Browse By

Agosto

1 agosto

 

Sono arrivata.

Non credevo che, dopo la morte di papà, avrei mai più avuto a che fare con questo mondo, queste persone, questi luoghi. A dire il vero, non credevo nemmeno che esistesse, tutto questo, anche se credevo a mio padre, al contrario di quella manica di serpenti che dovrebbero essere i miei zii. Si sono tutti defilati dopo la lettura del testamento, com’era prevedibile, e devo dire che ho goduto non poco nel vedere le loro facce, quando l’avvocato ha letto che il mio amato papà era ricco solo di studi, conoscenze, e libri sull’antica Grecia e la mitologia. Nemmeno l’appartamento era suo. Uno spiantato, in parole povere, il che ha azzerato l’interesse del parentado per il mio destino, cosa che, ben lungi dal ferirmi, non poteva farmi che piacere. Tra passare i due anni che mi separano dalla maggiore età in un istituto e andare a stare da qualcuno di quei viscidi, egoisti, indegni individui, che hanno trattato mio padre come un pazzo finché era vivo e l’hanno beatamente snobbato quando è morto, non è che dovessi arrovellarmi molto per decidere. Se anche qualcuno mi avesse voluta con sé, cosa che non è stata.

Piango ancora per mio padre. E’ stato lui ad insegnarmi ad amare i miti greci, le costellazioni, e tutto quel mondo sconosciuto ai più, che brilla di luce propria e sembra un’Iliade in versione moderna. Mi piaceva ascoltare le sue storie, anche se sembravano tutte così inverosimili e ho sempre ritenuto la Guerra Galattica uno show nipponico per far soldi, con la scusa di trovare il guerriero più valoroso di tutti i tempi. Ma mio padre credeva anche a questo, e io gli volevo bene e quindi in qualche modo ci credevo anch’io, anche se la razionalità mi prendeva in giro. Papà era uno svampito dedito solo al suo lavoro e nove volte su dieci, quando avevo bisogno di lui, non c’era neppure, perso dietro qualche traduzione, o qualche convegno in capo al mondo, o qualche trasferta ordinata dai suoi superiori. Ma la sua morte mi fa piangere ogni volta che ci penso. Perciò forse dovrei sentirmi in colpa se, quando invece penso al conto in Svizzera che papà ha aperto a mio nome per evitare che le sue sostanze finissero a quegli avvoltoi degli zii, mi scappa da ridere e da fare il gesto dell’ombrello. Due anni in orfanotrofio, e poi la legge mi avrebbe lasciata libera di decidere della mia vita, mentre mio padre mi aveva dato i mezzi per farlo. E che mezzi! Quando ho visto l’ammontare della cifra mi sono sinceramente spaventata. Sapevo che papà lavorava per una magnate della finanza orientale, che gli commissionava studi e traduzioni con l’opzione della riservatezza, ma non immaginavo che i giapponesi pagassero così bene i loro dipendenti.

Due anni, poi la libertà. Poteva andarmi molto peggio, mi dicevo. Di giorno ci credevo anche, il problema era che la notte papà mi mancava un sacco. E mi manca ancora.

Poi è arrivata la telefonata. Ne ricordo ogni parola. Ero da sola a casa e stavo legando con lo spago alcuni cartoni di libri, perché dovevo traslocare e non volevo che venissero buttati via. Non avevo nemmeno voglia di rispondere al telefono a sentire altre ipocrite condoglianze condite di “per qualsiasi cosa, sai che puoi contare su di noi”, ma la forza dell’abitudine mi ha fatto alzare la cornetta.

“Parlo con la signorina Luna G.?”

“Parla con la signorina Luna G., che la ringrazia per le condoglianze e vorrebbe tornarsene a impacchettare la roba prima di venire sfrattata dal’ufficiale giudiziario. Buona giornata, nella prossima seduta spiritica dirò a mio padre che ha chiamato.”

Non ero affatto nello stato d’animo di fare pubbliche relazioni.

“Non la chiamo per farle le condoglianze – ha risposto il tipo dall’altra parte – anche perché immagino ne abbia ricevute fin troppe. Volevo parlarle a proposito del lavoro che suo padre ha svolto per noi, in questi anni.”

“Ah, le doveva mandare qualcosa? Arriva un tantino in ritardo, mi sa…”

“No, non era questo. Era a lei che pensavo – la voce del tizio era sempre calma e cortese ai massimi livelli – dalle informazioni in nostro possesso, ci risulta che la sua preparazione marziale è tutt’altro che scadente, o mi sbaglio?”

Considerando che l’anno scorso ho vinto la medaglia d’oro ai campionati nazionali di aikido e che vado in piscina almeno due volte la settimana, ho confermato al tizio quel che voleva sapere. “Perché le interessa?”

“Una sola domanda ancora, la prego. Suo padre sosteneva che lei condivideva gli ideali che lo spingevano a offrirci la sua collaborazione, è così?”

“Sono atea – l’ho bloccato subito – a parte questo, trovo molto bello quello che fate al Santuario, aiuti alle nazioni, interventi di pace, quelle cose lì. Ma la mitologia greca per me è solo mitologia, spiacente. Non credo agli dei.”

Dall’altra parte del telefono una risata sommessa, educata. “Questo non ha importanza, signorina, non se loro credono in lei. Ho una proposta da farle, se vuole ascoltarmi…”

Ho ascoltato. Ho riflettuto.E ho accettato.

Due anni. Due anni che avrei dovuto passare a vegetare, in attesa che la legge mi liberasse, e che invece ora potrò mettere a frutto, non so bene come, ma senz’altro sarà meglio che vivere in un istituto di suore. Due anni al Santuario, e poi potrò decidere.

Immagino che si sentano in debito verso mio padre, o forse vogliono assicurarsi che io non parli troppo in giro di questo posto. Se la loro preoccupazione era veramente questa, sono un bel po’ ingenui, perché non ho mai avuto nessuna intenzione di passare per pazza come mio padre.

In ogni caso, adesso sono qui. Ad Atene. Vedremo cosa succederà, mi hanno dato le istruzioni per accedere al Santuario (roba da far ammattire un piccione viaggiatore) e domani dovrò presentarmi alla persona che mi ha chiamata. Alla reception dell’hotel mi hanno consegnato un pacchetto contenente la maschera che sembra debbano portare tutte le donne che sappiano o intendano combattere, laggiù. L’ho provata. Fa sudare come in un bagno turco, sento già di detestarla.

Adesso devo mettere via il diario, sarà meglio che dorma un po’. Speriamo di aver preso la decisione giusta, non vorrei mai mettermi contro dei tizi capaci di spaccare le rocce a mani nude. Non so, mi sembra poco salutare.

Ti voglio bene, papà. Soprattutto perché mi hai insegnato a parlare il greco moderno e l’inglese, o sarei uscita pazza appena scesa dall’aereo.

 

 

2 agosto

 

Me ne sto qui, in un angolino di questa bolgia infame che chiamano mensa, a prendere nota degli avvenimenti della mattinata. Lo faccio ora perché mi sa che prima di stasera avrò un altro chilometro di aggiornamento da fare.

Cribbio, venti minuti fa ho visto un tizio aprire una voragine per terra con un colpo di tacco! Ma dove sono finita? AIUTO!

