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Capitolo 5

La scena è circa la seguente: sono agghindata con un vestito da sera di seta e velluto, tutto pieno di gale e nappe e crinoline per farmi un culo grosso così, e volteggio tra le braccia di un affascinante sconosciuto vestito di nero, che mi palpeggia con la consumata eleganza di chi sa come toccarti, per farti sentire palpeggiata senza che lui, di fatto, metta le mani dove non deve. Ho addosso una maschera che mi fa sentire più imbecille a ogni minuto che passa, e sto guardando la caricatura di un demone, dietro la quale vedo due occhi chiari e ironici, che intuisco incastonati in un volto dai tratti piacevoli, regolari, con la carnagione molto scura.
Mi fa girare su me stessa, tenendomi per il polso, e poi torna a tenermi stretta. Io posso solo fissarlo.
“Cos’è, il gatto ti ha mangiato la lingua?”
“Referente?” Gracchio io, per un riflesso condizionato e non per sostenere la mia parte della nostra interazione. Lui sorride, sotto la maschera.
“Referente – ripete – sono quello che ti manda l’oro ogni mese, i libri, le armi, e tutto quello che ti occorre. I Morghater sono molto soddisfatti di te.”
“Oh, bene.” rispondo io, mentre cerco di raccogliere le idee.
La gerarchia è semplice: sono l’ultima ruota del carro. Quella inesperta, quella sacrificabile, che ha fatto da spalla a Lyott per cinque anni, prima di ricevere la Fendidraghi, un mucchietto d’oro, una mansarda dove vivere da sola, e l’augurio (nemmeno troppo sentito) di campare più a lungo che potessi. Lyott è sempre stato quello che mi portava il necessario, che ascoltava le mie richieste, che mi spiegava cosa fare e come farlo. Quali libri studiare, che esercizi svolgere, per rimanere sempre in forma e bella scattante, in modo da non finire troppo presto nell’intestino di un liminare, cosa che provocherebbe un bel po’ di problemi. Il sangue dei Sorveglianti è potente.
Sopra di me c’è sempre stato Lyott, e basta. Al vertice ci sono i Morghater, gli imperiali delle sconfinate regioni oltre la Cordigliera Scarlatta, che naturalmente accolgono con un sorriso gentile e ironico il racconto mitologico dei Sorveglianti e della loro missione. Credo che l’attuale imperatore sia l’unico a sapere chi siano, più o meno, tutti i Sorveglianti del nostro mondo, anche se dubito si ricordi il mio nome. Serve sopravvivere un bel po’ di anni, perché quella gente ti cominci a notare, il che è anche logico.
Chi ci fosse, tra Lyott e i Morghater, l’ho sempre ignorato, e non l’ho nemmeno mai chiesto. Lyott non me l’avrebbe detto, e comunque non mi sarebbe servito a niente, visto che non mi vengono lesinati mezzi né aiuti. In questo, sono generosi. Se muoio, non gliene frega più di tanto, ma basicamente preferiscono tutti che resti viva.
“Giusto per capirci – riepilogo alla fine – saresti così gentile da chiarirmi su chi diavolo sei?”
“Veloce – commenta lui, persistendo nel suo sorrisetto divertito – avrei detto che la tua prima domanda sarebbe stata ‘come hai fatto a riconoscermi’? L’incognita è importante, sai.”
“Mi hai riconosciuta perché ho i capelli rossi come il mal di pancia – taglio corto – adesso dimmi chi sei, visto che devi essere il mio referente. Lyott lo sa?”
“Tu e Lyott verrete cooptati presto per una missione – mi risponde, imperturbabile – ultimamente c’è davvero troppa turbolenza. È come se la realtà si stesse sfaldando attorno a qualcosa, ma è presto per dirlo.”
Grandioso. Proprio il tipo di informazioni giuste, per passare una serata di frivolezze e balli.
“Mi ero accorta che c’è parecchio da fare, ultimamente. Mi servirebbero giornate da settantadue ore.”
