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VI

L’armatura del daimyo era verde, con intarsi di madreperla che la rendevano lucente di notte, e luminosa di giorno. Anche nel sole opaco dell’inverno, la ‘stella del mattino’, come veniva chiamata dai suoi lacchè, luccicava come un gioiello appena lucidato. “Non avete bisogno di indossarla, mio signore – aveva detto l’attendente – non combattete contro vostri pari, ai quali rendere onore.”

“Rendo onore alla battaglia, non ai nemici.” Aveva risposto il daimyo.

Ma, contemplando ciò che era avvenuto nel piazzale antistante il castello, che per tradizione veniva tenuto sgombro, in caso di assalti, non poteva fare a meno di chiedersi che onore ci fosse, in una battaglia simile. Non era neanche stata una battaglia in senso stretto: l’unica vittima, a parte lo sventurato Matsudaira-domo, era stato il vecchio guardaportone, che s’era ritrovato con la fronte spaccata da un colpo di zappa mentre dava l’allarme. Da lì in poi, era stata una mattanza di bifolchi, nient’altro. Giornata di sciagure, pensò mentre il suo cavallo calpestava neve, fango e sangue.

Il capovillaggio era inginocchiato, con le mani legate dietro la schiena e due alabarde incrociate davanti. Non alzò gli occhi neppure quando gli zoccoli del cavallo gli schizzarono addosso poltiglia gelida.

“Tu dovevi impedire che accadesse.”

Il capovillaggio fremette, ma rimase con la testa bassa. Non gli era stato concesso di alzare gli occhi, sarebbe morto strisciando. “Mio signore, la perquisizione è… sfuggita di mano. Non c’era riso al villaggio, e Matsudaira-domo si è incollerito…”

“Siete tenuti all’obbedienza. Ho visto il corpo del mio samurai. Lo avete…” Tacque un istante, per lo sdegno. “Lo avete fatto sbranare dai vostri cani!”

“Non ci sono cani al villaggio, mio signore.”

“Tu menti.”

Il capovillaggio non poteva controbattere al daimyo, così tacque.

“Per questa rivolta, le famiglie degli agitatori saranno messe a morte – proseguì il nobile samurai – ma la tua sarà risparmiata, se mi consegnerai il bifolco che ha assalito un bushi.”

“Hideaki è fuggito verso la montagna, mio signore. E al vedere il corpo di Matsudaira-domo, gli altri hanno… perso la testa. Ha ucciso una donna anziana per violentare una fanciulla, e…”

“Taci!” Il daimyo strattonò le redini, così forte che il cavallo scartò. “Le tue calunnie sono la tua condanna, bifolco! Mi nascondete i tributi che mi spettano, uccidete i miei samurai, vi rivoltate in armi… è questa la riconoscenza dei contadini?”

Il capovillaggio si abbassò fino a sfiorare il suolo gelido con la fronte.

“Troveremo questo Hideaki. E quando l’avranno portato davanti a me, sarai tu a condannarlo: se lo farai, ti verrà concessa una morte onorevole. Hai capito?”

Le guardie sollevarono di peso il capovillaggio e lo spinsero avanti, mentre il daimyo dava di sprone lungo il sentiero, alla ricerca del criminale colpevole di tutto ciò.

 

La montagna sembrava una zanna nera, colossale, spuntata sulla bianca coltre di neve. Maledetta montagna, con la sua aria velenosa che trasformava la riscossione dei tributi in un’autentica guerra, ogni volta! Alcuni dei suoi eruditi ritenevano che avesse effetti nefasti anche sulla mente dei bifolchi, e dopo gli ultimi avvenimenti, lo riteneva senz’altro possibile.

Il cavallo si arrestò, sollevò il collo, dilatò le narici. Quando il daimyo cercò di spronarlo, si impuntò, scosse la testa, e nitrì di paura. Era uno stallone da battaglia, addestrato ad avventarsi contro il nemico con i denti e con gli zoccoli, ma di colpo fu più codardo di un cervo, rifiutando di muovere solo un altro passo. Un servitore accorse per prendere la briglia prima che scuotesse troppo il suo signore, e il daimyo smontò.

