Browse By

Capitolo 6

Lo spettacolo che mi ritrovo a osservare è quantomeno inconsueto. Non ho mai letto da nessuna parte qualcosa di simile, comunque.
Riassumo per chi si fosse messo ad ascoltare soltanto adesso: io, Lwen Tern, figlia di un panettiere e un’ex prostituta che ha passato la vita a cercare di rifarsi la rispettabilità, fino al giorno in cui non mi ha lasciata orfana, sono qui, nel parco privato della reggia, dove fino a mezz’ora prima ballavo con un affascinante sconosciuto vestito di grigio, che ho incontrato due volte ma di cui non sono riuscita a scoprire niente. Ho un cugino acquisito, mio mentore, ho una singola amica, e ho una spada ricavata dalla zanna di un drago, ancora ai tempi del mito.
Sono una Sorvegliante. Appartengo alla casta epica, ammantata di leggenda al punto che tutti credono si tratti davvero di leggenda, di combattenti che proteggono il mondo dalle invasioni demoniache, di quelle creature che si trovano appena oltre la soglia di casa, sopra e sotto la realtà conosciuta, e che anelano la materia almeno quanto detestano noi, che nella materia siamo nati, viviamo, e che da materia moriremo. Loro, quei mostri liminari chiamati arryxis, della materia e della vita sono la negazione, la nemesi, l’antitesi, e vanno fermati.
Io sono qui per questo: mi trovo acquattata dietro una siepe, la spada in pugno e l’attenzione alta, perché la Soglia, la realtà che si è spaccata per ragioni in parte sconosciute, in parte troppo complicate da potersi riassumere brevemente, va richiusa prima che due mondi, o un mondo e un non-mondo, si compenetrino in maniera irreparabile, per non dire fatale. Io, Lwen Tern, Sorvegliante delle soglie Dhilarin dei Mille Mondi, sono qui per riparare lo strappo nella realtà, che a volte basta la semplice orbita dei sistemi solari, o delle galassie, a provocare in uno dei mondi. Sfogo, sfiatatoio, chiamatelo come volete: si apre, e se non si richiude da solo in pochissimo tempo, devo intervenire io. È il mio compito, il mio ruolo nel mondo, di certo molto più nobile del ruolo che il mondo vorrebbe cucirmi addosso: ragazzina che va a scuola grazie alla borsa di studio di un ricco aristocratico altezzoso, che fa beneficienza per mostrare di essere uomo di buon cuore e larghe vedute, che permette anche alle figlie di panettieri di poter aspirare a un matrimonio decente. Meglio essere Sorveglianti, grazie mille.
Il problema, in questo momento preciso, è che non ho la minima idea di cosa dovrebbe fare, un Sorvegliante.
Ci sono tre arryxis, a poca distanza da me, tutti e tre grossi come cavalli da tiro, sauri da incubo, con la pelle granulosa che inizia già a fumare e sfrigolare, per il contatto con questo mondo, pieno di vita, di batteri, di materia; loro non possono sopportarlo a lungo. Devono trovare un modo di integrarsi, e il modo più veloce è prendere un Sorvegliante, me per esempio, farlo a pezzetti, divorare la sua carne e bere il sangue. Noi possiamo spostarci nei Mille Mondi – quelli compatibili con la vita umana, almeno – e questo fornisce l’immunità necessaria a poter resistere. In mancanza di Sorveglianti, un essere umano qualsiasi va bene, per rimandare il peggio.
I tre arryxis dovrebbero stare cercandomi come segugi famelici, o almeno cercare delle vittime a caso, in attesa del piatto forte. È così che succede.
Invece, litigano tra loro. Suonandosele di santa ragione, oltretutto.
Due di loro sono ritti sui posteriori, si sono afferrati per gli artigli a vicenda, e si ringhiano sui denti, come due ubriachi con la sbornia cattiva. Il terzo, a quattro zampe, gira intorno, la coda muscolosa che schiocca per terra, facendo saltare zolle ogni volta che sbatte. Sibilano, mugolano, emettono dei rantoli che, anche senza un traduttore accanto, intuisco non essere auguri di buon compleanno. Uno dei contendenti abbassa la testa e molla una craniata sulla spalla dell’altro, che risponde mordendo il compagno, dall’altra parte. Non azzanna con il massimo della ferocia, ma comunque gli lascia dei bei segni, che il compagno celebra con un ruggito in tono minore, che mi fa voltare, per il timore che qualcuno possa avere sentito.