“Per questo non posso farci niente, ma vedrai che potrò agevolarti in molti altri modi, adesso che il nostro rapporto è più diretto.” Rallenta il ballo e mi fa girare per guardarci direttamente in faccia, dietro le maschere. “Tu sei Lwen Tern, Sorvegliante, e io sono Haldan Morghater, mago di corte.”
“Ah!” Esclamo, un po’ troppo forte. La coppia accanto a noi si volta a guardarmi, io arrossisco come i miei capelli.
“Scusa – dico, a voce più bassa – solo che… caspita! Non pensavo che l’ordine dei Sorveglianti fosse arrivato…”
“Così in alto? Siamo anche molto più su, credimi, Confido che sarai all’altezza – risponde lui, asciutto – non sono imparentato con la famiglia imperiale, ovvio. Morghater è la città dei miei genitori, mai avuto titoli nobiliari. Ma ho, come dire, molte altre abilità.”
Tra cui un’autostima che non teme crolli, penso, ma lo tengo per me. Se è sicuro delle proprie abilità, tanto meglio. Non me ne faccio niente di persone incerte, che magari mentre sei lì che devi chiudere una Soglia si tormentano sui grandi problemi dell’esistenza, e intanto un liminare ti sgranocchia il femore. E poi, per essere già mago di corte alla sua età – non è chiaro a guardarlo, ma sotto i trenta di sicuro, forse anche sotto i venticinque – in gamba lo è di sicuro.
Se può salvarmi la vita in missione, tanto meglio, ma si sta davvero prendendo troppa confidenza, mi cinge schiacciandomi contro il suo petto, senza pudore, proprio. Se si è comportato così anche con Maya, minimo l’avrà traumatizzata.
Gli lancio la stoccata, mentre mi svincolo per mettere il minimo sindacale di distanza tra noi:
“Quindi sei il mago di corte, oppure un mago di corte? A quanto ne so, sua maestà il re ne ha uno personale, ma è molto anziano.”
“Sarò il prossimo mago di sua maestà. I vecchi hanno la spiacevole abitudine di morire, temo.”
“Quanto cinismo. Si direbbe che te lo auguri.”
“No di certo, è il mio maestro e gli sono affezionato. Ma sono realista: ha quasi novant’anni, non ne vivrà altri tre, a essere ottimisti. Ormai svolgo io la maggior parte delle mansioni, tranne quella di consigliere reale, che dovrò guadagnarmi sul campo. E, per la missione dei Sorveglianti, è meglio essere in una posizione di potere. Non ne verranno che vantaggi, anche per te.”
“Certo.” devo convenire, anche se mi inquieta, la tranquillità con cui parla. Mi riesce fin troppo facile immaginarlo mentre dice, con uguale impassibilità, che i Sorveglianti hanno la spiacevole abitudine di morire, occorre una nuova ragazzina per tenere a bada le orde fuori dai confini del nostro mondo. I capelli rossi non sono obbligatori. “Sei stato così concreto anche con la mia amica?”
“Qual era la tua amica? Ho avuto una serata piuttosto intensa, quanto a compagnia femminile.”
Oh, povera me. “Il primo ballo – dico, cercando di rimanere calma – una ragazza molto carina, capelli ricci, vestito color pastello. Te la ricordi, oppure è stata una delusione?”
“Oh, lei.” Per un momento, il suo sorriso ironico diventa diverso, quasi… dolce? Possibile? “Non ha voluto dirmi come si chiama, ma l’ho impegnata per il prossimo ballo. Non è stato facile, è molto richiesta.”
Domino la tentazione di fermarmi in mezzo alla pista, piantarmi le mani sui fianchi e ghignare con la faccia verso il soffitto, tanto mi esalta sapere che Maya se la cava alla grande. Allora non sono tutti stupidi, in questo palazzo.
“È la figlia di Mykler – gli spiego – vedi di essere gentile, d’accordo?”
