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Capitolo 1

La professoressa Nisria, che secondo me deve il suo astio inveterato per qualsiasi forma di vita pluricellulare parimenti al fatto di non potersi fare chiamare per cognome – non è nobile – e alla frustrazione sessuale della tarda mezz’età, picchia la bacchetta contro la cattedra, malgrado il silenzio sia già assoluto. Semina odio, e otterrai un sepolcro.
“Ragazze, attenzione, prego. La lezione di oggi è basilare, e per molte di voi potrebbe essere fondamentale per la felicità futura.” Fa una pausa, ad alimentare una tensione esistente solo nel suo cervello. Ogni stramaledetta lezione di buone maniere è basilare e, per molte di noi, fondamentale per la felicità futura.
“Oggi parleremo del portamento corretto da tenere nelle varie occasioni di società, per esprimere sempre una naturale e al contempo raffinata eleganza.”
Perfetto. Liminari, sono qui. Dilaniatemi prima che la tortura abbia inizio. Maya mi spedisce una gomitata preventiva, perché se la mia faccia mostrasse anche un decimo di quel che sto pensando, tornerei difilato in punizione. Mi metto dritta sul banco e mi scolpisco un’espressione di avvinto interesse, come tutte. Non ho idea di quante coltivino i miei stessi pensieri. La metà della classe, presumo.
La mia classe è divisa in due perfette metà, in nome della correttezza, che ogni signora deve conoscere meglio di quanto conosca il proprio apparato riproduttivo. Una classe di sole aristocratiche sarebbe presuntuosa, e una di sole plebee sarebbe penosa, quindi la nostra amata direttrice si preoccupa ogni anno di fare in modo che ogni classe sia composta in uguale misura di presunzione e penosità. Metà scolaresca è composta da aristocratiche, l’altra metà da penose popolane, perlopiù borsiste. È più facile che una borsista diventi amante di un nobile, piuttosto che vederla passare nel lato aristocratico della classe. Noi ci spostiamo quando una nobile passa, e la nobile fa finta di non accorgersi della nostra esistenza. Non c’è cattiveria da parte loro, né servilismo da parte nostra: quando è richiesto di mescolarsi, per qualche lavoro in gruppo o lezione di ballo, le nobili sono anzi piuttosto carine, gentili in maniera distaccata, e noi cerchiamo di fare lo stesso, anche se nel nostro caso il disagio supera la cortesia. Non ci odiano e non le odiamo, è solo che le cose stanno così.
Esistono, certo, delle notevoli eccezioni, e quelle eccezioni sono dei veri e propri mostri. Prima che arrivassi in questa città, questa scuola e questa classe, Maya era sul punto di abbandonare gli studi, una vera catastrofe per lei, data la sua condizione sociale. Lasciare la scuola significa doversi sposare alla svelta per mettere a tacere voci spiacevoli, e ritrovarsi a vent’anni con quattro mocciosi urlanti, o giù di lì. Lei si merita di più. Eppure Maya era lì lì per decidersi, perché le eccezioni di cui sopra avevano deciso che la mia dolce e riservata amica era il bersaglio perfetto per ricordare alle borsiste che saranno sempre e solo questo: accattone che vivono dell’altrui carità, pezzenti ripulite.
Da quando ci sono io, scusate l’immodestia, le mostruose eccezioni si limitano a risatine alle spalle e frecciatine di quando in quando.
Magari a loro interesserà questa lezione, penso, osservando la mia metà del mondo. Decisamente sono in parecchie a condividere il mio pensiero, e mentre la professoressa inizia il suo sproloquio sulla differenza tra inviti pomeridiani e inviti mattutini, più di una tira fuori di soppiatto i libri, per dare una ripassata. La media è essenziale, per conservare la borsa di studio. Sto per fare lo stesso – Maya è già immersa nel paragrafo di biologia dell’ora successiva – ma poi decido di divagare con la mente, perché sono davvero stanca morta e ho bisogno di lasciarmi andare. La media non mi preoccupa, sono regolarmente tra le prime dieci della scuola.
Quando ti ritrovi coperta di budella di demone quasi ogni notte, studiare smette magicamente di essere un peso per diventare un piacevole intermezzo di puro relax. Provare per credere.