“Cosa accade qui?”

Un lacchè si era inginocchiato per esaminare il suolo. “La terra è calda, mio signore – disse, e appariva turbato – dev’essere la montagna… è rischioso rimanere.”

“Potrebbe esserci un’eruzione?” La sommità era avvolta dalla nebbia, come sempre, ma si domandò se, in quel particolare frangente, non fosse invece vapore. “Il vulcano dorme da quando l’avo del mio avo era un bambino.”

“Potrebbe essersi risvegliato.”

E potrebbe aver contagiato con la sua follia i miei contadini. “Voglio l’assassino di Matsudaira-domo. Proseguiamo.”

Ma il cavallo non voleva saperne. Il daimyo sguainò la spada, per far capire di essere deciso ad arrivare fino in fondo, e continuò a piedi, seguito dalla sua corte e dalle guardie che trascinavano il capovillaggio. La neve era gelata, ma sotto la crosta sembrava friabile come al disgelo, quando cristallizza prima di liquefarsi. Inquietante.

La donna era seduta su una pietra, appena oltre la svolta.

Quando lì sentì arrivare, alzò la testa, e il daimyo pensò che non aveva mai visto nulla di più inumanamente bello in vita sua: rosse le labbra, neri i capelli, bianca la pelle, così bianca che la neve intorno pareva sbiadire nel grigio. Indossava un kimono di seta, troppo leggero per quel clima, e contemplava lo scarabeo che si faceva camminare sulle dita sottili, una dopo l’altra, su e giù. L’insetto arrancava esasperato.

La donna gli sorrise. Fu come vedere un fiore sbocciare nel sangue.

“Sei arrivato troppo tardi. Quello che si doveva pagare s’è pagato, e i debiti sono stati saldati. Rimane da vedere se tu fai parte dei primi, o dei secondi.”

Il daimyo rimase fermo, e impose l’immobilità anche ai suoi uomini. “Mi stai minacciando, donna?”

Lo scarabeo scavalcò le nocche e cercò di correre via lungo la mano. La donna rigirò il palmo e l’insetto si trovò a tornare verso le dita. “Io non minaccio mai. Non mi serve.”

“Chi sei?”

“Il mio nome è Kaneya – fu la risposta – ma tu, di sicuro, hai un altro nome per me, e con quello mi ricorderai, dopo che sarà tutto finito.”

E, sotto gli occhi del daimyo, la neve del sentiero si sollevò, come una corda rimasta sotto la coltre, e quella neve era soffice, vellutata, una pelliccia che aveva tenuto nascosto sotto di essa la terra fertile della primavera. Le prime gemme rompevano già le zolle, mentre la coda si ritraeva e strisciava sotto il kimono, come un serpente, o come l’inverno che si rintana negli anfratti più gelidi, al sopraggiungere della bella stagione.

Gli uomini del suo seguito mormorarono e fecero gesti di scongiuro, un samurai alzò la spada. Il daimyo non si mosse. “Kitsune.” disse.

Lo scarabeo aprì le ali per volare via, ma prima di poterlo fare, venne intrappolato dalle mani a coppa. “Rimani qui – lo invitò la donna-volpe – presto arriveranno, mia figlia e il tuo salvatore.”

“Non so di cosa parli, e non ascolto le voci dei demoni. Se ad attrarti è il sangue versato oggi…”

“Oggi, ieri, l’anno trascorso. E’ stato un buon territorio, per me.” Sospirò e aprì le mani. “Purtroppo quel tempo è finito.”

Lo scarabeo volò via.

“Mio signore – uno dei samurai del suo seguito gli si accostò – permettimi di uccidere il demone che ci sbarra la strada, prima che possa provocare altre sciagure…”

“Non sono del tutto certo che sia stata lei, a provocarle.” Il daimyo era pensieroso. “Penso che ne abbia solo approfittato.”

