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Capitolo 4

Senza che quasi me ne accorga, arriva il giorno del ballo.
Non che le avvisaglie non ci fossero state, intendiamoci: nelle ultime due settimane non ho fatto altro che ricamare merletti e lavorare al tombolo, ho preparato fiori artificiali, creato nodini artistici per l’acconciatura, respirato colla da tappezzeria per la preparazione della maschera, desiderato che un liminare mi sbranasse, attaccato perline e lustrini, ascoltato discorsi e pettegolezzi, desiderato tanto che un liminare mi sbranasse. Insomma, non è che mi colga proprio di sorpresa.
È solo che ho avuto altro a cui pensare, e mentre le mie mani si muovevano in lavoretti che, ne sono certa, sono responsabili del novanta per cento delle crisi isteriche delle signorine della buona società terniana, il mio cervello non ha fatto altro che rivivere gli ultimi avvenimenti o, in alternativa, dormire saporitamente. Non ho riposato granché, nelle ultime due settimane.
Si stanno aprendo troppe Soglie. Una al giorno, in media, ed è una media che perfino Lyott ritiene esagerata, tanto che ha iniziato a parlare di chiedere un’Adunanza. Significa riunire tutti i Sorveglianti a portata di mano, per un’azione massiva che sigilli e isoli Tern dai Mille Mondi, almeno fino a quando durerà l’interferenza. È una cosa seria, che non si può fare alla leggera, perché chiudere lo sfiatatoio delle Soglie significa aumentare la pressione. Potrebbe essere molto pericoloso.
D’altronde, quattordici soglie in due settimane, delle quali tre hanno comportato un assalto dei liminari della categoria ‘siamo stronzi e affamati e tu sarai il nostro aperitivo’, potrebbero essere anche più pericolose. Ci penso di continuo, ma non trovo una soluzione: dopotutto, sono una Sorvegliante di primo pelo, non sono neanche ancora stata iniziata ai cerchi più interni dell’Ordine, e conosco pochissime persone, della fitta rete che regola la mia missione. Forse hanno già ideato una soluzione, ma io sarò l’ultima a saperlo, e a me si chiederà soltanto di eseguire. Un po’ irritante, certo, ma d’altronde sono io che, quella famosa notte, ho alzato il mento, dominato il tremito, e detto a Lyott che intendevo essere della squadra. Se ci sono delle regole, io ho giurato di rispettarle.
Per questo, quando vedo le mie mani attaccare l’ultima perlina di vetro e poi rigirare la maschera, per osservare il risultato finale, è come se la vedessi la prima volta.
L’idea, per un ballo a corte, è di rispettare il tema proposto, e siccome parliamo di un ballo in maschera alla reggia, il tema proposto è di una raffinata imbecillità, concepita da qualche dama di compagnia della regina, la quale meriterebbe solo la forca (dico la dama di compagnia, non la regina): rugiada notturna in un arcobaleno d’inverno.
Giuro. È quello. Scritto ufficialmente nell’invito formale consegnato a ciascuna.
Il risultato di una simile accozzaglia di parole a effetto, accostate con un criterio da alcolista di liquori di lusso, è chiaramente che nessuna ha la minima idea di cosa fare. Il concetto sarebbe la rugiada? O la notte? O l’inverno? E l’arcobaleno, che cazzo c’entra? Tu l’hai capito? Ma certo, è ovvio, no? Oh, sicuro, così semplice, così naturale, che finezza, che stile, spero di arrivare a un simile risultato, dopo avere concluso gli studi!
Dopodiché, ciascuna ha fatto un po’ di testa sua, e a guardare le mie compagne che svolazzano come farfalline per l’aula di economia domestica, mi viene da pensare che, forse, un tema talmente assurdo è stato scelto proprio per dare maggior libertà possibile alle interessate: dopotutto, tra notte, rugiada e arcobaleni, sbagliare è matematicamente impossibile. Qualcosa si azzeccherà per forza.
La maggior parte delle ragazze ha deciso che quella roba significa all’incirca ‘leccate i piedi alla casa reale, infilando i colori dello stemma di Tern ovunque’. È un tripudio di rosso, bianco e dorato, che dopo un po’ stufa, però devo dire che le mie compagne hanno abbastanza buon gusto. Non saranno mai il nuovo Maestro, ma sono carine come uno stormo di cince, in quei bei colori sgargianti, le maniche bordate di pelliccia, i veli e le sete e i nastri.
Una nutrita minoranza ha privilegiato l’arcobaleno, e queste in effetti fanno un po’ spavento, perché dovendo usare sette colori tutti insieme, beh… che lo dico a fare? Se si fossero lapidate a vicenda con i vasetti di colore, il risultato sarebbe stato all’incirca lo stesso. Perfino la professoressa Nisria è rimasta senza parole.
Althesia, mostrando una certa furbizia, ha optato per l’inverno, che le ha permesso un sapiente sfruttamento del blu notte e del bianco, i colori del casato Ianmeyr. Ha cosparso di perline trasparenti maschera e vestito, e devo dire che sembra davvero imperlata di rugiada, fino ai guanti e alle punte delle scarpine. La maschera è una libellula, dalle ali cangianti e le antenne che ondeggiano a ogni passo. Niente da dire, si farà notare.
