per qualcosa che immagino di avere sempre saputo sia possibile fare, solo che non avevo mai pensato di poterlo fare io. Ho chiuso molte Soglie, ho visto Lyott farlo, ma non mi ha mai mostrato il processo inverso. Non è roba per i novellini.
Mi domando se sono in grado di provare a gestire un potere simile.
Mi chiedo cosa ne sarà di me, una volta che sarò diventata non solo il Sorvegliante che ricuce gli strappi, ma anche quello che, a proprio arbitrio e al di sopra di ogni giudizio, può decidere di aprirli.
“Non c’è ritorno, gnocchetta. Se vuoi un ritorno, metti giù quel tomo e prendi una pistola. Più sicuro.”
Torno da Haldan, con il libro sottobraccio.
“Comunque, tanto perché tu lo sappia, si chiama Seddogh. E si sta scocciando a morte, per le tue insinuazioni sulla sua taglia.”
Lui alza la testa dallo stufato, con l’aria di chi viene interrotto nell’estasi dal rutto di qualche cafone lì accanto.
Infierisco: “In questo i maschi di tutte le specie sono uguali, sembra. Odia essere sottostimato.”
“Lwen!” Esclama Maya, scandalizzata, ma Haldan si limita a guardare il libro che ho scelto.
“Guarda un po’ – commenta – è sempre la prima cosa che volete sapere, voialtri avanguardie d’assalto. Mi sarei stupito, se non lo avessi preso.”
“Le soglie sono il nostro compito. Sapere come aprirle è utile quanto sapere come chiuderle.”
“Ne convengo.” Si forbisce le labbra con l’angolo del tovagliolo, sì perché sono così babbea da avergli portato anche piatto e posate. “Ma di’ al tuo nuovo amico che farebbe bene a non sovrastimarsi. In questo mondo, l’ospite è lui.”
“Glielo ficco su per il culo, l’ospite. Fammi uscire, cazzo.”
“Dice che vuole vederti per fare amicizia.”
Ammetto che questa non voglio perdermela. Haldan inarca un sopracciglio.
“Ti fidi fino a questo punto?”
Sì, mi fido fino a questo punto. So benissimo che Seddogh non mi tradirà. Ha troppo da perdere, e poi è dentro di me. Come lui vede in me, io vedo in lui. Anche se cerca di non farmelo capire, vuole la mia protezione, ne ha bisogno.
“Siamo nell’arsenale dei Sorveglianti. E scommetto che hai messo una barriera intorno a questo edificio, vero? Dalla collina si vedono soltanto rovine.”
Con un sospiro da ‘chiudiamo questa stupidaggine’, Haldan sposta la sedia e si alza. Naturalmente, non si dimentica di essere gentile con Maya.
“Vi ringrazio, damigella. Mi avete ristorato.”
Maya arrossisce ancora, ma mi guarda preoccupata. Lei, quando le dico che Seddogh è un cavallo da tiro con zanne, artigli e propensione all’omicidio sadico, mi crede.
Forse per confondermi, Haldan mi mette sotto il naso quattro buste chiuse, sigillate con quattro emblemi diversi.
“A proposito, ho queste per te.”
Le prendo, perplessa.
“I tuoi cavalieri del ballo. Come mago di corte, ero riconoscibile per chi frequenta la reggia, e mi hanno chiesto di fare da latore, dopo essersi accertati che non mi sono messo in fila anch’io.”
Il cavaliere grigio. Il cavaliere grigio. Il cavaliere grigio. Scorro in fretta le intestazioni, ma naturalmente non c’è modo di capirlo, senza leggere le missive. Ho ballato con sei cavalieri quella sera, ed escludendo Haldan, quattro di loro vogliono rivedermi. Sarebbe una scalogna epica se proprio l’unico che mi piacerebbe conoscere avesse alla fine deciso che non valeva la pena.
Non posso farmi prendere dall’ansia, con gli occhi sarcastici di Haldan addosso. Cosa ci troverà Maya, lo sa solo lei. Mi ficco le buste nella tasca interna della giacca.
“Molte grazie. Sei pronto a fare conoscenza con il mio amico? Lui ci tiene.”
“Fa’ pure.”
Faccio un profondo respiro. Non so bene cosa sta per succedere, e anche Seddogh mi si agita dentro, cercando la via, quella prima volta. Sento un gran calore alla nuca, poi il marchio mi fa male, come se di colpo le linee del rombo si fossero trasformate in tante punture di spilli. L’attimo dopo, un fulmine mi parte dalla testa fino in fondo alla schiena. Lancio un grido, più di sorpresa che di dolore.
La fiamma della lanterna si agita, le ombre danzano, e provo una sensazione orribile di scollamento, come se la pelle della schiena mi si staccasse, anche se mi rendo conto benissimo che non è quello che succede davvero. Lo so che non è la mia schiena, quella che si sta liberando dalla coesione del mio corpo.
Barcollo, mi schiaccio una mano sulla nuca, sentendo lo sbaffo di sangue lasciato dal tatuaggio che si è attivato. Mi volto.
