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Capitolo 7

Quando rientro in classe, sul mio banco c’è un vaso di vetro, di quelli alti e sottili, fatti per ospitare un fiore singolo. Dentro c’è un crisantemo, simile a un’enorme medusa rosa, legato con un nastro nero, la listatura a lutto.
Mi guardo intorno, ma tutte le ragazze, nobili e popolane, eludono il mio sguardo. Fanno finta di essere impegnate, ma si sentono solo i rumori delle cartelle spostate, dei libri, delle sedie, persone che si muovono. Nessuna parla. Stavolta la carognata è grossa.
“Oh, sei tornata.”
Seduta al suo banco, tre file davanti a me, Althesia è girata sulla sedia e mi sorride pigramente, del tutto soddisfatta.
“Questo è meraviglioso. Sei scomparsa per tanti giorni che abbiamo pensato fossi morta, dopo la fatica del ballo a palazzo.”
La guardo per un momento. Maya mi aveva avvertita, stamani. Per ragioni sconosciute, Althesia è particolarmente incarognita, dopo il famoso ballo, e sono stati giorni di fuoco, per tutte.
“Ieri ha cominciato a girare voce che il cavaliere di Althesia non fosse Ianmeyr, come credeva – mi ha detto, prima di entrare – perfino la nostra capoclasse evita di infastidirla. Ti dico che avvelena con un solo sguardo.”
In qualche modo, quella notte devo essere arrivata a casa del dottor Mykler, anche se non ho nessun ricordo di questo. Ho la reminescenza, vaga e sfumata, di me che mi rialzo, che barcollo verso la Soglia, perché nella mia sofferenza so che devo chiuderla, ma Lyott mi si para davanti, e io crollo. Il resto lo so perché me l’hanno raccontato.
Dopo la Possessione, la piega spaziotemporale è scomparsa. Lyott mi ha trovata che rantolavo in preda alle convulsioni. La Soglia si dilatava sempre più, e ha dovuto ricacciare indietro i liminari che stavano cercando di passare, prima di richiuderla. Dice che, quando mi ha caricata in spalla, pesavo tanto da piegargli le ginocchia.
Dice anche che occorre un talento speciale, per essere pazzi come me.
“Ti sei fatta possedere? Da un mostro simile?”
Io me ne stavo a letto, nella camera degli ospiti del dottore, distesa sulla pancia perché la schiena era un lago di sofferenza, che pulsava e bruciava e continuava a pulsare, strofinando contro le bende a ogni minimo movimento. Gli avevo chiesto debolmente di lasciarmi in pace.
“Dove ti ha marchiata?”
“Tipo… dappertutto?”
Il padre di Maya era intervenuto, scostandomi diplomaticamente i capelli dal collo.
La Possessione è nera, un rombo sulla mia nuca, fatto di linee sottilissimi. L’intera figura sarà lunga forse due falangi, e uno dei lati inferiori manca, come spostato su quello adiacente, a formare due linee parallele. Quando stavo male, bruciava un po’, ma adesso non mi accorgo neanche di averla. Per fortuna, mi sono risparmiata lo sfregio in faccia, o sarei stata costretta a lasciare la scuola. Non credo serva specificare cosa succederebbe, se scoprissero che mi sono fatta un tatuaggio.
Non credo serva specificare nemmeno di quanti infarti sarei responsabile, se scoprissero le esatte circostanze della creazione del tatuaggio.
So che è stupido, ma i miei genitori hanno lavorato come bestie tutta la vita, per risparmiare abbastanza da farmi studiare per entrare in questo maledetto istituto. La retta sarebbe sempre stata fuori dalla loro portata, ma istruirmi a sufficienza da superare la selezione, e accedere alle borse di studio messe a disposizione dall’uomo dei miracoli, alias Ianmeyr, è sempre stata la loro priorità.
Lasciare la scuola mi semplificherebbe la vita e la missione, ma non voglio farlo. Althesia ha sbagliato i suoi calcoli, se crede di scoraggiarmi, con queste bassezze. Sbagliati di brutto.
Poso la cartella accanto al banco, sposto il vaso, mi siedo, apro i libri. Il silenzio nella stanza è quasi un’entità vivente.
Sfoglio una pagina, come se non mi fossi neanche accorta dell’insulto che mi è appena stato rivolto, e che una soglia si spalanchi e mi inghiotta in questo preciso istante, se permetterò alle mie mani di tremare. Sono furibonda, ma Althesia non vedrà nemmeno una contrazione muscolare sulla mia faccia.
In pratica, con questo gesto, ha chiarito quanto le plebee come me siano indegne dell’alta società. La ‘morte’ che ha celebrato è quella del mio debutto, che tutti sanno essersi concluso con una caviglia torta e una brutta influenza. Nessuno mi inviterà mai più, nessuno mi vorrà, non troverò marito.
Se fossi una delle mie compagne, questo vaso funebre sul mio banco mi annienterebbe.
“Alla faccia, che troia sfondata.”
Tiro fuori le penne, le allineo nell’apposita scanalatura del banco. Non adesso. Sta’ zitto.
“Perché non l’aspetti all’uscita per presentarle lo spigolo del muro, di grugno e di culo?”
Perché nel mondo civile non si fanno queste cose.
“Potrei sbranarla. Sarà commestibile?”
Ne dubito. Ora chiudi il becco, arriva la professoressa.
Effetti collaterali della Possessione. Lo sento accovacciarsi, in un modo molto metafisico, dentro di me, e liberare la mente, una sensazione come di bollicine frizzanti che mi evaporano nel cervello. È quasi piacevole, mentre tutto sfuma nell’incoscienza, e il mostro si addormenta. Gli piace tantissimo dormire dentro di me, dice che è come stare al calduccio in un morbido castello di cuscini. Ho addirittura il dubbio che sia un complimento.
