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IV

La mattina stabilita il sole inondava la capanna, perché Hideaki aveva schiodato le assi che chiudevano le imposte, e nonostante il freddo, la puzza di stantio se n’era andata. Il riso sobbolliva lentamente, rimestato con amore da Fumiyo che non si staccava un attimo dal focolare, e Hideaki, dopo averla minacciata di legarla a testa in giù se avesse osato rubarne un solo boccone, andò fuori a tagliare i conigli.

“E’ stata lei – aveva detto la nonna – non ha voluto umiliarci con la sua elemosina, e ha lasciato quei doni sulla porta, perché non ci sentissimo in imbarazzo potendo offrire solo carne di cane e muschio bollito. E’ una ragazza davvero gentile.”

“Certo, che lo è.” aveva confermato Hideaki, chiedendosi cosa avesse pensato, nel vedere quella capanna miserevole, con il tetto di paglia mezzo marcito e le travi grezze che a malapena infrangevano la tormenta di neve. Nessuna ragazza con un briciolo di cervello verrebbe oggi, pensava, tagliando minuziosamente i conigli per lo spezzatino, non dopo aver visto quello che ho da offrire. La miseria lo aveva affamato, lo aveva intristito, lo aveva umiliato, ma era la prima volta che lo faceva sentire davvero un miserabile.

Hideaki non osava sperare che lei l’amasse.

Non verrà, stabilì alla fine, obbligandosi a credere alla parte razionale del suo essere. Ha visto che razza di pezzente sono e non verrà. Ci abbiamo guadagnato due conigli e del riso, quindi non devo lamentarmi. Non la rivedrò mai più.

Hideaki si alzò coi suoi conigli ben tagliati e tornò dentro, per terminare i preparativi di un incontro che non osava credere si sarebbe verificato davvero.

 

“Ho fame – si lamentò Fumiyo – non possiamo mangiarne almeno un po’?”

Hideaki non rispose. L’odore di riso e di spezzatino di coniglio riempiva la capanna di un aroma delizioso, irresistibile per i loro corpi sottonutriti, e il sole era ormai in mezzo al cielo, una palla perfetta e incandescente. Anche il petto di Hideaki era incandescente, perché l’ora stabilita stava trascorrendo, e Mamiya non si faceva vedere. Rimase seduto sul tatami, le braccia attorno alle ginocchia, ignorando la sorellina che faceva i capricci e la nonna che cercava di arginarla, la voce tesa di chi sa che si sta consumando un dramma.

Non verrà. Prima lo capirò, prima smetterò di starci male. Mangeremo riso sfatto e spezzatino troppo cotto, ma almeno saremo sazi. Un giorno in più senza fame. Evviva.

Mamiya indossava sempre kimono bellissimi, che nessun’altra ragazza del villaggio possedeva: tessuti pesanti, colori vivaci, calze di lana e zori laccati, che si sfilava ridendo quando dovevano camminare su qualche sentiero un po’ impervio. Gli parlava spesso, con enorme trasporto, di come gli dei andassero attratti, perché si stabilissero in un dato luogo, e di come fosse necessario che qualcuno li chiamasse con tutte le proprie forze. “Un giorno, qualche dio verrà a proteggerci, e allora tutto andrà bene. Vedrai, Hideo-kun.” affermava, con gli occhi scintillanti.

Non verrà.

“Perché non l’aspetti al crocevia, Hideo-kun?” propose la nonna, con voce falsamente allegra. “Potrebbe perdersi, visto che non conosce il posto.”

“Lo conosce. E’ nata qui.”

“Vai ad accoglierla. Sarebbe scortese se…”

Hideaki alzò la testa, talmente fuori di sé che per la prima volta in vita sua avrebbe risposto male alla madre di suo padre, ma in quel momento un rumore fuori dalla capanna lo fece sobbalzare. Toc, toc, toc, legno su legno, una persona che batteva gli zori per togliere la neve.

La porta aperta fece entrare la luce, e con la luce entrò Mamiya. Indossava un kimono di un tenue bianco addolcito da una fioritura di rami di ciliegio, aveva i capelli lucidi e legati con fronzoli a forma di fiori di ciliegio, il viso arrossato dal cammino. Fu come se la primavera avesse deciso di passare a trovarli, come se una dea fosse scesa tra loro, e perfino Fumiyo rimase ammutolita, la pentola di riso dimenticata sul fuoco.

