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prologo

L’alba illividisce la notte e le stelle si spengono, una a una. È ancora buio, ma comincio a potermi vedere le dita, il che, va detto, è una cosa decisamente positiva. Prima che il primo fringuello si desti e cominci a cinguettare, per annunciare a tutti che è arrivato primo, riesco anche a riconoscere l’ambiente intorno a me, cosa che sì, è positiva anch’essa, ma non precisamente esaltante. Tutto dipende da quello che si vede.

L’alba cessa di essere livida per diventare gloriosa, e le dita rosate dell’aurora tingono di delicato pastello l’orizzonte. Gli alberi sono ancora neri, ma gli orli sono d’oro, contornati in ogni dettaglio, fino alle foglie che sporgono, man mano che il sole riprende possesso del mondo e mi guarda, riflettendo su che tipo di giornata vorrà regalarmi. Non è una cosa così scontata.

Nelle mie giornate belle, mi guardo allo specchio e vedo un’appetibile giovane donna, con un piede sull’adolescenza e uno nella femminilità pienamente sbocciata, con un visino da fata, splendidi capelli rosso scuro, occhioni dolci dolci da cerbiatta, ossatura minuta, spalle delicate, lentiggini sbarazzine, membra toniche, rassodate dall’esercizio fisico. E un decolleté riempito proprio come si deve, sissignori.

Nelle mie giornate cattive, mi guardo allo specchio e vedo uno spaventapasseri alto due ramaglie e una fogliolina, con in testa uno scopettone del colore dei mattoni vecchi, la faccia butterata di lentiggini fino alle spalle e alla scollatura, non parliamo poi della schiena, e per piacere non guardare lo spazio che ho tra gli incisivi, vi prego. Ginocchia sporgenti, unghie smangiucchiate, una linguaccia che prima o poi mi costerà cara, un’assoluta, cronica, imbranataggine nelle relazioni interpersonali, e un’unica, singola amica nell’universo conosciuto e non.

Mentre il sole sorge e si stiracchia, svegliando uccellini e farfalle sfaccendate, non so ancora se sarà una giornata buona o una cattiva. Ma una cosa la so, con una certezza incrollabile, che mi appartiene molto più di tutte le paranoie adolescenziali che una quasi diciassettenne si ritrova incistate dentro, tipo malattia congenita: se non riesco a raggiungere la spada appena al di là delle mie dita spasmodicamente tese, che tipo di giornata sarà quella, per me, non avrà nessuna importanza.

Come a confermare la correttezza della mia ipotesi, il liminare sotto di ma fa schioccare le fauci, e quello sopra di me le spalanca, sbrodolandomi addosso la sua rivoltante bava, famelica e astringente, sulla pelle. Se è vero che la digestione comincia con la masticazione, ovvero con l’impasto del bolo alimentare e della pepsina contenuta nella saliva, credo che quel mostro abbia appena cominciato ad assaggiarmi.

Avanti, avanti, avanti… Sfioro l’elsa con la punta del medio, mi tendo ancora di più, riesco a uncinare il cuoio che riveste l’impugnatura.

Il liminare sotto di me salta. Riesco a tirare su le gambe appena in tempo, e il suo fiato schifoso mi riscalda l’interno delle cosce. Ma che demone birichino! Intanto, ho perso la presa. Mi aggrappo meglio alla sporgenza – misericordiosa Ney, fa’ che non frani, dai, ti prometto che torno a frequentare il tempio, giurin giuretta, ma tieni su questo stramaledetto sasso, ti prego – e allungo ancora di più il braccio, ce la posso fare, ce la posso fare, io ce la devo assolutamente fare…

Il mio medio si piega intorno al cuoio dell’elsa. Ignoro il dolore lancinante alla schiena, lo strappo che devo essermi procurata quando sono caduta in quel taglio della terra, una delle tante fenditure nascoste dall’erba, nell’immensa piana di Wydan. Non sono morta perché uccidermi non è proprio la cosa più facile del mondo, ma la botta l’ho sentita tutta, eccome.

Il liminare sotto di me salta ancora, così in alto che per un momento me lo ritrovo accanto. I suoi occhi gialli, con la nera fenditura verticale della pupilla, mi fissano con tanta intensità che mi ci vedo riflessa. Il suo fiato è carne marcia, zolfo incandescente, è una fornace accesa oltre la tagliola delle zanne, che sono lunghe e ricurve. Si serrano nell’aria, mancando il mio corpo sospeso di un niente.

Ho come la vaga sensazione che tanto entusiasmo da parte sua non sia dettato dall’amicizia.