Si chiama Seddogh. Non so quando me l’ha detto, ma probabilmente non l’ha fatto. La mia testa è piena di cose che non sono di questo mondo e che, in tutta onestà, avrei preferito non conoscere. Cerco di non focalizzare l’attenzione sul senso di solitudine e di paura schiacciante, sul buio del non-mondo fuori dalle soglie, sulla necessità di trovare luce, calore, acqua e nutrimento, a costo di marcire ancora in vita, di morire nel proprio cadavere in decomposizione, pur di potere vivere davvero, solo per un po’.
Gli arryxis sono disperati, farebbero qualsiasi cosa, assolutamente qualsiasi cosa, per venire qui.
Non so proprio come farò a continuare a macellarli.
“Hai più avuto notizie del tuo cavaliere?”
Sono costretta ad alzare gli occhi. Althesia non è una presenza che puoi ignorare, soprattutto se si trova in piedi proprio accanto a te, braccia conserte, capelli lucenti, uniforme impeccabile, viso alabastrino abbassato sul tuo, con la tipica espressione da ‘se credi di ignorarmi, è chiaro che ancora non mi conosci’.
Lancio un’occhiata alla porta. Althesia capisce il mio pensiero, e ghigna.
“Mancano ancora dieci minuti all’inizio della lezione. Allora, non vuoi parlarmi del tuo cavaliere? Perché sono sicura di averti vista ballare, almeno con uno, sempre che non sia scappato subito dopo…”
“Per favore, adesso basta.”
No, non sono io. Io ho optato per la terapia del silenzio, perché altrimenti dovrei seguire il consiglio di Seddogh, cosa che non mi spiacerebbe, ma che mi farebbe sentire in difetto verso i miei genitori, dato che mi farebbe espellere immediatamente. La cosa assurda è che, se la mamma fosse ancora viva, credo che mi darebbe ragione.
La rappresentante di classe si è avvicinata e sembra un agnellino al macello. Si torce le mani, gli occhi le vanno di qua e di là come uccellini spaventati. Tutto, in lei, testimonia che vorrebbe trovarsi ovunque tranne che sulla linea di tiro di Althesia, anche se sono entrambe nobili – la rappresentante di classe non potrebbe mai essere plebea. Non mi è neanche particolarmente simpatica, è un po’ troppo smorfiosa e artefatta, tutta sorrisini finti dietro i quali non è che ci sia malizia, non c’è proprio niente. Un manichino sul quale è stata cucita la figurina della ragazza di brava famiglia, che risponde alle aspettative del suo clan.
Se perfino una ragazza così si sente in dovere di intervenire, i limiti sono stati superati di brutto, stavolta.
“Per favore, Althesia – riprende la rappresentante, con una vocina quasi supplichevole – Lwen sarà già abbastanza dispiaciuta per come si è conclusa la sua serata, non penso che…”
Dietro di lei, si alza anche Maya. Non è rimasta indietro per vigliaccheria, sia chiaro, ma lei sa quanto poco mi tocchino queste liti scolastiche. Voglio dire, non più tardi di ieri sera mi ha disinfettato la schiena, che è quasi guarita ma ancora dolorante, mi ha assistita mentre avevo la febbre e trasudavo sangue come una spugnetta, lei lo sa, quali siano i miei veri problemi. Per quanto sia dalla mia parte, sa benissimo, come so anch’io, che mettersi in mezzo significherebbe soltanto peggiorare le cose.
Il problema è che la rappresentante di classe non lo sa. Il suo è coraggio autentico, e la mia stima per lei schizza alle stelle, anche se non riesce neanche a finire la frase, e la voce le muore in gola, mentre Althesia si volta per fronteggiarla.
“Tu cosa vorresti? – sibila – ti ho chiesto qualcosa?”
“No, ma… il mio compito qui, è…”
“Tu non sai tenere al loro posto queste pezzenti, te ne sei mai accorta?”
Oziosamente, mi domando a che pro mi dia tanta pena a difendere il mondo dai demoni liminari, quando ce ne sono in abbondanza nel nostro. Beh, forse non in abbondanza, ma un’Althesia basta e avanza. La solitudine incattivisce, posso capirlo, ma dovrebbe esserci un limite. Se è arrivata al punto di assalire le sue pari, significa che sta un attimino perdendo il senso della misura.

Il vaso funebre è ancora sul mio banco. Sfilo il crisantemo, lo poso con cura lontano dai quaderni, per non bagnarli. Nel frattempo, Althesia sta illustrando alla nostra rappresentante tutte le sue lacune, che sono numerose, profonde, imperdonabili e le rovineranno la vita.
La nostra rappresentante di classe ha gli occhi lucidi e le orecchie rosse. È stata allevata ed educata per essere carina, cortese, sorridente. Non per affrontare una belva armata soltanto di un ‘per favore’ e di un ruolo più che altro formale, che si esplicita nel distribuire i fogli dei compiti in classe e nel recarsi in aula professori per comunicazioni varie. Mi viene in mente che una volta ha fatto il mio nome, quando la preside le ha chiesto chi, a suo avviso, era più adatto a ricevere una certa medaglia, per meriti scolastici. Alla fine l’ha medaglia l’ha presa Althesia, però nessuna delle mie compagne aveva contestato che la rappresentate avesse citato me.
Prendo il vaso, che è piccolo e leggero.
“Althesia.”
Interrotta nel bel mezzo di un’esposizione che sta facendo spuntare le lacrime agli occhi della rappresentante, Althesia si volta. Contemporaneamente, Maya cerca di raggiungermi, perché ha già capito, lei mi conosce e sa che, se Althesia non conosce limiti verbali, io non conosco limiti in senso assoluto, questo è uno scontro di potenze, ma io ho le voci demoniache in testa, e Althesia no. Credo.
“Datti una rinfrescata, mia signora.”
Con uno scatto del polso, spedisco avanti il vaso, e lo arresto di botto, facendo schizzare l’acqua dritta in faccia alla mia compagna di classe.