Maya non si è mai cambiata per provarsi il vestito, non vuole farsi vedere. Le ho visto tra le mani la stoffa a tenui colori pastelli, e quanto alla maschera, è una semplice copertura del viso, decorata con la sobria dolcezza della mia amica, ma fine della storia. Non vuole mostrarsi, e non si mostrerà. Maya è dolce, timida e remissiva, ma quando ha deciso qualcosa, gli dèi fanno finta di niente, per non fare la figuraccia di finire scornati contro il muro invalicabile della sua volontà.
Quanto a me, mentre pensavo a tutt’altro, ho scoperto che, del tema scelto, sarò la notte.
Il velluto nero costa, e nemmeno poco, perciò ho stornato i sospetti affermando che avrei sottratto i soldi dalla mia scarna dote; una spiegazione accettabile, per una ragazza che, se non trova marito in queste occasioni, dovrà accontentarsi di un matrimonio con – orrore! – un uomo qualsiasi, un onesto lavoratore che magari avrà bisogno che lavori anche la moglie, per tirare avanti al baracca. Chiaro che farei qualsiasi cosa per sfuggire a una sorte tanto orrenda, no?
Il velluto nero mi piace. È muto ed elegante, conserva per sé i suoi segreti. Mi sarei fatta tutto il vestito così, ma devo evitare di sembrare funerea, non posso mica presentarmi a corte conciata come una prefica: il corpetto è verde scuro, con una V nel mezzo che arriva fino alla vita, coperta dal prezioso velluto. Le maniche sono delle losanghe verdi, ricamate a foglioline nere, vivacizzate dalle perline di vetro che vanno per la maggiore, e lo stesso motivo è ripetuto sulla gonna, fino a terra, con il tessuto verde tagliato, per mostrare il buio della sottogonna di velluto. Con i miei capelli rossi, dubito fortemente che dovrò vivacizzare un po’ quello che, a guardarlo da due passi di distanza, sembra un bosco visto di notte.
Mi piace.
Aggiusto con il dito la perlina, che si sta asciugando un po’ storta rispetto a dove doveva stare, e mi rendo conto che sto iniziando a sentirmi curiosa. Un ballo a corte. Effettivamente, non avrò molte altre occasioni di vederne. Dame, cavalieri, la novella coppia reale che sorriderà e magari rivolgerà una mezza parola a qualcuna di noi, la danza, la musica. Devono esserci dei suonatori fantastici, alla reggia, e magari cicisbei capaci di conversazione interessante, anche se non credo potrò parlare granché.
Ma, insomma, il lusso e lo sfarzo sono bellezza, anche se l’ostentazione, a mio avviso, rovina un po’ il loro valore, e ho davvero voglia di vederli. Sarebbe bello se niente andasse storto.
A volte penso che dovrei smettere di sperare che le cose vadano dritte.
Secondo me, porta scalogna.

Dato che, in quanto borsiste, non possiamo permetterci una carrozza personale ciascuna, e men che meno ne abbiamo una con il blasone di famiglia, la scuola, ovvero i quattrini di Ianmeyr che la direttrice ci fa sapere spenderà generosamente per noi invece di tenerli per attività più nobili (il suo conto in banca, mormoro a Maya, che mi spedisce una gomitata per farmi stare zitta), ci mette a disposizione un mezzo. Una diligenza di linea, enorme, antiquata, pesantissima, lenta, con i sedili comodi all’incirca come un dente del giudizio che spunta storto. Si lamentano tutte, per come stiamo compresse, dopo che i bauli di ciascuna hanno riempito praticamente tutto lo spazio disponibile. Perfino Maya storce un po’ il naso, quando si trova incastrata tra me e una nostra compagna di classe, una ragazza bravissima per carità, gentile e tutto, solo che occupa tre posti, e trasborda anche addosso alla mia amica.
Io non mi lamento. Sto stretta e scomoda, ma il mio metro di paragone, in quanto a scomodità, è ritrovarmi appesa per una mano a una roccia sporgente, con sotto un liminare inferocito che cerca di sbranarmi, quindi direi che non mi trovo affatto male. Siamo tutte giovani, tutte di belle speranze, tutte pulite e profumate, con la divisa scolastica che potremo cambiare soltanto una volta arrivate a corte, e ci aspetta una serata indimenticabile. Per loro, ma anche per me. Di notti che non dimenticherò mai ce ne sono tante, però questa me la ricorderò per la sua bellezza, non per il suo orrore.
Se avessi saputo cosa mi aspettava, mi sarei lamentata come tutte le altre. Almeno mi sarei tolta la soddisfazione.
Invece, da felice cogliona ignara, scendo in uno dei cortili meno nobili della reggia, trascino il mio baule insieme alle altre, mi ritrovo in uno stanzone grande e disadorno, dove le borsiste delle altre sezioni stanno già cominciando a cambiarsi, allegre e festanti come uno stormo di passerotti. Le cameriere ci mettono a disposizione acqua, specchi, ago e filo per riparazioni improvvise, laccetti di riserva, e devo dire che sono molto gentili, malgrado noi siamo, socialmente parlando, praticamente al loro stesso livello. Anzi, forse anche più su. Non devono esserci tante figlie di panettieri, tra le cameriere di palazzo.