Ma cominciamo dal principio…

Stamattina ho preso armi e bagagli e ho lasciato l’albergo. Per motivi di sicurezza non posso spiegare come si raggiunge il Santuario dall’acropoli di Atene. Mi hanno pure fatto bruciare la lettera con le indicazioni, se sapessero di questo diario… Non capisco perché siano così paranoici, voglio dire, chi mai sarebbe così stupido da andare a importunare gente capace di spaccare un macigno con un pugno? (sì lo so che sono fissata, ma è una cosa che vi giuro se la vedete una volta non ve la scordate più).

Dico solo questo: il passaggio dal casino della zona turistica al semi– deserto che circonda il Santuario è sconvolgente. Sembra di piombare dritti nell’antica Grecia, niente motori, niente aerei (la zona è interdetta al traffico dei cieli), i cellulari non prendono, per poco non mi veniva un infarto perché avevo paura che mi si fosse formattato il portatile. C’è solo un telefono a gettoni, credo risalente a prima della guerra punica, ma a nessuno frega niente di usarlo. Non mi stupirei se avessero tutti facoltà telepatiche o roba simile.

Ma non divaghiamo troppo.

Il tizio che aveva telefonato mi aspettava alla fine della strada, presso una specie di teatro o arena, molto molto pittoresca. Farei delle foto, ma tanto per cambiare anche questo è vietato.

Il tizio, ad ogni modo, è stato così gentile da prendere la borsa più grande, cosa che ho molto gradito perché vi assicuro che Atene d’agosto è qualcosa di micidiale, specialmente se sei carica di bagaglio. Stavo sudando come dentro un bagno turco anche se ero in maglietta e calzoncini, mentre sto tizio era fresco come una rosa, senza un capello fuori posto e col sorriso più gentile di questo sistema solare. Giuro, per un momento l’ho odiato.

“Sono lieto di vedere che non hai avuto difficoltà a trovare il Santuario. Per molti è un’impresa quasi impossibile.” Mi ha detto mentre si avviava da una parte.

“Le tue indicazioni erano molto chiare.” ho risposto seguendolo. Ho avuto l’impressione che quel farmi cercare il posto da sola fosse una specie di prova, ma forse sbaglio.

“Purtroppo l’accesso al campo di addestramento femminile è vietato ai maschi, perciò ho chiesto a un’amica di accoglierti come si conviene. A proposito, devo chiederti di indossare la maschera, sebbene non essendo ancora un cavaliere, è più una convenzione che un obbligo, per te.”

Così mi sono messa questa maledettissima maschera, giusto perché non avevo già abbastanza caldo. Non mi sono mai sentita così scema in vita mia, ma nessuno di quelli che abbiamo incontrato faceva una piega: l’impressione che ne ho ricavato è che gli scemi fossero loro. Insomma, avevo dei calzoncini minuscoli, una canottiera che praticamente non esisteva, e a sconvolgerli doveva essere la mia faccia? Non sono così brutta, almeno spero!

“A proposito, non mi ricordo come ti chiami.” gli ho detto, perché in effetti proprio non lo sapevo. Lui ha annuito.

“Non te l’avevo detto, è vero. Che maleducato. Il mio nome è Mu, cavaliere di Ariete.”

 

Per la sorpresa c’è mancato poco che non lasciassi cadere borsa, valigetta del portatile, maschera e compagnia bella. Un cavaliere d’oro! La creme de la creme, in assoluto i più forti tra i cavalieri, e si era scomodato per me! La reputazione di mio padre nel Santuario doveva essere un bel po’ più grande di quel che mi ero immaginata. Da lì in poi mi sono abbastanza innervosita, anche perché a guardarlo bene, il tipo non è mica brutto, eh! Oddio, forse un po’ sul gracilino, una bellezza vagamente effeminata con quei capelli lunghi, lisci, e quegli occhioni verdi, ma è così tranquillo e sicuro di sé che a stargli vicino ti senti in una botte di ferro. Si vede lontano un miglio che è forte, fortissimo, e poi cerca sempre di metterti a tuo agio, riuscendoci peraltro benissimo. L’archetipo dell’uomo che non ha bisogno di far pesare la sua superiorità, tanto essa è palese. Diciamocelo: il mio incontro d’esordio al Santuario non poteva essere migliore!

Purtroppo il seguito non è stato altrettanto esaltante: Mu mi ha mollata con una tipa dai capelli rossi e ricci, il fisico di una top model e l’aria granitica di chi non si fa spostare di un millimetro dal suo dovere. Anche se aveva l’immancabile maschera, ho capito che non era tipo con cui scherzare, perciò ho cercato di adeguarmi.

“Se hai domande da fare, chiedi pure.” Mi ha detto appena Mu si è allontanato. Costei si chiama Marin, e pare sia stata l’insegnante del cavalierie migliore dell’esclusivo circolo dei cavalieri, o roba del genere. Mi stanno arrivando così tante informazioni, in queste ore, che non so proprio stare dietro a tutto.

“Perché bisogna portare la maschera?” ho chiesto subito, con la speranza di trovare un cavillo che mi permettesse di aggirare l’obbligo. Non l’avessi mai fatto! Marin è partita con una tiritera interminabile sulle donne che devono celare la loro femminilità per essere pari agli uomini, sul disonore di essere viste in volto, sulla necessità di prendere provvedimenti drastici in caso questo avvenga, e altre menate del genere. E io non ho saputo trattenermi: anche a scuola la mia linguaccia che non sta mai ferma mi ha dato un sacco di guai, temo che qui al Santuario, se non imparo a mordermela un po’, saranno dolori.

“Ma se dev’essere celata la femminilità, non fai prima a indossare un burka? Così scollata e con quella tutina con tanto di autoreggenti, non è certo una maschera a nascondere il fatto che sei donna…”

Sapete cosa si prova a essere fulminati con lo sguardo da una faccia in similporcellana? Adesso io lo so e non è per niente carino, proprio per niente. Marin mi ha voltato le spalle e se n’è andata lasciandomi lì ad affannarmi coi bagagli per starle dietro. Sospetto di non aver iniziato nella più promettente delle maniere.

 

(A SERA)

 

Marin mi ha accompagnata al mio alloggio, una casettina piccina piccina e tanto carina, tutta di pietra e con le antine di legno alle finestre, che condividerò con altre due ragazze, Sindel e Haruko. Quest’ultima, come dice il nome, è una giapponese con capelli nerissimi, liscissimi, lunghissimi, e una pelle stranamente bianca per un’orientale. Sembra una di quelle bamboline tipiche, quelle col kimono e il ventaglione, e sembra anche simpatica. Non fosse convinta che i giapponesi sono il meglio soltanto perché pare che sia un giapponese il più forte tra i cavalieri del momento, potrei andarci veramente d’accordo. Ho paura di aver detto la cosa sbagliata quando le ho risposto che un giapponese sarà pure un cavaliere fortissimo (nonché, pare, predi– letto della reincarnazione di Athena), ma gli dei del pantheon greco sono tutti europei, come ME.

Quand’è che imparerò a tenere la bocca chiusa?

L’altra ragazza invece non ho capito bene di che nazionalità sia, e mi sa che non lo sa neppure lei. E’ figlia di un diplomatico ed è sempre vissuta a cavallo delle nazioni, fino al giorno in cui c’è stato quel brutto incidente a Three Mile Island, USA, e suo padre era lì per delle trattative. Da quel giorno suo padre è diventato una scoria radiottiva e Sindel un’orfana, storia già vista e che credo sentirò molto spesso da queste parti. Pare che il suo reclutamento al Santuario sia stato simile al mio, solo che nel suo caso è stato il cavaliere del Leone a contattarla. Sindel è forse la ragazza più bella che abbia mai visto in vita mia: pelle perfetta, delicatamente dorata dal sole della Grecia, occhi verdeazzurri ornati da immense ciglia bionde, capelli d’oro brunito che le scendono fino ai fianchi in onde naturali, mani sottili e aggraziate, una figura femminile ed equilibrata che non tradisce affatto la durezza dei muscoli sviluppata in allenamento… Meno male che è simpatica, altrimenti la odierei a morte!