La menzione al Sorvegliante locale, prima di me e Lyott, lo fa annuire. Mykler impugnava la Fendidraghi, la usava davvero bene, e Tern ha dormito tra due guanciali per parecchi anni; per l’esattezza, fino al giorno in cui un liminare non gliel’ha fatta sporca e gli ha portato via una gamba fino a mezza coscia, con un morso. Gli è andata bene: il suo compagno ha concluso la missione senza un braccio, una spalla e un terzo di cassa toracica, il terzo nel quale risiede il cuore, il che ha leggermente ostacolato la sua guarigione. Da allora, Mykler esercita come medico, è molto rispettato, e non ha mai preso di nuovo moglie, dopo che la madre di Maya è morta nel metterla al mondo. Passa le giornate a curare onesti lavoratori e le nottate a ricucire onesti Sorveglianti. Gli devo un bel po’ di punti e di bendaggi, che guariscono sempre senza lasciare traccia, nessuna cicatrice che tradisca la mia missione. Ho una pelle bellissima, liscia, vellutata come una pesca. Immagino che le mie compagne la definirebbero una fortuna.
“Buon sangue non mente – commenta Haldan – di tutte quelle che ho visto stasera, è l’unica che non butterei in un pozzo insieme a una ventina di ratti affamati. Specialmente quella con il vestito blu scuro: non è che morde?”
Traduco mentalmente l’offensivo discorsetto. Ormai ho capito che mi trovo davanti a un individuo che considera il mondo composto perlopiù da esseri degni di disprezzo, nel quale qualche rara eccezione lo sorprende positivamente. Le mie compagne sono frivole forse, ma non sono cattive, sono solo state educate così, e non certo perché si trovino male nella vita. Questo viene loro richiesto, questo fanno. Anche volessero, non hanno alternative. Criticarle è ingiusto.
Però ha inquadrato Althesia al volo, quindi decido di non trovarlo proprio detestabile.
“Stai lontano da quella con il vestito blu scuro – gli consiglio – e dimmi piuttosto in che modo posso contattarti senza attirare l’attenzione, qualora ne avessi bisogno.”
Il ballo rallenta, le coppie cominciano ad avvicinarsi al bordo.
“Lyott si limita a venire alla torre dei maghi quando serve, ma non credo che una ragazza nubile possa aggirarsi attorno ai miei appartamenti senza fare una pessima impressione, giusto?”
A un’osservazione così pleonastica non sento di dover rispondere.
“Conosci la statua della dea Ney, al crocevia dei Vicoli delle Mura?”
Annuisco.
“Quando hai bisogno di incontrarmi, lascia un’offerta alla dea. Non davanti, ma dietro, avvolta in un fazzoletto, dentro ci dovranno essere dei sassi, che avrai tenuto in mano per qualche minuto. Troverai altre offerte, forse: lasciale lì. Non sei l’unica con cui utilizzo questo sistema.”
“Le tue fidanzate? E come farai a capire chi vorrà contattarti, nel mucchio?”
“Sono un mago.” Mi risponde lui, guardandomi come se si chiedesse se davvero ho bisogno di una spiegazione così stupida. “Basterà il tuo tocco a farmi capire che sei tu. Al massimo entro un paio d’ore, riceverai un piccione con le istruzioni su dove incontrarci. Hai capito bene?”
“Se ci riescono le ragazzine che butteresti in un pozzo con venti ratti, posso riuscirci anch’io. Te ne liberi così, quando si innamorano troppo e diventano assillanti?”
Mi sorride, gelido. “Un giorno quella linguaccia ti metterà nei guai, lo sai?”
“Lo so – annuisco – ma non sarai tu a inguaiarmi, a meno che non voglia prendere il mio posto, la prossima volta che un liminare vorrà pranzare con le budella di un Sorvegliante. Vai senza tema, e cerca di comportarti decentemente con Maya: a differenza mia e tua, lei qualcosa di buono dalla vita se lo merita.”
Il ballo – finalmente – finisce, e ci stacchiamo senza neanche bisogno di guardarci.
“Posso dire alla tua amica che mi hai detto come si chiama?” mi chiede, sgarbatamente.