Decido di aiutare Maya, perché è per lei che questo ballo potrebbe essere fondamentale, più che per me. Non è che disdegni la possibilità di incontrare il mio principe azzurro, è solo che mi dispiacerebbe, se qualche liminare lo smembrasse al primo appuntamento, o giù di lì. Maya sarebbe una fidanzata molto migliore di me, sotto ogni aspetto. Se in questo palazzo c’è un individuo abbastanza intelligente da capire che dovrebbe solo baciarsi i gomiti, se riuscisse a conquistarla, farò in modo che la incontri.
“In che modo farai rientrare il tuo vestito in quel tema da dementi?” chiedo, perché l’abito di Maya è a colori tenui, quasi primaverili, un delicato rosa-arancio che sfuma in un tenero verdolino pallido, e le maniche sono di pizzo, lunghe fino al gomito, per poi allargarsi e ricadere lungo la gonna. C’è del pizzo anche intorno ai fianchi, poco, per non riuscire stucchevole. Al collo ha già un piccolo vezzo di perline verdeazzurre. È carina da morire, ma tutto ricorda, salvo la scempiaggine degli arcobaleni invernali ammantati di rugiada, o quello che accidenti era.
“Per la verità, non rientra – mi risponde lei, mentre si fissa i capelli con le forcine – era l’abito da sposa di mia madre. L’ho adattato un po’ e ho rimodernato il taglio, tutto qui.” Fa una pausa, mentre sconfigge un ricciolo particolarmente ribelle. “Sarebbe stata felice di vedermelo addosso, in una serata così importante.”
Annuisco e penso che, forse, sono l’unica a non ritenere quel ballo una pietra miliare della mia esistenza. Le mie coetanee hanno la scuola e l’amore, io ho le Soglie e i liminari. Non vedo proprio in che modo si possano conciliare, due vite così diverse.
“Ma dovrai pur dire qualcosa, se ti chiederanno la tua ispirazione.” Dico soltanto, e lo dico più per non deprimermi coi miei pensieri, che per altro. “Sembri più l’arrivo della primavera, che un inverno ubriaco. Stai veramente benissimo.”
Vorrei assorbire un po’ della sua freschezza, del colore che le arrossa le guance, il modo in cui le scintillano gli occhi. Penso di essere invidiosa di Maya, la cui unica missione nella vita è trovare il modo di essere felice.
“Aspetta, ti aiuto dietro.” La faccio girare e finisco di fissare i fiori artificiali tra i suoi bei riccioli, cominciando a sentirmi dentro un bel po’ di magone. D’altra parte, come non pensare che tutto questo non mi riguarda e non mi riguarderà mai? Passerò la serata al tavolo dei rinfreschi, a fare da tappezzeria, e poi tornerò a casa, in quella mansarda solitaria che chiamo casa, mentre tutte le altre, Maya compresa, saranno aspettate da genitori ansiosi e preoccupati, che vorranno sapere tutto di com’è andata.
Se io crepassi domani, la mia massima commemorazione sarebbe una lettera frettolosa ai Morghater, perché occorre sostituirmi. Lyott avrebbe un altro compagno, non è che ne abbia avuti pochi prima di me, e la direttrice si intascherebbe quello che resta della mia borsa di studio.
Mi viene da piangere. Voglio mettermi in un angolino a compatirmi, lasciatemi in pace. Mi odiano tutti, sono orribile, ho i capelli rossi, e siccome nessuno mi compatisce, faccio da me.
“Oh, ma che meraviglia!”
Una delle cameriere, venuta a vedere se ci serviva qualcosa, si ferma a guardare Maya che, stranamente, non mostra nessun imbarazzo al complimento. È davvero una meraviglia, ma di solito non sopporta che glielo si faccia notare, quindi è strano… poi vedo che ha in mano il mio vestito e lo sta aprendo, per aiutarmi a indossarlo. La cameriera allunga una mano, per accarezzare il velluto.
“Sarete le più belle, stasera. Ce ne sono, di signorine nobili che potrebbero invidiarvi, sapete!”
Con una mossa esperta, apre la scollatura del vestito e mi fa cenno di entrarci dentro, in modo da alzarlo e farmi infilare le maniche, per completare allacciando dietro. È una donna robusta, e non fa complimenti quando è ora di allacciare. Ho la sensazione che potrebbe segare la testa di un liminare in due, senza troppe difficoltà.
Si alleano. Tra la cameriera e Maya, decidono che i miei capelli sono la perfetta coreografia per non so che acconciatura, e le mie deboli rimostranze vengono respinte all’unanimità, cooptando per l’occasione la ragazza accanto a noi, che appoggia senza riserve il parere della maggioranza.
“Il prossimo compito di empiriano antico non te lo passo.” le ringhio, ma lei ride e torna a dedicarsi alle sue ciglia. Sono tutte troppo felici e piene di aspettative, perché io possa tenere il muso. Alla fine, i miei capelli sono una cascata di boccoli e di intrecci che tengono ferma la maschera, e io neanche capisco chi dovrebbe esserci, dietro quell’immagine sconosciuta, che lo specchio mi restituisce. Potrebbe essere una driade, uno spirito beffardo, un liminare di chissà quale mondo, arrivato con chissà quale soglia. Non sono io.
“Sei bellissima.”
La voce di Maya è sorpresa. Mi guarda come io devo avere guardato lei, poco fa, solo che in lei prevale lo sbalordimento. A differenza di me, lei non invidia nessuno, quindi non mi aveva mai guardata desiderando ciò che non poteva avere. Solo gli invidiosi riconoscono la bellezza, ed è un paradosso curioso, a ben pensarci.