Ma devo smettere di scrivere, è ora di dormire e qui sono molto rigidi con gli orari. Il letto è giusto un pelo più comodo di una lastra di marmo, ma io sono stanca morta e da domani comincia l’addestramento. Vedremo come va.

 

 

3 agosto

 

Incredibile. Riesco ancora a usare le dita. Credevo di non averne più una sola sana.

Oggi ho imparato due cose fondamentali: la prima è che il corpo umano ha duecentocinquanta ossa circa (lezione di teoria, stamattina). La seconda che l’apprendistato di un cavalierie riesce a frantumartele tutte (esercitazione pratica, nel pomeriggio).

Haruko dice che ci farò l’abitudine, che man mano che il mio cosmo crescerà sarà più difficile farmi male, mentre Sindel mi incoraggia dicendo che me la sono cavata benissimo, per essere il primo giorno. Non ho capito se si riferisse a quando sono cascata di faccia sul selciato dell’Arena oppure a quando Marin mi ha costretta a prendere a pugni un sasso per romperlo a mani nude, ma è stata carina a dirmelo.

Per adesso credo che salterò la cena, tanto non sentirei nemmeno il sapore del cibo, visto che sarebbe coperto da quello del sangue che continuo a sputare, e me ne andrò subito a letto. Devo diventare forte. Non devo arrendermi, devo espandere il mio cosmo e continuare ad esercitarmi, senza mai cedere, con il cuore saldo e la mente rivolta al traguardo finale, quando i miei sforzi finalmente troveranno la giusta ricompensa e potrò coronare quello che da oggi è il mio grande sogno:

 

MU DELL’ARIETE, GIURO CHE TI UCCIDERO’ CON LE MIE MANI PER AVERMI FATTO QUESTO!

 

 

4 agosto

 

Sto così male che non riesco a dormire, anche se da queste parti si va a letto con le galline e le giornate sono talmente faticose che nel Santuario adesso dormono tutti della grossa.

Io non ce la faccio più. Questi non sono allenamenti, sono le prove generali per riaprire i campi di sterminio nazisti! Le lezioni teoriche sono anche abbastanza interessanti, ma quello che sto passando per ‘sviluppare il mio cosmo’ va al di là delle umane capacità di sopportazione. Davvero un bell’aiuto all’orfanella, Mu, grazie tante! A questo punto l’istituto delle orsoline comincia a sembrarmi un’alternativa simpatica, almeno le suore non ti lanciano per aria facendoti scavare solchi nel marmo con la faccia.

(non lo fanno, vero?)

Sto seriamente pensando di levare l’incomodo. Non ho avuto nemmeno il tempo di piangere sulla tomba di mio padre, e sinceramente la testa vorrei usarla in un modo diverso dal praticare crateri per terra. In più questa maledetta maschera mi leva l’aria, e l’idea che la devo indossare perché è il solo modo per essere pari ai maschi mi fa uscire fumo dalle orecchie. In pieno terzo millennio, si mette ancora in dubbio che le donne siano pari ai maschi???????

Intanto ho messo in borsa la mia roba. Domani vedrò che fare.

 

 

7 agosto

 

Grandi novità.

Qui dove sto adesso è così bello che mette quasi soggezione. E’ una stanza grande, ampia, coi pavimenti di marmo lucido e il soffitto ad archi sostenuto da colonne in puro stile dorico. L’arredamento è un po’ spartano e il letto scomodossimo (una costante da queste parti, sembra), ma ho tutta la privacy che una ragazza potrebbe desiderare e, soprattutto, è da ieri che non vengo malmenata, tanto che i lividi cominciano a farmi meno male.

Ebbene sì, sono ancora al Santuario, ma è cambiato tutto. In meglio.

Sarà il caso che cominci dall’inizio, ovvero da dove avevo lasciato la volta scorsa.

Ieri mattina, dopo aver corso per chilometri, Marin mi ha parlato in dettaglio della teoria degli atomi, alla base della forza impiegata dai cavalieri per fare le cose incredibili che vedo avvenire tutti i giorni. Mi sembra ancora impossibile che si riescano ad indebolire i legami molecolari al punto da disgregare la materia, o meglio, mi sembra impossibile che ci riuscirò io.

Ribadisco che le lezioni teoriche mi interessano moltissimo, non sono al livello di quelle fesserie che insegnavano al liceo. Tanto per cominciare, si tengono tutte in inglese, e a dire il vero l’inglese è la lingua più parlata, almeno fra noi apprendisti. Cosa logica, se si pensa che solo tra gli allievi di Marin una (io) è italiana, una giapponese e un’altra apolide di nascita. I cavalieri ho notato che usano principalmente il greco moderno, ma si pretende una conoscenza perfetta anche del greco antico. Figurarsi se questo mi crea problemi, non sono mica figlia del professor G. per niente! Anche se di recente sembra sia di moda imparare anche il giapponese (per leccare i piedi a una certa miliardaria di nome Kido, pare), fortunatamente non è obbligatorio.

Oltre a questo, impariamo un sacco di cose sull’anatomia, l’astronomia, la biologia, la fisica, la storia, la letteratura, la filosofia, tutto in maniera critica e intelligente. Finiti per sempre i tempi delle lezioncine lette e ripetute per prendere un bel voto, fine delle scene mute mentre si cercava di ricordarsi una stupida inutile data invece di capire i fatti, fine delle formulette ripetute a pappagallo pensando a quanto manca all’uscita di scuola. Qui si studiano cose serie, gente!

Purtroppo il mio entusiasmo per la conoscenza viene regolarmente stroncato dal seguito. Pensavo di essere in buona forma fisica, e credetemi lo sono, ma nemmeno un rinoceronte, se impatta contro un muro di cemento spesso un metro, ne esce bene, no?

Ieri le cose sono arrivate al punto di rottura.

Non ci riesco, non ci riesco e non ci riesco a rompere una pietra con le dita, punto e stop. Alla fine le mani mi facevano così male che ho rifiutato di ritentare, al che Marin si è arrabbiata dicendo che i deboli non potranno mai diventare cavalieri. E io… Beh, ormai come sono fatta lo avete un po’ capito, no? Io sono esplosa.

“Bene! – ho detto – vorrà dire che non diventerò mai un cavalierie! Me ne vado!” Mi sono girata e sono tornata alla casa che divido con Sindel e Haruko (le quali stavano a guardare scioccate la mia sceneggiata) per prendere armi e bagagli. Sinceramente mi aspettavo quasi di essere atterrata alle spalle, o almeno che mi facesse un urlaccio, invece niente. Sono uscita dall’altra parte con le borse in spalla e ho cominciato a fare al contrario la strada percorsa solo due giorni prima, troppo arrabbiata e troppo indolenzita per rendermi conto di stare rompendo la mia promessa di rimanere due anni. Ma anche se l’avessi pensato in quel momento, mi sa che me ne sarei fregata.

Sono arrivata all’Arena senza che nessuno mi seguisse, e già pensavo di essere libera, quando chi ti vedo arrivare se non Marin, con i pugni serrati e i capelli che sembravano elettrici per la rabbia, accompagnata da LUI, il gentiluomo fautore di tutti i miei guai, il solo e unico Mu dell’Ariete, colui che mi ha cacciata in questo guaio senza fare una piega?