“La componente essenziale di un portamento signorile sta nel non pensarci affatto.” Pausa, in caso qualcuna voglia esprimere meraviglia su come sia possibile avere un buon portamento senza pensarci. Silenzio tombale. “Dovete immaginare che la vostra schiena sia legata a un filo, e che questo filo salga fino in paradiso, retta dal vostro angelo custode.”
Il mio angelo custode si chiama Fendidraghi, professoressa, ma se ci legassi intorno un filo, finirebbe come la testa dei liminari di stanotte. Serro la mascella per trattenere uno sbadiglio.
“Il segreto del portamento parte dalla nuca. Ricordatelo sempre. Una nuca armoniosa, che sostiene il peso della testa, avrà come conseguenza una schiena obbediente, pronta a farvi fare la miglior figura possibile, nelle occasioni di società.”
Qualcuno ci ha capito qualcosa?
“Dovete sempre spingere lievemente in avanti le scapole. Attenzione: le scapole, non il petto. Questa sarebbe sfacciataggine, e la differenza può sembrarvi sottile, ma è profonda come la differenza tra…” Si interrompe un momento, e tutte capiamo che stava per dire tra nobili e plebee. Cosa che non può, per evidenti ragioni pedagogiche, fare. “…tra la lana e la seta.” conclude, soddisfatta per l’elegante metafora, che chiaramente nessuna di noi può avere capito.
La professoressa comincia a muoversi su e giù lungo la prima fila di banchi, riuscendo nella non facile impresa di sembrare al contempo affetta da emorroidi, da scoliosi, e di soffrire per un invisibile manico di scopa su per il colon. “Il decoro, ragazze, è fondamentale, sempre. Sollevate con grazia l’orlo del vestito, così…”
Misericordiosa Ney, ma è legale portare quegli stivaletti? Il re non potrebbe vietarlo, penalizzando un simile scempio con la decapitazione?
“…e incedete a passi leggeri, non piccoli, perché rimanere indietro alla presenza di un gentiluomo non sarebbe cortese. In questo modo!”
Incrocio lo sguardo di una ragazza aristocratica, dall’altra parte della classe, e lo distolgo subito. Lei fa altrettanto. Non c’è avversione in questo gesto, né da parte sua né da parte mia: stiamo semplicemente guardando da tutte le parti, per evitare di scoppiare a ridere, e ritrovarsi davanti la faccia contorta di una compagna che tenta di trattenersi non aiuta. Il ceto di ciascuna di noi smette di contare qualcosa, in questo momento: siamo tutte unite, affratellate dalla sofferenza che ci attanaglia le budella, alla vista della professoressa Nisria che ondeggia su e giù, come una papera che entra in un laghetto.
Guardo Maya, ma Maya è nata conoscendo il tempo giusto di ogni cosa, e il tempo giusto, in questa particolare cosa, è tenere gli occhi bassi, concentrata sul libro di biologia, ripetendo a fior di labbra. Giusto. Soffrire per rimanere seria è un’agonia, scoppiare a ridere sarebbe un suicidio – per la promozione morale delle sue allieve, la professoressa Nisria si serve di una robusta e flessibile bacchetta di betulla – e non troverò conforto nelle mie compagne, quale che sia la loro nascita.
Purtroppo non ho il tempo di cercare il libro nella cartella, aprirlo sotto il banco, sfogliarlo e immergermi nello studio; la tragedia è imminente. Devo alienarmi.
Rispetto alle mi compagne, è vero, ho una marcia in più, perché difficilmente qualcuno riderebbe pensando ai liminari e a quanto sono stata vicina a diventare la loro cena, stanotte. E tuttavia sento che il pensiero della scarpetta da bambina è appena oltre, che se mi concentrassi in quella direzione lo rievocherei, e no, non voglio evitare una battuta con la betulla a un prezzo simile. Quella povera bambina non è morta perché io trovassi un pretesto per rimanere seria, mentre una vecchia zitella inacidita ci insegna a trovare marito. Viro all’ultimo momento, e la brusca sterzata porta i miei pensieri appena prima della scarpetta, verso un’altra lezione – associazione di idee banale ma appropriata – una lezione molto più importante di questa, molto più basilare, anche se con la mia felicità futura ha avuto ben poco a che fare.