“Sei veramente stupenda, Lwen. Stasera non ti faranno sedere neanche un minuto.”
“Nemmeno a te – rispondo – sei pronta per la fossa dei leoni?”
Tenendoci per mano, come due bambine, usciamo coraggiosamente, insieme ad altre ragazze che hanno appena terminato la vestizione. Chiediamo se loro sanno la strada, ma ci sono servitori e guardiani a ogni angolo, pronti a dare indicazioni, impossibile sbagliare.
I corridoi diventano sempre più larghi e belli man mano che ci avviciniamo alla parte nobile di corte. Adesso per terra non calpestiamo più la nuda pietra, ma ricchi tappeti dai colori vivavi, e alle pareti luccicano le cornici elaborate dei quadri dinastici, o le opere d’arte della collezione reale. Riconosco un dipinto del Maestro, e vorrei fermarmi a guardare meglio, ma naturalmente è fuori questione. I soldati in livrea ci rivolgono la parola gentilmente, e le mie compagne si sciolgono: non sono abituate a essere trattate con riguardo, e naturalmente non si accorgono della consumata abilità con cui quegli addetti alla sicurezza si accertano che siamo proprio invitate, che non siamo delle scroccone imbucate o delle cospiratrici. Con poche domande ci interrogano e poche indicazioni ci congedano, e tutti sono felici.
Avevo detto un ballo? In senso lato, credo si possa dire così. Nella realtà, siccome siamo al castello reale di Tern e non alla sagra della mietitura di Calastronzi, il ballo comprende tre sale, ciascuna grande come tutto il piano terra della nostra scuola, nelle quali tre orchestre suonano tre ritmi diversi. La megalomania appare giustificata dalla folla. Non c’è altro modo di contenere l’orda variopinta e luccicante di dame e cavalieri, e anche così, il profumo di tanti corpi imbellettati prende alla gola. Il brusio è assordante, la musica un’interferenza lontana. Finché non arriveranno i sovrani a dare inizio alle danze, sono tutti alla deriva.
Il lato positivo è che non riconosciamo nessuno, e anche se incrociassimo qualche conoscenza, a meno di ricordarci il vestito e la maschera, saremmo comunque protette dall’anonimato.
È una bolgia di gente irriconoscibile, creature mitologiche, nastri e foglie e piume e spallacci, bandoliere incrociate sul petto, spade elaborate, ventagli impiumati, maschere variopinte e tempestate di gemme. E i gioielli! Rimango a bocca a aperta, non ne ho mai visti di così grossi, così numerosi. Le dame hanno le dita cariche, le orecchie cariche, il collo carico, le acconciature tirate giù dal peso delle gemme. Le maschere sono un intrico di filo d’oro e montature preziose, per gli smeraldi, gli zaffiri, i rubini. Con i nostri modesti monili d’argento e il nastro al collo, credo che potremmo tendere la mano e ricevere qualche monetina di elemosina.
Maya si aggrappa alla mia mano, come una bambina. Tutto questo, per lei, è una tortura. “Dove andiamo?”
Cerco di dominare la vaga vertigine nel vedere la folla variopinta, e chissà quali eminenti personalità che mi sfiorano passando, per prendere la decisione che tutti prendono, quando non sanno cosa fare.
“Andiamo al tavolo dei rinfreschi.”
Definizione anodina, per qualcosa che potrebbe essere il banchetto nuziale di parecchi casati nobili, da questa parte delle montagne. Ci sono servitori in livrea che affettano porcellini interi, piramidi di frutta con mandarini sbucciati, uva e pesche, torte meravigliosamente decorate con fiori di zucchero, vassoi di formaggi. In fondo, un banco lunghissimo dove silenziosi addetti si dedicano a mescere i liquori.
Mi faccio riempire un piatto con una selezione di leccornie e mi guardo in giro, per cercare un posto dove sedermi. Questo ballo sta iniziando a garbarmi parecchio.
Maya mi dà di gomito. “Guarda là chi c’è?”
Indica con discrezione il lato opposto della sala, e dopo un po’, nel viavai di gente mascherata, riesco a riconoscere il vestito blu notte, rifinito di bianco, di Althesia. È in piedi, e accanto a lei c’è un uomo alto e ben fatto, che veste i colori di Ianmeyr, ed è quindi riconoscibilissimo malgrado la maschera, foggiata a elmo per coprirgli tutta la testa. Mi scappa da ridere, a vedere come si è data da fare in fretta, per abbordare la sua speranza di una vita lussuosa, accanto a un uomo che tutte le invidierebbero (tranne Maya ed io, un affronto inaudito).
“Lui non sembra proprio entusiasta.” osserva acutamente Maya, guardando come Ianmeyr se ne sta appoggiato al muro, limitandosi ad assentire con la testa, a quello che sembra un monologo di Althesia. Quando qualcuno lo chiama, è sveltissimo a scusarsi, e lo vediamo raggiungere una ragazza con un fisico mozzafiato e una cascata di boccoli biondi, vestita con un abito di un pallido grigio perla. La sua maschera è nera, ferina. La riconosco, da quei capelli, che splendono come oro filato, e deve riconoscerla anche Althesia, perché non dà alcun segno di irritazione per quello che sarebbe altrimenti un affronto imperdonabile: è la principessa Aillean, sorella minore del casato Ianmeyr. Non ho mai parlato con lei, figurarsi, è in un’altra sezione e i tre quarti delle sue lezioni sono private, praticamente un universo parallelo rispetto a quello dove vivo io. Probabilmente vuole chiedere al fratello di intercedere per un ballo con questo o quel bel cavaliere. Parlano e Ianmeyr mostra molto più entusiasmo rispetto a quello tributato ad Althesia, anzi, sembra proprio che quei due si divertano un mondo.