Come li ho visti ho buttato giù borsa e tutto in attesa della resa dei conti. Volevo dirgliene quattro, e visto che c’erano entrambi tanto meglio. Lì per lì non ho pensato che, se si fosse venuto alle mani, avrei potuto solo sperare in una fine rapida e indolore.

“Te ne vai?” Mi ha chiesto Mu, con quella sua faccia sempre amabile che volentieri avrei calpestato con un paio di anfibi chiodati. “E la tua promessa?”

“Potrei risponderti cosa farci con quella promessa, ma giusto per educazione mi astengo. Ero venuta qui per fare qualcosa di utile invece di vegetare in un istituto, non per farmi trattare peggio di un animale da macello! Dove la vedi l’utilità di tutto questo?”

“Nessuno diventa cavaliere senza patire. Le ferite guariscono.”

Di colpo mi sono accorta che avevo ancora la maschera in faccia, e me la sono strappata, per poi gettarla a terra e calpestarla fino a ridurla in briciole. Ah, che goduria! E che fresco in faccia, finalmente!

“Quelle del corpo forse, se prima non mi ammazzate, ma le umiliazioni sono veramente troppo! Credi di valere più di me solo perché sei un maschio?”

“Non era questo che…” Ha cominciato a dire Marin, ma Mu ha scosso la testa.

“Così… Scappi. E’ questo che ti ha insegnato tuo padre?”

La menzione a papà mi ha fatto perdere definitivamente le staffe e ho fatto per saltargli addosso. Non so se volevo proprio la rissa, ma un ceffone ci stava tutto, se lo era cercato col lanternino.

Non ci sono arrivata neanche vicina. Mu ha alzato una mano e io non sono più riuscita a muovere nemmeno un muscolo, anche se mi sforzavo al massimo, ma era come se l’aria stessa mi tenesse inchiodata al mio posto.

Così ho imparato che Mu dell’Ariete è il più dotato psicocineta del Santuario, il che significa che con ogni probabilità è il più forte del mondo. Se avesse voluto, in quel momento avrebbe potuto smembrarmi senza neanche sbuffare per lo sforzo, ma io non lo sapevo e comunque, anche l’avessi saputo, ero così arrabbiata che non me ne sarebbe fregato niente. Me lo diceva sempre papà, che col mio carattere mi sarei cacciata nei guai, un giorno.

“Ah, vedo che non è per paura che intendi scappare – la voce di Mu era quasi divertita – sei soltanto presuntuosa. Suppongo sia meglio che essere dei vigliacchi, in tutti i casi.”

Presuntuosa? Io?

PRESUNTUOSA PERCHE’ MI SEMBRA DA IMBECILLI FARSI LEGNARE E DOVERSI CONSIDERARE ESSERI DI SECOND’ORDINE?

A quel punto è successo qualcosa di strano… Non so spiegarlo bene. E’ stato come se da dentro mi scaturisse un calore enorme, qualcosa che contrastava la forza immane che mi teneva bloccata, e che mi ha dato una nuova energia, qualcosa di galvanizzante. Per un momento mi sono sentita come una supernova che esplode.

E mi sono mossa! Ho fatto un passo, poi un altro, poi ho visto che Mu era sbigottito…

 

…e poi mi sono svegliata con l’impressione di aver ricevuto sul coppino dieci tonnellate di mattoni. Ho sentito una voce confusa che diceva: “…mai manifestato niente del genere durante l’addestramento…” e Mu che rispondeva: “Sarebbe un delitto perdere un talento simile, credo che…” e poi non ho più capito niente perché le orecchie mi ronzavano come se le avessi piene di calabroni.

Ho sentito che mi trasportavano da qualche parte, poi che mi forzavano in bocca una bottiglia di qualcosa (ahimè era solo acqua, figuriamoci se agli apprendisti lasciano bere roba seria) e sono saltata su tossendo con le lacrime agli occhi.

“Che è successo?” Ho chiesto. Mu e Marin si sono guardati.

“Il tuo cosmo – ha risposto Mu lentamente – l’hai bruciato, hai trovato dentro di te la forza per espanderlo tanto da… Da contrastarmi, sia pure per un istante solo. Sai che significa?”

“No.”

Marin è sbottata: “Significa che potresti diventare un cavaliere, se solo ti sforzassi maggiormente, e un cavaliere di grandi poteri! Con la giusta motivazione, sei perfettamente in grado di farcela!”

“Il che porta alla luce il problema – ha proseguito Mu – non ha senso che continui l’addestramento, se non hai idea del perché combatti. Nessuno può diventare cavaliere senza conoscere le proprie intime ragioni.”

Ho pensato che intendesse dire che la mia presenza al Santuario era diventata superflua, che ero un cavallo zoppo. In effetti è abbastanza stupido addestrarsi per essere cavaliere senza che la cosa interessi molto, e io sono venuta qui più per riflettere che per lottare. Visto il mio carattere, due anni sono appena sufficienti per farmi qualche vaga idea. Ho pensato che sarei finita all’istituto.

Invece no. Pare che Mu e papà fossero molto più amici di quanto credevo inizialmente.

Mi trovo alla prima casa dello zodiaco.

Sono diventata allieva di Mu dell’Ariete.

 

 

8 agosto

 

C’era solo una cosa che mi disturbava un po’, nel sia pur notevole miglioramento dovuto al distacco da quella fanatica di Marin: che, a guardar bene senza tanti fronzoli, quello che faccio adesso è vivere con un uomo. Per di più abbiamo solo quattro anni di differenza, e anche se credo che un Gold sia una persona seria, un pochino ci riflettevo, tanto che stanotte ho chiuso a chiave la porta di camera. Stamattina quando mi sono alzata l’ho riaperta, ho arieggiato la stanza, poi sono andata a farmi la doccia (ho anche il bagno in camera, EVVAI!).

Me ne stavo seduta sul letto a mettermi il Cicatrene sui lividi che ancora non spariscono ed ero abbastanza svestita, quando la porta si è aperta di colpo e un ragazzino si è catapultato dentro. Ci siamo fissati negli occhi per un lungo, lunghissimo momento, poi lui è arrossito e io ho lanciato un urlo che devo aver fatto sobbalzare la statua di Athena, lassù in cima al Santuario.

 

Adesso sono qui che scrivo mentre di là Mu sta rimproverando il ragazzino perché deve imparare a bussare, adesso che c’è un’altra persona alla Prima Casa. Penso che andrò mettere pace perche non è successo niente, e non farò battute a proposito della maschera, lo giuro. Anche se sarei curiosa di sapere cosa succede, se un uomo vede una donna cavaliere nuda, ma con la maschera. Forse non c’è una regola in tal senso perché la donna in questione ucciderebbe l’uomo di sua iniziativa, senza tante menate sull’onore.

Il ragazzino si chiama Kiki e somiglia a Mu talmente tanto che ho chiesto se non erano parenti, ma Mu mi ha risposto che la loro somiglianza è dovuta unicamente al fatto che appartengono allo stesso gruppo etnico. Kiki è il suo apprendista e basta, proprio come sarò io d’ora in poi.

Insomma, non devo più preoccuparmi del fatto di vivere da sola con un maschio. Vivo da sola con DUE maschi!