Sono figlia di panettieri, e se questo fatto mi trascina senza scampo nella fascia più bassa della società ristretta ma rigorosa della scolaresca, mi ha regalato un’infanzia che augurerei a chiunque, davvero. Mi ha svezzata il profumo di pane appena sfornato, e d’inverno il calore che dal forno saliva nella mia camera mi faceva sentire protetta, sicura come uno scoiattolo nel nido. E poi, poche cose più della farina danno sicurezza, la sicurezza che deriva dalle scorte alimentari, dal magazzino pieno: prendi un pugno di farina, qualche altro ingrediente, e puoi farci quello che vuoi. La farina è la base, e da quella base ricavi il pane, i biscotti, i dolci, ricavi la pasta da cuocere nell’acqua bollente o nell’olio, i maccheroni alle uova e alle erbe, le focacce tutte salate e bisunte, e perfino delle creazioni artistiche, che i miei genitori talvolta si sbizzarrivano a cuocere, per decorare il negozio: stelline, lettere dell’alfabeto, divinità sorridenti, spighe e fiori e frutti della stagione in corso.
Gran bene mi ha fatto, avere passato l’infanzia nel profumo più celestiale che il genere umano conosca, perché di lì a pochi anni, uno alla volta, tutti i membri della mia famiglia se ne sono andati. Ricordo di esserci rimasta di stucco. Tanto per cominciare, sono figlia unica, perché dopo di me, mia madre ha avuto qualcosa come dieci aborti, e solo un altro fratellino venuto al mondo, vissuto un paio d’ore appena. In compenso, io sono cresciuta sana, anche se avrei gradito essere un pochino più alta e con meno lentiggini.
Mio padre ha avuto un infarto quando avevo dodici anni, e già aiutavo in bottega, pesando le pagnotte e piegando i sacchetti. Non ha sofferto, il medico ha detto che a stento ha avuto il tempo di accorgersi che non era affaticamento per avere scaricato troppi sacchi di farina. Si è seduto ed è morto. Un tale, al funerale, ha avuto il coraggio di dire a me e alla mamma che chiunque sarebbe stato fortunato a morire così. Non credo abbia capito perché il sacerdote lo ha invitato ad accomodarsi fuori.
La mamma è morta di cancro al seno, tre anni fa. Per tutta la vita, la mia famiglia ha vissuto in un relativo benessere, senza l’incubo dei creditori alla porta, ma senza potersi mai permettere di spendere un soldo in più di quelli necessari a vivere in maniera dignitosa. Le mie bambole erano fatte di stracci, per quanto cucite con cura e ravvivate da bottoni colorati e capelli di lana legati coi nastrini, e i sacchi della farina venivano utilizzati in ogni modo possibile, finché non cadevano letteralmente a brandelli. A quel punto, finivano come imbottitura dei materassi, perché non potevamo permetterci le oche da cui ricavare piumino. Insomma, ce la cavavamo, ma una lunga malattia sarebbe stata devastante per le nostre finanze, sull’orlo del precipizio senza mai caderci.
È ironico che, quando la malattia della mamma è stata diagnosticata, io potessi già permettermi di pagare qualsiasi somma per curarla, ma che questo non l’abbia salvata comunque.
Dopo una vita passata a riscattare l’onta della sua nascita, la mamma è morta come sarebbe morta una nobile, una regina, un’imperatrice, nella sua stessa condizione: con il medico che scuoteva la testa e mi diceva di non tormentarla, che asportarle il seno non l’avrebbe salvata e le sarebbe costato solo inutile sofferenza. “È la forma più aggressiva che si conosca, e ormai è troppo estesa. Rimanetele vicino e datele il medicinale per lenire il dolore. Altro non si può fare.”
Ci sono rimasta di stucco, eccome.
Tre mesi dopo, il tempo di liquidare il forno e sistemare i pochi affari in sospeso, ho detto a mio cugino che volevo andarmene.
“Basta provincia. Voglio andare in città.”
Lui ha annuito, capendomi benissimo. E poi era stato lui a dirmi che c’è più bisogno di Sorveglianti dove c’è maggiore assembramento umano. Avevo ottenuto la borsa di studio, anche se era un po’ ridicolo che andassi a studiare, quando il mio livello culturale era già molto più alto della maggior parte delle persone che sarebbero state i miei insegnanti, ma qualcosa dovevo pur fare.
“E poi ti serve una facciata di rispettabilità – ha aggiunto mio cugino – nessuno bada a te, se sei rispettabile.