“Gli avrà estorto almeno un ballo – commenta Maya, mentre gusta la sua torta – non l’avrebbe mai lasciato andare, altrimenti.”
“Poco ma sicuro. Si sarà portata una scorta di penne, per avere la certezza matematica che non possa rifiutarsi di scrivere il suo nome sul carnet!”
Sollevo la mano e agito il polso, per far dondolare il librettino dove, in teoria, i cavalieri devono scrivere la ‘prenotazione’ per il ballo che vogliono fare con me. Ammetto che il non essere ancora stata adocchiata da nessuno un po’ mi scoccia, anche se non sono certo venuta per rimorchiare. D’altra parte, prima dell’inizio della serata, è normale che sia così.
Solo, sarebbe davvero gratificante per la mia vanità se d’improvviso, dalla folla, sbucasse un aitante bellimbusto, che abbagliato dalla mia innata grazia e dalla vivacità della mia persona, non potesse aspettare un solo minuto, per rivolgersi a me e chiedermi…
“Permettete, madamigella?”
Sussulto così forte che per poco il piatto non mi scappa di mano e non combino un disastro, su quel pavimento di marmo, così lucido che mi ci posso specchiare. Maya previene la disintegrazione togliendomi di mano gli stuzzichini, mentre io mi giro per fronteggiare un aitante bellimbusto, sbucato all’improvviso dalla folla, che si è rivolto a me e adesso aspetta una risposta.
“Eh?”
Lui sorride. Ha una maschera molto semplice, senza fronzoli e decorazioni, di un grigio scuro che gli copre tutta la parte superiore del viso; i fori per gli occhi sono oscurati con del tulle nero, impossibile decifrare la sua espressione se non dalla piega della mascella, che è molto squadrata e volitiva, perfettamente rasata. Ha dei bei denti. Il resto del suo costume riflette la semplicità della maschera, e a dire il vero non sembra nemmeno in costume, perché indossa dei normalissimi calzoni e un normalissimo farsetto, dello stesso intenso grigio della maschera, inframmezzato da inserti neri. Sembra che il velluto piaccia anche a lui.
Nel complesso, non sarebbe ridicolo se girasse per strada, ma basta guardarlo per capire che, del tema proposto, ha scelto l’inverno.
“Non volevo spaventarvi – prosegue – spero di non essere sconveniente, a prevenire i miei rivali avvicinandovi per primo.”
Non so sinceramente come reagire, a parte tirare su gli angoli della bocca per fare sembrare che sorrida. Deve essere sufficiente, perché lui, con tranquillità e naturalezza, prende il mio carnet e ci scarabocchia sopra qualcosa.
State sempre attenti a quello che desiderate, perché dovete desiderarlo alla grande, che se poi si realizza, non deve essere una delusione.
Lui mi sorride ancora, mi fa un inchino, e l’attimo dopo è sparito.
“Un cavaliere!” Maya squittisce, eccitatissima. “Hai un cavaliere! E…” Mi prende il carnet, con tanta energia che quasi scardina il polso, ma sono quisquilie, dato il momento. “Per il primo ballo! Il più importante, quello di apertura, che gli dà la precedenza su tutti gli altri! Ooooh, Lwen! Un cavaliere così bello, così alto!”
Di colpo, combattere contro i liminari non mi sembra la cosa più spaventosa dell’universo.
“Che ne sai che è bello? Magari la parte coperta dalla maschera è tutta storta e sembra una rana. Oppure è pelato, con i peli che crescono sulle macchie e le vene sporgenti.”
Nemmeno mi ascolta. Nel suo romantico cervellino, siamo già sposati con sette figli e l’ottavo in fase di concepimento. Direttamente sulla pista da ballo.
Mi riprendo il carnet con uno strattone. “Siamo a un ballo, è normale ballare, no? Anzi, visto che siamo in argomento, andiamo a cercare il maestro di cerimonie, così vedremo di riempire il tuo, di carnet.”
Smette di sorridere per assumere un’espressione terrorizzata. “Oh, no, no no…”

Il maestro di cerimonie è l’addetto che si occupa di appaiare le damigelle nubili con possibili decenti cavalieri, togliendo tutti dall’imbarazzo di dover rimorchiare spudoratamente davanti a una pletora di pettegoli/e che guardano e commentano.
Siccome non è ammissibile che Maya rimanga seduta mentre io ballo, anzi non è ammissibile che rimanga seduta punto, me la trascino per la sala finché il gruppetto attorno a un tizio con un parruccone antiquatissimo e gorgiera inamidata mi fanno capire di avere trovato chi cercavo.
Spingo avanti Maya, che compie una mossa davvero ammirevole per riuscire a nascondersi dietro le mie spalle, ma io sono una Sorvegliante, e sono abituata ad acchiappare esseri viventi riottosi di ogni specie, con una sola mano. La scaravento davanti al maestro di cerimonie.
“Trovatele dei cavalieri, la mia amica ha bisogno di vita sociale.”
“Vedo – risponde diplomaticamente lui – e per voi, madamigella?”