Il seguito sono solo grida, starnazzamenti, piedi scalpiccianti, la professoressa che si precipita dentro.
Mentre mi trascina in presidenza, per una seduta straordinaria a base di verga di betulla, faccio in tempo a vedere la rappresentante di classe che si schiaccia tutte e due le mani sulla bocca, ma senza particolare successo: che se la rida è evidente anche a un cieco.
Mi fa sentire quasi una paladina.
Non riesce a farmi cadere in ginocchio.
Alla fine, la direttrice deve darsi per vinta, con i capelli sudati che sfuggono dalla crocchia, così stretta che mi chiedo come facciano a non lacrimarle gli occhi, e ributta la verga nel cassetto da dove l’ha presa.
Io tengo gli occhi bassi, perché un conto è rifiutare l’umiliazione finale, e un conto è cercare guai peggiori di quelli in cui sono. I polpacci mi sembrano solcati da lingue di fuoco. Sono abbastanza sicura che mi abbia escoriata, per come ci ha dato dentro, nel tentativo di insegnarmi come ci si comporta.
Perfino la professoressa Nisria, la quale non disdegna analoghe misure educative, a un certo punto si è permessa di dire “Signora, forse…”, per interrompersi subito, non appena quella l’ha guardata male.
Non riesce a farmi cadere in ginocchio.
“Secondo me sei cogliona forte.”
“Sospesa.” Decreta la direttrice, mentre cerca di sistemarsi i capelli sfuggiti alla crocchia. In testa ha talmente tanti pettini di tartaruga che mi chiedo se non ne abbia causato l’estinzione.
Mi guarda con occhi ridotti a fessure di ossidiana, sulla faccia che pare fatta di pasta lievitata, tutta gonfiori e pappagorgia tremolante. Per lei già avere dovuto aprire il suo glorioso istituto, risalente addirittura ai tempi del primo re Felix, quando erano le insegnanti a recarsi a casa delle signorine nobili, e non il contrario, a noi contadinotte del popolo, è un affronto. Ma che una di loro si rifiuti di lasciarsi sottomettere le riesce intollerabile.
Lei con noi può fare tutto quello che vuole. Svilirci, offenderci, tagliare il mantenimento, espellerci per intascare la nostra borsa di studio. Si arricchisce, su noi borsiste. Le ragazze nobili mantengono la scuola, la tradizione, il prestigio del nome. Le ragazze plebee le rinnovano il guardaroba e aumentano il volume dei biglietti di banca nel suo materasso.
“E poi saremmo noi i mostri? Ma ce n’è uno normale, da queste parti?”
Stringo i denti. Effettivamente mi è un po’ dura giustificare a un demone perché mi dia tanta pena per proteggere gente così. Nemmeno io lo so.
Ma so che, da qualche parte in questa città, c’è un uomo con un costume grigio nell’armadio, che vive la sua vita, senza più pensare alla screanzata con i capelli rossi che ha incontrato a corte, e che si è defilata come se volesse sfuggirgli.
Io lo so, per cosa mi do tanta pena. È solo che qualcuno deve farlo. E non può essere sempre qualcun altro.
Il dolore ai polpacci si sta già attenuando. Sono una Sorvegliante. Guarisco subito. Me lo ripeto come un mantra, perché se te lo ripeti, finisci per crederci, e se ci credi, venire picchiata fa un po’ meno male, almeno fisicamente. Che il dolore sia in buona parte un fatto mentale l’ho imparato da un pezzo.
La sofferenza è un’altra cosa. I miei genitori non mi hanno mai picchiata, ormai nessuno picchia più le figlie, anche se ci sono genitori più maneschi di altri. Ma i tempi delle cinghiate e delle frustate sono passati, chi lo fa viene guardato molto, molto male. Se esagera, si vede arrivare gli armigeri a casa. Ma in questa scuola il tempo si è fermato, cristallizzato al secolo scorso, come il prestigio sociale che ti cuce addosso, in cambio di tante umiliazioni.
Non so se soffro di più per l’essere costretta a subire inerme o per la consapevolezza che, se i miei genitori fossero vivi e scoprissero cosa subisco, farebbero un macello che la metà basterebbe. Il problema è che non lo saprebbero, perché nessuna di noi direbbe alla famiglia cosa dobbiamo sopportare. Fanno tanti sacrifici, per mantenerci qui. Quando vedi tuo padre tornare dai campi piegato in due per la fatica e il dolore di un’ernia che non curerà, perché costerebbe, e si sta spaccando la schiena per far studiare te, non per curare se stesso, qualche scudisciata, davvero, te la tieni, stai zitta, e conti i giorni che mancano al diploma.
Forse Seddogh ha ragione. Sono proprio una cogliona.
“Quindici giorni – prosegue la direttrice, ricordandomi che non sono qui per meditare sul senso della vita, della morte, delle miserie umane e dell’umano intelletto – e una nota di demerito, che sarà esposta in bacheca per il resto dell’anno. Tutto ciò è inaccettabile. Una ragazza del popolo, una borsista, figlia di panettieri, che si permette di aggredire una delle nostre nobili più in vista, la cui dinastia risale addirittura ai tempi del secondo Felix, che gli dei l’abbiano in gloria!”
Sto zitta, mentre la professoressa Nisria mi mette le mani sulle spalle. Dovrebbe essere un modo per tenermi al mio posto, ma stranamente, ho la sensazione che sia un gesto quasi di solidarietà. Quasi volesse sostenermi. Ho la sensazione che, se potesse, mi farebbe sedere per medicarmi.
Sento il sangue colare lungo le caviglie, dentro le scarpe. La professoressa non ci ha mai colpite così. La differenza tra botte pedagogiche e botte sadiche non è nei risultati (nulli, in entrambi i casi), ma nello spirito con cui vengono inferte.
La professoressa crede davvero di correggerci, il che la rende un’idiota, ma la direttrice vuole sfogarsi. Glielo leggo negli occhi: mi odia.