Seddogh è lì.
Non so se sia perché si è nutrito del mio sangue staminale, direttamente dal midollo, ma mi sembra ancora più enorme. Mi supera, in altezza, quasi del doppio, e la sua pelle granulosa sembra lucida, tesa su fasci muscolari che non ricordavo così possenti. Noto che, dietro le zampe anteriori, lungo il ventre, corre una membrana, che sembra la palmatura sulle zampe degli uccelli acquatici. È seduto sui posteriori, con la coda avvoltolata intorno al corpo. La sua testa, tanto grande che potrebbe strappare in due un uomo con un morso, torreggia sopra la mia. Mi trovo dentro la sua ombra, mentre Seddogh guarda oltre me, verso Haldan e Maya.
Ammetto che il mago di corte reagisce in maniera onorevole. Balza rovesciando la sedia, vero, ma la sua azione immediata è di afferrare Maya per un braccio e tirarsela dietro, con uno spintone per niente delicato ma estremamente rapido. Con l’altra mano, sfodera la daga che gli pende dal fianco.
Il mostro scopre le fauci sulla tagliola da orsi della dentatura.
“Cucù.”
Non sono più collegata alla mente di Seddogh, ma so benissimo che se la sta godendo un mondo. Anzi, Mille Mondi.
“Allora, chi è il cagnolino domestico di chi, merdina dei Morghater?”
“Le dimensioni contano.” spiego io.
Haldan ansima, con la daga tra sé e il demone, e sé tra il demone e Maya. La mia amica appare scossa. Si lascia proteggere non per ostentazione, ma perché si è spaventata sul serio.
“Come ti dicevo, era un arryxis veramente grosso. Uno dei più grossi che abbia mai visto in vita mia. Ha ucciso i suoi compagni in un secondo.”
“Quel…” Deglutisce e lotta per ricomporsi. “Quel coso vive in te?”
“E mangia in proporzione. Finirò per ingrassare.”
“Ciò è fisicamente impossibile.”
“Sì lo so, nutro lui, era solo per dire…”
“Intendo che è fisicamente impossibile che tu possa contenere un essere simile.”
Deve essere specializzato, nell’avere uscite pleonastiche. Posso soltanto indicare col pollice sopra di me.
“Non è possibile.” ripete lui.
“Beh, non è che la sua massa è dentro di me. La sua materia non è di questo mondo, e il paradosso, che nella nostra aria lo consuma, dentro di me gli permette di…”
Seddogh si abbassa sulle quattro zampe, venendomi accanto. “Credo intenda dire che non è possibile che una gnocchetta da due soldi come te possa avere concluso una Possessione con un pezzo da novanta come me.”
“Gli arryxis delle possessioni devono essere giovani.” Forse per la prima volta in vita sua, Haldan sceglie una perifrasi volta a non farmi girare le scatole.
Seddogh: “Io ci ho provato. Tanto se schiattava a me non cambiava niente.”
Sfodero la Fendidraghi, non perché penso che attaccherebbe, ma perché insomma, rimettiti un po’ a cuccia, stronzo.
Seddogh ha il buon senso di spostarsi, per mettersi fuori portata, e di specificare meglio:
“La gnocchetta è più forte di quello che sembra. Ha fortificato anche me. È stata una vera sorpresa, sguattero dei Morghater.”
Haldan continua a stare parato davanti a Maya, anche se lei si alza sulle punte, per sbirciare. Lui la fa sentire protetta.
“E tu hai tradito i tuoi compagni?”
“Io vivo e loro sono cenere. Certo che li ho traditi.”
Logica di demone, logica inattaccabile.
“Cosa volevate fare, nel nostro mondo?”
Seddogh arriccia il margine delle fauci, non c’è abbastanza materia per dire che sono labbra. L’effetto è quello consueto: spaventevole.
“Fare a pezzi tutti i Sorveglianti che potevamo per diventare materia di questo mondo, e viverci. Che altro avremmo dovuto fare?”
Haldan forse capisce che è il caso di lasciare perdere i giri di parole e andare al dunque. Seddogh non è molto portato alla retorica.
“Quali erano i vostri piani?”
“Ah – dice lui – la gnocchetta lo sa, era nella mia testa. Facciamo che decide lei se parlare o no.”
Gira gli occhi dalla mia parte.
“Lei ha da guadagnarci, dalla Possessione con me, tu no. Quindi, di lei mi fido, e di te no.”
Amico, ti insegnerei a darmi il cinque, se non fossi ragionevolmente sicura che mi amputerei una mano, su quei rostri.
“Le perturbazioni – dico – sono parecchie, e ne stanno approfittando per attaccare in grande stile. Credo che potrebbero diventare perfino prevedibili, ma c’è qualcosa… non so, perché lui non lo sa, ma qualcosa.”
“Qualcosa di che tipo?”
Scuoto la testa. “Non lo so. Qualcosa. Qualcosa che può squarciare il velo tra i mondi, e lo fa, ma non perché ne ha l’intenzione. È il cuore dell’instabilità.”