Non è realmente mio cugino, ma per tutti è più facile se pensano a un rapporto di parentela, perché a una ragazza che frequenta un collegio esclusivo grazie a una borsa di studio si perdona tutto, tranne l’averla ottenuta per meriti intellettuali. È della morale che ci si occupa.
Insomma, se a scuola sapessero che mio cugino non è mio cugino, verrei espulsa.
Quella notte il buio era come inchiostro. Non c’era la luna, e le nuvole oscuravano tutte le stelle, perciò uscire dalla porta di casa era proprio come immergersi, con il nero che ti si appiccicava addosso da tutte le parti, tappandoti le orecchie, gli occhi, tutti i pori del corpo, finché non sapevi nemmeno se camminare per terra, o nel buio. Io avevo quattordici anni e me ne stavo rannicchiata sotto le coperte, ad aspettare un sonno che non aveva nessuna intenzione di arrivare. Avrei voluto accendere la candela, ma era già tardi, e la mamma si arrabbiava se sprecavo luce per niente.
Perciò me ne stavo lì, a tirarmi le trecce, a pensare che l’anno prossimo avrei potuto tentare l’esame di ammissione per ottenere la borsa di studio, della quale non mi importava molto, ma che mi avrebbe permesso di recarmi a Tern, la vera Tern, la città, non gli orrendi paesini di duecento anime che costituivano la clientela della nostra bottega. Ero molto intelligente, questo lo sapevano tutti, ma nessuno lo sapeva meglio di me. Era un fatto: nei quattro paesi intorno, nessuno capiva le cose prima e meglio di me, nessuno aveva letto tanti libri come me, e nessuno li aveva capiti meglio di me. Quando era vivo, papà diceva sempre “Lwen non si sposerà perché ha troppa testa”, ma lo diceva con orgoglio. Le comari lo dicevano con disapprovazione. Il contrario sarebbe stato catastrofico, così invece era tutto perfetto, io sarei andata a Tern e avrei imparato tante cose, e magari sarebbe arrivata l’alba e quel buio non sarebbe stato più così completo.
E a un certo punto… non so come dirlo… il buio è diventato profondo. Come se si fosse ampliato, allargato alle dimensioni di una cattedrale, invece di appiccicarmisi addosso nella mia cameretta sopra il forno, per stare al caldo d’inverno (d’estate mi trasferivo in soffitta, o mi sarei cucinata insieme al pane). Continuavo a non vedere niente, ma non vedevo niente lontano, non vicino.
Mi sarei abituata presto a quella sensazione. È la percezione dei Mille Mondi, quando confluiscono e si apre una Soglia, e tutto diventa immenso perché Mille Mondi sono un bel po’ di spazio, parecchio più di quello che la mente può normalmente concepire. Così, non lo capisci con la mente, ma con tutto il resto del corpo, e il cervello, per quanto sveglio e intelligente, elabora i dati e risponde soltanto: ma che sta succedendo?
Buttare da parte le coperte e posare i piedi per terra, sulla pelle di cervo, ricordo che mi richiese meno coraggio di quanto pensassi. È che, quando lo spazio si dilata in quel modo, diventando infinito, sai che non devi avere paura, perché non sta succedendo niente di innaturale, tutt’altro. È la cosa più normale, più semplice che esista, capita di continuo, tutto intorno a noi, sempre, ovunque. Si cammina per strada, e in pochi passi sei in un altro mondo dei Mille.
Di solito non ci sono conseguenze. Il velo si assottiglia, ma non si lacera, e il passo successivo ti riporta a casa, senza che si provi niente più di un senso momentaneo di straniamento, di già vissuto, che passa subito. L’ellittica dei Mille è talmente complessa… mondi che ruotano e sfrecciano ovunque, in tutti gli universi conosciuti, che si intersecano di continuo, e noi camminiamo su queste intersezioni, quasi sempre di qua, a volte di là, raramente accorgendoci di qualcosa.
Non ebbi bisogno della candela, quella notte, per arrivare alla porta, scivolare nel corridoio, scendere le scale, uscire dalla porta della cucina. I sassolini del cortile mi pungevano i piedi nudi, ma li sentivo lontani, come se non mi riguardassero, come se si trovassero altrove. Era tutto così strano… io ero l’unica cosa davvero reale, e attraversavo la notte come un fantasma, trecce rosse e camicia bianca lunga fino alle caviglie, diretta verso qualcosa che mi appariva come l’unico punto fermo, in mezzo a tanta evanescenza. Passai accanto alla stalla, dove i nostri due cavalli da tiro dormivano, sorvegliati dai cagnacci che odiavano tutti tranne noi di famiglia, senza che un solo animale nemmeno fiutasse la mia presenza.