 

PS: Il motivo per cui Kiki si era fiondato così in camera mia era che è arrivata una notifica da casa: devo sgomberare l’appartamento di papà e alla svelta, così ho chiesto a Mu se posso far portare le mie cose qui: oltre alla collezione di libri antichi, ci sono i miei effetti personali che vorrei riavere il prima possibile.

Mu mi ha detto: “Per i libri non ci sono problemi, so che tuo padre possedeva una vasta biblioteca, ma con tutto il bagaglio che hai portato, hai ancora roba da traslocare?”

… E’ proprio vero che i maschi non sanno niente di quel che serve a una ragazza per vivere!

 

 

10 agosto

 

Mi lamentavo degli allenamenti di Marin? Oggi Haruko è venuta a portarmi le mie cose onde evitare incontri sgraditi se fossi andata io (Marin e la sottoscritta hanno raggiunto un modus vivendi più che soddisfacente: io sparisco dietro un muro appena la vedo e lei cambia strada appena mi fiuta) e si è spaventata a vedere le mie occhiaie. I lividi non ci sono quasi più, ma in compenso sono sicura che morirò per l’olocausto dei miei neuroni. Il prossimo che prova a dirmi che gli sforzi mentali sono meno provanti di quelli fisici, lo stendo. Tanto adesso ne sono capace. HA!

Se non altro sono arrivate le mie cose dall’Italia e siccome anche a Mu interessano molto i libri di papà mi ha permesso di evitare l’allenamento pomeridiano (una robetta rilassante che consiste nel cercare di schivare sassi di varia grandezza lanciati con la psicocinesi da un pazzoide sorridente con le sopracciglia disegnate col pennarello) per sistemare la biblioteca.

Domani sembra che verranno qui gli altri Gold per non so che controllo di routine delle Cloth. Sono veramente curiosa di vederli. Le voci che ho sentito in giro sono molto eterogenee al riguardo. Sembra che uno sia un mastodonte, uno il fidanzato segreto di Marin (con tutti che si raccomandano di non dirlo in giro dopo avertelo detto, penso che ormai lo sappiano anche in Siberia), uno una specie di asceta, uno un vecchio decrepito (che però non risiede al Santuario), e uno che non si capisce che tipo sia perché sia Sindel che Haruko si sono messe a ridacchiare e arrossire in maniera isterica appena lo si è nominato. Mah.

 

 

11 agosto

 

Che fregatura! Stamattina Mu mi ha appioppato un sacco di commissioni da fare ad Atene, e quando sono riuscita a tornare i Gold se n’erano già andati tutti. Ero così ansiosa di incontrarli! Ah, ma adesso mi vendico. Sono andata a fare la spesa per Mu quindi sono a conoscenza dei suoi segreti più vergognosi. E non ho paura di divulgarli.

(chi ho sentito dire che tanto siccome non sa di questo diario non scoprirà mai quello che dico? Dettagli!)

Per esempio, lo sapevate che Mu per pulirsi le orecchie usa quei coni che bisogna incendiare perché il cerume venga aspirato verso l’alto? Ebbene sì! E poi è un vero feticista dei capelli, compra shampoo e balsamo solo in erboristeria, e ci spende una tombola. Otto euro per una confezione di shampetto, e mi ha minacciata di morte se solo provo a usarlo per me, lo spilorcio.

Ma la cosa peggiore è che è un maniaco del bricolage e del modellismo. Se una cosa va costruita, lui arriva con la sua fedele cassetta degli attrezzi e partono una serie di rumori, colpi, trapanate, botti e spari, finchè la cosa non è completamente montata o riparata. Il suo negozio di fiducia credo si sostenti solo grazie ai suoi acquisti, il gestore come ha capito che ero lì per conto di Mu per poco non si prostrava ai miei piedi. Adesso ditemi voi se è una cosa seria, vedere il Cavaliere d’Ariete tutto preso a mettere insieme una nave in bottiglia.

Ma sento che mi chiama. Meglio che vada.

 

(PIU’ TARDI)

 

Forse ho trovato qualcosa a cui applicarmi seriamente, qui al Santuario. E per seriamente intendo basandomi sulla passione e l’interesse, non sull’istinto di sopravvivenza che mi ha mossa fin dall’inizio (almeno durante gli allenamenti).

Quando Mu mi ha chiamata pensavo che fosse perché avevo sbagliato le punte di trapano o i chiodi o che so io, invece voleva mostrarmi la cosa più bella che abbia visto da che sono al Santuario: la riparazione delle armature. Tanto per cominciare le Gold sono stupende, c’è di che rimanere allibiti a vederle, tutte lì disposte secondo la forma del loro segno zodiacale. C’erano tutte e dodici, Mu quando fa qualcosa la fa fino in fondo, e poi mi ha spiegato che una cloth inattiva è come un muscolo fuori allenamento, ha pertanto bisogno di cure proprio come quelle che vengono utilizzate.

Non che le cinque cloth attualmente utilizzate, inclusa la sua ed esclusa quella della Bilancia che non viene adoperata quasi mai malgrado il suo custode sia ancora in vita, avessero bisogno di chissà che riparazioni. “Le armature sono vive – mi ha però spiegato Mu – ed è necessario curarle proprio come curiamo il nostro corpo.”

Come ti curi i capelli, ho pensato io, ma per mia fortuna sono stata zitta. Mu si è messo al lavoro e Kiki mi ha fatto capire che dovevo guardare senza disturbare. Non che volessi parlare, ero troppo rapita nel vedere come le cloth, che già erano splendide in partenza, diventassero ancora più lucenti, quasi luminose, a lavoro ultimato. C’è voluto un bel po’, ma non mi sono neanche accorta del tempo che passava.

“Di cosa sono fatte? – gli ho chiesto alla fine – non credo siano d’oro e basta.”

“Orihalcon, gammanion e stardust.” Mi ha risposto Mu, e se parlava in cinese per me era lo stesso, ma ho annuito come se sapessi esattamente cos’erano le cose che aveva nominato.

“E tu sei l’unico al mondo che le sa riparare?”

“Sto insegnando quest’arte a Kiki.” Mi fa lui, e io d’impulso, senza neanche pensare: “E non puoi insegnarlo anche a me?”

“A te?” Mi fa lui, stupito.

“E’ vietato insegnare queste cose a una ragazza?” Gli ho chiesto che già cominciavo ad arrabbiarmi, ma Mu ha scosso la testa.

“E’ solo che non pensavo avessi interesse per tali cose. Se vuoi puoi certamente imparare.”

Ero così contenta di aver trovato finalmente qualcosa da fare che mi piacesse che sono saltata su e l’ho abbracciato come facevo sempre con papà, solo che Mu non è papà e ho idea di averlo un tantino sconvolto. Kiki non ha ancora smesso di ridersela.

Oddio, spero che Mu non sia fidanzato, o qui finisce che qualche scalmanata tipo Marin mi ammazza, e adesso che sono così contenta di poter imparare a riparare le armature non voglio!

 

 

13 agosto

 

Questa data è da riportare negli annali.