Non è probabile, perché vicino alle Soglie non siamo più completamente di qua, nel nostro mondo, e i suoni sono la prima cosa che viene inghiottita dall’immensità dei Mille, ma non si sa mai. Dopotutto, io sono finita in mezzo ai piedi di mio cugino proprio in un’occasione simile, richiamata dalla Soglia, e per poco non sono finita sbranata da un liminare come questi qui. A quel punto, laddove una ragazzina normale sarebbe scappata urlando e avrebbe passato i dieci anni successivi a farsi psicoanalizzare per capire quali colpe avessero avuto i suoi genitori, per provocarle un trauma simile, io mi sono piantata davanti al Sorvegliante, con la sua spada ancora grondante il sangue nerastro degli arryxis, e gli ho detto che volevo fare parte della squadra.
Devo dire che ci sono momenti, per esempio mentre guardo tre demoni che si riempiono di botte, in cui penso che è difficile trovare qualcuno capace di fare scelte più imbecilli.
Il terzo mostro, che finora si è limitato a guardare, si mette in mezzo, prima che la cosa degeneri definitivamente. Seguono zampate, sibili, testate date cercando di superare lo sbarramento del paciere, ma alla fine questi, ringhiando sui denti dei compagni, riesce a separarli. Ricadono a quattro zampe e si mettono buoni, mentre il terzo, che è più grosso, più scuro e con un muso francamente molto più brutto dei compagni, gira intorno, fiutando e facendo dardeggiare la lingua bifida, con aria d’ammonimento.
Alza la testa, si guarda intorno. Io mi appiattisco al suolo, perché anche se non può fiutarmi, cieco non è di sicuro, e non posso farcela da sola contro tre arryxis adulti.
Ho, nettissima, la sensazione che i suoi occhi gialli, spaccati nel mezzo dalla fenditura nera della pupilla, indugino sul cespuglio dove sono nascosta, prima di errare oltre.
Non mi piace, per niente. Decido che quello dovrà morire per primo. È una volta e mezzo gli altri, e non sta neppure cominciando a sfrigolare.
Gira la testa verso uno degli altri due, e qualcosa devono comunicarsi, perché quello si alza e si avvicina. Il ‘mio’ arryxis si abbassa e comincia a raspare per terra con gli unghioni: non come se scavasse, ma facendo curve e circoli, standoci attento, minuziosamente.
Sta tracciando dei segni per terra.
Un demone che traccia simboli accanto a una Soglia aperta. Non mi piace, proprio per niente. Forse non è il caso che aspetti mio cugino.
L’altro demone, quello rimasto da una parte, si avvicina a sua volta, come se la cosa gli interessasse. Sono tutti e tre chini su quello che il loro capo sta facendo, sono distratti. Sono anche tanti, lo sarebbero se fossi una Sorvegliante esperta, figuriamoci nelle mie condizioni. Mi mordo le labbra, dibattendomi nel dubbio: intervenire o aspettare? Se intervengo, e riesco a sgozzarli, benissimo, chiudo la Soglia e magari riesco anche a tornare al ballo, per quanto ci sia poco da sperarci. Ma se crepo, a parte la mia scarsa propensione a morire (strano a dirsi, ma vorrei arrivare viva a domani; penso che sarebbe grandioso, campare ancora un po’), avrei tre arryxis adulti, violenti perfino tra loro, a cui il mio sangue ha regalato loro l’immunità, liberi nel parco del castello reale di Tern, nel bel mezzo di una festa.
Oh, alla fine vinceremmo, non ho dubbi: Sorveglianti ce ne sono, e tanti, alla fine vinciamo sempre. Ma non a questo prezzo, non stanotte.
Decido di rimanere rimpiattata ancora un po’, in attesa di rinforzi. Lyott deve essere già per strada, e in due difficilmente falliremmo.
Il capo dei mostri alza un momento la testa, per guardare la Soglia. Sta tremolando, come uno strappo che si allarga, e mentre guardo, due mani enormi, con artigli lunghi come il mio avambraccio, spuntano dalla nebbia lattiginosa, e un quarto arryxis si fa largo, violentando la Soglia al suo passaggio. Uno dei sottoposti schiocca le fauci, con aria contenta.
La situazione sta iniziando a sfuggirmi di mano. Quattro arryxis potrebbero essere troppi, anche per me e Lyott insieme.
Devo chiudere quel passaggio. Sta uscendo un vero battaglione, non posso più rimanere inerte. Chiuderò la Soglia e ucciderò un mostro, se ci riesco, e dopo… ma a che pro pensare al dopo? Il momento di farmela sotto temendo per la mia vita era prima di scegliere di essere Sorvegliante.
Come vorrei sapere chi era, il mio cavaliere grigio. Abbiamo ammirato insieme un quadro del mio pittore preferito e abbiamo ballato parlando di cose interessanti, quindi forse so di lui tutto quello che si dovrebbe sapere, su qualcuno. Però mi sarebbe piaciuto conoscere anche i particolari, per esempio come si chiama e che faccia ha.