La mia mano si serra attorno all’elsa. Fendidraghi, penso: è il nome che porta quella lama, da tanto tempo che tutti hanno dimenticato chi l’ha chiamata così per primo. Di successore in successore, è stata tramandata, insieme al suo nome, e, per quanto mi dolga ammetterlo, ben pochi di coloro che l’hanno ricevuta sono morti di vecchiaia. Probabilmente sarà anche la mia sorte, e la Fendidraghi, di nuovo orfana, finirà in nuove mani, tremanti per l’emozione e l’onore, mani che rivestiranno l’impugnatura di cuoio nuovo, che lustreranno la colata d’oro della scanalatura centrale, che saggeranno il controfilo procurandosi un brutto taglio, perché la Fendidraghi è affilatissima in ogni sua parte. Osso di drago, lavorato secondo una tecnica antica, tenuta segreta dalla Corporazione degli armaioli; i pochi ammessi all’iniziazione, dopo un apprendistato lungo decenni, si guardano bene dal farlo sapere, perché le spade di drago non si vendono e non si commissionano. Si creano. La Fendidraghi è viva.

Affilata, indistruttibile, leggera: la lama definitiva. Naturale che sopravviva a tutti i suoi possessori. Sopravvivrà anche a me.

Ma non oggi.

Sopra la mia testa, il liminare tende gli artigli, certo di avermi, perché mi sono slanciata in su, per sfuggire al suo compare. I suoi rostri sono un’orrenda parodia di mano umana: dita lunghe, con falangi secche come legnetti, che terminano ciascuna in artigli a mezzaluna lunghi come un avambraccio, adunchi come quelli dei gatti. Mi sta per afferrare, per tirarmi su, a dibattermi come un pesce all’amo, verso la mascella spalancata su quel rosso infernale e puzzolente. Ho visto molte volte l’atto finale, che non è una decapitazione, ma una vera e propria macellazione, perché il morso del liminare si porta via la testa, il collo, e buona parte della cassa toracica, lasciando le braccia ad agitarsi intorno a un buco rotondo, dove prima c’era l’essere umano. Si diventa una fontana di sangue, per qualche attimo, e poi basta.

Spingo in su la Fendidraghi, sfidando la misericordia di Ney al limite estremo della resistenza di questa pietra, a cui sono aggrappata, e che decide di non tradirmi, perché rimane salda, non trema nemmeno, mentre io giro la lama e i fluidi del mostro mi precipitano addosso come una cascata. I liminari sono sadici, e se possono, si divertono a torturare le loro vittime, come bambini che giocano con le mosche: staccano un braccio, poi magari tranciano via un piede, grattano un po’ di pelle per strapparla, ti sventrano e stanno a guardare mentre urli, con le budella che ti sfuggono dalle dita. Sono dei bastardi schifosi, e se la fine che avevano in mente per me era rapida, non si trattava certo di compassione, ma solo della volontà di levarmi di mezzo alla svelta, dopo una notte di inseguimenti e sortite.

Beh, io non sono tanto stronza. A me dispiace, quando devo ficcare la Fendidraghi in fondo alla fornace rossa e nera della loro gola spalancata, girarla dentro, farla scorrere in orizzontale, tranciando legamenti e vene pulsanti. Mi mordo le labbra a sangue, poi scorro in giù, per far cadere il corpo, a ricongiungersi al suo degno compare. Fuori uno, e scusate l’immodestia: non ha nemmeno avuto il tempo di gridare.

Il sole illumina il fondo della fenditura, regalandomi uno scorcio della ghiaia, di un alberello che ha deciso di spuntare là sotto, della carcassa sanguinolenta di un sauro grande come un cavallo, e di un altro che sta rialzando in quel momento la testa dal regalino che gli ho appena recapitato. Scopre le labbra, sottili e scagliose, sulla chiostra di zanne, e sibila verso di me, promettendomi un lento smembramento. Ma io ho di nuovo in pugno la Fendidraghi, e non esiste liminare che mi spaventi, se ho il drago in pugno.

“Adesso arrivo, stronzo – gli preannuncio – mi devi una nottata di merda e un ritardo a scuola. Ti ammazzo!”

Va bene, forse non mi dispiace poi così tanto, quando il dovere mi impone un’opera di bassa macelleria. Quella faccenda del nobile senso di colpa per il nemico che ti accingi a devastare è perfetta per un poema, ma abbastanza ipocrita, non fa per me.

Lascio la presa sulla pietra – grazie socia, dammi il cinque – e atterro un paio di lance più giù, sollevano ghiaia come schizzi d’acqua.

