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Capitolo 2

Questa notte, un sogno. Abbastanza prevedibilmente, il prosieguo della mia divagazione mentale, in classe. Sono sempre stata il tipo che, quando inizia qualcosa, lo finisce, e se finisce in un incubo, beh, pazienza.
 

Circa nello stesso attimo in cui il mostro si è avventato contro di me, è anche caduto ai miei piedi, in un unico movimento, così unitario e fluido che sembrava preparato: il demone spalanca le fauci, salta verso la ragazzina paralizzata dalla sorpresa e dal panico, supera sei o sette universi in due passi, tende gli artigli per infilzarmi come uno spiedino, e poi conclude l’opera cascando ai miei piedi, morto stecchito.
Gran momento.
Non ho avuto il tempo di gridare, figuriamoci di capire cosa succedeva.
Quando ho visto la spada ritirarsi dalla gola del mostro, e il sangue nero sprizzare, simile a inchiostro di seppia, sgradevolmente freddo sui miei piedi, un po’ astringente, il mio cervello ha iniziato a recuperare terreno. Sono indietreggiata, preparandomi a gridare.
Da dietro il demone morto, la cui pelle stava già iniziando ad assumere l’aspetto secco e polveroso di un cadavere al primo stadio della decomposizione – il marcio, la puzza, la calcificazione e il disfacimento completo sarebbero arrivati da lì a pochissimi minuti – una figura umana si è delineata contro la luce lunare.
La spada si è sollevata, e io l’ho seguita con gli occhi. Ricordo di avere pensato che era bellissima, sembrava una fetta di bagliore delle stelle, appena appena inclinata da una parte, come se una brezza invisibile le soffiasse attraverso. La mano che la stringeva era bruna, quadrata, muscolosa. Il braccio imbrattato di liquido nerastro era scoperto fino alle spalle, dove le maniche arrotolate testimoniavano che quello scontro non era casuale. La giubba era chiusa fino al collo, e lì il sangue nero disegnava arabeschi dai mille tentacoli, che scendevano lungo i pantaloni, come colature di cera. Ho trattenuto il grido, premendomi le mani sulla bocca. Ormai ero al di là del terrore.
L’uomo è venuto avanti, permettendo alla poca luce di mostrarmi il suo volto.
Era giovane, nonostante il fisico di uomo fatto, con le spalle larghe e i muscoli saldi del combattente, le ossa lunghe, i capelli folti, così neri che anche nell’anemica non-luce di quel non-posto assumevano riflessi blu. Aveva lineamenti regolari, incredibilmente belli. Questo l’ho pensato come prima cosa, era bello, quella bellezza che non si può simulare curando la propria persona in maniera maniacale, i suoi tratti erano talmente virili da mettere soggezione, eppure così lisci, puliti, che si capiva subito che non era ancora arrivato al pieno dell’età adulta. La pelle era liscia, gli occhi di un blu scuro e tempestoso come il cielo autunnale, ma la cosa più notevole era uno strano disegno, sotto l’occhio destro, che arrivava fino alla mascella. Un triangolo rovesciato, con il vertice verso il basso, privato di uno dei lati, che anziché chiudere la figura geometrica, si trovava accanto all’altro, separato ma parallelo. Non avevo mai visto un disegno così, non in faccia, di sicuro.
E non era un angelo, venuto a salvarmi dopo avere ucciso il mostro, oh, no di certo. La sua bellezza non era quella degli angeli, era molto concreta, terrena, i capelli appiccicati alla fronte per il sudore, il respiro pesante, il lento sgocciolio nero dalla spada, il modo in cui mi fissava, come se non si capacitasse di quello che vedeva, come se quello che vedeva non gli piacesse per niente, come se io fossi un problema, un fottuto casino appena meno irritante di quello che si stava decomponendo ai nostri piedi, lui di là dal demone, io di qua, ragazzina di quattordici anni con la camicia da notte e le trecce rosse tutte arruffate, ero un problema per lui, e lui aveva la spada.
Sono indietreggiata ancora, sentendomi quasi più in pericolo di prima. Lui si è accorto, credo, della mia paura, perché ha abbassato la spada, in modo che il filo tagliente non fosse più rivolto contro di me.
Si è passato la mano nei capelli, e nei suoi occhi c’era ancora l’ira guerresca che gli aveva fatto uccidere il mostro, ma stava scemando, soppiantata dall’esasperazione.
