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Capitolo 3

Ho sempre fame di cose belle, sete di cultura, nell’accezione più nobile del termine, così, quando Maya è arrivata in classe tutta felice perché suo padre, che non è nobile ma qualcosa di meglio, cioè medico chirurgo, ha ricevuto da un paziente due biglietti per la mostra del Maestro, possiamo tranquillamente dire che ho iniziato a sbavare.
“Ci andiamo con la classe la settimana prossima – mi dice, mentre io coccolo i biglietti e li rimiro, oh che meraviglia, oh che belli – ma sono sicura che sarà una noia mortale. Se ci vengo con te, di sicuro sarà meglio.”
Ridacchia, ma io sono troppo invasata dal sacro fuoco dell’arte per badarle. D’accordo, in mia compagnia le cose non sono mai precisamente una gita scolastica, con l’insegnante che ti esplicita il numero di emorroidi che il Maestro aveva, il giorno che ha tirato quelle pennellate sghembe, chiaro segno di sofferenza interiore. D’altronde, anche la compagnia di un liminare digiuno da un mese è migliore, rispetto alla professoressa Nisria.
La quale, con perfetto tempismo, entra in quell’istante, congelando le ragazze con uno sguardo e uccidendo qualsiasi cosa somigli a un sorriso, entro le mura dell’aula. Ci alziamo, facciamo la riverenza, ci torniamo a sedere.
Sotto il banco, stringo il mio biglietto, come un’ancora di salvezza. Il che, anche se Maya non l’ha mai capito molto bene, è esattamente quello che rappresenta, per me.
Sono schiava della bellezza. Da quella notte, in cui ho visto l’orrore che si nasconde appena dietro la soglia, così labile, tra il nostro mondo e tutto quello che c’è dall’altra parte, ho bisogno di vedere la bellezza, se non dentro di me, almeno intorno a me. Il Maestro produce bellezza, il che significa che c’è qualcosa da salvare, ovvero che io rischio la vita per qualcosa, e in questo senso, vedere con i miei occhi quello per cui combatto è quello che l’acqua rappresenta per un assetato.
È anche il motivo per cui i miei voti sono tanto alti, per inciso. Intelligente lo sono sempre stata (su questo non sono modesta, mi spiace), ma dopo che Lyott ha rinfoderato la spada, scavalcato il liminare morto e mi ha presa per un braccio, imprecando contro Dhilarin e tutti i Mille Mondi per quella seccatura che la mia persona rappresentava, la mia intelligenza non mi è bastata più.
Il concetto, semplice e basilare, è che non puoi affrontare un demone, se non devi salvare qualcosa che valga la pena salvare. Perché mai dovrei ritrovarmi appesa per una mano a una roccia sporgente, se non perché al mondo esistono persone come il Maestro – che si chiama Rahilen, ma tutti lo chiamano solo il Maestro, e dopo aver visto un suo quadro, non è difficile capirne la ragione, dicevo, perché dovrei affrontare l’orrore peggiore che esista, se non per proteggere tutto questo?
Per Althesia, che se potesse manderebbe tutte le borsiste a mendicare per strada, dopo averci mozzato le mani? Per la professoressa Nisria, che sfoga sulle sue allieve la rabbia di una vita che è stata un costante mancato riscatto, dalla nascita plebea, dal matrimonio mancato?
Da qualche parte, in questo momento, nel mondo c’è qualcuno che sta lavorando per portare bellezza, in senso estetico, oppure per svelare qualcosa che adesso non conosciamo ancora, che è la bellezza in senso etico: la conoscenza. Io ne ho bisogno.
Perché se dovessi affrontare i liminari e le Soglie per l’oro che ho nell’armadio, a quest’ora sarei morta, oppure sarei Althesia.
Perciò, nel giorno indicato dai biglietti, Maya ed io ci troviamo davanti al portone sorretto da colonne di marmo e vigilato da guardie con lo stemma di Tern, la torre coronata.
Maya è davvero carina, quando si toglie l’uniforme scolastica, che è un deprimente completo di gonna, camicetta e blusa, più le scarpe chiuse e il cappellino, obbligatorio come le trecce che dobbiamo nasconderci dentro. Tutto questo, tranne la camicetta, è di un triste verde spento. Solo le ragazze nobili possono permettersi uniformi nuove, tagliate su misura: noi borsiste ci accontentiamo dei capi di seconda mano, oppure tramandati da sorella maggiore a sorella minore, per chi ha la fortuna di superare le selezioni. Io potrei pagarmi la sarta, ma non sarebbe coerente con la mia copertura di figlia squattrinata di panettieri defunti, perciò ogni mattina mi infilo in un’uniforme che mi va larga di vita, corta di braccia, nonché, mi duole dirlo, svolazzante sul petto. La precedente proprietaria doveva essere una ragazzona. Maya ha circa i miei stessi problemi, solo che lei è afflitta anche da una gonna troppo lunga. Potrebbe accorciarla facilmente lei stessa, visto anche com’è brava con ago e filo, ma le borsiste toccano la divisa il meno possibile, per poterla poi rivendere a un prezzo decente.