Il perché mi viene esplicitato l’attimo dopo: “Ricordo ancora i tempi in cui, sotto questo soffitti, camminavano solo nobili fanciulle della migliore dinastia, ragazze che potevano presentarsi a corte a testa alta e volto scoperto. Vedrà – profetizza alla professoressa, in tono pessimista – un giorno verranno qui non solo delle plebee, ma anche delle straniere, delle… delle negre, perfino delle orientali!”
La voce le vacilla un attimo, forse per il terrore che accada quanto previsto, o forse perché il conflitto tra la mia nascita vile e i soldi che questo le porta in tasca è insanabile. Spero, per il bene di quelle ragazze del futuro, che quando quel giorno arriverà, la direttrice sarà morta, sepolta e decomposta.
Prima che possa riprendersi, bussano alla porta. La professoressa ne approfitta per spingermi da una parte, in modo che, se l’attenzione della direttrice sarà distolta abbastanza a lungo, potrà portarmi via. Le gambe mi bruciano, ma riesco a non barcollare.
“Cogliona dentro, fuori e tutto intorno.”
Sta’ zitto. Nei patti non era compreso che dovessi ascoltare il tuo parere.
“E sei arrivata viva all’età dello sverginamento. Pazzesco.”
Gli sbatto sul grugno la mia mente, una cosa che non sapevo di poter fare finché non l’ho fatta. Lo sento ritrarsi, offeso, e posso dedicare attenzione alla cameriera che sta entrando.
“Direttrice, mi perdoni – dice la ragazza, tutta affannata – ma c’è una visita improvvisa… un ospite di riguardo…”
La direttrice si raddrizza gli occhialetti sul naso e guarda la cameriera come io guarderei uno scarafaggio nello stufato.
“Avete fatto entrare estranei nella scuola, senza permesso e senza preavviso?”
Regola ferrea: nessuno mette piede in questi gloriosi corridoi, e le aule sono un regno sconosciuto, anche ai nostri genitori. Soprattutto ai nostri genitori. Quello che succede nella scuola, rimane nella scuola, ufficialmente per ragioni di disciplina, realisticamente perché se no la direttrice dovrebbe spiegare una cosetta o due.
La cameriera si torce le mani. Probabilmente ai tempi è stata anche lei una borsista, che non ha trovato un marito che la riscattasse dall’istituto, né una famiglia che la mantenesse dopo tutti i sacrifici fatti per darle quell’occasione.
È guardando queste poverette che penso che essere Sorvegliante, se riesco a non farmi squartare viva prima della maggiore età, sarà la mia salvezza. L’oro nel mio armadio significa un futuro, al di fuori di quest’incubo.
“Mi perdoni – geme la poverina – ma, davvero, non era possibile mandarlo via… ha detto che desiderava assistere a una lezione, si sta già recando nelle aule…”
La direttrice rimane a bocca aperta. La cameriera, sapendo meglio di me che la sua prossima mossa sarà di riprendere la verga dal cassetto, si affretta ad aggiungere:
“È il nobile Ianmeyr, direttrice… è andato a salutare la nobile Aillean, dice che desidera che gli mostriate le lezioni e i progressi delle alunne, adesso.”
L’effetto di queste parole è immediato e spettacolare. La direttrice raddrizza la schiena, sbianca in faccia, e con un cenno del capo ordina alla professoressa Nisria di occuparsi di me. Farmi sparire, chiudermi in un armadio, polverizzarmi, quello che si può, per nascondere le botte che ho preso.
Lei, dal canto suo, si avvia senza una parola alla porta, superando la cameriera, e sparendo nel corridoio. Si sistema i capelli mentre cammina svelta, e i suoi passi risuonano come quelli di un liminare che ho visto una volta, una specie di crostaceo con delle zampe chitonose, appuntite come aculei, che mi ha dato parecchio filo da torcere, per acchiapparlo. Almeno lui era innocuo, poveretto. Scappava perché aveva paura. Forse anche la direttrice ce l’ha.
“Siediti.”
La voce della professoressa Nisria è quasi umana. Mi metto su uno sgabello, mentre la cameriera va a prendere bacinella, bende e disinfettante. Non serve nemmeno ordinarglielo, lo sa da sola. Lo ha fatto un mucchio di volte.
“Spero che questo ti serva di lezione, Lwen.”
Rimango zitta. Certe volte, come apri bocca dici la cosa sbagliata.
“Il tuo comportamento è stato inqualificabile. Non ci sono giustificazioni per avere aggredito una tua compagna.”
Continuo a stare zitta. Lo so che mi sono comportata male. So anche di essere stata provocata oltre ogni umana sopportazione, ma non sono così infantile da dirlo a voce alta.
“Pensi forse di trovare marito, assalendo chiunque dica qualcosa che ti sembri sgradevole?”
Non lo voglio, un marito. Non ho tempo per pensare a un marito. Sono una Sorvegliante.
“Dentro questo cervello c’è un tizio che ti scoperesti volentieri, guarda un po’.”
Guaisce, quando imparo come schiaffeggiare mentalmente qualcuno.
“Tu sei una borsista, Lwen. Sai cosa vuol dire?”
Sì, che devo imparare a farmi calpestare dalle Althesia della nobiltà.
“Vuol dire che devi imparare a lasciarti calpestare dalle Althesia della nobiltà.”
Sbatto le palpebre. La telepatia non è tra le qualità che avevo pensato appartenessero alla professoressa.
“Sei troppo ribelle, devi correggerti. Hai un’età difficile, ma tu sei una borsista, e non puoi permetterti di essere l’adolescente che Althesia è. Devi stringere i denti, pensare in prospettiva, e mirare al futuro. Il presente è un percorso, Lwen. Non puoi inciampare, perché tu non hai nessuno che ti rialzerà.”