Alla fine, ha pronunciato le parole che avrebbero marchiato e segnato la mia vita, con l’inesorabilità delle cose eterne.
“E tu, che cazzo ci fai qui?”
A quel punto ho iniziato a gridare, mentre l’odore marcescente del mostro che collassava su se stesso, la sua materia inadatta a esistere nel nostro mondo, non più alimentata dal soffio vitale, che sprofondava nel proprio scheletro, cadeva a brandelli, si calcificava, si sgretolava, un odore insopportabile, mentre io gridavo fino a che

 
mi sveglio e mi ritrovo un piede in faccia.
“Uaaaaagh!”
Casco fuori dal letto, che poi è soltanto un materasso posato su delle stuoie, quindi cascare è facile, ma non ci si fa mai molto male. La luce filtra a lamelle dalla vetrata che occupa quasi tutta la parete, ormai è giorno fatto. Fortuna che oggi non c’è scuola, avevo proprio bisogno di una bella dormita, dopo gli ultimi eventi.
Anche un bel risveglio sarebbe stato gradito. La puzza di piedi non lavati mi ottura le narici, starnutisco, nella speranza di liberarmene.
Disturbato nel suo riposo dei giusti, mio cugino si volta dall’altra parte, mugugnando non so cosa. È completamente spogliato, si è tenuto addosso solo le mutande. Se non lo uccido oggi, credo proprio che sopravvivrà a tutto.
“Brutto idiota che non sei altro!”
Gli strappo il lenzuolo di dosso, e lui, invece di svegliarsi, si rannicchia tutto, per non disperdere il calore. Sta anche abbracciando il mio cuscino preferito, quello grande a forma di fragola, con tanti bottoni neri come semini. Ho deciso: lo uccido.
“Adesso vado a prendere la Fendidraghi – gli annuncio – mentre torno, medita sui tuoi crimini, che sono numerosi e gravi. Ah, buon giorno!”
Quando torno con la spada, lui è già seduta sul materasso che si infila i calzoni. Si salva sempre all’ultimo istante.
“Buon giorno, cuginetta – gracchia, esalando nuvolette alcoliche tutto intorno – non sai cosa ti sei persa, ieri sera!”
Ha le borse sotto gli occhi, la barba di tre giorni. Il tatuaggio della Possessione è sbiadito, sotto la peluria nera, che adombra di scuro la sua carnagione abbronzata. Soltanto i tratti regolari riescono a sostenere il peso della sua avvenenza, perché se dovesse appellarsi all’intelligenza dello sguardo, la cura della persona, o roba del genere, in questo momento sarebbe un vomito di cane calpestato.
“Lo so benissimo cosa mi sono persa, invece: devastazione e degrado umano a livelli incompatibili con qualsiasi forma di vita più evoluta di un lombrico. Puzzi da fare schifo.”
“Ma non rompere, che sembri mia madre…”
Mi coglie un terribile sospetto. “E come sei entrato in casa, mia, tra parentesi?”
“Ah beh, facile – risponde lui, tenendosi tra le mani quella testaccia vuota – ho fatto un calco delle tue chiavi, l’ultima volta che sono venuto, e mi sono fatto fare una copia… ehi, cosa stai facendo? No! Aspetta! Pazza!”
Quando mi stanco di torturarlo, gli strappo di mano il mio cuscino e gli ordino di andare a lavarsi. Al suo ritorno, ha i pantaloni allacciati, la camicia quasi tutta chiusa, i capelli pettinati con l’acqua e un’espressione nella quale brilla un barlume di intelletto.
“C’è da mangiare?”
Si siede e comincia a spazzolare il mio lavoro del giorno prima: torta salata di zucchine, fagottini di ricotta e spinaci, insalata di pollo, focaccia farcita, olive ripiene, e due terzi di torta di mele. Salvo l’ultimo terzo – vorrei fare colazione anch’io – e gli comunico che le stoviglie le lava lui, come pagamento del pasto. Lui alza le spalle e accenna ai piatti vuoti, unti, delle cibarie.
“Ieri eri nervosetta, eh?”
Non rispondo. Lui tira fuori un coltellino appuntito e comincia a stuzzicarsi i denti. Se le sue innumerevoli fidanzate lo vedessero ora, forse perderebbero un po’ della poesia che le fa sognare di mettergli il cappio al collo e portarlo davanti a un sacerdote. O forse no. Credo che mio cugino non si rilassi così tanto, davanti alle sue ragazze.