La kitsune seguì con gli occhi il volo dello scarabeo, finché questo non sparì oltre i rami. “Sei uno sciocco – disse, senza mezzi termini – perché quello che vuoi non coincide con quello che ottieni. Io ottengo sempre quello che voglio. E’ per questo che tu sei umano, e io no.”

“E cosa ne sai tu, di quello che voglio?”

“Niente – ammise Kaneya, serena – ma tanto non lo sai nemmeno tu. E’ per questo che puoi solo aspettare, per capire.”

“Aspettare cosa?”

Kaneya rigirò la mano dalla quale lo scarabeo era volato via. L’insetto era ancora lì. “La tua dea.”

Fece camminare lo scarabeo fino alla punta delle dita. “Mia figlia.”

Lo lasciò volare, ma il daimyo non avrebbe saputo dire se anche stavolta fosse un’illusione, oppure no. “Ha offerto il suo sangue, il suo amore e la sua vita, e le preghiere di chi l’ama l’hanno trasformata: nemmeno io avevo capito bene il suo reale proposito, se non quando è stato troppo tardi. Sarebbe stata una magnifica kitsune, mia figlia.” Sospirò. “Forse, sono un poco umana anch’io: ciò che volevo non ha coinciso con ciò che ho ottenuto. Non completamente.”

Il daimyo non capiva la metà di ciò che la donna-volpe diceva, ma rimase muto, impassibile, come si conveniva a un signore feudale, anche davanti alle creature del crepuscolo. Ha ucciso lei Matsudaira-domo. Lo sento.

“E il mio salvatore?”

“Ah – Kaneya guardò oltre il sentiero – sta arrivando. Non lo senti?”

Il daimyo tese l’orecchio, ma il suo udito non poteva competere con quello d’una volpe, e per un pezzo l’unico rumore fu quello della neve che sgocciolava dalle punte dei rami. Poi, lieve come un piumino, qualcosa in lontananza prese a smuovere la neve farinosa, passo dopo passo.

I samurai si schierarono davanti al loro signore. Ma fu il capovillaggio a chiarire la situazione, appena la figura cenciosa, sfinita, emerse da dietro i cespugli.

“Hideaki!”

Il daimyo guardò il giovane che aveva provocato la rivolta. Pelle bruciata dal sole, capelli arruffati, lineamenti decisi intorno agli occhi a fessura, stretti per i riflessi della neve. Era soltanto un ragazzo, ma non rallentò, non si fermò, non si prosternò al vedere il suo signore e padrone, protetto dalle katane dei samurai. Passò accanto a Kaneya come se non esistesse neppure.

“Tu…!” Fu costretto ad arrestarsi davanti alle spade puntate, ma non abbasso gli occhi, e il daimyo si trovò a sostenere un’accusa bruciante, un incendio che divampava salendo dai pugni serrati del giovane. “Sei stato tu a provocare tutto questo! E’ solo colpa tua!”

“Hideaki!” Il capovillaggio era inorridito. Si prosternò e supplicò il daimyo, invocò la pietà verso i folli, spaventato al tempo stesso per il ragazzo e per se stesso, ma i samurai non potevano permettere che il loro signore venisse vilipeso, men che meno da un bifolco, e le spade si alzarono, gli uomini avanzarono. In tutto questo, Hideaki guardava lui, vedeva soltanto lui, e in quegli occhi disperati il daimyo vide una condanna senza appello, al cui confronto la sua sarebbe stata pura indulgenza. Voleva dire qualcosa, qualsiasi cosa, ma quegli occhi non gli davano scampo. Quando il ragazzo fosse morto, la condanna sarebbe stata eseguita.

Smettetela.

Si levò la brezza, una brezza tiepida, piacevole sul viso. Non tagliava la faccia e non spaccava le labbra come la tramontana invernale, e il suo profumo era di fiori di ciliegio. Era aria di primavera, che soffiava su quel desolato paesaggio invernale. Stupiti, i samurai esitarono.

Basta. Il tempo del sangue e del veleno e della neve è finito. Abbassate le armi.