Hideaki si alzò per aiutarla. Non riusciva neppure a sentirsi in imbarazzo per la miseria della capanna, perché aveva il cervello pieno di Mamiya, e non c’era posto per nient’altro. Mamiya si inchinò rispettosamente alla nonna e si scusò per il ritardo.

“Non volevano farmi uscire – spiegò, arrossendo ancora di più – ho dovuto aspettare di rimanere sola. Non disapprovano che io mi trovi qui, solo non oggi. Comunque, gli impegni presi vanno onorati.” E dedicò a Hideaki un sorriso così dolce che per poco le gambe non gli cedettero.

Non badò minimamente al tatami sdrucito e scolorito, né alla pentola annerita o a come il vento, malgrado la bella giornata, penetrasse tra le connessure delle assi, raffreddando l’ambiente tanto che non conveniva allontanarsi dal fuoco. “Che buon profumo – disse invece – non dovevate scomodarvi così, per me.”

E lo disse in maniera tanto naturale che Hideaki non poté non sentirsi commosso.

“Sei una principessa?” chiese ingenuamente Fumiyo, abbagliata.

Mamiya sorrise. “No, piccolina: devo tutto alla mia madre adottiva, ma tra me e te non c’è alcuna differenza.”

“Sei molto modesta – osservò la nonna – ma è chiaro che sei di rango superiore. Per quale motivo frequenti mio nipote, anziché un giovane del tuo lignaggio?”

Hideaki si tese. Sua nonna non le mandava certo a dire.

“Vi assicuro che il mio lignaggio e il vostro sono lo stesso, signora. E, se anche non fosse, ho visto abbastanza cose tristi nella vita, per non apprezzare la gentilezza e la bontà d’animo, quando la incontro: sono profondamente convinta che, al di là del rango e delle convenzioni, conti soltanto quel che si trova nell’animo degli uomini, e nient’altro.”

La nonna parve colpita da quelle parole. “Certamente, mio nipote ha un animo nobile come quello di un samurai…”

“No – Mamiya parlò di getto – non come un samurai. Non come Matsudaira-domo.”

“Ne deduco che tu non abbia motivi di amarlo.”

Mamiya parlò fuori dai denti, con una durezza per lei inusuale: “Lo detesto: ha ucciso mio padre, mia madre e tutti i miei fratelli. Perdonatemi, ma considero un’offesa accostare chiunque a quell’uomo, e Hideaki-sama più di chiunque altro.” Tacque un istante, quindi aggiunse, come sovrappensiero: “Presto sarà colpito dal karma, perché quel che viene lanciato, prima o poi torna tre volte tanto. Quell’uomo porta su di sé l’ombra della morte.”

La nonna strinse gli occhi. “Non mediterai vendetta, spero? Perché la nostra famiglia ha già abbastanza disgrazie, senza aggiungere questa.”

“La vendetta non è per me, signora. Ho promesso di lasciare che sia il karma a fare giustizia.”

Hideaki intervenne per troncare quella discussione così sinistra: “Bene, credo che il riso sia pronto, cosa ne dite di onorare questo desco?”

Complice il cibo caldo, l’atmosfera si rilassò. Fumiyo ammirava apertamente il kimono di Mamiya, che le permise di toccarlo e arrivò a sfilarsi uno spillone decorato da una cascata di fiori di ciliegio, per fissarglielo tra i capelli. Fumiyo saltellò per la capanna pavoneggiandosi, già conquistata.

Con la nonna fu un po’ più complicato. Mamiya non parlava mai di sé o di dove vivesse, e se proprio era costretta, raccontava qualche vaga bugia. A Hideaki non importava, purché alla fine tornasse sempre da lui, ma la madre di suo padre era un osso duro da rodere. Le domande erano dirette, quasi pressanti, come del resto era naturale che fosse, ma la fanciulla riusciva a destreggiarsi con un’abilità incredibile, simile a una farfalla che svolazza di fiore in fiore, senza che sia possibile prevedere su quale si poserà. Alla fine, quando fu chiaro che il duello verbale sarebbe potuto proseguire all’infinito, la nonna parve disposta a mollare la presa e Hideaki si rilassò.

Fino alla fine del pasto, quando Mamiya raccolse le ciotole e le portò fuori insieme a Fumiyo, la conversazione verté su temi futili.

La nonna si tese per mormorare: “Fa’ attenzione a quella ragazza, Hideo-kun. Nasconde molti segreti.”

“Non m’importa.”

“Dovrebbe, invece. Vorresti una moglie che cela le proprie origini?”