“Diglielo pure: così sarà chiaro che hai ballato con me solo perché dovevi parlarmi, non per altro.” Non riesco a trattenere un’ultima stoccata: “Lei non è una delle tante, giusto per chiarirci. Suo padre cura tutti i Sorveglianti da questa parte del fiume: vorrei non dovergli dire il nome dello stronzo che ha spezzato il cuore della sua unica figlia.”
“Pensa agli affari tuoi – mi ringhia – gestivo i Sorveglianti per conto dei Morghater quando ancora te la facevi nel pannolino, mocciosa.”
“Magnifico, adesso hai insultato Maya, ha la mia stessa età. Che dolce!”
“Se non mi servissi più da viva che da morta…”
“Già, il problema è che da morta rischieresti di doverti impegnare tu…”
“Non hai la minima idea di che impegni abbia preso, razza di…”
A quel punto, mentre conversiamo così amabilmente, con l’aria poter andare avanti per un pezzo – si è capito, questo qui pretende sempre di avere l’ultima parola, ma io ti distruggo, non la spunti – succedono due cose, all’incirca nello stesso momento. Perché i cataclismi, quando arrivano, o arrivano tutti insieme, spalleggiandosi da buoni amici, oppure rimangono a dormire per mesi, mentre tu non fai niente e potresti tranquillamente gestirli.
Stasera è il momento peggiore di tutti. Quindi le cose devono succedere tutte adesso.
Ci irrigidiamo contemporaneamente, Haldan ed io. Anche lui, pur non essendo un Sorvegliante, deve essere dotato della sensibilità che ci contraddistingue, quel senso supplementare che dorme dentro ogni essere umano, e si risveglia solo in quelli davvero scalognati.
Liminari. Fuori dal palazzo.
Lo vedo trattenere il respiro, mentre io al contrario ne esalo uno lunghissimo, la mia mente come un amo, una lenza alla cui estremità è attaccato il mostro… no, i mostri, merda ce n’è più di uno… e si aggirano nel parco della reggia, attirati dalla vita, dalla realtà contingente di questo mondo, e da me.
“Devo andare.”
“Sì – comincia a dire lui – vai a prendere la tua spada… o devo mandare qualcuno a prenderla?”
Lo guardo con disprezzo, perché la sua è una domanda seria. “Sono una Sorvegliante, credi che mi terrei la spada fuori portata? Devo solo tornare nello spogliatoio a cambiarmi. Tu trova Maya, in due potrete reggermi il gioco con il maestro di cerimonie e gli altri cortigiani, va bene?”
Lui annuisce, e in quel momento succede il macello definitivo.
“Ben ritrovata, madamigella.”
Guardo costernata il mio cavaliere invernale, che sposta gli occhi da Haldan a me, con uno strano atteggiamento. Mi accorgo che l’imbecille mago di corte mi sta ancora tenendo la mano, da buon cavaliere, anche se stavamo insultandoci, e gliela sottraggo in tutta fretta.
Non so perché, ma dubito che i liminari che si aggirano nel parco, dopo avere attraversato il velo sottile che diventa la realtà, quando si apre una Soglia, mi daranno il tempo di fare mezz’ora di ballo.
“Ehm…” esordisco, mentre cerco di ricordarmi se la professoressa Nisria, tra una frustata fisica e una frustata verbale, ci ha mai detto come tirare elegantemente bidone a un cavaliere che ci piace tantissimo, senza che detto cavaliere tracci una riga nera sul nostro nome, da qui all’eternità. Mi pare proprio di no: morirò giovane e illibata, lo sapevo.
Ignoro la stretta al cuore, veramente assurda, mentre cerco di dire qualcosa di sensato, dopo un: “Ecco, signore, vedete…”
“La damigella si è torta una caviglia – interviene Haldan, e per la prima, nonché sicuramente ultima volta nella mia vita, sento di adorarlo – la sua insegnante di danza ha trascurato di insegnarle alcuni passi fondamentali, temo.”
Ecco, già smetto di adorarlo. E mi tocca anche assumere un’aria afflitta e sofferente, mentre tiro su con discrezione un piede, perché mi penzoli inerte.