“Io me la cavo.”
“Vedo.” ripete lui, e prende Maya sottobraccio, per presentarla in giro. Che abbia deciso di darle la precedenza rispetto alle altre perché la trova più ‘sistemabile’ rispetto alle oche giulive che lo circondano, o perché pensa sia il modo più rapido per liberarsi della seccatura (me), fa lo stesso. La mia amica viene buttata nell’arena e il maestro di cerimonie chiama con un cenno un giovanotto alto, con una lunga tunica nera che gli cade perfettamente addosso, a fasciargli spalle larghe e fianchi stretti. Da quello che posso vedere a distanza, sembra apprezzare molto la nuova conoscenza.
Molto compiaciuta di me, mi volto per tornare al tavolo del rinfresco.
Ho le mani piene di leccornie, e mi chiedo se farò in tempo a piluccarle educatamente in tempo per il primo ballo, quando gli araldi ci danno dentro con le fanfare e tutti si voltano verso i tendaggi pesanti, di velluto rosso, in fondo alla sala. Sono arrivate le loro maestà.
Tutti e due hanno la maschera, ma non fissa, di quelle che si tengono su una bacchetta, davanti agli occhi. Sono tutti e due giovani, il re è stato incoronato solo l’anno scorso dopotutto, e a dire il vero sembrano proprio una bella coppia. La regina è bionda, come tutti gli Ianmeyr, da sempre, e la sua espressione è carina e gentile, ma non è il caso di farsi ingannare: quando c’è da emettere una condanna, la emette, senza pensarci un attimo. Come tutti gli Ianmeyr, trancia giudizi con l’accetta, e se togli le dita in tempo bene, altrimenti abituati ad allacciarti i vestiti coi denti. Quanto al re, beh, lui è il re, il sogno di qualsiasi ragazza, anche se è sposato; dopotutto, le amanti a qualcosa dovranno pur servire, no?
Ha una barbetta corta e curata, lineamenti regolari, un bellissimo sorriso e occhi sfolgoranti, il nostro re. Forse sono io che, questa sera, vedo ogni cosa nella sua luce migliore, forse è un effetto voluto, studiato attraverso le candele, le lampade e i giochi di riflessi sugli specchi, e la gente intorno a me si è agghindata per apparire al meglio, ma sono… sono sommersa. Il re è bellissimo, la regina meravigliosa, e tutta la corte sembra uscita da un libro di leggende, mantelli oscillanti, farsetti sgargianti, le colonne di marmo, i pavimenti luminosi. Mi accorgo di essere impaziente, ho bisogno di questa bellezza, di questa vita.
È una cosa comune, per noi Sorveglianti. Siamo affamati di vita. La morte è sempre troppo vicina.
Mi chiedo cosa ne penserebbero il re e la regina, se sapessero chi sono e cosa faccio, per il loro regno. Se sapessero che la leggenda è vera, che i Mille Mondi esistono, che esistiamo noi… che esisto io. Vorrei che il mondo sapesse che esisto.
Poso i piatti. Ho perso l’appetito. Ascolto le parole del sovrano, per dare inizio ai festeggiamenti, come un fedele potrebbe ascoltare la predica al tempio, in un giorno sacro. Sono un suddito di questo regno dalla nascita. Per me vuole dire tanto, ascoltare di persona le parole del mio sovrano. So che per lui non esisto, che la sua regina Ianmeyr neppure sa chi sono, e che non sta parlando con me, ma scelgo di immaginare che sia così, che mi stia ringraziando per quello che faccio, che mi chieda, pur senza saperlo, di continuare, perché ha bisogno di me.
Sospiro. Lui ha bisogno di me, tutti loro ce l’hanno, ma non lo sapranno mai, e di certo non mi ringrazieranno. Tutto questo splendore se ne frega della persona che lo rende possibile.
Beh, questa sera quella persona intende goderselo. Sissignori. Mi raddrizzo la maschera, tiro su il mento e decido che mi stordirò a balli, se ci riesco.
Le coppie stanno già iniziando a formarsi, perciò mi avvicino alla pista, in cerca del mio cavaliere. Forse lui è più pratico di me, o forse è difficile non notarmi, con questi capellacci rossi, fatto sta che non faccio in tempo ad arrivare che si materializza, con l’aria di chi c’è abituato.
Per la prima volta nella vita, sono grata alla professoressa Nisria. Molto volentieri le romperei in testa la sua bacchetta, ma so come e quando inchinarmi e come portarmi al mio posto nel gruppo di ballo, quindi per stasera decido di trovare splendida anche lei, che non mi fa sembrare una perfetta idiota, con il mio sconosciuto (e in realtà, all’apparenza davvero attraente) cavaliere.
Dopo un po’, quando abbiamo preso il ritmo, lui dice, con il tono di chi vuole iniziare la conversazione: “Non vi ho mai vista a palazzo, prima d’oggi.”
Beh, no. Sono una borsista squattrinata che ha per madre un’ex prostituta e per padre un panettiere, mi hanno spedita qui sperando che accalappiassi un ricco pollo per dimostrare a tutti che anche le pezzenti possono arrivare in alto, nella gloriosa scuola che frequento. Sarai tu quel pollo? Mi dispiacerebbe, sembri simpatico.
“L’occasione lo meritava, signore.”
“Ce ne saranno altre che meritino la vostra presenza, spero.”