Stavolta il mio silenzio è dettato non dalla prudenza, ma dalla mancanza di parole. La professoressa Nisria mi sta guardando da sotto in su, mentre stringe i miei polpacci nelle bende, e nei suoi occhi c’è una luce diversa, quasi umana. Mi rendo conto, con una certa scossa, che in questo momento è davvero la mia professoressa, molto più di quanto non lo sia in aula.
“Sei giovane, bella e intelligente. Tu puoi avere un futuro. Non buttarlo via così stupidamente.”
Rispondo senza riflettere: “Althesia stava offendendo la rappresentante di classe…”
“Althesia può offendere chi vuole. Tu no.”
“Ma…”
Tira le bende, tanto forte da farmi trasalire. “Vorresti ti dicessi che sei migliore di lei? Lo sei, Lwen, come lo sono quasi tutte le ragazze che studiano con lei. Ma non è una gara a chi è la migliore. È una gara a chi si aggiudicherà il trofeo, e il trofeo è uscire da questa scuola.”
Di colpo, ci arrivo. Le cameriere, le insegnanti, quasi tutto il personale, non viene da fuori, sono tutte ex studentesse. Sembra naturale, per un istituto tanto esclusivo, finché non analizzi la situazione in maniera distaccata, o empatica, a seconda di come la si vuole vedere; finché non guardi negli occhi l’odiata professoressa di buone maniere, che cammina con il culo di fuori per insegnarti il corretto portamento e ti prende a staffilate se sbagli, per arrivare con la paura laddove non può arrivare con la pazienza. Non ne ha, la professoressa. Non deve averne mai avuta molta, neanche ai tempi della scuola.
Adesso cosa mi dici, Seddogh? Siamo tutti mostri?
Il silenzio che mi risponde è più eloquente di qualsiasi pessimo commento che potrebbe fare.
Io non finirò come lei, professoressa. Il mio destino è diverso, forse lungo, forse breve, ma io non arriverò alla sua età piena di rimpianti.
Naturalmente, non lo dico. Sarebbe una crudeltà disumana.
Rispondo nell’unico modo possibile, e spero di tutto cuore che non mi ritroverò mai più da sola con costei, perché non voglio simpatizzare con qualcuno che sono convenzionalmente autorizzata a odiare:
“Le chiedo scusa, professoressa. Non succederà più.”
Nei suoi occhi insulsi, che di certo non l’hanno aiutata ad attirare l’attenzione di qualche giovane di buona famiglia, ai tempi del suo debutto sociale, per un momento vedo la comprensione. Poi finisce di bendarmi e mi dice di mettermi in piedi.
“Il dolore passa prima, se ti muovi.”
Lo so, sto già meglio. Entro stasera, la pelle sarà guarita, e per domani mattina, non avrò più lividi. Ma ubbidisco fedelmente, per farla contenta nel mostrarle che non zoppico e posso nascondere la vergogna.
Quanto pelo occorre avere nello stomaco, per resistere tutti questi anni? Quanto ha dovuto indurirsi la professoressa Nisria, da quando era una ragazzina come me, che pensava le stesse cose che pensavo io e pensava che il futuro fosse qualcosa di remoto, mentre il presente era tutto?
In questo momento, nel mio cervello non c’è ancora l’idea precisa che tutta questa situazione sia un abominio da cambiare. Ho già un compito da svolgere, in questa vita. Le ore di scuola, per assurdo che sembri, per me sono un riposo: la certezza che, finché mi trovo qui, non dovrò impugnare la Fendidraghi per inseguire un demone, o essere da lui inseguita.
Sto camminando cautamente nella stanza, mentre vengo a patti con la realtà, invero spaventevole, che le mie insegnanti sono anche loro esseri umani, quando la porta si spalanca di nuovo e la direttrice fa irruzione. Mi trafigge con occhi che sembrano pugnali.
“In classe, subito! Il nobile Ianmeyr vuole che tutte le ragazze siano presenti!”
Si rivolge alla professoressa, imperiosamente.
“Gli ho detto che lei era assente perché doveva prendere dei libri di testo e si è fatta aiutare dalla ragazza, qui – fa un gesto verso di me, che sostituisce il mio nome, indegno di essere memorizzato – non lo faccia aspettare, vuole assistere alla lezione. Andate!”
Ci sbatte fuori dalla direzione e sbatacchia la porta. Evidentemente, il nobile Ianmeyr le ha cortesemente suggerito di tenersi fuori dalle palle, oppure vuole sistemare i libri contabili prima che l’illustre aristocratico ci ficchi dentro il naso e noti quei cinque o seicentomila reali di ammanco.
“Ma non ero sospesa?” chiedo, beccandomi una, invero meritata, sberla sulla nuca.
La professoressa si tira su le sottane e va così svelta che devo sbrigarmi, per starle dietro. Non si fa aspettare il nobile Ianmeyr. Non l’ho mai incontrato. L’ho visto da lontano alcune volte, quando veniva per farsi venerare, al discorso di inizio anno scolastico e a quello finale, ma più che un tizio alto, biondo, con un’espressione che ha fatto giustizia sommaria della simpatia, non ho mai afferrato.
Ispezione a sorpresa, a scuola. Ammetto che ci godo, specie dopo essere stata appena frustata.
Quando arriviamo, la porta dell’aula è aperta, e il silenzio sepolcrale ci conferma che il grand’uomo è proprio lì. Ci sono due guardie, sui due lati, figurarsi se un personaggio di quella levatura si muove senza scorta. C’è anche un tizio smilzo e mezzo pelato, con l’aria del contabile, o forse del tuttofare. Ci ignorano e noi ignoriamo loro. Siamo parte dell’arredamento di scuola, mentre loro sono un’estensione di Ianmeyr, la meno importante. Riconoscerci a vicenda come esseri umani sarebbe sconveniente.
“Sistemati i capelli!”
Ubbidisco, passandomi le mani tra le ciocche, sapendo che è battaglia persa. Già di loro sono indomabili e stanno a posto solo con la forza e cospicue mollette d’acciaio. Dopo una seduta di vergate alle gambe, devo sembrare appena scappata dal letto del mio amante, o da un tornado in strada.