Il cavaliere in grigio sembra prendere le parole di Haldan nel mio stesso modo. “Strano – dice con freddezza, verso di lui e non verso di me – abbiamo ballato a lungo, e mi ero sorpreso della sua leggerezza e bravura. Posso accompagnarvi a una sedia, damigella?”
In altre circostanze, avrei ammirato l’eleganza con cui si accingeva a liquidare Haldan, e a dire il vero, l’ammiro anche adesso. Ma è lui che deve essere liquidato. Di corsa, anche.
Haldan, in quanto mio cavaliere (solo adesso, per carità), mi cinge la vita con un braccio, costringendomi ad appoggiarmi a lui. “No, signore, sono io il responsabile, tocca a me rimediare. Non temete: in quanto mago di questa corte, provvederò che la damigella venga subito assistita nel miglior modo possibile. Vieni, da questa parte, cara.”
Cara? Ma io ti stronco! Mi scosto un tantino, giusto perché sia chiaro che certe confidenze se le sta prendendo senza che la cosa mi garbi. Funziona: il mio cavaliere grigio smette di guardare storto me e cominci a guardare storto Haldan.
“Così, siete il mago di corte – disse, adagio – domattina avrò piacere di ripresentarmi a voi, per ricevere notizie della damigella. Siete sicura di non volere che vi accompagni, mia signora?”
Mia signora, lui sì che ha classe, altro che cara, senza nemmeno conoscermi. Ma, ti prego, non farmi domande difficili, che volentieri butterei dalla finestra lui per stare con te.
Gli sorrido per scusarmi, da dietro la mia maschera imbecille, e vorrei tanto poterlo guardare negli occhi. Non lo sa, ma io stanotte impugnerò la Fendidraghi perché questo castello sia un posto sicuro, anche per lui.
“Vi rovinerei la serata, signore. Datemi licenza di andare, con tutte le mie scuse più sentite. Tenevo tanto a questa danza, ma spero ci saranno altre…”
Haldan non mi lascia il tempo di finire, per poterci magari accordare su un altro incontro, sperando che domani sarò ancora tutta intera, e mi trascina via. “Vi darò notizie domattina, ora vogliate scusarci. La damigella soffre!”
Io giro la testa, per vederlo un’ultima volta, e credo proprio che lui se ne accorga, perché fa un passo verso di me. Poi la folla lo nasconde, Haldan si muove veloce e io chiaramente non sono azzoppata, perciò spariamo alla vista in un attimo.
Ammetto che mi sento svuotata, completamente e per nessun motivo ragionevole. L’ho incontrato per due volte e per due volte l’ho perso. E stavolta non ci sono tante possibilità che lo riveda.
“Adesso non metterti a frignare. Salvargli la vita è più importante che fare la civetta mentre ballate, non credi?”
“Tu lo conosci?” chiedo senza riflettere, mentre mi spinge fuori dalla sala, senza complimenti.
“Se domani mi chiederà di te, lo conoscerò. Stasera siamo tutti delle incognite, a parte gli Ianmeyr, che non vivono senza sfoggiare i loro colori.”
Lancio un’occhiata sulla pista da ballo, e Althesia è ancora con il suo cavaliere blu scuro, l’aria di chi non lo mollerà facilmente. La bellissima, biondissima, inconfondibilissima e Ianmeyrissima sorella del casato è a bordo pista, intrattenuta da tre cavalieri contemporaneamente. Sono tutti così belli, così felici, si divertono un mondo. Sono la crema, loro.
“Non ti sono simpatici, eh?”
“Il signore di Ianmeyr fa sempre troppe domande, su troppe questioni che, se seguite abbastanza a lungo, portano dritti ai Sorveglianti e a Dhilarin. E non si può certo liquidare il fratello della regina così – schioccò le dita – quindi no, non mi è simpatico. Adesso vai!”
Comincio ad allontanarmi. “Trova Maya, dille tutto, raccontale ogni cosa: puoi fidarti. Lei saprà come fare, in caso occorra rappezzarmi, dopo. Tutto chiaro?”