Pazienza, è un po’ tardino per recriminarci sopra. Mi asciugo il palmo sudato sulla giubba, per impugnare meglio la Fendidraghi, serro i denti, e comincio ad alzarmi.
Vedo, senza possibilità di equivoci, che gli occhi gialli del capo arryxis si girano verso di me, anche se lui non muove la testa dalla mia parte. Mi ha individuata. Ci fissiamo, per un attimo, una brevissima frazione di secondo, prima che uno di noi due debba morire.
E poi, con uno scatto che ricorda più una pantera che un rettile, i muscoli possenti che guizzano, sotto la pelle granulosa, le fauci formidabili talmente spalancate che i denti triangolati, lunghi come la mia mano, sparano tutti in fuori, si avventa sull’arryxis arrivato per ultimo. Affonda le zanne nel suo collo, profondamente. Scuote. Sento il rumore delle vertebre che si spezzano, come schegge di legno.
Lascia cadere il corpo, che sussulta negli ultimi spasmi nervosi, e si butta su uno degli altri compagni, talmente sbigottiti da essere rimasti paralizzati.
Li capisco benissimo. Sono paralizzata anch’io, sulle ginocchia piegate, le cosce che sopportano tutto il peso del mio corpo, mentre guardo senza capire il mostro che squarcia il suo compagno, lavorando di zanne e artigli, come se volesse scavargli un tunnel nella gola. Il sangue nero, vischioso e astringente al tempo stesso, schizza dappertutto, come pezzi di notte lacerata. Le gocce che finiscono nella soglia sfrigolano e diffondono un ammorbante puzzo di bruciato. La Soglia sembra contorcersi, se fosse viva sono certa che urlerebbe di dolore.
Il superstite riesce a emergere dallo choc appena prima che il mostro si dedichi a lui. Lo schiva con un balzo laterale, mentre cerca di raccogliere le idee.
L’arryxis più grosso si mette tra lui e la Soglia. Si solleva sulle zampe posteriori, possenti come le gambe di un lanciatore di pesi, e si avventa con gli artigli, tanto veloce che dalle fauci aperte gli si strina in aria un filo di bava. La battaglia che segue è spaventosa. Vedo solo code, arti muscolosi, zanne e artigli scintillanti, schizzi di inchiostro nero, corpi allacciati, che sollevano erba e zolle di terra, spezzando ramoscelli e perfino piccoli tronchi, mentre rotolano da una parte all’altra della radura. Li seguo in punta di spada, non so nemmeno bene cosa dovrei fare. In realtà, forse non dovrei fare proprio niente: se si ammazzano a vicenda, per me è un regalo di compleanno anticipato, la possibilità di sopravvivere fino a domani, recapitata direttamente dai Mille Mondi, con un bel fiocco rosso.
Il mostro traditore inchioda a terra l’altro, fa schioccare le fauci, ma la sua vittima non è troppo per la quale, e le zanne incontrano solo la tagliola di denti del suo avversario, ogni volta che si abbassa per squarciargli la gola. È spostato un po’ lateralmente, perché quello sotto cerca di scalciare, e per quanto la pelle degli arryxis sia bella dura, quelle scimitarre gli tirerebbero fuori le budella in un secondo. Le code sono allacciate tra loro, strettamente. Sembrano quasi in accoppiamento, o almeno credo, non ho idea di come facciano per accoppiarsi. L’idea che sia un rituale amoroso mi attraversa brevemente il cervello, ma quella violenza è davvero eccessiva. Anche dando per assodato che corteggiarsi, per loro, equivalga ad ammazzare tutti i rivali, questo è un combattimento all’ultimo sangue, che si concluderà con un morto, non con una scena di passione orgasmica.
Meno male. Posso sopportare sangue e budella, ma non due sauri che ci danno dentro. Come a confermare la mia tesi, quello grosso affonda le zanne nella testa dell’altro, decidendo, saggiamente, che la gola è fuori portata. Quando vedo uno di quei denti triangolari, affilatissimi, sparire dentro l’orbita dell’avversario, distolgo lo sguardo.
È così che mi accorgo che la Soglia sta subendo un nuovo assalto. Ci sono degli altri artigli, che lacerano lentamente la ferita aperta nella realtà, spingendo di qua, da Fuori, nebbia, gelo, e un corpo di rettile demoniaco, pelle scura, granulosa, chiazzata, occhi gialli e feroci. Punta dritto verso l’arryxis traditore, che dopo il primo morso sta accanendosi sull’avversario sconfitto, squarciando e dilaniando, schizzi di inchiostro nero che partono a ventaglio, ogni volta che falcia il corpo sotto di lui con le scimitarre di artigli. Non sta facendo una bella morte, poveraccio.