L’aver cominciato ad imparare l’arte di riparare le armature mi ha motivata a impegnarmi anche nel resto, hurrà. Mu è sempre gentile, ma sospetto che cominciasse a scocciarsi della mia mancanza di interesse e che stesse rivedendo quelli che probabilmente considera i suoi obblighi morali verso mio padre. In ogni caso, anche se continuo a dubitare che Athena possa esistere in questo mondo, inizia a stimolarmi l’idea di difendere la giustizia come cavaliere. Così oggi ho saltato la pausa per il pranzo e me ne sono andata in un luogo isolato per allenarmi un po’ ad espandere il mio cosmo. L’ho fatto una volta, posso riuscirci ancora! Se solo capissi come si fa…

Me ne stavo lì, tutta concentrata su una pietra che sembrava molto rotonda e molto dura, coi rivoli di sudore che mi scendevano sul collo e fin dentro la maschera, e a un certo punto ho sentito qualcosa, non lo stesso calore dell’altra volta, ma ho provato ugualmente a colpire. La pietra non s’è rotta, ma ho sollevato terra e polvere e schegge tipo esplosione di granata, tutt’intorno.

“Ehi, che maniere! Non credevo di essere tanto sgradito, me ne vado subito!”

Oddio, ho pensato. Ho fatto male a qualcuno, lo sapevo che dovevo stare attenta, ma credevo di essere da sola…

Mi sono voltata cominciando a scusarmi e ho visto un uomo, anzi, l’Uomo: occhi di un azzurro carico come il cielo in tempesta, sottili, intelligenti, un volto dai lineamenti ellenici nel senso più classico del termine, lunghi capelli scuri, ribelli, di un colore così cupo che sotto il sole prendevano riflessi blu, e che gli arrivavano fino alla cintura, sfiorando un fisico che si poteva definire soltanto come il sogno di qualunque donna. Era a torso nudo, per via del caldo, e il mio colpo gli aveva stracciato i calzoni, ma lui non ne sembrava particolarmente turbato, anzi, non era turbato affatto e sorrideva.

*SBONK* è stato il rumore della mia mascella che piombava contro la maschera. “…” E’ stato più o meno il mio saluto.

Il tipo è saltato giù dalla roccia e si è esaminato uno strappo nei pantaolini, sotto il quale si vedeva la coscia muscolosa, dura come roccia. “Non volevo disturbarti, eri talmente concentrata che mi sembrava scortese interromperti… Davvero notevole quel che hai fatto.”

“…” ho risposto io.

“Non sei al Santuario da molto, vero?”

“…” ho confermato io.

“Devi essere Luna, l’allieva di Mu. Ho sentito parlare di te, ma non credevo fossi già tanto abile. Mu indubbiamente sa quel che fa.”

“…” l’ho ringraziato io per il complimento. Lui mi ha guardata un po’ dubbioso.

“Bene, ti lascio ai tuoi esercizi. E’ stato un piacere conoscerti e… uh… parlare con te.”

“…” ho cercato di trattenerlo io, ma lui ha recuperato una maglietta che doveva essersi tolto per via del caldo e se n’è andato infilandosela.

 

La pietra poi l’ho rotta, eh. A testate, quando mi sono accorta che non gli ho nemmeno chiesto come si chiama. E adesso come farò a rivederlo???

 

 

15 Agosto

 

Ferragosto. Curioso passarlo dall’altra parte del mondo. Mi hanno mandata in missione! Quando Mu me l’ha detto ero tutta gasata, al che lui mi ha distrutta dicendo, sempre calmo calmo e carino che ti fa venire voglia di farlo diventare seduta stante un mezzosoprano: “Non devi combattere, sei ancora troppo inesperta. Riesci a lanciare a malapena quindici colpi al secondo, perfino Kiki saprebbe sopraffarti. Devi soltanto accompagnare una persona.”

Come distruggere un ego in poche frasi… E scusa tanto se quindici colpi al secondo sono pochi! Mike Tyson ne lancia si e no uno e nella vita se l’è spassata più di quanto probabilmente te la spasserai mai tu!

(non gliel’ho detto, no. Sto imparando il valore della discrezione)

Dovevo fare la dama di compagnia, punto e stop. Siccome sono un’apprendista e posso anche stare senza maschera, avrei dovuto prendere l’aereo per Tokyo e scortare una certa multimiliardaria fino ad Atene. “E chi sarebbe?” Ho chiesto io. “Athena.” Ha risposto Mu.

“Athena nel senso di Athena, o…?” Non ho finito la frase perché aspettavo che rettificasse la bestialità detta, ma Mu ha detto impassibile: “Athena e basta. Ha espresso il desiderio di venire al Santuario, e naturalmente ne siamo tutti molto onorati. Per il viaggio l’accompagneranno alcuni Bronze, ma è preferibile che ci sia anche una donna, per ovvie ragioni.”

Tanto ovvie a me non sembravano, ma ho sorvolato perché ero troppo contenta di liberarmi della maschera. Poi, se a Mu fa piacere credere che una miliardaria giapponese sia Athena solo perché mantiene economicamente il Santuario, chi sono io per giudicare?

(non dite che sono una mocciosa capace di lanciare quindici colpi al secondo a fronte di uno che ne lancia trecentomila, per favore)

Così mi sono ritrovata all’aereoporto insieme ad alcuni tizi dai nomi più assurdi: Jabu, Ban, Ichi, Nachi, Geki… Tutti brutti da non potersi guardare, tranne Jabu, sul quale avrei fatto un bel pensierino, se il viso di quel semidio dell’altro giorno non mi si fosse piantato dentro e non ci avesse messo radici. Ho provato discretamente ad indagare per scoprire chi fosse, ma senza sapere neppure il nome è impossibile, e la descrizione ‘greco, alto, muscoloso, capellone’, nel Santuario designa praticamente tutti i maschi adulti.

Ma mi chiamano. Terminerò il resoconto un’altra volta.

 

 

22 agosto

 

Scrivo con una mano sola perché l’altra mi serve per tenermi la salvietta col ghiaccio in testa. Le ho buscate di nuovo in allenamento, ma comincio a farci l’abitudine, e poi Mu non è sadico come Marin, quando vede che non riesci più a connettere ti lascia riposare per dare ai tuoi neuroni il tempo di riprendere i loro posti. Che carino!

VOGLIO LA MIA MAMMAAA!!!!

Scusate è che la testa mi fa veramente male…

Dunque, dicevo che sono arrivata felicemente a Tokyo insieme ai Bronze e Ichi, che poveretto è veramente brutto da far spavento, mi ha aiutata con la valigia. Tokyo è fantastica, organizzatissima, l’aereoporto e le zone intorno sono piene di mappe con il puntino rosso stile ‘voi siete qui’. Il problema magari è ‘devo andare lì’, perché il giapponese tutto è meno che una lingua intuitiva, ma i miei accompagnatori erano madrelingua e ad aspettarci c’era una limousine da favola guidata da un tizio grosso, pelato e con la faccia da scemo. Trattava i Bronze come pezze da piedi, ma a dire il vero non è che loro gli dessero molto retta, e mi sono adeguata. L’unico momento di tensione c’è stato quando ha deriso il mio bagaglio a suo dire eccessivo (non capivo una nespola di giapponese, ma il senso era evidente) e io, che ancora non ho molto chiaro quanto sono diventata forte al Santuario, l’ho spalmato per terra a cinque metri di distanza. Io mi sono spaventata, ma Jabu si è messo a ridere e Ichi non ci ha fatto neppure caso, buttando la mia valigia nel bagagliaio con una mano sola neanche fosse di carta.

Arriviamo infine alla residenza dei Kido, una tenuta solo qualche metro più piccola del Lussemburgo, e dopo essermi sistemata in una stanza per rinfrescarmi e cambiarmi, incontro finalmente la famosa Saori Kido, unica proprietaria del gruppo finanziario Grado, nonché signora e padrona dei cavalieri di tutto il mondo. Reincarnazione di Athena, dicono. Contenti loro… io sono stata zitta, ma ditemi la verità, vi sembra possibile che la dea della giustizia sia una megamiliardaria di quel calibro? Dove sarebbe la giustizia in questo?