Mi fa appena un cenno, prima di voltarsi e tornare nella folla della sala da ballo. Ammetto che avere due alleati invece di uno potrebbe rivelarsi dannatamente comodo.
Lo spogliatoio è vuoto, tranne per un paio di ragazze e una mezza dozzina di cameriere, intente a cucire gale strappate o cercare forcine e altri ammennicoli. Mi chiedono se ho bisogno di qualcosa, rispondo di no e trascino il mio baule dietro il paravento più lontano. C’è una finestra, posso filarmela facilmente, dopo essermi strappata di dosso il vestito da sera.
La Fendidraghi riposa sul fondo, sotto i calzoni e la camicia d’emergenza. Speravo di non averne bisogno.
Taglio i lacci con il coltello, non ho tempo di spogliarmi. Il vestito mi casca attorno ai piedi, come un fiore reciso. È durata davvero poco, penso strappandomi la maschera e ficcando tutto nel baule, alla rinfusa. Ci penserà Maya a portare via ogni cosa, senza attirare l’attenzione.
Mi strappo le forcine e i fiori artificiali, tanto in fretta che ci rimetto un bel po’ di capelli. Li lego sulla nuca, nella solita treccia di quando combatto. Sembra assurdo anche ricordarsi che, solo mezz’ora prima, ero una ragazza che ballava con qualcuno che le piaceva. Il mio cavaliere grigio starà probabilmente cercando qualche damigella sola, per continuare lo spasso che gli ho rovinato.
Mi infilo gli stivali, con i lacci incrociati e le suole chiodate, adatti a camminare su ogni terreno – o non terreno. Succede di superare una Soglia, se è possibile, se è necessario. Quello che c’è nello spazio tra i mondi non si può descrivere, la mente umana lo traduce solo come un’infinito vuoto pieno di nebbia gelida. A volte capita di vedere qualcosa, un mostro, o una stella. A volte non si riesce a capire se l’uno o l’altra. Forse, in fondo, non c’è davvero differenza.
Allaccio il cinturone, sfilo la Fendidraghi, mi volto verso la finestra. La facciata del palazzo è piena di doccioni, grondaie decorate, tegole artistiche, e poi siamo solo al primo piano. Uscire non sarà un problema, non lo è mai, per me.
Faccio un altro respiro profondo, mi aiuta a focalizzare l’attenzione. Adesso che sono sola, senza distrazioni, posso distinguere chiaramente tre intrusi, del tipo peggiore: non liminari provenienti da qualche soglia, creature che vanno solo rispedite indietro, ma gli altri, i non-esseri generati nella nebbia oltre i mondi. La mitologia li chiama arryxis. Sono dèi e demoni, hanno contribuito a formare il folclore come pochi altri, e se si trovano davanti un essere umano, beh, i dettagli sono inutili e disgustosi. Li ‘vedo’, nella mia mente, nero su nero, forme da incubo, rettili grandi come cavalli, artigli come scimitarre, pollice opponibile, coda sferzante. Draghi privati di ali e nobiltà, anzi, la nemesi dei draghi.
Stanno avvicinandosi al castello, lo fanno sempre, cercano il centro del potere. Sono stata nel parco reale almeno altre quattro volte, per emergenze simili, e posso orientarmi a occhi chiusi.
Apro la finestra in silenzio. Si accorgeranno che mi sono defilata, ovviamente, ma non sapendo chi sono, la cosa ha poca importanza. Questa cosa del ballo in maschera è dannatamente utile.
Mi muovo al buio, in silenzio. Ormai è da tanto che non ho bisogno di Lyott, per guidarmi e spiegarmi cosa fare e come farlo. Cominciamo tutti come scudieri di un Sorvegliante più esperto, e poi, se sopravviviamo, ci arrangiamo da soli. Attorno a me, oltre le siepi e gli alberi, qualche coppietta passeggia sotto la luna, e attorno a una particolarmente grande devo fare un giro largo, perché il rumore mi informa che c’è una verginità in corso di smantellamento.
Mi chiedo se con il mio cavaliere grigio avrei finito la serata camminando per quei sentieri.