Non ho idea di quanta gente, tra le persone scomparse, siano finite così, semplicemente disperse in qualcuno dei Mille Mondi, ma sospetto che siano parecchie. Se non arriva in tempo un Sorvegliante, non ti accorgi di niente, finché non è troppo tardi, finché non cominci a respirare un’aria strana, diversa, finché il cielo non inizia a farsi più viola di come dovrebbe essere, oppure finché non realizzi che non stai più camminando sulla terra, ma su altro, acqua, magari, oppure gas, o magma incandescente, e non fai in tempo a gridare che la Soglia è dietro di te, e se sei fortunato riesci a voltarti e correre per tornare indietro, se sei fortunato… e se non ti trovi davanti un liminare.
Non ho mai detto che le cose naturali siano inoffensive, mi pare.
Ricordo che gridai. Chi non griderebbe, trovandosi di colpo alla presenza di un demone in forma di sauro, grande come i cavalli da tiro di casa tua, con una coda larga quanto la coscia di un uomo, una tagliola di zanne, occhi di agata spaccati dalla pupilla verticale, un mostro da incubo infantile, con la pelle granulosa, a chiazze nere e brune, che si sta voltando verso di te, perché ti ha fiutata?
E poi, è successo tutto in un lampo.

La professoressa Nisria ci fa sfilare una a una, dopo averci dimostrato in maniera concreta come non dovremmo muoverci. Il principio vigente, in questa scuola, è di seguire alla lettere le loro istruzioni, non il loro esempio. Da adesso in poi, la risata è bandita.
È una tortura. Come da regolamento, tocca a una fanciulla nobile e una borsista, un’alternanza che in teoria dovrebbe farci sentire tutte alla pari, e invece ottiene soltanto di far risaltare ancora di più la disparità di trattamento. Quando tocca a una borsista, i commenti sono salaci, il tono pugnace, e un paio di volte la professoressa mette mano alla verga, per una bella scudisciata sui polpacci. Il dolore non è forte, insomma, è sopportabile, anche perché la stoffa spessa della gonna lo attutisce. Ma è l’umiliazione che conta, ed è quella che fa male.
Una delle borsiste messe peggio, una ragazza grassoccia sempre a rischio di vedere la sua media calare al di sotto della tolleranza prevista dal finanziamento, riceve un colpo tale che barcolla, e tutte tratteniamo il respiro, nel timore che cada.
Le ragazze nobili sono preoccupate quanto noi, devo dirlo. Tranne le mostruose eccezioni cui ho accennato, perlopiù sono innocue, con la testa vuota come un guscio di noce, cresciute nella bambagia, incapaci di accettare la luce cattiva negli occhi della professoressa, quando decide di sfogarsi.
Tocca a Maya, e io sono come al solito in ansia. Maya è sempre tranquilla, studiosa, gentile e riflessiva, cede il passo e credo che i professori non sappiano nemmeno che voce abbia, perché non ha mai aperto bocca in aula. La professoressa Nisria non l’ha mai picchiata, ma so benissimo che basterebbe uno sguardo sbagliato. Ma va tutto bene. Maya è leggera e leggiadra, cammina in linea retta come se sfiorasse appena il pavimento, e la professoressa non può davvero trovare niente di cattivo da dirle. La congeda con un grugnito che non è un complimento, perché se c’è qualcosa che non può perdonare a noi plebee, è di essere giovani e carine, con qualche speranza di trovare un buon marito. Lei non ha un buon marito, non è mai stata carina, e credo sia nata già babbiona. I plebei perdonano tutto, tranne le speranze altrui.
“Brava”, sussurro, e Maya sorride appena. È piuttosto pallida, ma ha superato la prova, e la lezione è quasi finita.
La ragazza nobile che segue riceve molte istruzioni gentili su come migliorare la postura, e viene congedata solo quando ha capito come deve tenere la schiena.
A me non va tanto male. Vengo derisa per la mia falcata (‘cosa sei, un maschio?’ No, professoressa, sono solo abituata a spostarmi in fretta. Un liminare attaccato alle chiappe fa miracoli, in tema di andamento posturale) e mi viene carinamente fatto notare che spingo in fuori il petto e non le scapole, come una sgualdrina, ma la verga rimane al suo posto e io torno al mio abbastanza indenne.