Oggi Maya ha il suo vestito azzurro, che le ravviva piacevolmente l’incarnato, ed essendo della sua misura precisa mette in risalto com’è carina, minuta peggio di me, anzi proprio una tappa, ma ben proporzionata, così carina che la metteresti in cornice. Ha occhioni castani da cerbiatta e una cascata di ricci chiari, non precisamente biondi, che fanno risaltare il suo visino. Quando ha quell’aria contenta, di chi non teme di prendersi una scudisciata sulle gambe al primo incespicamento, Maya mi piace proprio tanto.
No, non in quel senso. Sono etero, almeno credo. Insomma, non ho avuto molte occasioni per capirlo, e con la vita che faccio dubito ne avrò moltissime, ma Maya mi piace tanto da abbracciarla, fine.
Il soldato che ci spedisce un sorriso gigantesco, comunque, non è niente male. Maya affretta il passo, per entrare alla svelta: la sua timidezza le impedisce di raccogliere gli apprezzamenti, anche se magari sono sinceri. Meno male che al ballo di corte saremo tutte in maschera. E comunque, le ho già spiegato che lei ci sarà, anche se il giorno prima le venisse un attacco di polmonite fulminante, a costo di andarla a prendere a casa e trascinarla per i capelli lungo le gradinate di marmo del castello. Siccome sa che lo farei, o meglio, che lo farò, Maya mi ha promesso che quel giorno sarà sana. L’effetto placebo fa davvero miracoli.
Si ferma davanti a uno dei primi quadri della galleria. “Va bene – esordisce – spiegami cosa devo vederci.”
È un ritratto della prima Fathiel, l’imperatrice di Morghater che ripristinò l’ordine dei Sorveglianti, riportandolo agli antichi fasti. Praticamente tutti i pittori si sono cimentati nel raffigurarla, è un personaggio mitologico, un po’ come il Rifulgente Yanel, i draghi, la città d’oro sprofondata in mare. Qui stringe lo scettro di Albarah, per simboleggiare non la sovranità su quella regione (la capitale della Cordigliera Scarlatta non fa parte dell’impero), ma la propria dinastia. I Sorveglianti di Albarah, che nel corso dei secoli si sono ridotti a uno solo per generazione, la catastrofe conseguente, la distruzione totale, il lento ripristino dell’antico culto, eccetera eccetera. L’imperatrice Fathiel ha generato tutti i Sorveglianti dell’epoca, e ancora oggi, metà dei Sorveglianti hanno almeno una goccia di sangue imperiale. Bello, eh? A volte ho fantasticato anch’io di essere una discendente del mito. Ma la vedo dura. Mia nonna viveva in un bordello, mia madre ci è nata, e si è affrancata solo quando ha conosciuto mio padre. A quel punto, è diventata panettiera. Non tanto imperiale, diciamocelo.
“È bello.” dico soltanto, e Maya sbuffa di delusione. “È un ritratto – ribadisco – non c’è niente da vederci. L’avrà un po’ abbellita, tutto qui.”
“Dicono che l’imperatrice fosse bellissima, tanto che l’imperatore non vedeva nessuna all’infuori di lei.”
Anche questo fa parte del mito. Athran primo, imperatore di Morghater, è passato alla storia ufficiale per avere rimesso in piedi un impero traballante e sull’orlo del collasso, e alla storia ufficiosa, quella dei romanzi, per l’amore enorme portato alla sua consorte, che conquistò e ritrovò attraversando mondi, Soglie, draghi, mostri di ogni tipo. Non lo ammetterò mai, ma un po’ mi piacerebbe che qualcuno mi amasse tanto da compiere almeno una delle imprese che il mito attribuisce ad Athran primo. Noto che, riflesso nello specchio alle spalle dell’imperatrice, si può vedere appunto una figura alta, dai capelli fulvi, vestita di rosso e nero, i colori imperiali.