“Non ti volevo svegliare, ieri sera. Immagino avessi bisogno diqualche ora di sonno.”
“Non mi hai svegliata perché eri talmente devastato che mi sei crollato addosso – ribatto – c’è una bella differenza.”
Alza le spalle, come se non avesse importanza. Forse non ce l’ha, effettivamente. “Era parecchio che non cucinavi tanta roba.”
Di nuovo, non rispondo. Banalmente, Lyott sa che cucinare mi rilassa, e che se cucino tanto, significa che ho tanta tensione da smaltire, o tanta rabbia, o tanto dolore, insomma, cose negative che devono uscire in qualche modo. Ho raggiunto il primato al funerale della mamma: undici portate, sono andata avanti a pelare, macinare, frullare, miscelare e preparare gli ingredienti per due giorni. Un banchetto pazzesco, i vicini erano allibiti.
In realtà le cose non sono così semplici, ma per adesso diciamo che sì, è così: cucinare mi calma. E se mi calma, è perché ho bisogno di essere calmata.
Considerando l’ultimo avvenimento, non è difficile immaginare perché ho avuto bisogno di calmarmi.
“Non mi va di parlarne.”
“Hai fatto un ottimo lavoro.”
“Non sono arrivata in tempo. In quel villaggio erano già tutti…”
“Te la sei vista da sola con due liminari, hai chiuso la Soglia, hai distrutto la minaccia. Non si possono sempre salvare tutti, Lwen.”
La sua voce è calma, comprensiva. Sa che questo è un nervo scoperto, lo sa sempre. Ci è passato prima di me, tante volte più di me, non ha bisogno che gli dica come mi sento, lo sa. Forse sa anche della scarpetta da bambina, che mi si è piantata nel cervello come un picchetto e non vuole uscirne, e magari sa anche altre cose, anche peggiori.
“Li odio, i liminari. Li odio.”
“Loro odiano noi, puoi scommetterci.”
“Immagino sia davvero un gran torto, non permettere che attraversino le Soglie per venirci a distruggere!”
Non raccoglie la lite implicita nel mio tono polemico. Finisce di spazzolare le ultime briciole e va a prendere lo zaino che ha buttato per terra, accanto alla porta. Quello zaino probabilmente ha la mia età, portata molto peggio di me, ma il cuoio di bufalo è un materiale resistente: graffiato, escoriato, sbatacchiato e scorticato, ha l’aria di poter resistere ancora a lungo. Magari mi seppellirà. Non è un pensiero che contribuisca a mettermi di buon umore.
“Ti ho portato la posta, insieme al pagamento per questo mese.” Mi butta sul tavolo un sacchetto bello pesante e un fascio di buste sigillate. “Per un po’ rimarrò nei paraggi, visto quello che è successo: due liminari insieme non è una cosa tanto comune, sai.”
Mi siedo ad aprire la corrispondenza. Ufficialmente il mio indirizzo è quello della scuola, perché le ragazze non sposate non possono certo ricevere missive da estranei (vade retro, tentazione!), e anche se tutti sanno benissimo che le borsiste non possono permettersi il dormitorio, e quindi vivono a casa loro o sono ospiti da qualche parte, la regola non cambia. A scuola, ogni tanto, mi viene dato qualche biglietto, comunicazioni ordinarie, già aperte e lette. Non so da chi, dopotutto nessuna delle borsiste si farebbe mai arrivare la posta importante a scuola. Forse è soltanto un modo per non umiliare le ragazze nobili, anche se corre voce che un paio tra loro ricevano posta intatta, con i sigilli a posto.
La prima lettera è di Sulina, figlia di scalpellino. La nostra amata direttrice le ha revocato la borsa di studio, adducendo lo scarso profitto come motivazione, e la borsa non è più stata erogata. La direttrice ha intascato l’avanzo, Sulina è dovuta tornare al suo orrendo paesino sperduto tra le colline, e a me sono girate le scatole così tanto che ‘qualcuno’ ha mandato un congruo mucchio di lingottini d’oro alla famiglia, con una profusione di scuse per l’inconveniente. La borsa di studio era valida, ci eravamo confusi con un’altra ragazza. Preferiremmo che non tornasse, per motivi di immagine pubblica, ma vi preghiamo di accettare quest’oro, dopotutto era quello che spettava di diritto a vostra figlia.