Con la coda dell’occhio, il daimyo vide la kitsune che si alzava. Era a piedi scalzi, più bianchi della coltre in cui affondavano. “Figlia mia – Kaneya sospirò – avrei preferito non l’avessi fatto.”

Il tuo tempo deve finire a un certo punto, madre. Ora è il mio.

“E’ vero.” Ammise Kaneya. Poi, senza un’altra parola, senza uno sguardo d’addio e senza cerimonie, si voltò e si addentrò tra gli alberi della foresta, spogli e neri, ma abbastanza grandi da nascondere la vista di una piccola volpe, una macchia rossiccia che sparì subito tra le colline.

I samurai lasciarono cadere le katane, e lasciarono cadere anche se stessi, in ginocchio. La brezza era dolce, profumata, si addensava sopra il giovane Hideaki, un tenue rosa come il più tenue dei boccioli di ciliegio, trasparente rugiada ai margini, un kimono di vapore evanescente. Il daimyo vide un volto di fanciulla, luminoso come la luna, e due aghi di pino contenuti negli occhi, socchiusi in un’espressione accorata.

L’inverno finirà, se voi lo vorrete. Neanche gli dei possono fare ciò che i mortali non vogliono.

Hideaki non condivideva la paralisi generale. Superò i samurai accasciati, urtò una katana facendola cadere, fu di fronte al signore feudale della regione, e il daimyo non ebbe davanti nient’altro che lui. “Tu e le tue ambizioni – gli sputò in faccia, senza neanche l’ombra della soggezione villica per il padrone – tu e il tuo onore… cosa ce ne facciamo dell’onore, quando la montagna ci avvelena e i tuoi assassini ci opprimono, eh?”

Il daimyo sbatté le palpebre. Aveva assunto tutto le connotazioni di un sogno.

“Tu non sei degno di governarci!”

Parole talmente insultanti che perfino davanti a una dea i samurai avevano il dovere di reagire, ma prima che potessero alzarsi per trafiggere l’imperdonabile bifolco, questi fece partire un pugno rapido come una saetta, che si scontrò con la mascella esposta del daimyo, privo dell’elmo. Era un ragazzo forte, temprato dalla vita nei campi e nella foresta. Il daimyo venne gettato a terra come un fantoccio.

“Fermi!”

Gridò l’ordine prima che Hideaki fosse ucciso, perché le katane erano già levate, i samurai già attorno a lui. Hideaki non ci badò minimamente. Lo sovrastava, come la montagna sovrastava tutti loro.

“Vuoi far bella figura con lo shogun sulla nostra pelle, e va bene, nascere contadini rende necessario dover obbedire… ma perché ucciderci? Cos’altro vuoi toglierci, ormai? Dimmelo!”

Hideaki…

“Sta’ zitta – il giovane era fuori dal controllo di chiunque, anche degli dei – non pensi che vorremmo avere decine di han di riso, nei nostri magazzini? Credi che ci divertiamo, a morire di fame dopo averti pagato dei tributi inumani? Chi coltiverà il riso, dopo che ci avrai uccisi tutti per lucidarti l’armatura col nostro sangue, eh? Forse loro?”

Indicò, con un gesto di assoluto disprezzo, i samurai schierati, le cui mani erano callose per l’uso della spada, non della zappa. Erano parole peggio che insultanti, per i bushi cui era vietato svolgere qualsiasi lavoro non fosse l’arte della guerra.

Erano parole vere.

“Ammazzami – lo sfidò ancora Hideaki – cosa aspetti, mi hai tolto tutto, toglimi anche la vita, cosa aspetti! Meglio morire, che servire un padrone indegno!”

Piangeva, quel folle assoluto, perché soltanto un folle avrebbe parlato così a un daimyo, piangeva di rabbia, e le sue lacrime erano gocce rotonde che scendevano lungo la mascella e cadevano al suolo, infrangendosi dopo aver bucato la crosta della neve. Affascinato, il daimyo ne seguì il percorso, giù, fino alla terra, vide la lacrima sparire nel bianco… e vide il bianco diventare verde, raddrizzarsi, erigersi in uno stelo esile, due foglie appuntite, un bocciolo che aprì le corolle gialle, sotto i suoi occhi. E poi un altro, e un altro.