La professoressa entra e si inchina, liberandomi per un momento la visuale. Ianmeyr ha la testa girata, e per la prima volta in vita mia, posso vederlo bene in faccia.
Piccolo riassunto: è il fratello della regina, che peraltro ha reso lui tale. È il feudatario più ricco da questa parte del Dama, visto che il sottosuolo delle sue terre è praticamente una vena aurifera, ancora inesaurita dopo quasi trecento anni di avidi scavi. È il capo del suo clan, primogenito, erede, genitori defunti in un incidente di caccia, ancora una decina d’anni fa. È bello, capelli biondi, occhi azzurri, alto, ben fatto, immagino si eserciti nella scherma tutti i giorni. È intelligente, o almeno è un mecenate, che finanzia buona parte dell’attività artistica e culturale di Tern. Dicono sia bravissimo a giocare a draconisse, e che possieda una selezione di scacchiere da fare impallidire molti collezionisti. La sua biblioteca personale è di sei stanze, di quelle grandi, coi soffitti così alti che serve una scala, per raggiungere i volumi più lontani. È celibe. È il grande amore di Althesia.
Poveraccio, ce le ha proprio tutte.
La sua faccia, mentre guarda queste due poverette arrivate di corsa per rendergli debitamente omaggio, è della categoria ‘vi concedo di respirare, ma non esagerate che ho l’udito delicato’. I suoi occhi, chiari come cristallo, sembrano trafiggere la professoressa, prima di alzarsi su di me. Noto che le sue basette sono perfettamente cimate, appena sotto l’altezza dell’occhio, e che i capelli sono legati dietro la nuca. I suoi lineamenti, che lo dico a fare, sono perfettamente regolari, degni di essere raffigurati su una moneta.
Onde evitare altre frustate, o di essere direttamente decapitata, mi affretto a chinare la testa e inchinarmi a mia volta.
“A posto.” mi ordina la professoressa, ma prima che possa ubbidire, la voce della divinità dei quattrini decide di esprimersi.
“Dove sono i libri?”
La professoressa sembra stranita. Credo sia troppo spaventata per ricordarsi della scusa imbeccata dalla direttrice, così, visto che Ianmeyr non si è rivolto a una di noi in particolare, rispondo in fretta:
“Stavamo appunto per prenderli, quando sono venuti a chiamarci, e la professoressa ha pensato che sarebbe stato spiacevole, se avessimo perso tempo.” Mi ricordo all’ultimo momento di dovergli conferire il titolo che gli spetta: “Nobile signore.”
“Un pensiero gentile.” commenta lui, tenendomi gli occhi addosso. Devo di nuovo abbassare i miei, guardare in faccia un pari di questo rango significa come minimo insultarlo. Indietreggio fino al mio posto e mi siedo, sempre guardando fisso davanti a me.
Noto che il banco è pulito, il pavimento asciutto, e non c’è traccia del vaso con il crisantemo. Peccato, sarebbe stato divertente vedere Althesia che si contorceva per trovare una spiegazione capace di soddisfare il mito vivente che si accosta alla cattedra della professoressa, per valutare lei e noi. Me la immagino Althesia, seduta al suo posto, che guarda con occhi bramosi il sogno di ricchezza, prestigio e, immagino, soddisfazione sessuale – insinuare il contrario, parlando di Ianmeyr, sarebbe iconoclastia.
Ianmeyr, dal canto suo, non dà nemmeno segno di averla vista. Cerco di immaginarli insieme, e ammetto che sarebbero proprio bene assortiti: da una parte la malvagità allo stato puro, dall’altra la mostruosità della perfezione. Credo che i naturalisti potrebbero inventare una nuova casella tassonomica, per questa strana specie umana. Poi mi viene in mente che da una simile unione nascerebbe, come minimo, il prossimo Arthel, colui che, secondo la leggenda, è destinato a mettere fine a tutti i Mille Mondi nella loro interezza, e rabbrividisco.
Per ragioni di dignità personale, la professoressa non tiene lezioni di galateo. Apre un libro e comincia a monologare su un argomento che conosco quasi a memoria, la mitologia della guerra dei Mille Mondi, combattuta trecento anni fa. Dhilarin, le Mille Soglie, Arthel il Distruttore e l’ultimo Sorvegliante, che quando la situazione era disperata, riuscì a riportare l’equilibrio nei Mille Mondi, la pace su Engelia, la monarchia parlamentare, i diritti degli animali, e la torta al cioccolato.
Sul serio, Morghater è il principale importatore di cioccolato a Tern. Adoro i Morghater.
Ascolto con orecchio distratto, giusto per non perdere il filo, mentre mi chiedo se c’è un motivo preciso per cui la professoressa ha scelto questo particolare argomento. Probabilmente sì. La prima regola del servo è compiacere il padrone, e Ianmeyr sicuramente è un amante di queste vecchie leggende.
Mi scappa un sorriso, quando la professoressa parla dell’imperatrice Fathiel prima, e di come sia riuscita a ripristinare l’ordine dei Sorveglianti, dopo che se n’era ormai perduto anche il ricordo. Faccio parte di una leggenda. Se Ianmeyr lo sapesse, gli verrebbe un infarto, e mi divertirei, oh quanto mi divertirei.
Nel frattempo, però, a divertirsi è lui. Immagino che vedere una studentessa sorridere tra sé e sé durante la lezione sia qualcosa di abbastanza sconcertante, tanto che la sua voce, maschia e profonda come il bronzo (caso mai qualcuno avesse il dubbio che la voce non sia degna di cotanto esemplare nobile ricchezza) d’un tratto echeggia nel silenzio e zittisce quella stridula della professoressa:
“È un argomento che suscita il vostro diletto, signorina?”
Ma parla con me, questo?