Immagino che, se non avessi fatto la stessa cosa per la figlia del fabbro, stesso paesino, magari le due fanciulle non avrebbero fiutato la cosa. Comunque, non sanno che sono stata io, e le loro lettere sono sperticati ringraziamenti al loro anonimo benefattore. Sulina sta per sposarsi ed è felicissima, perché il fidanzato era proprio quello che sperava si dichiarasse. L’altra ragazza sta valutando i pretendenti. Con i lingotti che ha ricevuto, può scegliere in tutta calma. Sono contenta per loro.
Con un po’ di buonumore ritrovato, dico a Lyott: “Ce la faccio tranquillamente, contro due liminari. Non è certo la prima volta che capita.”
“No, ma ultimamente la frequenza è aumentata. Ci sono più Soglie del solito.”
“Quasi tutte sono innocue. Le chiudo e torno a casa in un’oretta, se va male.”
“Veramente, se va male, va davvero male – spazza l’aria con un gesto definitivo – io rimango nei paraggi. Imposizioni Morghater, non si discute.”
Prendo un’altra lettera, ma cambio idea e decido invece di pesare il sacchetto del pagamento. Lo apro, pensando che stavolta è bello pesante. “Ancora lingotti? Ma non usano monete, a Morghater?”
“Sì, brava, a Tern te ne vai in giro a pagare con moneta imperiale.”
“Beh, non siamo mica in guerra…”
Lyott sbuffa. Ogni volta muovo le stesse obiezioni, ogni volta mi risponde la stessa cosa. So benissimo che è scocciato dal dovermi sempre ripetere il concetto, e d’altronde il mio divertimento è proprio scocciarlo costringendolo a ribadire.
“Noi siamo a Tern! Tu non hai mai attraversato le montagne, non hai mai nemmeno guadato il Dama, e vorresti spiegare il possesso di moneta imperiale, magari mentre paghi la retta del collegio? E ragiona, su!”
“La retta è pagata, sono una borsista. E ogni volta che cambio questi lingotti, quel ladro di orefice mi frega, ne sono sicura. Ha i pesi limati.”
“E tu cambia orefice. Piantala con ‘sta storia, Lwen.”
Sbuffo e vado all’armadio, per mettere via l’oro. Intasco un paio di lingottini – sono a corto – e scaravento l’oro nel mucchio degli altri sacchetti. Tra un po’ questo armadio crollerà, e al piano di sotto, nel locale di lievitazione dove riposano le pagnotte prima di essere infornate, i garzoni saranno investiti dalla pioggia più preziosa del secolo.
Penso spesso a cosa potrei farci, con tanta ricchezza. Ianmeyr, del clan più schifosamente ricco da questa parte del Dama e delle montagne, proprietario di una miniera d’oro che in trecento anni non ha dato alcun segno di volersi esaurire, è forse l’unico uomo con più soldi di me in casa, a Tern.
Potrei comprarmi una villa gigantesca sulle colline, invece di vivere in una mansarda sopra un forno di panetteria, potrei circondarmi di servitori e lacchè che svolgano al posto mio tutti quei noiosi doveri quotidiani a cui non posso sottrarmi – rifare il letto, prepararmi la colazione, lavare e stirare, togliere la polvere, riordinare, pulire le palle di pelo del gatto, togliere i nidi di vespe dagli angoli delle finestre – comprarmi vestiti così belli da annichilire Althesia, portare Maya a corte, come non osa nemmeno sognare. Roba così, roba che mi porti ai vertici.
Carrozze, cavalli, gente che ti ricorda sempre cosa devi fare, che ti segue ovunque, che ti mostra cosa pensare e come pensarlo, che ti trova un ricco cicisbeo e ti aiuta a divertirti, così non pensi che tutta la tua esistenza è soltanto una pausa respiratorio in attesa della morte.
Sbatacchio le ante e do un giro di chiave. Frequentare la scuola per signorine di buona famiglia è un magnifico deterrente a voler entrare nel loro mondo.
“Va bene – decido di capitolare – tu rimani nei paraggi, ma che siano paraggi, beninteso. A casa mia non ci resti.”
“Sei una maleducata.”
“No, sono una collegiale! Sai cosa succederebbe, se si sapesse che ospito un uomo a casa mia?”
“Che morirebbero tutte di invidia?”
Anche. Dopotutto, Lyott è il tipo di maschio che qualsiasi donna sogna nel letto, anche se dubito che quelle come Althesia lo ammetterebbero.