“Sai?” Mi dice Maya, quando la professoressa esce dall’aula, alla fine della lezione. “Secondo me il tuo modo di camminare è bellissimo. Sembri un felino, sei diversa da tutte le altre.”
La guardo, cercando di capire se è seria o se vuole soltanto fare quello che fa di solito: versare balsamo gentile su ferite brutali, perché una parola buona, detta nel momento peggiore, può essere quella che ti salva. Sembra una fesseria, finché non vivi il tuo momento peggiore e non arriva la parola buona a salvarti. Maya è l’incarnazione vivente di questo concetto, lo stereotipo della bontà che viene sempre messo sotto il tacco da tutti, perché non vuole difendersi, per non fare del male a nessuno. Vorrei tanto che imparasse, ma a volte ho il dubbio che non ne abbia neppure bisogno: la cattiveria, le parole taglienti, la derisione delle nobili alla vista della sua uniforme scolastica un po’ usurata, il colletto liso, la blusa lievemente scolorita, le scivolano addosso senza fare presa.
No, credo che dica sul serio.
“Mio cugino mi ha insegnato a camminare in silenzio – le spiego – ormai mi viene istintivo.”
Lei annuisce. “Stanotte è stata molto dura?”
“Non peggio del solito. Però stavolta ci sono andata giù secca, e non faranno danni in giro.”
“Almeno potrai riposarti. Hai l’aria esausta.”
Non posso controbattere a questo. Ci sono stati tre attacchi, per tre giorni di fila, uno dopo l’altro, con il risultato che in tre notti ho dormito sì e no cinque ore in tutto. Se anche stasera succederà qualcosa, dovrò passare la mano, non ce la faccio fisicamente. Un Sorvegliante mezzo addormentato è un Sorvegliante mezzo morto.
“Chiamerò mio cugino. Farà lui i turni di notte, per il resto del mese.”
“Vi mettete d’accordo su chi deve impastare e chi deve infornare, panettiera?”
Maya ed io alziamo gli occhi, Maya con preoccupazione, io con esasperazione.
Dicevamo delle eccezioni alla regola per cui le ragazze nobili sono delle graziose scervellate che, tutto sommato, non spingono i loro sgarbi oltre l’ignorarci e il non includerci nei loro inviti? Ecco. Althesia è una di queste eccezioni, appartenente alla categoria ‘mostruose’. Non fisicamente, anzi, è davvero molto bella, alla maniera raffinata di chi fin da piccola ha sempre curato il suo aspetto nei minimi dettagli; la mancanza di rilevanti difetti fisici, come un naso enorme o un mento sfuggente, si sommano all’uniforme impeccabile, tagliata su misura (io devo sempre rimboccare le maniche della mia), ai capelli, neri e lisci, acconciati ogni mattina dalla cameriera personale, al buon profumo, e a tutti quei particolari che la differenziano da noi, senza possibilità d’appello.
Era parecchio tempo che non veniva a infastidirci. Se lei è una mostruosa eccezione alla regola di benevolenza aristocratica, io sono una mostruosa eccezione alla regola di sottomissione plebea, e quando due mostruosità uguali e contrarie si scontrano, sono dolori per tutti. Dopo un paio di episodi estremamente spiacevoli per lei e per me, avevamo entrambe concluso una sorta di tregua armata, dove Althesia mi concedeva di ignorarmi insieme alla sua vittima storica, Maya, e io facevo altrettanto con lei e lei sue ignobili amiche.
Ricordo la sua domanda. Comincio ad avere un gran mal di testa, risultato della fatica e della mancanza di sonno, e i miei riflessi sono un po’ rallentati.
“Buon giorno a lei, signorina. Ha sbagliato banco, qui ci sono gli esseri umani. La cesta dei serpenti è per di là.”
Indico con un gesto il trittico di banchi di Althesia e le sue amiche, due creature sibilanti che i quattrini non sono riusciti a privare dell’aspetto primordiale che precede lo stadio mammifero. In questo momento preciso sono alle spalle della loro signora e padrona, perché la prima regola di attaccare è attaccare in branco.
Althesia sarebbe un’ottima liminare.