Questo mi dà lo spunto per parlare un po’ della moltiplicazione degli spazi servendosi di prospettive e riflessi, che è uno dei punti di forza del Maestro, la sua particolarità, che rende inconfondibile qualsiasi pennellata da lui intinta nel colore. Maya commenta che, quando parla la professoressa, quelle cose smettono di essere interessanti per diventare tedio mortale.
“Io lo so il perché – dice, mentre proseguiamo – a lei non piacciono, mentre a te sì. La differenza salta subito agli occhi, sai?”
Come te quando sei fuori dalla scuola, penso, ma lo tengo per me. Camminiamo chiacchierando, in mezzo alla bellezza, e ammetto che mi guardo in giro in cerca del Maestro, ma non sembra esserci. Non è una giornata di punta – biglietti omaggio, certo, ma parliamo di un medico, non di un nobile – e la sala è mezza vuota. A me va benissimo. Posso fermarmi davanti a ogni opera e immergermi nelle ragioni per cui non lascio che i liminari sbranino quasi tutti i presenti, per i quali questi quadri sono soltanto disegni tirati a pennello, che per chissà quale ignota ragione hanno arricchito il loro autore. Alla lunga, Maya si stufa di aspettarmi mentre vado in trance estatica davanti a ogni cornice, e inizia a lasciarmi indietro, cosa che sapevamo entrambe sarebbe successa e che non offende nessuna delle due: Maya è venuta perché voleva passare il pomeriggio con un’amica facendo qualcosa, io sono venuta perché ne è ho bisogno. Esigenze diverse, diverse velocità.
Davanti al quadro del fiore di ciliegio, mi incanto. Deve essere il pezzo forte della mostra, non può essere diversamente, perché in questo dipinto a olio, alto e largo come me con le braccia aperte, l’effetto di moltiplicazione prospettica è talmente caricato da far girare la testa. Il soggetto non è niente di speciale, ovvero sarebbe banale se fosse stato scelto da qualcun altro, ma questo è il Maestro. Lui può prendere una sezione crollata di tempio, macerie coperte di muschio e terriccio e rampicanti, tutto rinsecchito, tutto annerito, per tramutarla in un’ode ai Mille Mondi. Non lo sa, naturalmente: nessuno sa dei Mille Mondi, e l’ordine dei Sorveglianti è mitologia. Ma quelle macerie sovrapposte, in maniera tanto casuale da tramutare il riquadro piatto della tela in uno spazio profondissimo, talmente vasto che ti viene da allungare il collo, per sbirciare oltre i bordi, ne sono una rappresentazione efficace. È proprio così, penso con approvazione, felice per avere trovato quello che cercavo. Ogni parte del tempio forma la base per quella che viene dietro, e anche se è tutto crollato, si capisce benissimo cos’è… e anche cosa c’è dietro. Non sembra un rudere. È un ambiente.
Nell’angolo in basso a destra, come se il vento l’avesse soffiato per puro caso in quella natura morta, un fiore di ciliegio trasforma il grigio e il nero delle pietre e dei rami rinsecchiti in una delicata sinfonia di rosa, un preludio della primavera. Quel fiore ti costringe a guardare meglio, e allora vedi che i rami non sono secchi, per niente: sono bitorzoluti di gemme, ancora chiuse nella loro dura scorza, in attesa dell’esplosione della bella stagione. Anche il muschio è pieno di boccioli, e perfino il lichene che rende lebbrosa la colonna in primo piano.
Ah, potrei rimanere qui tutto il giorno.
“Non lo trovate magnifico, madamigella?” dice qualcuno, dietro di me.
Non ho voglia di voltarmi, di staccarmi dalla mia contemplazione, per dedicarmi a un estraneo che non rivedrò più in vita mia.
“Solo il Maestro potrebbe rendere così viva una natura morta – rispondo, unicamente per celebrare come si deve il quadro che mi sta davanti – per opere così darei subito, senza pensarci su un attimo, tutta l’arte dei maestri degli scorsi due secoli.”
Mi aspetto un commento, invece il tizio dietro di me rimane zitto, e capisco che sta guardando il quadro. Mi fa piacere. Per un momento avevo temuto fosse un seccatore, invece anche lui dev’essere rapito, perché non accenna neppure ad andarsene dopo un’occhiata frettolosa, come tutti gli altri.
Sto ammirando la bellezza e con me c’è qualcuno che la capisce, nei margini circoscritti della cornice del quadro. Posso affrontare i liminari, se è per vivere momenti così.
Se potessi acquistarlo senza destare sospetti, lo farei subito. Purtroppo, temo proprio che finirà in una pinacoteca di qualche aristocratico annoiato, che a stento si accorgerà della simbologia di quel fiore di ciliegio, come oggetto da sfoggiare per mostrare la finezza del proprio spirito. Il pensiero mi inacidisce abbastanza da farmi allontanare.