Il nuovo mostro si accuccia sulle quattro zampe, raccoglie il corpo sotto di sé, come un gatto che si appresta al salto. Gli arriverà dritto sulla schiena, gli spezzerà la nuca con un morso. Benissimo, mi dico. Quello là è davvero troppo grosso e troppo pericoloso, meglio che lo ammazzi un suo simile, poi io ucciderò quello rimasto, chiuderò la Soglia, e fermerò quella che si sta dimostrando una vera e propria invasione. Le Soglie tendono a collassare su se stesse, a richiudersi da sole, ma quella ha superato il punto di rottura, l’hanno strapazzata troppo, e continuerà ad allargarsi. Appena i mostri avranno finito di togliermi un po’ di fatica, provvederò io a sistemare le cose. È perfetto.
Per questo, ci metto un po’ a capire che non sento più la tensione delle cosce perché non sono più mezza piegata, ma sono in piedi, e sto correndo trasversalmente, in direzione della Soglia, per cogliere alle spalle l’ultimo arrivato. Tengo la Fendidraghi tra me e lui, come mi ha insegnato Lyott, e prima di colpire salto, bisogna sempre saltare, perché la coda è una frusta micidiale, schizza come un fulmine e se la perdi d’occhio sei morto stecchito, tal quale gli fossi capitato nelle fauci. La vedo schioccare sotto di me, ed è a quel punto che colpisco.
La Fendidraghi potrebbe tagliare a metà un portone di quercia senza farmi pesare lo sforzo. Attraversare pelle, carne, tendini e ossa è una sinecura, per lei.
Muore in fretta, dopo che gli ho tranciato la femorale. Colpisco ancora, perché ovviamente si è rivoltato, e la Fendidraghi gli sparisce in una spalla, per schizzare fuori, quando balzo all’indietro. Muore in fretta. Ma non abbastanza.
Il dolore mi attraversa le scapole, da destra a sinistra, come se mi avessero frustata con un pezzo di tubo pieno di schegge di vetro. La professoressa Nisria mi odia, perché sopporto le sferzate senza abbassare gli occhi e senza dare alcun segno di dolore, ma le sue sottili bacchettate ai polpacci sono veramente ridicole, in confronto a questo. È colpa mia. La coda, la fottutissima coda.
Cado a terra, lottando per respirare, mentre l’arryxis si contorce negli spasmi. La coda si abbatte accanto a me, vicinissima, e io rotolo più in là, per non essere travolta. Mi si accende nuovo dolore nella schiena, mi rendo conto che la stoffa è lacerata, e che sto sanguinando. Cerco di inspirare, ma la sventola mi ha momentaneamente paralizzata. Rantolo, per ficcarmi un po’ d’ossigeno dentro. L’arryxis sta scalciando, sarchia il terreno macellandolo, ma ormai è quasi dissanguato e non ha scampo. Cerca di rialzarsi, ricade, inizia il tremito dell’ultima agonia.
L’ho fatto fuori. Questo è l’importante. Mi sollevo sui gomiti, vedendo davanti a me tanti puntini luminosi, il preludio allo svenimento, e mi rigiro, nella speranza che il cambio di posizione mi permetta di riprendermi un po’. Mi sembra funzionare, la morsa che mi serra il petto si allenta, si riduce a un dolore allucinante alla schiena, e tiro un lungo, terapeutico respiro. I puntini luminosi spariscono.
Dietro di loro, il muso spaventoso dell’arryxis traditore è a due palmi di distanza dalla mia faccia. Le labbra sono arricciate su quella tagliola pazzesca di denti triangolari, le narici si dilatano, mentre fiuta. Mi vedo riflessa in quegli occhi gialloneri, e so esattamente cosa prova un coniglio nella gabbia, mentre il cliente dice al macellaio che sì, quello gli sembra che possa andare. Serro le dita sull’impugnatura delle Fendidraghi, ma so benissimo che mi farà saltare la testa prima che io abbia finito di sollevare il braccio.
Dallo spazio tra una chiostra di denti a l’altra, la lingua bifida, viscida e lucida come un muscolo, si srotola verso di me.
Un momento dopo, sono schiacciata con la faccia a terra, le mani enormi del mostro che mi schiacciano le spalle, gli artigli conficcati per terra. Giro a fatica la testa, e mi ritrovo una scimitarra affilatissima a un niente dal mio naso. Scalcio, inerme come il coniglio che viene messo all’angolo della sua gabbietta, mentre il macellaio con una mano trattiene lui, e con l’altra prende il coltello.
Cerco di alzare la Fendidraghi, consapevole che questo comporterà lo scoprire quanto fa male farsi strappare un braccio.
I rostri che mi inchiodano la spalla destra a terra si spostano, e si serrano sul polso, sbattendomelo di nuovo giù. Il contraccolpo mi fa mollare la Fendidraghi, che finisce oltre la mia portata.
“Oh, no, no, proprio no.”