Rimetto a fuoco il mondo e vedo che mi guarda. Sulla linea di tiro, le mie compagne sono riuscite a farsi piccole piccole, praticamente a sparire senza neanche muoversi, per tenergli libera la visuale e non rischiare di finirci in mezzo. La professoressa ha un’espressione preoccupata. Sotto il banco, sento che la mano di Maya stringe la mia, solidale.
No, davvero, qui si esagera. Neanche davanti al re c’è questo clima di terrore. Ammetto che non è proprio colpa di Ianmeyr in persona, ma della coscienza sporca della direttrice, che si traduce in tensione per tutte noi, però c’è un limite a tutto.
Tolgo la mano, gentilmente perché Maya capisca che non ce l’ho con lei, e la congiungo all’altra, sopra il banco. Mi tengo ben stretto il mio sorriso divertito, mentre sostengo – finalmente – quegli occhi che sembrano diamanti.
“È un argomento che mi piace molto, sì. La professoressa lo rende ancora più interessante di quanto già non sia, nobile signore.”
Strana sensazione, ricevere uno sguardo di riconoscenza dalla propria insegnante. Se continua così, finiremo per diventare amiche.
“Sembra che lo conosciate bene.” dice Ianmeyr.
Mi sta proprio fissando. Oh, e mollami, coso!
“Arrivata a questo punto dell’anno scolastico, dovreste avere molta familiarità con la mitologia alla base del nostro patrimonio artistico.”
“Rimango della mia idea: mostri e pali in culo. Quasi quasi era meglio casa mia.”
E allora tornaci, stronzo.
“Tutt’altro, sono ancora molto ignorante. Ogni lezione per me è preziosa, signore. Ogni singolo minuto.”
Sono abbastanza sicura che abbia contratto di un millimetro l’angolo della bocca. Deve avere capito la mia velata frecciatina sulla cafonaggine di interrompere una lezione; ma non so se è divertito o scocciato perché ho osato riprenderlo, anche se credo nessuno se ne sia accorto, neanche la professoressa. Quest’ultima si schiarisce la gola.
“La signorina Lwen è particolarmente interessata all’arte e alla mitologia, nobile Ianmeyr. Forse desidera porre qualche domanda alle sue protette?”
La possibilità che diventi amica di questa stronza naufraga seduta stante. Così, adesso Ianmeyr interrogherà noi borsiste – e solo noi borsiste – per valutare quanto bene ha speso i suoi soldi, con il suo beneplacito! Ma perché non gli fai controllare i libri contabili della direttrice, piuttosto?
Purtroppo, Ianmeyr prende la palla al balzo, e chiaramente, la sua vittima designata sono io. Mi tocca alzarmi, sono interrogata.
Regola basilare di sopravvivenza per studentesse povere: non sorridere mai. I ricchi vi perdoneranno tutto, tranne la gioia di vivere.
“Voi sapete che il mito dei Sorveglianti risale a molto prima della guerra dei Mille Mondi, signorina?”
Oh, povera me. Così non c’è nemmeno gusto. Assumo un tono ispirato, che tutti penseranno sia esibizionismo e solo io so essere una solenne presa per il culo:
“Accadde dopo infinite ere, quando Dhilarin, il dio dei Mille mondi, scelse Engelia come nuova dimora. Egli scavò e plasmò il nostro mondo a propria immagine, solcando il continente fino a creare il Dama, il grande fiume che divide in due Larieh, la nostra terra. Si fermò alle pendici della Cordigliera Scarlatta, che allora, si dice, fosse ancora pianura, e la elevò al cielo, facendole assumere la forma che conosciamo oggi, dalle terre artiche al lato opposto del mondo…”
Divago allegramente e sadicamente, scendendo nelle ovvietà geografiche, solo per il gusto di costringerlo ad ascoltarmi. Potrebbe interrompermi, ma gli leggo negli occhi che ha capito benissimo il mio gioco, e mi ritrovo a dover mantenere il contatto visivo con l’uomo dei sogni di tutte le ragazze del regno (almeno, quelle che non se la fanno sotto di fronte a cotanta maschia nobile ricchezza).
Mi ascolta tutto il tempo, impassibile. Anzi, quando mollo la geografia e torno alla storia, che si mescola con la mitologia del popolo Rifulgente, si mette anche ad annuire, come se quello che gli sproloquio addosso fosse di suo gusto.
Tu hai problemi seri, ragazzo.
“…e Dhilarin plasmò il Popolo Potente, solo per abbandonarlo, quando si rese conto che ne aveva fatto delle creature talmente eteree che mai avrebbero potuto proteggerlo. Li lasciò, alla foce del Dama, nella laguna dell’Infinito, patria del grande dio Mjorg, la Salamandra delle Soglie, per stabilire la sua dimora sulla Cordigliera Scarlatta. Fu lì che ebbe inizio la dinastia dei Sorveglianti.”
Faccio una pausa, perché comincio a soffrire di secchezza di fauci. Saranno dieci minuti che blatero, o forse dieci ore. Non dovrebbe, che so, interrogare anche qualcun’altra?
Alle spalle di Ianmeyr, la professoressa mi fa gli occhiacci. Non sono stata autorizzata a respirare.
“I Sorveglianti possedevano il potere degli dei.”
Prosternatevi e veneratemi, voi tutti.
“Secondo il mito, essi potevano viaggiare tra i mondi, ed erano i giudici ultimi, mediatori, boia all’occorrenza, laddove la giustizia umana e quella divina si rivelavano fallaci.”
“Sticazzi, con quelle spade in mano e quei poteri nel cervello, anche mia nonna sarebbe capace di fare il gradasso. Ci riesci tu, che è tutto dire.”
Fottiti.
“Un tale potere veniva perpetuato da Dhilarin, Primo Degli Dei, Signore del Fuoco, di Mjorg, Custode di Mille Soglie in Mille Mondi, e… scusate, possiamo saltare questa parte? I titoli sono un po’ numerosi, forse preferite la parte dell’azione.”