Non mi volto neppure per salutare il mio sconosciuto compagno di contemplazione: non voglio vedere la mia versione al maschile, abbastanza colto per capire la bellezza, troppo povero per poterla fare propria. Senza Ianmeyr e il suo mecenatismo, la gente come noi non potrebbe nemmeno permettersi il biglietto d’ingresso, per potere almeno guardare.
Siamo arrivate quasi alla fine, e ci stiamo divertendo davanti alle litografie allegoriche del Maestro, quando l’ombra si muove, accanto a noi.
Mi sposto lateralmente, in modo da coprirla con il mio corpo, anche se, spaventapasseri come sono, direi che ho poco da coprire.
Maya la osserva con affascinato disgusto, e non posso darle torto: è densa, molliccia, non ha nessuna profondità che faccia capire trattarsi di un essere tridimensionale, invece di un piatto riflesso buio. Ma che sia una cosa concreta è fuor di dubbio, perché si muove, nell’angolo tra il pavimento e il muro, furtiva come un serpentello, per sparire subito dietro una statua. Bellissima statua, tra parentesi.
“Quello è… un liminare?”
Mi tasto la giacca, sotto la quale tengo sempre i pugnali da lancio, ricavati da sezioni di dente di drago. Affilatissimi, sottilissimi, leggerissimi. Un Sorvegliante che gira disarmato è un Sorvegliante che ha deciso di morire.
“Sì – rispondo, e mi infilo dietro la statua – controlla che nessuno ci guardi, per piacere.”
Per lo meno, questo liminare sembra appartenere alla categoria dei ragionevoli. Non tutti hanno fame di carne umana e sete di sangue, anzi. Quelli che attraversano le Soglie pensando di trovare un pasto gratuito sono una netta minoranza; per lo più, i liminari presi dentro sono poveracci che si facevano i fatti loro, nel loro mondo, e che molto volentieri ci tornerebbero, se sapessero come.
Quando è così, il mio compito è facile.
“Non muoverti – intimo all’ombra molliccia – sono quella che stavi cercando.”
Prima regola che un Sorvegliante impara: i liminari ti cercano. Sempre. Che vogliano ucciderti, o che vogliano tornare a casa, tu per loro sei un faro, la luce del lampione per la falena, l’acqua nel deserto, un amo incastrato nel cervello che ti attira, e non solo non puoi farci niente, ma nemmeno vuoi. È un istinto ancestrale, talmente antico e sopito che nel novantanove per cento degli esseri viventi non si sveglia mai, e si muore beatamente ignari di questa consapevolezza insita, questa forma di percezione extrasensoriale, quasi un potere magico, che tutti noi abbiamo.
Il restante un per cento sono sfortunati.
L’ombra molliccia pare raggrumarsi, nel punto più lontano da me, prima di dover uscire allo scoperto, in piena luce.
Ssshheeeiii tthuuuuu?
Non può parlare, chiaramente, non la mia lingua, e dubito possa parlare qualsiasi lingua che si possa ascrivere a corde vocali e voce umana. Ma la mente dei Sorveglianti è una porta aperta, se decidiamo che lo sia, e in questo caso decido che lo è.
Sono io. Immagino che tu voglia tornare da dove sei venuto.
Quesshhhtoooo posssshtoooo è orribileeeee…
Mi accorgo solo adesso che l’ombra sembra emettere vapore, come se stesse bollendo. Freme, si contorce, i suoi pensieri sono l’equivalente mentale di un gemito di sofferenza continuo. Poveraccio, l’ossigeno deve essere per lui un veleno più corrosivo dell’acido.
Mi abbasso sui talloni.
Posso farti tornare. Ma devi dirmi se qualcuno ti ha visto.
Nessssshunoooo vede niente quiiii… voglio andare a cashaaaaa…
Mi è facile capire che sia passato inosservato, un semplice gioco di ombre negli angoli, e chissà che facoltà mimetiche possiede. Non conosco un decimo delle creature in cui mi imbatto, e da molto tempo ho imparato a frenare la curiosità e le domande: dopotutto, loro non sono qui per socializzare, e immagino che debba essere un vero incubo, finire intrappolato in un altro mondo, respirare gas velenoso, essere schiacciati da una gravità cui non si è abituati, per cercare un mostro orribile, l’unica speranza di lasciarsi alle spalle quel delirio. A volte nemmeno ce la fanno, e quando arrivo, davanti a me c’è una carcassa, morta chissà in che modo. Spesso il semplice passaggio è mortale, per gli organismi più delicati.