Grande, ha imparato la lingua, prima di invadere il mio mondo. Posso insultarlo un paio di volte, prima che mi uccida. “Stanno arrivando, stronzo, sei già morto, sei mor…”
Non smetto di parlare perché sono stata decapitata, il che smentisce clamorosamente l’idea di Lyott, secondo cui quello è l’unico modo sicuro per farmi stare zitta. Ho ancora la testa sul collo. Sbatto le palpebre, per verificare: affermativo, sono ancora tutta intera.
Ma ho smesso di parlare per un motivo ben preciso, cioè che sono sbalordita. Il mio aguzzino mi ha inchiodata a terra, mi è salito sulla schiena, mi ha disarmata, ma non mi sta macellando.
Mi sta… mi sta leccando.
Fa male, poche storie. Il colpo di coda del suo compagno deve avermi scorticata un bel po’, e quella lingua, lunga, larga, bavosissima e gelida come un pesce morto, sfrega la carne viva, tanto che mi contorco, per pura reazione nervosa. Lui mi inchioda un po’ di più a terra – senza usare gli artigli, si serve soltanto del suo peso – e continua imperterrito.
Il sangue mi cola giù da una spalla, disturbato da quel sisma, e la lingua del mostro per un momento mi scivola lungo il collo, mi sfiora la guancia, inondandomi di un puzzo micidiale, sangue umano, sangue demoniaco, fosforo, azoto, acido. Mi si rivolta lo stomaco.
“Che schifo! Ammazzami, ma non appestarmi più!”
Mi risponde una lunga, lunga leccata, per tutta la ferita. Grido di dolore.
“Basta! Smettila!”
Sento la pelle lacerata che si sposta, mentre il mostro continua a degustarmi, neanche fossi un sorbetto.
In tutta onestà, speravo di morire un po’ più velocemente, e anche in maniera più eroica. ‘Leccata come un gelato, fino a completo dissanguamento’ è davvero una chiavica di epitaffio.
“Se vuoi uccidermi fallo subito, o ti giuro che…”
“Cosa?” Vedo accanto a me uno scorcio di fauci, sgocciolanti di sangue, il mio sangue. “Cosa fai se non ti uccido, gnocchetta?”
Ha una voce rauca, sforzata. Non è anatomicamente progettato per pronunciare parole umane, ma colgo senza fatica il sarcasmo del suo tono.
“Ma come hai fatto a campare finora, di’? Sono davvero tutti così imbecilli, quelli venuti prima di me?”
Sussulto, perché ha ricominciato a martoriarmi la carne viva. “Almeno non… erano dei traditori.”
“Imbecilli.” Corregge lui, continuando a biascicarmi addosso. A poca distanza, la carcassa del suo compagno si sta irrigidendo, presto inizierà a decomporsi. Ora di domattina, i nobili cavallerizzi che passeranno di qua penseranno che il suolo sia stato divelto dai cinghiali, e organizzeranno una battuta di caccia.
“Ora ti lascio andare, gnocchetta, ma la spada la lasci dove sta, va bene?”
“Certamente!”
Mi serra un po’ più forte, mi fa male. “Dico sul serio, gnocchetta. Sei così cogliona che ti sei fatta colpire da qualcuno che avevi già sconfitto, non credere di potertela giocare con me. Hai un gran bel culo, se mi ascolti puoi riportarlo a casa tutto intero.”
“Voi demoni guardate il culo alle ragazze?”
“Non preoccuparti – mi risponde – se avessi voluto fotterti, l’avrei già fatto. Non sei abbastanza capiente da uscirne tutta intera, ma sono problemi tuoi.”
Ammetto che rimango senza parole.
“Allora, siamo d’accordo?”
Mi passo la lingua sulle labbra. “Stanno arrivando i rinforzi. Non sei in condizione di trattare, anche se credi il contrario.”
“Oh, ne dubito – mi risponde, accomodandosi meglio sulla mia colonna vertebrale – ho isolato l’area, i tuoi amici non ci troveranno. Non l’avessi capito, stasera era prevista un’azione in grande stile.”
Ecco cosa stava tracciando per terra, prima di tradire i suoi compagni. Simboli, magie di protezione, e Lyott girerà tutta notte per il parco, passando magari proprio qui accanto, senza né vederci né sentirci. Ha piegato tempo e spazio, questo bastardo, siamo ancora qui, ma invisibili. Certo, se fossi in piedi e in assetto da combattimento, non sarebbe un problema. Il fatto è che adesso non sono in piedi e di certo non sono in assetto da combattimento. Mi gioco sempre tutto su un’unica possibilità, e diciamo che comincio a capire che è pochino.
Devo veramente imparare un paio di trucchetti in più, se voglio durare ancora qualche anno, come Sorvegliante. Marinerò la scuola per esercitarmi con la Fendidraghi. In questo momento, andare a scuola non mi sembra la priorità principale della mia vita.