Laddove le lacrime cadevano, la neve si spezzava e i crochi, i bucaneve, le primule, sconfiggevano l’inverno, nel cuore dell’inverno.

Senza che nessuno osasse aiutarlo in quel luogo di magie, il daimyo si rialzò. Il ragazzo rimase davanti a lui, i pugni serrati, e il signore feudale sperò che non lo colpisse ancora.

“Nessuno ha mai osato parlarmi così. Men che meno un bifolco.”

Hideaki non rispose, lo guardò soltanto.

“E’ facile farlo, sotto la protezione di una dea.”

“E’ facile imporci di morire per il tuo onore, da dietro le mura del castello.”

“Senza onore, la vita è unicamente respirare, mangiare, defecare e morire.”

“E siccome al mondo esiste poco onore, devi toglierci il nostro, per averne di più – replicò ironicamente Hideaki – ma è finito, lo capisci? Lo vedi da te? Anche il tuo. E’ finito. Tu sei senza onore.”

Uno dei samurai fece per venire avanti a vendicare l’affronto. Il daimyo lo fermò con un gesto.

“Solo i pazzi e i disperati parlano così. Sei entrambe le cose, o qualcosa di diverso, ragazzo?”

Hideaki lo guardò dall’alto in basso, come se lui fosse il daimyo, e il daimyo niente più che un individuo miserevole, incapace di essere qualsiasi cosa all’infuori di una delusione totale.

“La montagna smetterà di avvelenare la terra. Mamiya ha dato la vita perché accadesse: questo, almeno, l’hai ottenuto. Diventerai un Hatamoto. E poi, dopo morto, un demone. Se è ciò che volevi, ci sei riuscito.”

Il daimyo alzò gli occhi sulla dea del vulcano, brezza dolce e dolce primavera. Una contadina, nient’altro, perché le fanciulle di nobili natali erano al sicuro nel suo castello… eppure, la contadina e il ribelle avevano ciò che lui voleva. Ciò che anche lo shogun avrebbe voluto, se l’avesse avuto davanti.

“Io non sono un demone.”

Hideaki accennò col capo alla sua armatura. “Drago insanguinato.” ribatté, riferendosi agli schizzi vermigli rappresi sulla corazza, per aver sedato l’ikki.

Il daimyo rabbrividì di superstiziosa paura. “Io non sono un demone!”

“Dimostralo.”

Lo sfidava. Il contadino lo sfidava. Il daimyo serrò la mano sull’impugnatura della katana: doveva solo sguainarla, un movimento rapido come la traiettoria di una stella cadente, e il corpo senza testa del giovane sarebbe rimasto in piedi per un istante ancora, prima di crollare al suolo. Era facile, e tutto sarebbe tornato come prima.

Il daimyo sentì che non sarebbe riuscito a sopportarlo.

La mano gli ricadde dalla spada. Sentiva negli occhi la supplica verso il suo giudice. “Dimmi come fare. Salvami.”

La brezza soffiò più forte, inondando il sentiero di profumo di ciliegio. Era così dolce e caldo che tutti chiusero gli occhi, per goderne in tutti i pori della pelle: era come un sorriso che si avvertiva col senso del tatto, anziché vederlo.

Quando il daimyo riaprì gli occhi, la dea era scomparsa, ma laddove era stata l’ottava coda della kitsune, sul sentiero ripulito dalla neve, la terra si stava già coprendo del verde dei primi germogli.

 

La bambina era rannicchiata nell’incavo di un vecchio albero, seminascosto dalle dita nere e adunche dei cespugli. Sarebbe passata oltre senza badarle, ma ricordava quell’incavo, e indugiò un istante, con un brivido al ricordo del cane che l’aveva assalita. Il rumore della crosta gelata che si rompeva sotto di lei dovette mettere sull’avviso la piccola, perché udì una vocina esile, sottile, impaurita come se ci fossero davvero una torma di cani famelici, lì fuori.