Si svolge tutto molto in fretta: il liminare si avventa, forte della sua mole e della sua ferocia, io schivo il colpo di coda, perché ‘sti stronzi fanno sempre finta di azzannarti, mentre dall’altro lato frustano con la coda per romperti la schiena, salto in avanti e spedisco la Fendidraghi in collisione con il collo da bue del liminare.

E adesso sì, che possiamo parlare di cosa farai con il mio potere, dopo che mi avrai divorata fino alle ossa, testina. Uso la Fendidraghi come una sega, per terminare la decapitazione, e metto il braccio destro in avanti, perché è protetto dai bracciali, e l’artiglio che falcia spasmodicamente l’aria lo può afferrare, stringendomi terribilmente, ma senza ferirmi. Dài, dimmi come userai il mio sangue per riaprire la Soglia e far arrivare tutti i tuoi compari, su.

Ti ascolto, mentre guardo i tuoi occhi velarsi e il tuo corpo cadere, con un tonfo da far vibrare la terra, pezzo di merda. Quanti ne hai ammazzati, in quel villaggio? Ho trovato una scarpa da bambina, nello scantinato da dove vi ho stanati, quattro ore fa, e ce l’ho ancora in testa, non si toglie. Ti sei incazzato, quando ti ho chiuso la Soglia alle spalle, tagliando fuori voi due, eh?

Parliamo di cosa farai con il potere dei Sorveglianti. Dimmelo, ti ascolto.

Il sangue nero si allarga in una pozza, come un lago che riempie la secca. Indietreggio, rimango a guardare gli ultimi spasmi. Vorrei non pensare più a quella scarpa da bambina, davvero.

Piano piano, mentre l’adrenalina raggiunge il picco massimo e poi comincia a decrescere, mi rendo conto di essere stanca morta.

Cado seduta, accanto alle carcasse macellate dei miei nemici, corpi morti, già parzialmente decomposti. Non durano mai a lungo, non sono fatti per resistere all’ossigeno. L’odore è qualcosa di indescrivibile, ma ci si abitua. Ci si abitua praticamente a tutto.

Abbasso gli occhi sulla spada, imbrattata di sangue e di arabeschi di materia organica annerita. Ho le mani viscide di fluidi, mi sento il corpo viscido di sudore, e per pura decenza eviterò di parlare dello stato dei miei vestiti. La schiena è una trappola arrugginita, sepolta dentro di me.

Nella luce crescente, sospiro, sapendo che sono al limite, e che la giornata è appena cominciata.

Devo alzarmi, risalire la fenditura – merda se è alta, non sembrano mai tanto alte quando salti giù, non è leale, ecco – trascinarmi per tutta la piana, fino a casa. Entrare senza che nessuno se ne accorga – d’accordo, questo è facile – cambiarmi, lavarmi, rendermi presentabile, con l’uniforme scolastica e le treccine e i nastrini e la cartella. Correre a scuola. A quel punto, sarò sicuramente in ritardo, e posso aspettarmi con animo sereno una bellissima punizione, perché Maya è mia amica e Maya mi copre, ma Maya è una sciacquetta, diciamocelo, di buona famiglia sì, ma talmente pallida e diafana che nemmeno ti accorgi che esiste, e comunque non può fare più di tanto per aiutarmi, se sarò in ritardo alla seconda campanella.

Mi pulisco le mani sui calzoni, alla meglio, rinfodero la Fendidraghi e cerco di ributtarmi indietro i capelli. Sono appesantiti, di un color rame rugginoso, arruffati, disordinati, e capisco che sarà una giornata di quelle brutte. D’altronde, mi sento talmente uno schifo che non posso pretendere di guardarmi allo specchio e non trovarci delle occhiaie da paura, dentro una faccia allucinata, ogni singolo difetto che risalta come se l’avessero cerchiato in rosso. Stanotte ho dormito, credo, un’ora.

Mi appresso alla parete di terra e comincio la mia scalata. Scommetto che la prima campanella sta già risuonando, nell’atrio. Maya sarà sulle spine. Deve entrare in classe, con me o senza di me, e anche se preferirebbe potersi, come al solito, nascondere dietro la mia schiena prima di varcare la porta dell’inferno, alla fine si farà coraggio. Finire tutte e due in punizione non avrebbe senso.

Mi avvio zoppicando. Che leggenda epica, che poema eroico, che vita esaltante, è quella di noi Sorveglianti, i sacri guardiani delle Soglie Dhilarin.

Proprio.

One thought on “prologo”

  1. artemis5 says:

    WOW, bentornata ai modi di Engelia !!!!
    Speravo nel continuo della saga ma anche questo mi ispira moltissimo
    Corro a leggere il primo capitolo 🙂

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