“Perché stavate litigando, prima?”
“Intendi prima che li ammazzassi?”
“Dopo la vedo dura, no?”
Ghigna. “Ah, loro volevano tenderti un agguato, fotterti a turno, e poi smembrarti per avere ciascuno la sua fetta di immunità. Solite cose.”
Quest’immagine dei demoni che mi aggrediscono sessualmente inizia a disturbarmi, che si sappia.
“E tu, invece? Sei il cavaliere della situazione, che salverà la principessa?”
“Possiamo fare uno scambio, gnocchetta. Che ne dici?”
“È una domanda retorica, vero?”
Mi fa scivolare la lingua sul collo e sul lato della faccia, provocandomi un mezzo conato. “Ti lascio andare – conclude – ma se allunghi una mano alla spada, la perdi. La mano, dico. E anche un bel po’ del resto.”
“Lo immagino.”
Il suo peso si sposta, smettendo di gravarmi addosso.
Mi tiro su, cautamente. Guardo la spada, che potrei raggiungere, se mi buttassi, ma so che buttarmi sarebbe l’ultima azione della mia vita, quindi sospiro e alzo gli occhi sul muso da incubo che mi incombe sopra.
“Di qualsiasi scambio tu voglia parlare, escludi pure la Soglia. Se credi che la lascerò aperta, fai prima ad ammazzarmi subito.”
Lui fa schioccare la lingua, un rumore come di un osso che si spezza. “Sei proprio cogliona, fattelo dire. Sono io che decido cosa si scambia, a meno che sotto quel giubbino, al posto delle tette, tu non abbia un paio di fauci supplementari.”
“Taglia corto e dimmi perché hai ucciso i tuoi compagni invece di me.”
“Domanda imbecille. Mi conveniva farlo.”
“Risposta imbecille. Voglio sapere il perché.”
Lancio un’occhiata tutto intorno. Liminari morti e in via di decomposizione, una Soglia che pulsa come una ferita infetta, la radura sconvolta. Più in là, solo buio tranquillo. Mi trovo chiusa dentro una piega spaziotemporale con un demone e non posso farci proprio niente.
Il mostro sembra leggermi nel pensiero. “Finora hai solo avuto culo, eh? Ti butti all’attacco e macelli quello che puoi. Che strategia idiota. Forse dovrei ammazzarti e cercarmene un altro.”
“Ce n’è un altro – ribatto, imponendomi di non abbassare gli occhi – si sta aggirando per il bosco in cerca del suo liminare morto della serata. E, tra parentesi, la Soglia è ancora aperta. Ne usciranno altri?”
“Tra un po’ – risponde, con indifferenza – aspettano che da questa parte dia il via libera.”
Un’azione in grande stile, ha detto. La sera del mio ballo a corte, giustamente. Credo che la misericordiosa Ney abbia esaurito la pazienza con me, e si sia stancata di essere presa in giro ogni volta che prometto che tornerò a frequentare il tempio.
Mi rigiro per mettermi seduta, ignorando il dolore bruciante alla schiena. “Perché?”
“Era un buon momento. Ma non è questo il nostro scambio, gnocchetta.”
“Se vuoi l’immunità, scordatelo. Non lascio mostri liberi per questo mondo, al massimo posso concederti di rientrare in quella Soglia, chiuderla, e salutarci così.”
“Ma certo – ribatte, sarcastico – sono arrivato fino qui, ho ammazzato i miei compagni, per poi tornare indietro come se niente fosse, agli ordini della prima gnocchetta che mi sarei ritrovato davanti! Logico, vero?”
“Senti, facciamola corta, vuoi? Non sono troppo propensa a conversare, specie vista la puzza che i tuoi compagni cominciano a emanare. Dimmi cosa vuoi, così posso rifiutarmi e possiamo scannarci finché un altro Sorvegliante non finirà l’opera al posto mio.”
Ma guarda, anche gli arryxis sono capaci di sollevare un sopracciglio, o almeno quella cosa scagliosa sopra l’occhio, che immagino sarebbe un sopracciglio, in un essere umano.
“Sei una demente – è il suo pregnante responso – ma hai fegato, te lo concedo. Vabbè, non pretendevo certo un Morghater con pieni poteri, forse andrai bene anche tu.”
Ghigna di nuovo, ed è davvero orribile a vedersi. È come uno squalo che si sforza di fare il simpaticone, prima di mangiarti tutto intero.
“Anzi, magari per certi versi sarà anche più piacevole, visto che non sono finocchio.”