Mi addentro tra gli alberi più grossi, nella parte del parco adibita a riserva di caccia. Lì il buio è davvero totale, devo muovermi piano, fino alla Soglia. Se posso, combatto sempre accanto alle Soglie, di notte, perché sono una fonte di luce. Le percezioni mi informano che i liminari sembrano essersi fermati, formano un gruppo compatto, e questo è un po’ strano. Di solito si sparpagliano, per rendermi la vita difficile, invece così mi è facile tagliare la strada, mettendomi tra loro e il palazzo. Se vogliono raggiungere i miei amici, dovranno passare su di me.
Lo farebbero con piacere, immagino, ma io ho la Fendidraghi.
Mi fermo e mi inginocchio dietro una siepe, perché la luminescenza della Soglia è abbastanza intensa da proiettare delle ombre, a rischio di farmi sorprendere. Sono con il vento sbagliato, ma non possiamo essere fiutati: non si accorgono di noi, finché non palesiamo la nostra presenza, a meno di commettere qualche errore stupidissimo, alla voce ‘ho pestato un rametto’ o ‘mi muovo facendo danzare la mia ombra per terra’.
Il nostro sangue per loro è ambrosia, ma sono ciechi nei nostri confronti, finché non sgorga. Potete vederla come una condanna morale: se vuoi uccidere il Sorvegliante invece di presentarti a lui, supplice, per essere aiutato, non hai il diritto di vederlo. E questo è davvero un vantaggio. Se decidi tu quando vuoi attaccare, sei in vantaggio.
Studio la situazione. La Soglia è alta circa come me, quindi non molto, e si presenta come una fenditura netta, sospesa a mezz’aria: dall’altra parte fa filtrare solo nebbia, e quella luminescenza che è più assenza di tenebra che altro, perché Fuori non c’è neppure il buio. Posso distinguere i tronchi e i mostri, comunque, e mi basta.
Quando capisco cosa succede, rimango a bocca aperta.
Sono davvero tre, come il mio sangue Sorvegliante mi ha informata, e sono davvero arryxis, grandi, grossi, e dall’aria letale. Non sono creature fatte per vivere nel nostro mondo, e marciscono quando sono ancora vivi, se non trovano un modo per trapiantare materia viva nella loro non-materia, prima che inizi il processo di corruzione. Un tempo, all’epoca dei miti, avevano cercato di inondare questo mondo di nebbia, che poi non è nebbia ma un gas che alla lunga ti uccide, ma i Sorveglianti hanno chiarito, con una certa energia, che la cosa non è fattibile. Gli arryxis sono stati ricacciati indietro, ma nel corso del conflitto hanno fatto una scoperta interessante.
Il sangue dei Sorveglianti è l’elisir che permette loro di vivere in questo mondo. Io sono un’ampolla di medicina miracolosa, per questi mostri.
Se mi si avventassero contro, avrei poche speranze, non sono ancora tanto abile da fare quello che fa Lyott, che può aprire una Soglia, buttarci dentro i mostri, richiudere e – giuro, gliel’ho visto fare, una volta che la battaglia è stata particolarmente dura – pisciarci sopra. La Fendidraghi ha questo potere, o forse l’ho io, ma i miei fendenti sono ancora solo questo, solo fendenti. Mi sto applicando, ma ci vuole tempo. Per ora sono capace di guarire in fretta, di percepire i mostri, di cucinare una torta a tre strati da leccarsi i baffi, di prevenire gli attacchi, e di rimanere viva, contrariamente alle aspettative di tutti.
Se fossero in tre contro di me, dovrei ritirarmi, vigilare che non si avvicinino a nessuno, e aspettare mio cugino, per un’azione congiunta.
Ma non vogliono avventarsi contro di me, non ci pensano neppure, e non perché non si siano accorti della mia presenza, anche se è così. Stanno pensando a tutt’altro, e credo che potrebbero essere accerchiati dai Sorveglianti, prima di distogliere l’attenzione da quello che stanno facendo, sotto i miei occhi allibiti.
Stanno combattendo tra di loro.

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