“No, che mi farei espellere! E a me serve frequentare quella scuola per ritardate mentali, non posso semplicemente stare in città a ciondolare, prima o poi qualcuno si farebbe delle domande, su una ragazza che vive sola, non lavora, eppure ha sempre quattrini in abbondanza per pagarsi qualsiasi capriccio le passi per la testa…”
“Capricci?” Si guarda intorno, individua la mia cartella, alla quale riservo la stessa cura dello zerbino di casa, e va ad acchiapparla. “I tuoi capricci di solito hanno duemila pagine e sono leggeri come un blocco di marmo, vediamo un po’…”
“Perché non pensi ai fatti tuoi?”
Non mi dà retta e tira fuori un volume che ho comprato tornando da scuola. Lo aspettavo da settimane, il libraio me l’ha dovuto ordinare appositamente. “Embriologia dei vertebrati tetrapodi: sviluppo fisiologico e malformazioni congenite.” Lo fissa come se potesse morderlo. “Cosa cazzo significa questo titolo?”
“Che sei un ignorante. Ridammelo!”
Non fa storie, me lo porge. A tenerlo troppo in mano, rischia di infettarsi con l’intelligenza.
“E qui? N’g Tbahl De Morghai… eh? Ti sei data ai riti esoterici?”
“È empiriano antico, e visto che sei di Morghater dovresti conoscerlo meglio di me. Trattalo bene, che m’è costato quasi mezzo lingotto. È antico e molto prezioso…”
Lo butta sul tavolo. Giuro che un giorno di questi ci rimetto la vetrata di casa, perché lo faccio volare di sotto.
“Ma… e questo?”
Stavolta salto, per acchiappare quello che ha tirato fuori dalla mia cartella, e sottolineo mia, sventolandolo come una bandiera.
Il cartoncino è grande malgrado sia piegato in due, tutto svolazzi e merlettature sul bordo. Le scritte sono color oro, e lo stemma discretamente impresso in basso, a destra, è lo scudo blu di Ianmeyr, un basilisco bianco sormontato da due soli. Ci vuole una classe non da poco, e per non da poco intendo ‘dispendiosa’, per stampare inviti del genere ed elargirli a una scolaresca intera.
Occorre anche una bella dose di arroganza, per mettere il proprio stemma e non quello reale, su un invito a corte. Ma, quando sei l’uomo che ha combinato l’unione della propria sorella con il sovrano, mettendoti così, di fatto, in tasca il regno, puoi permetterti questo e altro.

“E la miseria!” Lyott gira intorno al tavolo per impedirmi di sequestrare l’invito, mentre lo legge. “Un ballo in maschera, nientemeno! A corte, addirittura! Un cavaliere!”
Lo incastro tra tavolo e sedia, balzo come una pantera, e l’invito è di nuovo nelle mie mani. Ma ormai il danno è fatto: Lyott ha un sorriso di prima categoria, che mostra una serie di denti bianchissimi e perfetti, il tipo di sorriso che farebbe sciogliere quelle cretine delle mie compagne di classe, tranne Maya.
“Il cavaliere ce lo dobbiamo trovare durante il ballo – ringhio, imitando in maniera più che decente un liminare che sta per farti a pezzetti – noi borsiste non abbiamo conoscenze a corte. E un ballo in maschera è l’unico modo perché i dementi di sangue nobile non ci scostino col piede, non appena capito chi siamo.”
“Sai, non penso ci siano tante rosse, nemmeno a palazzo. Rimorchierai alla grande!”
Sembra davvero contento per me, anche se, chiaramente, questo non gli impedirà di sfottermi a sangue per il resto della vita.
“Ti ci voleva proprio, una serata come si deve! Se continui così, sempre solo libri e allenamenti, e scuola e ricette di cucina, diventerai una schifezza, e sarebbe davvero un peccato, perché come sei adesso sei abbastanza figa, insomma, sei alta due sputi e tre foglie, ma a tette direi che ci siamo…”
La cosa assurda è che ha anche il coraggio di lamentarsi, se si ritrova cinque dita stampate in faccia, ‘sto deficiente.
Odio che si riassuma la mia vita in due frasi e quattro sostantivi.
Solo dopo averlo buttato fuori insieme al suo zaino e a un panino per pranzo, che conoscendolo si sarebbe dimenticato di pasteggiare fino a che non gli avesse cominciato a girare la testa, mi sono resa conto che grazie a lui, adesso, il pensiero della scarpetta da bambina non mi fa più stare male.

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