“Hai detto tu stessa che è gentile.”

“La gentilezza ha molte facce, Hideo-kun.”

“Perché dovrei privarmi dell’unica cosa bella che questa vita mi abbia donato, nonna? Per i tuoi sospetti? O piuttosto perché quelli come me non meritano nulla?”

“Tu meriteresti molto di più, nipote, lo sanno gli dei se non è così. Eppure, la vita spesso è crudele…”

Come se non lo sapessi. Hideaki si alzò e si volse verso la parete contro cui erano allineati gli attrezzi. La nonna aveva ragione, ma lui non voleva ascoltarla. “Vado ad aiutarle. Se l’acqua è ghiacciata, dovrò romperla con la zappa, o non potranno lavare nulla.”

“Penso solo al tuo bene, nipote.”

Digrignando i denti, lui le si rivoltò contro: “E allora perché vuoi che perda la sola cosa che abbia qualche importanza? Hai paura che, se avrò Mamiya, smetterò di occuparmi di voi? Che penserò a me stesso, finalmente?”

Era una cattiveria inaudita di cui era già pentito prima ancora di finire di pronunciarla, ma non seppe trattenersi. La nonna fece una smorfia e Hideaki sperò che lo rimproverasse con la durezza che meritava, ma accadde qualcosa di peggio: l’anziana donna abbassò la testa, non prima che il giovane vedesse come i suoi occhi si fossero riempiti di lacrime.

E in quel momento il grido di Fumiyo lacerò l’aria.

Hideaki corse fuori. Mamiya e Fumiyo erano immobili con le ciotole in mano, e mentre arrivava da loro, vide la ragazza prendere la piccola per una spalla e obbligarla a nasconderlesi dietro. Fumiyo si strinse al kimono raffinato di Mamiya, in cerca di protezione.

Lo stallone grigio di Matsudaira-domo sbuffò come un drago e scalpitò, schizzando grumi di neve semisciolta. Hideaki la sentì colpirgli il viso, quando venne sporcato, e Mamiya si ritrasse ancora di più, mentre il cavallo andava dritto verso di lei, occupando tutto il sentiero.

“Non dovresti essere qui, ragazza.” Matsudaira-domo volgeva le spalle a Hideaki, come se non esistesse neppure. “Questo non è posto per te.”

Le dita di lei si contrassero sulle ciotole serrate contro il petto, quasi a farsene scudo. “Ho ricevuto un invito, nobile signore. Se mai, questo povero villaggio non è posto per voi.”

Il samurai rise. “Quanto a questo, hai pienamente ragione, ragazza! Non sarei venuto qui se non fosse stato necessario. E’ odore di riso, quello che esce da là?” Accennò col capo alla capanna.

Hideaki capì che la temuta perquisizione infine era arrivata. Lanciò una rapida occhiata verso le case del villaggio, rendendosi conto solo in quel momento del silenzio innaturale, delle porte chiuse, dei passi regolari, marziali, di uomini invisibili che percorrevano le strade. Un rumore di legno che veniva schiantato lo fece trasalire. Da qualche parte cominciarono le grida.

Il volto di Mamiya era rigido come una maschera di ceramica. “Il riso legittimo che spetta ai contadini dopo aver pagato il dovuto al loro signore, sì.”

“Ah, ragazza mia…” con fare indulgente, Matsudaira-domo scese di sella, sempre dando le spalle a Hideaki. “I contadini sono imbroglioni, dal primo all’ultimo. La tua madre adottiva non te l’ha forse detto?”

Hideaki sussultò. Mi avevi detto che era morta. Sentiva una bolla così incandescente da parergli gelida, che gli si gonfiava lentamente in petto. Matsudaira-domo conosceva Mamiya. La conosceva.

“Con tutto il dovuto rispetto, nobile samurai, in questa capanna non c’è nulla di illecito. I veri criminali, qui, sono altri.”

Matsudaira si accigliò al tono duro della ragazza. “Bene, allora sarà il caso di dare un’occhiata. Vieni con me.”

L’afferrò per un polso, strappandola via da Fumiyo, e la obbligò a seguirlo nella capanna. Hideaki rimase paralizzato dov’era, come un intruso, tra ispettori che gettavano all’aria i tatami e Matsudaira che irrompeva nella capanna, prima di realizzare che lui non era un intruso.