Ok lo ammetto, muoio d’invidia perché lei è sempre perfetta, capelli a posto, trucco a posto, vestiti bellissimi (anche se un po’ troppo fru fru per i miei gusti), tutti la coccolano e via dicendo. Io nemmeno mi ricordo quando mi sono truccata l’ultima volta, il solo vestito che indosso è la tuta per allenarmi, e quanto ai riguardi, al Santuario è già tanto se ti lasciano per terra svenuta e non ti prendono a calci per farti ricominciare gli esercizi!

Per rompere il ghiaccio le ho fatto i complimenti per la pettinatura. “Scommetto che usa lo shampoo al germe di grano dell’Erbolario, vero?”

Lei ha confermato. “Come hai fatto a indovinare? Lo usi anche tu?”

“No, è che conosco una persona con capelli come i suoi…” ho risposto io, vaga.

Superato il primo impatto in cui sembra la regina dell’altezzosità, Saori Kido è anche simpatica, ma magari il mio giudizio è influenzato dal fatto che è da un mese che non parlo con gente che sono sicura non mi prenderà a calci. Conosce anche lei mio padre, curioso ma non troppo, visto che era la fondazione Grado a pagarlo. Spero non indaghi troppo su quanto papà prendeva, non mi va che intuisca che non sono proprio l’orfanella spiantata che tutti credono. Non per mancanza di fiducia, eh…

Il viaggio non ha riservato altre sorprese, in aereo abbiamo chiacchierato, mangiato, dormito, giocato con la Playstation e cose del genere, senza grossi problemi, passando dall’inglese al greco. Mi ha graziata col giapponese, ma inizio a capire perché al Santuario molti lo studino. Non è facile sfangarsela, se il boss è orientale (non che Kido lo sia: è occidentale DOC, l’hanno adottata, però a parte l’aspetto è completamente giapponese).

Adesso Saori riposa alla tredicesima casa, servita riverita e coccolata, Mu è andato con gli altri Gold a renderle omaggio, mentre io sono qui che mi lecco le ferite e penso a cosa preparare da mangiare. Dea della giustizia, QUELLA? Se mi dà il numero di telefono della mia Visione magari mi ricredo!

 

 

24 agosto

 

Piove. Tristezza e depressione. No, non per la pioggia, anche se magari un bel sole splendente avrebbe evitato che in allenamento mi riducessi come la vincitrice di un incontro di lotta nel fango. Che dite, avrei dovuto far pagare il biglietto?

E sì che la giornata era iniziata bene, anche se ho dormito da cani perché ho fatto un sogno assurdo e abbastanza inquietante, ma che non ricordo molto. Mi pare che avevo quattro braccia e camminavo per la città tipo Godzilla facendo una strage, ma al tempo stesso ero piccola piccola e piangevo per i rimorsi o la paura o che so io… un analista diventerebbe ricco, con me. Ad ogni modo, la giornata era cominciata bene perché pare che a Saori Kido sia rimasta simpatica, perciò mi ha convocata nelle sacre stanze del Santuario per un tè. Mu non ha detto né a né ba e io ho felicemente saltato l’allenamento mattutino per fare una cosa che non ricordavo nemmeno più come si faceva: stare stravaccata su un divano a mangiare dolcetti e parlare male degli uomini. Questa Saori è una vera serpe, altro che dea della giustizia! Ha il dente avvelenato con uno dei suoi cavaliere attualmente in Giappone per degli affari di famiglia, un certo Seitan o qualcosa del genere. Credo abbia una cotta per lui, ma il tipo sembra del tutto inaffidabile e/o imbranato, e non è ancora riuscita a circuirlo come si deve. Dopo un po’ è diventata francamente pallosa, ma ero così contenta di riposarmi (senza la maschera, tanto si era fra donne) che mi sono limitata a non ascoltarla più e annuire giusto ogni tanto, con le classiche frasi “ma non mi dica”, “ma davvero?”, “avete ragione!”, “che stronzo questo Seit… Sei… insomma, lui, gli uomini sono proprio blablabla”. Ci siamo salutate un’oretta fa, con la promessa che tornerò presto a trovarla. E chi perde l’occasione di passare qualche ora in totale relax!

Ma tutto ciò non spiega certo perché mi sento così abbattuta. Vengo al dunque.

Prima di spiegare il perché della mia depressione, un po’ di geografia del Santuario. Sotto la Prima Casa c’è l’agorà, che è un po’ mercato e centro cittadino, nonché il punto nevralgico da cui si deve partire per arrivare a un qualsiasi punto del Santuario. Per capirci, volendo salire alla Tredicesima, non ha senso scalare tutte le Case (anche perché si finirebbe col rompere le scatole ai Gold ed è una cosa da evitare), basta scendere all’agorà e prendere la strada giusta. Ovviamente, bisogna conoscerla, questo posto è un vero labirinto per chi non ci vive. L’Arena dei combattimenti, dove i cavalieri possono serenamente scannarsi, è subito dopo l’agorà, e poi vengono le Dodici, alla cui sommità sorge il Santuario della dea: in sintesi, un’acropoli ben protetta e praticamente inespugnabile, anche se a sentire in giro, pare che un gruppetto di Bronze sia riuscito, tempo fa, a raggiungere la vetta passando per le Dodici Case. Certo che ne raccontano di storielle, ai novellini come me, ma credono forse che sia scema?

 

Per tornare alla Prima dopo aver preso congedo dalla Kido, quindi, ho preso una strada che girava attorno alle Dodici per tornare all’acropoli, e me ne camminavo pensando ai fatti miei quando svolto l’angolo e vado a sbattere contro una colonna di marmo. Finisco per terra con un gran male al naso (ma mai che la maschera si rompesse, non mi farà mai questo favore) e sento una voce dirmi: “Ehi, va tutto bene?”

Salto su come se mi avessero punta. Era la SUA voce! Era la mia Visione, che si chinava su di me e mi prendeva una mano per aiutarmi a tirarmi su. Non ho ancora smesso di avere i tremori a quella mano. “…” rispondo.

“Dovresti guardare dove vai.” mi rimprovera lui, ma in tono cortese, tanto che io riesco a dire “…” senza troppi problemi. Dio, che occhi stupendi che ha!

Non era da solo. Con lui c’era un altro tizio, ed è stato da lì che ho cominciato a realizzare la situazione, nonché ad accorgermi che la Visione aveva indosso un cloth. Ma non una cloth qualsiasi. Splendeva tutta d’oro, e siccome le ho già viste quando Mu le ha riparate, ho capito finalmente chi è questo sogno di uomo.

“E’ l’allieva di Mu, vero?” chiede il suo amico, facendomi un cenno di saluto. L’avevo già intravisto un giorno, era con Marin, è il suo fidanzato. Aiolia.

La Visione annuisce, in uno sfolgorio dell’armatura d’oro, al che io non ce l’ho più fatta e mi sono defilata farfugliando un “…” di scusa, con la faccia in fiamme e il cuore pesante come piombo.

 

E adesso sono qui, che mi sento la più grande cretina della storia. Un Gold! E’ un cavaliere d’oro! Beh, ci tenevo tanto a vederli, e il fatto che Aiolia sia impegnato dimostra che hanno un cuore anche loro, no? Già, ma Marin è un Silver, non un’apprendista impedita con la lingua troppo lunga come me. Perché mai un Gold dovrebbe anche solo ricordarsi della mia esistenza?