“A vostro piacere.” ribatte Ianmeyr. Stavolta non mi posso sbagliare, gli è scappato un sorrisetto. Ammetto che gli dona. Sembra quasi simpatico. Quasi.
È diventata una guerra di resistenza. Mi sputo mentalmente nelle mani e mi rimetto all’opera:
“Mille Mondi, secondo il mito, sono aperti su Mille Soglie, il cui accesso si trova a Morghater. È il tempio della Madre, ancora in piedi, all’interno del castello imperiale. La sua architettura risale a…”
No, non ce la posso fare. Mi dichiaro sconfitta e torno subito al nocciolo, perché comincio a morire di sete, mentre Ianmeyr è sempre lì, statuario, perfetto, fottutamente concentrato su di me. Non rischia la disidratazione da chiacchiere, lui.
“Gran bel tempio, stando alle litografie. Le potete ammirare nel libro alle vostre spalle, pagina settantanove e ottantacinque. La leggenda vuole che quel posto sia l’accesso ai Mille Mondi, attraverso Mille Soglie. Un macroverso dal quale si può accedere a qualsiasi punto collocato nel tempo e nello spazio, senza limitazione alcuna. Un potere divino, appunto, che finì per corrompere la stirpe dei Sorveglianti, finché ne rimase solo uno. Il Dhilarin diretto, quello collegato alla divinità, la sua controparte mortale. In seguito alla guerra dei Mille Mondi, la dinastia parve perduta, ma poi l’imperatore Athran primo e la sua imperatrice, Fathiel prima, riportarono la dinastia in auge. Si dice che ancora ai giorni nostri, in mezzo a noi, i Sorveglianti operino in segreto, per preservare l’equilibrio dei Mille Mondi.”
Chiudo abbastanza bruscamente, ma comincio a essere in debito d’ossigeno. Avevo sottovalutato la sua capacità di tenerti gli occhi addosso in silenzio. Mi ha prosciugata.
“La favola vuole che questa casta di combattenti segreti sia come una rete sotterranea, su Engelia e su tutti gli altri Mille Mondi, pronta a lenire gli strappi tra i mondi, prima che da Mille Soglie arrivi il pericolo dei mostri che si trovano al di là della realtà conosciuta. Sono i nostri angeli protettori, che vegliano su di noi, instancabilmente.”
“Ma senti come se la tira questa, che una settimana fa stavo per incularmela a secco mentre iniziavo il pasto.”
Ianmeyr, almeno questo glielo devo riconoscere, si risparmia il ghigno trionfante del vittorioso. Era partito avvantaggiato fin dall’inizio, non potevo proprio farcela. Mi fa cenno di sedermi.
“Un’esposizione davvero completa. Vi faccio i miei complimenti, signorina. Anche a lei, professoressa. Se la media dell’istruzione che impartisce alla ragazze è questa, non posso che esserne deliziato.”
Dalle occhiate fugaci che ricevo, da borsiste e aristocratiche, capisco di essere appena diventata un’eroina. Ammetto che è una soddisfazione.
“Permettetemi solo un’ultima domanda.”
Morirò con onore, bastardo! Chiedi pure. Mi faranno un monumento in aula professori.
“Da come ne avete parlato, arguisco che escludete a priori possa esistere un fondo di verità nel mito, che è tale proprio in quanto originato, se non da eventi reali, quantomeno da eventi realistici. È questa la vostra opinione?”
No, la mia opinione è che se ti dicessi qual è la mia opinione, cominceresti a chiederti che cazzo insegnano in questa scuola, biondino.
Però mi colpisce che voglia sapere come la penso. Non è proprio una cosa che mi sento chiedere spesso. Mi dispiace non potergli dire le cose come stanno davvero.
“Nel libro gentilmente fornito dalla nostra generosa direttrice è riportata come possibile causa remota del mito Dhilarin l’impatto di un meteorite, in tempi remoti, che avrebbe formato il continente così come lo conosciamo.”
Fa un gesto con la mano, per scacciare l’inutile divagazione. “Non intendo dire cause materiali, signorina. Mi riferisco a teorie di natura più metafisica. Il concetto che esistano altri mondi, adiacenti il nostro, è argomento di dibattito teologico ancora al giorno d’oggi.”
Conosco il dibattito di cui parla, l’ho studiato a fondo. È una cosa che mi tocca da vicino, dopotutto. Ma non ho intenzione di parlarne con lui, anche senza tenere conto del fatto che abbiamo pubblico.
“Non siamo arrivate a studiare tali finezze, nel programma. Scusatemi. La mitologia, mi hanno insegnato, è soltanto questo: pura, affascinante, mitologia.”
Un lampo di disappunto, subito controllato, passa nei suoi occhi. È chiaro che non mi crede. Sarebbe cretino a farlo. Una matta che sproloquia per mezz’ora di tutto lo scibile umano, trasformando un’interrogazione in un combattimento verbale, non può non avere un’opinione precisa, su qualcosa di cui ha parlato così nel dettaglio.
Ma che nel programma queste cose non ci siano è vero, e gli tocca abbozzare.
“Immagino vivremmo tutti meno tranquilli, se davvero esistessero demoni in attesa di rubare il nostro mondo.”
Sorrido in maniera non impegnativa. Ho l’impressione che abbiamo concluso con un pareggio, alla fine.
Mi ricordo che Haldan ha detto che Ianmeyr fa un sacco di domande che, con le risposte giuste, potrebbero portarlo dritto ai Sorveglianti.
Se sta fiutando qualcosa – non su di me, ovvio, in generale – credo proprio che dovrò contattare quel simpaticone del mago di corte.
Grazie, Ianmeyr, anche per questo. Grazie di cuore.

Per la cronaca, la mia sospensione viene revocata prima dell’ultima campanella. Punire la studentessa che ha fatto uscire soddisfatto il principale finanziatore della scuola è contrario alla tradizione dell’istituto.

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