Pianto i talloni per terra e guadagno qualche palmo di distanza. “Spiegati meglio, e soprattutto da dove sei, senza muoverti, o ti accorgerai che qualche potere ce l’ho. Tu e i tuoi amici mi avete rovinato una serata coi fiocchi, quindi dammi un pretesto e sarò felice di farti a pezzetti.” Non sembra molto impressionato, anche se non si muove per acchiapparmi. Digrigno i denti. “Hai preso il mio sangue, ma non credo ti basterà per molto tempo. Quindi, se non vuoi il resto, cosa dovrei accettare, come scambio?”
“Voglio possederti.”
A quelle parole, cala un silenzio pesante come piombo. In altre circostanze, non avrei equivocato, ma dato che l’arryxis mi ha chiarito, in maniera abbastanza esplicita, che non dispiace loro spassarsela con le vittime, devo ritrovare un attimino di calma. Mi sforzo di razionalizzare, abbastanza da capire che un mostro che definisce l’accoppiamento come ‘fottere’, non passerebbe mai a un linguaggio aulico quale è ‘possedere’, a meno che non si tratti di campi completamente diversi.
Comunque, alla fine, la risposta è sempre la stessa, quale che sia ciò che intende davvero.
“Scordatelo.”
Lui arrotola la coda attorno a sé, e sono sicura che lo fa per mostrarmi com’è lunga e robusta, capacissima di abbattermi, se faccio tanto di allontanarmi ancora.
“Conviene a entrambi. Io posso vivere in questo mondo, che è molto meglio del cesso dove sono stato generato, e tu avrai un aiuto nella tua missione, cosa di cui, scusa se te lo ricordo, ma sembri avere un gran bisogno.”
“Preferisco esercitarmi un altro po’, piuttosto che fare patti con un demone.”
“Non fare la santarellina. Voi Sorveglianti lo fate di continuo.”
“Certo – esclamo io – con arryxis piccoli, deboli e manipolabili. Non con criminali assassini che si rivoltano contro i loro stessi simili, e per di più grossi come cavalli da tiro obesi.”
Evito di raccontargli che Lyott ha ottenuto la sua Possessione squarciando il ventre gravido di una femmina e tirando fuori il feto prossimo alla nascita. Il liminare aveva sbranato un Sorvegliante ed era sfuggito per mesi, prima che mio cugino lo braccasse nella sua grotta, uccidendo il suo compagno e lei. Straziante? Beh, certo, se non si bada troppo al mucchio di ossa e teschi accumulati in un angolo, gli avanzi dei pasti.
“L’hai detto tu, che sono poco capiente per te, giusto?” Concluso, sarcastica.
“Io non sono materia – ribatte lui, che evidentemente non ha capito il doppio senso – le mie dimensioni non fanno nessuna differenza, se ti possiedo. Vorresti davvero una mezza sega come i miei compagni, piuttosto di me?”
“No, io volevo soltanto uccidervi tutti e tornare al mio ballo.”
Sembra confuso. “Ballo?”
“Sì, è un modo che abbiamo noi per… oh, lascia stare. Non voglio una Possessione con te.”
“Quindi, ti ammazzo.” Conclude lui, in tono rammaricato.
Solleva un unghione.
“No, aspetta!” Guardo la mia spada, ma ormai è troppo fuori portata, nessuna possibilità. Non che prima ne avessi di più.
Detto tra noi, misericordiosa Ney, ti sto proprio sulle palle, vero?
“Devo… devo pensarci. Le tue argomentazioni sono molto incisive, non so se te l’hanno mai detto.”
Riabbassa l’unghione, di poco. “Pensaci alla svelta. Sto cominciando a dirmi che magari ci guadagno di più a farti a pezzi e andare in cerca di un Sorvegliante meno isterico.”
“Ho qualche domanda.” dico in fretta, per guadagnare tempo.
“Vedi di spicciarti, perché mi sto rompendo il cazzo.”
“Ci saranno altri attacchi come questo?”
“Un puttanaio. Le cose stanno cambiando, gnocchetta.”
“Cambiando come?”
“I Mille Mondi stanno entrando in conflitto. Dhilarin è instabile.”
Dhilarin. La divinità, o forse il demonio finale, oppure il fenomeno fisico, completamente amorale, che controlla l’equilibrio tra i mondi. Non è una bella notizia, nemmeno un po’.
“E hai un’idea del perché?”
“Chi cazzo se ne frega del perché – brontola lui – il perché interessa a voi, che state qui al caldo e alla luce. Noi cogliamo le occasioni, punto.”
Beh, almeno adesso saprò qualcosa che non mi è mai tornato, tra tutte le tante cose che non mi tornano, nel macello che è la mia vita.
“Scusa, ma a voi il nostro mondo fa male, vi fa letteralmente marcire. Perché continuate a insistere? Capisco i poveracci che finiscono qui per sbaglio, non faccio che rimandare indietro piante e animali e persone disperate, ma voi…”
“Davvero non lo sai, gnocchetta? Non te l’hanno detto?”