“Mi hai fatta vergognare, panettiera. Ci hai fatte vergognare tutte.”
Non posso trattenere un’occhiata circolare, conseguenza della sua menzione al resto della classe, ma le altre distolgono lo sguardo, fingendo di essere impegnate altrimenti. Sanno benissimo che, quando la nobile Althesia attacca, impicciarsi è un modo piuttosto sgradevole di volersi fare del male.
Lei fa una risatina. “Forse nei tuoi bassifondi si cammina come una sgualdrina, ma questo è un posto rispettabile. Non hai dormito stanotte, panettiera?”
Ah, ecco. Mi ha vista stanca, ha pensato che fossi vulnerabile. Forse crede che stia per cedere e lasciare la scuola, e ha deciso, per puro spirito di solidarietà, di darmi la spintarella definitiva.
Apro la bocca per risponderle, dopo aver scartato tutte le risposte diplomatiche che potrebbero evitare uno scontro, ma Maya mi precede: “Arriva la professoressa!”
Ci voltiamo. È vero, sta arrivando. Althesia si ritira, non sconfitta, con il sorrisetto di chi sa di avere instillato un dubbio, un tarlo, e di poter battere su quel tasto quanto vorrà, per tutto il tempo necessario.
Io rimango pensierosa, non per quello che mi ha detto, ma per il suo significato. Althesia ha tutto quello che può desiderare, e anche parecchie cose di cui, verosimilmente, non le importa affatto. I professori la trattano con i guanti di velluto, perché suo padre è uno dei finanziatori della scuola, e partecipa a feste e balli dall’anno scorso, con il risultato di avere uno stuolo di spasimanti e di cavalieri da presentare alle amiche che entrano nelle sue grazie. In effetti, fanno tutte a gomitate per starle accanto, a scuola, in mensa, nel cortile.
Dovrebbe essere felice. Invece tutto questo la annoia, e l’unica cosa che la renda felice è cercare di amareggiare la vita scolastica delle borsiste. La spiegazione è molto semplice, talmente banale che quasi mi vergogno di esplicitarla.
Primo: Althesia gode di una pensione completa, qui. Il che, tradotto in parole povere, significa che deve rimanere tutto il tempo nel collegio, giorno e notte, in un dormitorio attrezzato, e che le viene concessa un’unica mattinata di libertà al mese, per tornare in famiglia. Una famiglia nobile, ovvero uno stuolo di cameriere, un patriarca che a malapena la saluta, dei fratelli e delle sorelle nella sua stessa situazione, una madre che si informa dei suoi progressi e poco altro. La vedo, quando noi usciamo e lei resta, e le ragazze del popolo corrono incontro ai genitori che le abbracciano, le baciano, le arruffano e non le mollano un secondo, per come sono felici di vederle. Anche molti nobili vogliono un bene dell’anima alle figlie, sia chiaro, ma non si metterebbero mai ad abbracciarle per strada, e le ragazze salgono sulla carrozza con il blasone corrispondente, senza che Althesia debba sorbirsi l’affetto di cui sono circondate. La sua faccia, in quei momenti, è quella di chi ha appena ricevuto un cazzotto nello stomaco e si sta chiedendo da dove diamine sia arrivato un colpo del genere.
Secondo: è innamorata. Di un uomo che non è uno dei suoi spasimanti, che non bada a lei, e che non ha nessuna intenzione di sposarla, malgrado Althesia sia un bel bocconcino e possieda una dote davvero interessante. A scuola lo sappiamo tutte, ma chiaramente nessuna si azzarda a fare la benché minima osservazione a riguardo. Sappiamo soltanto che, quando il nobile Ianmeyr, dell’antico, nobilissimo e mostruosamente ricco casato Ianmeyr, sceglierà finalmente la sua sposa, sarà un ottimo giorno per darsi malate. Credo che nemmeno le sue fedeli leccapiedi vorranno starle vicino, quel giorno.
Althesia mi fa pena, certo: a chi non ne farebbe? Bisogna essere di pietra, per non vedere come sta male, nel rendersi conto, giorno per giorno, che tutti attorno a lei conoscono l’affetto, tranne lei.
È per questo che non l’ho ancora aspettata nel bagno in fondo al corridoio, per agguantarla dalla nuca e sbatterle la fronte contro il muro, quella decina di volte che renderebbero me felice e lei ragionevole.