“Chi è? Sei tu, Hideaki?”

Kaneya fiutò l’aria. Un sottile aroma di anice stellato le giunse alle narici, sotto il tanfo della paura. Nessun opprimente profumo di fiori di ciliegio. “Non sono Hideaki.” rispose.

Si sentirono rumori di rametti spezzati e dall’incavo fece capolino un visino spigoloso, grazioso perché in esso luccicavano due occhi neri, vivaci, mobili come quelli di una volpe. “Chi sei?”

Kaneya si guardò indietro prima di rispondere. Sua figlia se n’era andata, aveva molto da fare prima che giungesse la primavera, e anche il daimyo se ne stava andando, insieme al suo salvatore. Prima o poi, all’ombra del vulcano, sarebbe tornato l’inverno, e con esso anche lei, ma per ora le conveniva cercare terreni più fertili, e samurai appetibili come il defunto e (almeno da lei) compianto Matsudaira-domo. Aveva idea che ci sarebbero stati pochi uomini duri e dal sapore salato in giro per l’han, negli anni a venire.

“Senza alcun dubbio tu sai già chi sono, piccola. Nessuno ignora chi sono io.”

La bambina sbatté le palpebre, chiaramente perplessa. “Mio fratello mi ha detto di stare nascosta e scappare se qualcuno fosse arrivato.” disse, con la pignoleria dei bambini che vogliono puntualizzare la situazione.

“E perché non sei scappata?”

La bambina venne fuori. Era una piccoletta tutta ossa, con capelli scuri, e un musetto vivace come quello di un cucciolo. “Perché non era da te, che dovevo scappare. Solo dagli uomini cattivi.”

“Io posso essere molto, molto cattiva, piccola.”

Dietro Kaneya, nove ombre iniziarono a danzare, nove code lanceolate come foglie di bambù, attorcendosi intorno ai tronchi, stritolandoli come un pescatore strizza con le dita le alghe, prima di gettarle nella gerla. La bambina seguì il fenomeno con occhi spalancati, e Kaneya vide la danza delle nove code riflessa in quelle pupille scure.

Lasciò ricadere i tronchi. “Puoi andare da tuo fratello – le concesse – non c’è più nessun pericolo. Vivrai al palazzo del daimyo e sarai una principessa, sposerai un nobile samurai e indosserai seta per tutta la vita. Io non ho più niente da fare qui.”

La bambina meditò su quelle parole. “Sposerò un samurai? Come Matsudaira-domo?”

“Sono tutti come Matsudaira-domo. Solo che alcuni lo mascherano meglio di altri.”

“Allora non voglio.”

Kaneya si rialzò. “Non farti trovare qui al crepuscolo – consigliò, mentre si allontanava – il crepuscolo è il momento dei demoni.”

La sua nona coda, che nessun mortale poteva vedere rimanendo tale, scivolò sotto il kimono, mentre lei si allontanava. Provò un’ultima fitta di rimpianto al ricordo della figlia perduta, e pensò che il ragazzo non avrebbe mai dimenticato quel senso di perdita… alla fine, la loro unione era stata davvero splendente come l’intuito le aveva detto. Strane cose, i sentimenti umani, molto strane.

“Aspetta!”

I rami spezzati la indussero a fermarsi. La bambina arrancò dietro le sue impronte, delicate come quelle di un cerbiatto, e dove passava lasciava nella neve un solco simile a un aratro. Piccola, goffa e vivace umana. “Non voglio sposare un samurai!”

Kaneya non disse nulla. Il suo disinteresse, al momento, era totale: dovevano essere i fatti a mostrarsi di nuovo interessanti, per lei.

“Come hai fatto ad avere nove code?”

“Non mi ricordo.” rispose.

“Posso averle anch’io?”

“Forse”, disse Kaneya.

La mano della bambina scivolò nella sua, calda come un pulcino appena nato.

I rami neri si richiusero dietro di loro, e nella foresta del daimyo tornò il silenzio.

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