Milo di Scorpio, custode dell’ottava casa, perché non sei un apprendista come me o al limite un Bronze? Sarà pieno di donne da scoppiare, come minimo, e io sono veramente stupida.

Torno ad allenarmi. Magari se sbatto la testa abbastanza forte non baderò più al peso che ho sul cuore.

 

 

28 agosto

 

In onore di Athena che si è degnata di far visita al Santuario (ma non dovrebbe essere la sua residenza abituale?), oggi hanno organizzato una specie di torneo, dove ogni cavaliere mostra il meglio di sé davanti alle folle ammirate… no, non era uno spogliarello integrale, purtroppo. Sono sicura che Saori l’avrebbe apprezzato più delle legnate che si sono dati, ma i cavalieri non capiscono un accidente di cosa piace a noi signore.

Finalmente ho potuto vedere tutti i Gold nel loro massimo splendore, anche se in effetti mi mancavano solo Aldebaran e Shaka. Il primo ha quasi spedito per terra Mu arrivandogli da dietro e spedendogli una pacca sulle spalle che avrebbe distrutto il midollo spinale di qualsiasi uomo non indossasse un’armatura d’Oro. Per salutare me mi ha fagocitato una mano dentro una delle sue, scuotendola come dovesse azionare una pompa, ma credo non mi abbia rotto niente. Simpatico, non è affatto spocchioso, si sta bene in sua compagnia. La spocchia di Aldebaran se l’è presa tutta Shaka. E’ arrivato seguito da discepoli adoranti, non ha salutato nessuno, si è giusto inchinato ad Athena e si è messo da una parte nella posizione del loto in attesa che fosse il suo turno. Da quel che ho potuto vedere passa le sue giornate così, a recitare nenie tipo ‘sono una farfalla sul bocciolo di rosa in una mattinata rugiadosa’ e se ridi s’incazza. Ho chiesto a Mu con chi si sarebbe scontrato, e sorpresa!, lo scontro previsto era proprio Mu vs Shaka.

“E gli altri Gold?” ho chiesto con finta noncuranza, chiaramente interessata solo a uno di loro.

“Milo affronterà Aiolia, e Aldebaran il vincitore, se vi sarà un vincitore. Non sono certo scontri all’ultimo sangue.” mi risponde Mu, e il mio tenero cuoricino è saltato fino in gola. Da quel momento in poi, dello scontro Mu – Shaka me n’è fregato meno di zero.

Anche se è stato esaltante, devo ammetterlo. Il mio maestro è un grande! Non che Shaka sia da meno, quando scaglia quel suo colpo che annulla difesa e attacco, ma Mu coi suoi poteri paranormali non si è fatto mettere sotto in nessun modo. Dopo un po’ è stato chiaro che nessuno dei due poteva prevalere sull’altro, a meno di fare *veramente* sul serio, e Saori si è alzata decretando la fine. Match nullo, peccato. Sarebbe stato bello vedere chi dei due è il più forte.

Mentre Kiki ed io rimettevamo assieme i pezzi del nostro maestro hanno annunciato lo scontro seguente: Milo e Aiolia. Ho mollato l’asciugamano addosso a Mu e mi sono dimenticata che esisteva per tutta la durata del combattimento. Il colpo di Aiolia è un reticolato fittissimo alla velocità della luce, ma quello di Milo è un aculeo velenoso che si infilava senza problemi tra le maglie del Lighting Plasma di Aiolia. Il fidanzato di Marin le ha proprio buscate, ahahahahahahah! No, vabbè, al primo Scarlet Needle che ha fatto fare un salto ad Aiolia, si è alzata Saori e ha decretato lo stop, non sono scontri seri. Immagino che se la cosa fosse andata avanti, si sarebbero letteralmente uccisi a vicenda. Mi sembrano entrambi piuttosto fanatici, quando si parla di combattere.

Il mio infarto l’ho avuto quando ho visto Milo venire tranquillo tranquillo verso di noi, dopo una sportiva stretta di mano ad un Aiolia un po’ dolorante (che poco dopo è discretamente scomparso e guardacaso nello stesso momento non s’è trovata più Marin). Voleva salutare Mu perché non ne aveva ancora avuto modo, ma la sua vicinanzami ha mandata nel pallone. E comunque ho avuto conferma dei miei peggiori timori: le fanciulle presenti non gli staccavano gli occhi di dosso, e l’unico piccolo conforto è stato che lui non pareva farci caso… sicuramente c’è abituato, sigh.

Quando se n’è andato mi ha guardata e mi ha detto: “Arrivederci,” e io sono riuscita a rispondergli “…” senza grossi problemi. Mu mi ha guardata stupito, ma non ha detto niente.

L’ultimo scontro della giornata è stato tra Marin e una Silver che non conosco, tale Shaina. L’ho vista combattere ed è grandiosa, veramente formidabile! Scontro finito alla pari, anche se sono sicura che Marin era un po’ scossa da tutte quelle scariche elettriche. Aveva i capelli che le vibravano tutti per effetto del Thunder Crow…

Al momento di andarcene mi sono imbattuta in Sindel e l’ho salutata. Sindel non mi ha risposto, ma sono sicura di averla colta a lanciare un’occhiata nervosa a Mu (dopo un po’ con queste maschere infami, ti abitui e vedi tutto come se non ci fossero).

Per sicurezza l’ho presentata, Mu l’ha salutata cortesemente e Sindel ha risposto “…” per poi scapparsene via.

Ho come il vago sospetto di aver assistito a un colpo di fulmine al cui confronto il Thunder Crow Attack è una Duracell scarica. Stasera, dopo che Marin si sarà ritirata per la notte, mi sa che andrò a trovare Sindel e Haruko per saperne di più.

 

 

29 agosto

 

Ho dormito malissimo e le solite bastonate prese in allenamento non mi hanno aiutata a riprendermi. Non è che soffra d’insonnia, solo che ho rifatto quel sogno, dove ho quattro braccia, e stavolta è stato più simile a un incubo, di quelli confusi dove un momento prima sei la vittima, l’attimo dopo il carnefice, e poi lo spettatore, e poi tutte queste cose insieme. Tra fiumi di sangue e urla di folle massacrate. Che allegria, gente… meglio parlare d’altro.

La torchiata a Sindel ha avuto l’esito che immaginavo già, e Haruko mi ha quasi abbracciata in lacrime, dicendomi che se non ci pensavo io, sarebbe venuta lei a chiedermi di fare qualcosa. Sindel s’è completamente istupidita, non parla che di Mu, e Mu di qua, e Mu di là, e non si sarà fatto male per colpa di quel fetente di Shaka, e beata Luna che ci vive addirittura assieme… hai capito il mio maestro! Tutto calmo e buonino e va a fare colpo sulla ragazza più bella del Santuario! Le ho promesso di invitarla spesso alla Prima Casa così lo vedrà un po’ di più, ma quando gliel’ho detto, la sua faccia (eravamo senza maschera) è diventata di una preoccupante sfumatura rosso fuoco e ho proposto ad Haruko di gettarle un secchio d’acqua addosso prima che iniziasse a fumare. Proposta bocciata.

Povera Sindel, come la capisco, i Gold fanno strage di cuori femminili, ma tanto, anche se non avessero uno stuolo di infatuate ammiratrici, sono così presi dai loro allenamenti, il cosmo, la giustizia e via dicendo, che non si accorgerebbero neanche di noi. Tristezza e depressione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

*