Credo che mi odi soprattutto per questo. Sa benissimo che mi trattengo dal darle quello che si merita perché la trovo penosa. Quanto deve odiarmi, la nobile Althesia, che può avere tutto, tranne la mia paura.
Mi accorgo di essermi alzata e inchinata all’insegnante, automaticamente, mentre pensavo ai fatti miei.
Sbatto le palpebre: qualcosa non quadra. Dovrebbe essere l’insegnante di biologia, e invece è la nostra amata direttrice, una specie di fossile recuperato in fondo alle miniere di Ianmeyr – perché non si sarebbe staccata dai quattrini in nessun modo meno cruento di una scarica di picconate di un minatore. Il triangolo immutabile entro il quale si svolge la sua esistenza è l’oro – quello che ha e quello che cerca di spillare ai finanziatori – il decoro delle sue allieve, e la decadenza dei costumi moderni, contro la quale si batterà strenuamente, fino alla morte.
Secondo me è immortale, per la cronaca.
E non dovrebbe essere qui, adesso. Invece c’è, e si dirige alla cattedra, batte con la bacchetta per richiamare un’attenzione già focalizzata su di lei. Si guarda attorno, con la solita espressione di rammaricato disgusto quando si ferma su noi borsiste. L’oro altrui ci paga l’accesso qui, ma non certo il rispetto di una donna per la quale il lignaggio viene prima dell’ossigeno.
“Buongiorno, ragazze. La vostra lezione comincerà con qualche minuto di ritardo, perché devo fare un annuncio che riguarda tutte voi, e ritengo mio dovere farlo di persona.”
Oh-oh. Gli annunci fatti di persona dalla direttrice, che passa di aula in aula come una dea della malasorte, sono sempre presagio di guai. L’ultima volta ha dichiarato, con molta tranquillità, che i finanziamenti alla scuola sono stati ridotti, e che quindi le dieci borsiste peggiori sarebbero state rimandate a casa. Due nella mia classe. Figlia di fabbro e figlia di scalpellino, che è come dire ‘destinate a una vita di lavoro bestiale e a una morte inutile dopo aver sfornato quella decina di figli che non potranno evitare’. Avrei voluto avere la Fendidraghi per romperle tutti i denti, a quella stronza che sapeva benissimo di distruggere loro la vita.
Mi raddrizzo sulla sedia – toh, spingo pure in fuori le tette, tanto la tua opinione su di me e sulla mia borsa di studio non peggiorerà per questo – e aspetto.
Accanto a me, Maya è molto pallida e molto tremante. Il suo rendimento è buono, ma se essere bravi a fare il proprio dovere fosse sufficiente, noialtre non avremmo nemmeno bisogno di questa maledetta scuola, per sperare di elevare un po’ la nostra condizione sociale.
La direttrice termina la sua occhiata panoramica, con un’amorevole coccola visiva alle ragazze di nobile lignaggio, quindi scandisce le parole che sconvolgeranno la mia esistenza, la quale, forse ve ne sarete accorti, già di suo non è precisamente una tranquilla successione di eventi quotidiani.
“In occasione dello sposalizio di sua maestà il re, è stata indetta una serie di balli a corte, per tutta la durata del mese dei festeggiamenti. Il nobile Ianmeyr, nostro generoso mecenate e fratello della nostra nuova, graziosa, regina, grazie al quale molte di voi possono sedere dietro questi prestigiosi banchi…”
Falla corta, che se noi potessimo fare come vogliamo, saremmo libere e felici in giro per il mondo, invece di prenderci scudisciate perché muoviamo male la nuca. Non posso parlare per le mie compagne, ma io ho bisogno di questa scuola, come copertura. A parte ciò, per me puoi anche crepare.
“…ha chiesto e ottenuto che, nella giornata diciannove dei festeggiamenti, sia dato un magnifico ballo in maschera, al quale potranno intervenire le studentesse di questa scuola. Tutte voi, senza eccezione alcuna, sarete ammesse a corte, e potrete danzare con gli esponenti della più alta nobiltà di palazzo!”
A ripensarci, avrei dovuto avere almeno un minimo di presentimento, sul fatto che quello era il vero inizio dei miei guai.
Sì, più della notte in cui ho, per la prima volta, attraversato una Soglia e trovato uno dei demoni che vivono lì, nell’intersezione dei Mille Mondi, in attesa di poterli violare.

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