Con due salti fu da Fumiyo e le disse concisamente di nascondersi tra i cespugli. “Non venire, qualsiasi cosa tu senta. E se vedi arrivare altri uomini, scappa.” Troppo impaurita per protestare, Fumiyo si rannicchiò tra i rami spinosi, ricordandogli la piccola volpa che aveva risparmiato, una volta.

Dentro la capanna, qualcosa fece baccano cadendo in terra, e Hideaki capì che il samurai aveva fatto volare la pentola, con gli avanzi di riso incrostati sul fondo. Matsudaira-domo rise con cattiveria.

“Bianco e fine, roba da daimyo, non da pezzenti! Allora, dove nascondete le provviste?”

Mamiya torceva il polso nel tentativo di liberarsi. “Qui non c’è niente, lasciatemi!”

“Tu, ragazza mia, ti accorgerai cosa significa mescolarsi ai bifolchi. La tua madre adottiva andrà in collera per questo, lo sai?”

“Non m’importa!”

Hideaki si fece sulla soglia, vicino alla zappa appoggiata contro la parete.

“Invece dovrebbe – Matsudaira-domo torse il polso sottile di Mamiya, strattonandola avanti – dovrebbe, perché puoi ancora rimediare.”

Mamiya cadde con un gemito sul tatami scolorito, cercò di rialzarsi, ma il samurai fu su di lei, incombente come il vulcano maledetto. “Hai degli occhi stupendi, ragazza. Un uomo può smarrire l’anima, se li guarda troppo a lungo.”

Accadeva tutto talmente in fretta che Hideaki non riusciva a raccapezzarsi. Mamiya abbassò il kimono che le era finito fino sopra le ginocchia, e gridò di terrore quando Matsudaira-domo sguainò il lungo pugnale.

“Non devi avere paura di me, piccola. Non voglio che tu ti faccia male, affatto…” Mosse la lama affilata sull’obi di lei, dividendolo in due. L’obi si aprì e cadde, liberando le falde del kimono, che Mamiya si serrò addosso impaurita.

Hideaki si riscosse. Senza pensare, afferrò la zappa e avanzò, non visto, ignorato da quello scarafaggio che era, mentre Matsudaira si chinava sulla ragazza per strappare la biancheria. Mamiya era ben lungi dall’arrendersi: soffiò come una gatta inferocita, gli piantò le unghie in viso, scalciò, lo maledisse e maledisse tutte le sue generazioni a venire, contorcendosi così tanto che Hideaki dovette indietreggiare, per non rischiare di colpire lei.

“Basta, samurai! Smettetela, vi prego!”

La voce della nonna fu come una frustata che li fece trasalire tutti. Seduta nell’angolo più buio della capanna, lottò per sollevarsi, senza riuscirvi, e dovette puntellarsi sui gomiti. Matsudaira fece una smorfia di disgusto.

“Non seccarmi, vecchia! Dopo ne avrò anche per te, che ti riempi la pancia del riso del daimyo, bocca inutile…”

“Non c’è riso qui, nobile signore. Guardatevi attorno, qui non c’è niente!”

“Non proprio…” Matsudaira abbassò gli occhi su Mamiya. “Qualcosa per pagare il dovuto c’è, vecchia.”

Hideaki avanzò, la zappa affilata sollevata sopra la sua testa.

Forse la nonna lo vide. Forse volle proteggere Mamiya, e quel dubbio avrebbe lacerato per sempre Hideaki, perchè d’un tratto il samurai gridò di dolore e si portò una mano alla tempia, il sangue che sgorgava tra le dita, come per un gioco di prestigio. Matsudaira-domo si tirò su continuando a gridare e imprecare, e il sasso ricadde rotolando fino ai piedi di Hideaki. Da una parte c’era una macchia sanguigna, simile a un occhio.

“Tu, sudicia, lurida vecchia bifolca…”

Mamiya si girò sul fianco, lo vide, parve sollevata. Hideaki avanzò per aiutarla, il samurai non era più addosso a lei, si era alzato, le dava le spalle. Qualcosa di metallico baluginò nella penombra, catturando la poca luce della capanna.

La nonna emise solo un gemito strozzato. Poi Matsudaira tornò a voltarsi verso il suo obiettivo.

“Adesso nessuno ci infastidirà più.”

L’attimo seguente si dilatò all’infinito, per Hideaki: il samurai era ancora impegnato a ruotare, l’attenzione totalmente rivolta a Mamiya, e dietro di lui, vide in un lampo la nonna distesa, col volto verso il soffitto, gli occhi spalancati, la bocca spalancata, le mani spalancate. Dalla gola, in una cornice rosso scuro, che sembrava nero, le usciva l’elsa riccamente lavorata di un pugnale da samurai, così bella e lucente che la nonna, per contrasto, pareva un sudicio cumulo d’immondizia.