Senza potermi infilare un sacchetto in testa, ne dubito.
“Una speranza che mi lusinga.”
Piroettiamo.
“Bene, madamigella, cosa devo fare per conoscere il vostro nome? Sono completamente alla vostra mercé, sapete.”
Carina, ma aspetta di stare appeso a una pietra per una mano, prima di sentirti alla mercé di qualcuno.
Va bene, questa è scorretta. Gli sorrido.
“Interessante curiosità, la vostra: chiedere il nome a una persona mascherata, che quindi si qualifica come bugiarda al primo sguardo. Un privilegio così grande, inquadrare subito i mentitori, e voi volete rinunciarci decidendo di credere alla mia parola?”
Rimane zitto per un momento, come fosse colpito. Mi viene il dubbio che sia un po’ più nobile di quanto credessi, e quindi poco abituato a gente che si rifiuta di rispondergli, quando chiede qualcosa.
“Una vostra menzogna sarebbe comunque gradita, madamigella.” dice, in tono cauto. Ammetto che mi fa un po’ tenerezza, perciò decido di smetterla di fare la scema e di cominciare a considerarlo un essere umano.
“Mi chiamo Lwen, signore. Non ho un titolo degno di questo nome, perciò ero tanto restia a parlarvi di me. Le menzogne sono utili, in casi come questo.”
“Non c’è menzogna che possa eguagliare la verità, damigella – risponde lui, mentre mi guida – e i titoli, a volerli guardare bene, sono soltanto dei nomi scritti su pergamena.”
Elegante, diplomatico, sottile. Mi piace. O forse è soltanto perché ne avevo le scatole piene di oche giulive in cerca di marito.
“Non ditelo ai nobili signori che di quei titoli vivono – lo ammonisco – non penso gradirebbero.”
“Lo sto dicendo a voi – risponde – spero che qualche nome su un foglio sia meno affascinante, ai vostri occhi, di un’opera d’arte, o di chi l’ha creata.”
Mi fermo di botto. Di colpo la sua voce è familiare, e l’allusione all’opera d’arte mi lascia a bocca aperta. Lui, dal canto suo, sorride, prima di tirarmi, per non farmi intralciare la danza.
“Cosa… eravate voi?”
“Ero io.”
Lo sconosciuto ammiratore della tela del Maestro!
Questa, poi!
“Questa, poi!” Esclamo, permettendo finalmente alla mia voce interiore di esprimersi apertamente. “Ma com’è possibile?”
“Me lo stavo appunto chiedendo, dal momento in cui vi ho vista – mi risponde, compunto e divertito al tempo stesso – ho pensato a una somiglianza, ma, permettetemi l’ardire, non sono molte le ragazze ad avere capelli come i vostri.”
Oh, giusto. Mettetemi in una stanza buia e trovatemi tra cento altre ragazze. Vi guiderà la luce rossa.
“Questo pagliaio terribile.” commento, voce interiore e voce sociale che ormai sono concordi nel riconoscere che non vale più la pena fare la cretina. “E se mi fossi voltata, almeno adesso saprei con chi sto ballando.”
“Lo stesso vale per me, ma stavo pensando di rapirvi, per scoprire finalmente l’identità della critica d’arte più graziosa di Tern – mi adula lui – immagino abbiate notato la quantità di tele esposte in questa sala.”
“Potrei essere una ladra, e a fine serata portarmene via qualcuna.”
Mi fa girare, per seguire il resto del gruppo di danza. “Il che sarebbe il segno che almeno un’invitata a questo ballo possiede un minimo di gusto. Siete già impegnata, per il prossimo?”
Non si fa certo problemi a rimorchiare, questo simpaticone. “Perché, volete una critica comparata degli artisti di palazzo? Temo di non essere così qualificata, signore.” Bugia.
“Mi basterà il piacere della vostra compagnia – risponde, imperturbabile – potreste togliermi da un paio di situazioni spinose, in cui ci si aspetta che inviti determinate pulzelle da cui, per ragioni di sicurezza personale, vorrei tenermi lontano.”
Vuole farmi capire di essere un trofeo ambito? Non ci siamo bello, così mi scadi parecchio. Se sei ambito o no, lo decido io.
“Sono impegnata con il prossimo ballo, nell’altra sala. Mi rincresce, signore. Le pulzelle temute avranno la loro preda, ho idea. Potete sempre fingere di avere sbagliato dama, grazie all’inganno della maschera.”
Forse capisce di essersi spinto un po’ troppo in là, perché rimane zitto un po’, fino ai volteggi finali. Io friggo dalla curiosità di sapere chi sia, questo tizio che ho incontrato due volte, con cui per due volte ho parlato, e che nemmeno so che faccia abbia, ma non voglio dargli soddisfazione.
Alla fine, cede lui. In tono conciliante, dice: “Non volevo offendervi.”
“Non sono offesa. Le offese sono per chi possiede nomi scritti su pergamena.”
Incassa anche questo, senza una piega. “Siete severa, ma fate bene. Troppi nomi scritti su pergamena si riducono a questo, e il loro spessore non è maggiore del foglio su cui sono scritti.” Le ultime parole sono dette in tono quasi amaro, ma si riprende subito: “Voglio sperare che non abbiate già impegnato tutti i vostri balli, quantomeno. Da voi solo un pazzo potrebbe pensare di sfuggire.”