Lo scrupolo mi fa chiedere all’ombra molliccia se è ferito.
Shtoooo maleeee… mi devono curareeeee…
Annuisco. Inutile perdere altro tempo, e speriamo che dalle sue parti gli ospedali siano un po’ più decenti, rispetto a quelli di qua. Sguaino uno dei pugnali più piccoli, lungo un dito, e me lo passo sul polpastrello. La lama è talmente affilata che nemmeno fa male, sento solo un calore sottile, prima che il sangue inizi a sgocciolare.
Velocemente, perché non posso certo rimanere tutto il giorno dietro quella statua, traccio per terra i simboli del Passaggio.
Non tornerai nel punto preciso, bada. Forse a qualche ora di cammino, forse in un’altra città, dovrai arrangiarti, per questo.
Sono ancora quasi una principiante, scusate. Ma miglioro in fretta.
Va benisshimooo… casa…
La realtà dietro la statua inizia a tremolare, perde solidità, si sfalda. È come se si grattasse su un foglio, tanto a lungo da consumarlo, fino a vedere cosa c’è dietro. Sento un puzzo spaventoso di anidride carbonica, zolfo, e chissà che altro, robaccia che mi fa tossire. Mi copro con una mano e cerco di respirare con la bocca. Tengo le palpebre abbassate, perché non mi brucino gli occhi, e perché quello che vedo dall’altra parte è orrendo: non è del tutto preciso, ma mi ricorda un forno spento, dove qualcuno ha arrostito vivo un neonato. Di sicuro, la vita umana, dall’altra parte di quella Soglia, è impossibile.
Via, veloce. In questo mondo le ombre non se ne vanno a spasso come nel tuo.
Si muove, un ammasso di gelatina nera, che si lascia dietro una scia viscida, come le lumache. Chissà cosa penseranno gli inservienti che puliranno, stasera.
Quesssshtoooo poshhhhto…
Sì?
Quellleeeee cosshhheeeee appeseeee…
Che anche le ombre sappiano riconoscere la bellezza insita nelle opere del Maestro? È un bel pensiero, come dire: proteggi i Mille Mondi, Sorvegliante, perché in ciascuno di essi vi è una briciola di ciò che ti serve, per continuare a rischiare.
Me le shooognerò per anni… è tutto sphpaventoshoooooo…
Fluisce come un’onda verso la Soglia, e verso quel cielo violaceo, le macerie e i funghi che si intravvedono appena, dall’altra parte, in un amalgama infernale. Nemmeno si volta indietro.
“Prego, non c’è di che.” ringhio, e con la mano strofino il sangue.
La Soglia tremola, perde coesione, collassa. Finisco di sfregare, perché nessuno veda i simboli, e mi dico che le opere d’arte, in quel mondo là, devono fare veramente schifo. Novecentonovantanove mondi possono scomparire, meglio che pensi al mio, e basta.
Torno fuori da dietro la statua e quasi sbatto contro Maya, che fa il palo così appiccicata alla nicchia che chiunque capirebbe sta nascondendo qualcosa. Non c’è proprio portata, anche se ci mette un tale impegno che non posso davvero criticarla.
“Fatto? Era amichevole?”
“Amichevole e molto ansioso di tornare da dov’è venuto. Fossero tutti così, quella dei Sorveglianti sarebbe una sinecura.”
Maya scrolla i ricci, che quando non siamo a scuola tiene sciolti, cosa che migliora notevolmente il suo fascino, fatto di semplicità impreziosita da quella cornice che le ricade a cascata sulle spalle, fino alla schiena.
“Certo che ultimamente ce ne sono tanti, eh? Mio padre dice che a lui passavano anche mesi, prima che dovesse intervenire.”
È la stessa cosa che mi aveva detto Lyott, ma, dato che non posso farci niente, decido di non pensarci.
“Ci sarà qualche perturbazione Dhilarin nei Mille Mondi, o che so io.” Faccio un gesto con la mano. La ferita sta già guarendo. Anche se mi rompessi tre costole e una gamba, in una settimana sarei di nuovo in piedi, pronta a nuove battaglie, pienamente operativa.
Vorrei poter dire che è un vantaggio.
“Mi è venuta fame. Prendiamo un panino o un cartoccio di quei pesciolini fritti per i quali potrei sposare chi me li offrisse?”
Quando ripassiamo davanti al quadro del fiore di ciliegio, non c’è più nessuno.

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