L’attimo continuava a dilatarsi, era infinito. Hideaki vide Matsudaira che guardava dalla sua parte, finalmente si accorgeva della sua esistenza, quando lui venne avanti con la zappa levata, dritta contro la sua testa. Poteva vedere la tempia pulsante, l’arco di discesa della lama affilata con la quale disossava il terreno, d’estate, quando rompeva le zolle argillose, le rocce vulcaniche, per costringerle a tornare fertili.

Ma Matsudaira era un samurai: anche se lo colse di sorpresa, non riuscì a colpire il punto che tanto bramava, perché l’uomo si scostò, e la zappa gli si piantò in una spalla, spezzando la clavicola. Il kimono si scurì, fiori dai lunghi petali scesero inzuppando il davanti del prezioso indumento, e Matsudaira urlò barcollando e ricadendo all’indietro. Picchiò il sedere a terra, in maniera comicissima, e Hideaki provò l’impulso folle di mettersi a ridere.

Aveva assalito un samurai.

Prese Mamiya per una mano. “Dobbiamo scappare – disse – prima che ci piombino addosso tutti gli uomini del suo seguito!”

Pallidissima in viso, lei annuì. “Hideo-kun, tua nonna… lei voleva… voleva proteggermi…”

“Lo so.” Hideaki guardò il samurai che si torceva come un verme, senza riuscire a estrarre la zappa dal proprio corpo, per il dolore che gli provocava e per com’era incastrata nell’osso. “E’ tutta colpa mia.”

“No…”

“E’ tutta colpa mia. Avrei dovuto farlo subito.” E la trascinò fuori con sé.

Le grida avevano già messo tutti in allarme, e i passi degli ispettori erano udibili prima ancora di vedere gli uomini. Hideaki e Mamiya si tuffarono subito nel folto, preoccupati solo di mettere la maggior distanza possibile tra loro e gli inseguitori.

“Hideo- kun, cosa succede? Cosa…”

Si chinò per prendere in braccio Fumiyo e continuò a correre, senza rallentare. Lo spillone di Mamiya tra i capelli della sorellina oscillava e dondolava al ritmo forsennato della falcata, picchiandogli di continuo contro il viso. Le impronte, pensò, ci troveranno… la neve…

“Aspetta, Hideaki.” La voce di Mamiya era talmente calma, talmente fuori posto in quell’incubo nel quale erano precipitati tutti, d’improvviso, da indurlo a gettarle un’occhiata. Rallentò, si fermò.

Mamiya era in mezzo al sentiero, le mani a tenersi serrato addosso il kimono, capelli neri sfuggiti dall’acconciatura che le ricadevano ai lati del viso. Lo guardò con fermezza.

“E’ inutile scappare. Lo sai anche tu.”

“Ho una sorella a cui pensare – ribatté lui irosamente – non permetterò che la prendano.”

Gli occhi di Mamiya si fecero tristi. “No… non avranno pietà di lei solo perché è una bambina. Ma scappare è inutile, gli uomini non ci aiuteranno. Forse però gli dei possono.”

Stava farneticando. Hideaki l’amava, ma non sopportava quel farneticare, in un momento simile. “Io me ne vado – replicò – tu fa’ quel che vuoi, tanto Matsudaira alla peggio vorrà aprirti le gambe, quando sarà guarito… non sono neanche stato capace di ucciderlo!”

“Tu non sei un assassino.” ripose Mamiya con dolcezza. Gli si avvicinò, gli sfiorò il viso. “La montagna è in collera. Lo sento, sai? E’ tanto tempo che la sento in me, da quando la mia madre adottiva uscì dalla foresta, dieci anni fa. Si arrabbia spesso, ma poi si placa… ma non stavolta. Stavolta ci ucciderà tutti, Hideo-kun, e non posso sopportarlo. Si può sfuggire agli uomini, forse, ma non a lei.” Indicò il vulcano, alle loro spalle.

“Non ci sarà nessun posto dove nascondersi, se si risveglierà del tutto. E ha già iniziato, la sua voce fa inaridire le risaie e i cuori degli uomini. Rende gialla l’acqua, avvelena la terra, e sta peggiorando. Hideaki, andiamo sulla montagna.”

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