Con la spiacevole sensazione di avere commesso un errore tattico – mai confessare ignoranza al nemico – scuoto la testa.
“Ti mandano al macello così, i Morghater? E poi quelli stronzi saremmo noi?”
Mi risento. “Beh, tu ti difendi bene. Io non ammazzo i miei simili, almeno.”
Sbuffa, spazientito. “Senti, potevo avvertirli che c’eri e invece ho scelto di stare dalla tua. Ti ho salvato le tettine tonde per due volte, e mi sto cominciando a rompere i coglioni di brutto. Vuoi salvarti per la terza volta, sì o no?”
“Giusto a titolo di curiosità personale, chi ti ha insegnato la nostra lingua?”
“Vi sentiamo parlare spesso, quando il velo si assottiglia – risponde lui, con fierezza – quando possiamo vedervi e sentirvi, ma non si apre nessuna Soglia, quindi noi stiamo di qua e voi di là. Parlo bene, eh?”
“Una favola – borbotto – scommetto che passi le serate ad aggirarti per le bettole di paese.”
“Allora, ti ammazzo o accetti la mia proposta?”
Scrollo le spalle, ma mi fermo subito perché la schiena brucia come fuoco. Comincio anche ad avere le vertigini, e so che è perché continuo a sanguinare. Ho bisogno di cure, alla svelta. Tra un po’ non riuscirò più a camminare, e la casa di Maya dista un bel po’ dalla reggia.
“Ultima domanda e poi la chiudiamo… in un modo o nell’altro.”
L’arryxis si sposta, in modo da schiacciare la mia spada sotto una delle enormi zampe posteriori.
“E chiudiamola, allora… in un modo o nell’altro.”
“Quello che sta per succedere è brutto, vero?”
Mi guarda con occhi gialli, inespressivi.
“Se perfino un bestione come te ha talmente paura da proporsi a un Sorvegliante, invece di farlo a pezzi, sta per succedere qualcosa di brutto, vero?”
La lingua bifida dardeggia, schiocca, sparisce dietro la tagliola di zanne. Non mi risponde, sbatte solo le palpebre, pesanti come saracinesche. Non sta cercando di farmi paura: è lui, ad avere paura.
Esito ancora solo un momento, perché so che non c’è ritorno. Finora, forse, c’era: in fondo, se avessi cominciato a stancarmi, avrei solo dovuto restituire la Fendidraghi, parte dell’oro, e togliermi di mezzo.
Mi sento un po’ umiliata, nell’accorgermi che sono terrorizzata, adesso che smette di essere un gioco. Credevo di avere un po’ più carattere di così.
Quindi, per orgoglio, ovvero per il motivo più stupido che si possa trovare, in Mille Mondi che si aprono su Mille Soglie, guardo negli occhi inumani del mio nemico e rispondo:
“Chiuderò la Soglia, dopo. Ma tanto tu non ne avrai più bisogno, perché io… accetto. Se rispetterai la tua parte di patto, rispetterò la mia.”
L’arryxis ringhia, e conosco abbastanza questi mostri da sapere che è il loro modo di acconsentire (oltre che di sbranarti, sospetto per loro ci sia poca differenza).
Non c’è bisogno che parliamo del patto, è implicito, istintivo, banalmente primordiale: lui proteggerà me, io proteggerò lui. Sperando che le due cose non debbano mai entrare in conflitto tra loro.
Mentre guardo il mostro da incubo che mi si scaglia contro, riempiendo il mio mondo di pelle dura come cuoio, zanne, artigli, odore rivoltante di non-carne proveniente dal suo non-mondo, sono perfettamente consapevole di stare facendo una stupidaggine, unicamente per salvarmi la vita.
D’altronde, fare stupidaggini per salvarsi la vita è esattamente quello che tutti chiamano vivere.
Il dolore mi attraversa come un fulmine gigantesco, dalla nuca all’inguine, saettando dalla colonna vertebrale verso tutte le terminazioni nervose, fino alla punta delle unghie e alla radice dei capelli. È un’agonia nel senso più letterale del termine: una battaglia contro qualcosa, il mio corpo che si ribella, che si rivolta, che si squarcia, nella resistenza inutile. Agonia. Sono destinata a perdere.
L’ultimo pensiero a cui mi aggrappo, prima che il terreno mi si avventi addosso, è che, almeno, nessun mostro assalirà il castello, il re, la regina, Maya… e il mio cavaliere grigio.
Non so se urlo.
Poi.
Nebbia.
Sprofondo.

2 thoughts on “Capitolo 6”

  1. Strix
    Strix says:

    Seddochino dolce <3

    1. Lem
      Lem says:

      Un pulcino di zucchero <3

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

*