Malgrado Haldan cerchi di trattenerla, Maya esce dalla sua protezione per guardare Seddogh. I suoi occhi sono neri e molto attenti. Superato il primo spavento, non prova ripugnanza per il suo aspetto, d’altronde è figlia di un chirurgo. Lo ha assistito spesso, e ce ne vuole, per schifarla.
“Dall’altra parte è instabile come di qua?” gli chiede.
Seddogh piega la testa per guardarla da un’angolazione diversa, che magari gliela faccia sembrare meno microscopica. Forse rimane deluso, ma comunque le risponde, facendomi capire che devo avergli trasmesso la fiducia che ho in lei:
“Peggio. Le Mille Soglie sono un inferno. Là Fuori è…”
Un brivido lo scuote, increspandogli la pelle, facendo guizzare i muscoli. Non avevo mai visto un arryxis spaventato, prima d’ora. Anche quando li uccido, il loro ultimo atto è cercare di azzannarmi, di farmi a pezzi, e muoiono lacerando la terra, se non arrivano alla mia carne. Credevo non sapessero neanche cos’è, la paura.
“Non c’è niente, Fuori. Non si può morire, perché se non c’è niente, non c’è nemmeno vita, nemmeno la tua. Ci sono Mille Soglie, ma di Mille Mondi, solo questo e una manciata di altri vanno bene, e nemmeno troppo. Finisce male, se non troviamo subito il sostentamento.”
Questo lo so bene. E mi mette a disagio empatizzare con uno dei nostri nemici. Capisco benissimo che la situazione per loro sia orribile.
Haldan ha meno dubbi di me: “Non siete fatti per esistere nel mondo materiale. Tu hai avuto fortuna, bene, d’accordo. Non permetteremo ai tuoi compagni di distruggere il nostro mondo. Lo sai cos’è successo, ad Albarah, ai tempi del mito?”
Seddogh annuisce. Dev’essere un mito anche per loro. Albarah, la città rossa della Cordigliera Scarlatta, patria dei signori dei draghi, distrutta durante la guerra dei Mille Mondi. Solo l’ultimo Sorvegliante si salvò dalla strage, portando con sé Dhilarin, che da allora scomparve. Albarah venne conquistata dal nemico, colonizzata dalla nebbia delle Mille Soglie, una non-aria che non è velenosa, non fa niente di male… tranne farti dimenticare che esisti. Dopo un po’, non pensi più, i pensieri spariscono, non respiri più, perché la respirazione sparisce, e muori, ma anche quello, alla lunga, smette di esistere.
Dove c’è la nebbia, può esserci solo quello che non esiste.
Non mi ero mai soffermata troppo a pensare che gli arryxis bramino lo stato dell’esistenza, della vita materiale, che li corrode e li decompone ancora in vita. Meglio marcire da vivi, che non vivere affatto.
Essere Sorveglianti non è la missione esaltante che sembra. Anzi, il più delle volte è una vera carognata.
“Ad Albarah sono morti anche molti dei nostri – risponde Seddogh – e molti servivano Dhilarin. Questo lo dimenticate sempre, voi Sorveglianti.”
“Per vostra convenienza.” risponde Haldan, il quale deve avere risolto anni fa il problema di etica che mi si è appena presentato. “Dhilarin teneva aperte Mille Soglie quanto bastava a darvi di che vivere, ma Dhilarin è una leggenda. Albarah era un’anomalia, è stata corretta, e questo mondo è nostro. Non vostro.”
Maya interviene dolcemente: “Non mi sembra cortese, nobile signore. Questa creatura ha chiarito di essere un alleato. Aiuterà Lwen nel suo compito, vero?”
Seddogh tentenna il capo e, per una volta, evita le sue risposte irripetibili.
“La gnocchetta rende più forti – dice invece – io da qui non mi stacco. Tu non rompere i coglioni a noi, e noi non romperemo i coglioni a te.”
Non troppo, penso io. Haldan digrigna i denti, ma anche un mago non può fare più di tanto lo sbruffone, davanti a un mostro che, se raddrizza il collo, tocca il soffitto col muso.
Si rivolge a me: “Ti consiglio di prendere qualche altra arma, e di non andare mai in giro senza almeno un pugnale. Da qui in avanti, per te il gioco si fa serio, Lwen Tern.”
Sussulto, perché Seddogh, che di convenevoli ne sa quanto di buona educazione, ha deciso che l’accordo è raggiunto. Quando torna in me, è come se un muro di granito mi si abbattesse sulla schiena. Ansimo, barcollo, ma resto in piedi.
“Spaccheremo un bel po’ di culi, tu ed io, gnocchetta.” pronostica, e ho l’impressione che non veda l’ora.
“Lwen, stai bene?” Mi chiede Maya, preoccupata.
Faccio uno sforzo per sorridere. “Devo… abituarmi.” Mi passo la mano sulla nuca e guardo la strisciata di sangue.
“Ho bisogno di tranquillità, almeno per un po’.”
Le ultime parole famose.

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