Mi strappa, senza troppa fatica devo ammetterlo, un impegno per il ballo dopo quelli del gruppo seguente.
Questo finisce, e mi accompagna a bere qualcosa di rinfrescante. La conversazione vira su argomenti meno spinosi, dopotutto abbiamo qualcosa in comune e parlare non è difficile. Risale in fretta nella mia stima, perché, anche se forse è un nobilotto annoiato, almeno è un nobilotto con un livello minimo di cultura, il che rende possibile uno scambio che finisce per farci sorridere tutti e due. Io cito qualche frase da un libro che mi era piaciuto molto, lui mi dice il titolo e denigra l’autore, io faccio finta di indignarmi, lui sorseggia il suo bicchiere con finta sufficienza. Concludiamo tutti e due che c’è di meglio, anche se chiaramente, per provarci un minimo di gusto, dobbiamo divergere su cosa intendiamo per ‘meglio’ e su chi ne sia un degno esponente.
Quando gli araldi suonano per annunciare il prossimo ballo, vorrei non avergli detto che sono impegnata. Ma tant’è. Mi fa un inchino da perfetto cortigiano, mi accompagna fino all’ingresso della sala, e poi la folla lo inghiotte di nuovo.
Non rimango sola a lungo, e mi si perdoni l’immodestia. La maschera è davvero una trovata geniale, perché i nobilastri altezzosi non possano schivare almeno un ballo con qualche plebea, e si sa che, una volta scoccata la scintilla, non si bada più a certe cose. Almeno, questa è la speranza di tutte le povere borsiste, che così sommeranno alla delusione di essere ancora zitelle anche la distruzione totale della propria autostima, per non essere state capaci di far innamorare di sé nemmeno il più sfigato dei cadetti, e quindi sarà soltanto colpa nostra, se dovremo – orrore! – lavorare per vivere.
Mah, forse sono davvero troppo dura con l’aristocrazia di palazzo. L’utopia di vedere tutti felici può soltanto rimanere tale. In fondo, Ianmeyr e la famiglia reale non possono fare più che dare una possibilità, e che poi questa sfugga per colpa o per sfortuna o perché tale possibilità non è proprio mai stata nostra, esula dal potere di chiunque, anche del re.
E comunque io non sono certo qui per trovare marito. Il solo pensiero mi suscita un misto di ilarità e isteria, senza contare che grazie, ma… no, grazie. Dopo un inizio sfavillante, con un giovane belloccio che è davvero riuscito a sorprendermi, i miei cavalieri successivi sono poco più che cose irritanti appiccicate al mio vestito, mentre ascolto banalità e faccio finta di divertirmi. I commenti sui miei capelli rossi e la mia figura aggraziata si sprecano. Non è leale da parte mia fare paragoni con il migliore, ma devo ammettere che sto contando i minuti che mancano al ballo che potrò fare con lui, sicura che troveremo almeno un modo di passare il tempo in maniera piacevole. Declino l’ultimo invito adducendo un affaticamento delle caviglie (sì, buonanotte: l’unica cosa che potrebbe affaticarmi le caviglie sarebbe un liminare che le sgranocchiasse fino a consumarle completamente) e decido di fare da tappezzeria fino al momento di tornare dal ‘mio’ nobile vestito di inverno.
“Permettete?”
Mi giro verso l’ennesimo sconosciuto, passando in rassegna tra me lo scarno ventaglio di pretesti educati per levarmelo di torno: mal di testa? Credo di non averlo ancora usato.
Mi accorgo che mi sembra vagamente familiare, stringo gli occhi, e la lunga tunica nera mi fa tornare alla mente Maya e il maestro di cerimonie. Il fatto che sia una conoscenza della mia amica, per quanto superficiale, mi fa esitare l’attimo che serve a lui per ritenersi accettato, e mi ritrovo sottobraccio prima ancora di potermi defilare. Esito ancora, perché non ho idea di quanto siano arrivati a conoscersi, lui e Maya, e non voglio rischiare di combinare un disastro.
“Magnifica serata, per danzare.” dico, rassegnata.
Lui mi cinge, con un po’ troppa familiarità. Mi irrigidisco. Non se ne dà per inteso.
“Sì, magnifica – risponde – aspettavo da tempo l’occasione di parlare un po’, e questo ballo è davvero l’ideale.”
Uh, non è proprio quello che mi aspettavo. Sorrido senza impegnarmi.
Lui mi restituisce il sorriso, sotto una maschera nera come il suo costume, sottolineata con righe rosse che la rendono inquietante come un demone acquattato nell’ombra. Ha interpretato molto liberamente il tema della serata, ma d’altronde l’abbiamo fatto tutti.
Mentre volteggiamo, colgo per un momento Althesia, tra le braccia del suo Ianmeyr in blu scuro, e mi chiedo se è felice. Se lo fosse, la vita per tutte noi a scuola diventerebbe molto più semplice.
Il mio cavaliere mi lascia per la piroetta, poi torniamo allacciati ed è a quel punto, mentre mi stringe di nuovo con quella faccia tosta per cui penso che non ci starebbe male un bel pestone, del tutto casuale, si capisce, che lui lascia cadere il suo carico di mattoni, proprio sulla mia zucca:
“È quasi un anno che sei qui e ho sentito grandi cose su di te, Lwen. Penso proprio che tu intenda sopravvivere un altro po’, perciò d’ora in poi considerami il tuo referente, al posto di Lyott.”

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