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III

Dopo aver consumato l’atto sessuale, a Matsudaira piaceva fumare del tabacco di ottima qualità, soffiando lente nuvolette grigie a disperdersi sulle travi laccate del soffitto. Per questo motivo, Kaneya teneva sempre pronta una sottile pipa di legno, deliziosamente laccata e scolpita con scene di caccia, che Matsudaira contemplava con approvazione, tra un tiro e l’altro.

“Non so neanche se è più squisita la tua compagnia o il tuo gusto nello scegliere gli oggetti, donna – le diceva talvolta – riesci a rendere un piacere qualsiasi atto compia qui, da quando arrivo a quando me ne vado.”

Sdraiata sul futon sfatto, con indosso la sottoveste rossa allentata, Kaneya gli dedicava sempre un pigro sorriso. “Vuoi rendermi gelosa di una pipa e una presa di foglioline secche, mio signore? Nulla, nella mia umile casa, è all’altezza di un samurai come te, eppure preferirei essere povera, per avere la certezza che tu venga qui soltanto per la mia umile persona.”

Matsudaira, a quel punto, dava una tirata che prosciugava la pipa quasi per intero, con fare compiaciuto. Poi scuoteva via il tabacco incenerito, si tirava su e iniziava a rivestirsi, ordinandole implicitamente d’aiutarlo. Kaneya ubbidiva sempre, con l’umiltà richiesta a una cortigiana, sorridendo dall’orchidea rossa delle sue labbra, alle spalle del samurai. Il suo viso non veniva mai turbato dal mutare d’espressione, neppure durante l’impeto della passione più sfrenata, ma Matsudaira non se ne accorgeva. Era inebriato da lei, e andava bene così.

“Come sei teso, mio signore – gli disse quel giorno, sentendo sotto le dita i muscoli contratti di colle e spalle – hai dei pensieri?” Iniziò a massaggiarlo delicatamente.

“Nulla che debba interessarti.”

Kaneya non rispose per non parere insolente, e continuò a premere coi polpastrelli su quella carne deliziosa, indurita e insaporita da anni di esercizio marziale. Se non chiedeva più niente, di solito Matsudaira iniziava a parlare per proprio conto, e andò così anche quel giorno.

“I bifolchi sono inquieti – disse, più a se stesso che a lei – di sicuro nascondono qualcosa, e il mio signore ambisce ad avere il ruolo che merita, a Edo. Non ha senso che dei contadini osino ostacolare l’ascesa del nostro clan, ma la loro resistenza è fastidiosa come quella dei rami spinosi, quando ti si impigliano nei vestiti mentre sei a caccia.”

“I rami spinosi si possono tagliare, mio signore.”

“Infatti.” Matsudaira riprese la sua katana. “E’ questo che avverrà, alla prossima perquisizione. I contadini sono come le volpi: mangiano tutto ciò che trovano, preoccupandosi solo della loro pancia piena. Lasciare troppo riso a quella gente è uno spreco, come lo sarebbe lasciare carne a una volpe.”

Kaneya continuò a massaggiare in silenzio, tastando il corpo con le dita, e l’orchidea rossa delle sue labbra era immobile.

 

Purtroppo, a volte il samurai aveva degli slanci che probabilmente riteneva di gentilezza, e fu per questa ragione che si trovava ancora con lei, quando Mamiya fece ritorno a casa. Kaneya ne fu molto contrariata, anche se Mamiya si avvicinò tenendo gli occhi bassi e prosternandosi a debita distanza.

“Tua figlia?” Matsudaira guardò apertamente la ragazza, senza celare i pensieri che nutriva, dietro quella fronte alta e nobile. “O la tua apprendista?”

“Entrambe le cose, mio signore – Kaneya non sottrasse la mano che lui le teneva, anche se ne aveva voglia – è la mia figlioccia. E’ destinata al matrimonio, non alla cortigianeria.”

“Un peccato – commentò Matsudaira, contemplando la nuca bianca di Mamiya, che lo scollo del kimono non celava del tutto – un vero peccato. L’hai già promessa?”

Kaneya sfilò la mano, perché il samurai aveva allentato la presa e quindi poteva farlo senza rischiare che si irritasse. L’odore di Mamiya era caldo, pulito, con in sé una novità che indusse Kaneya a sorridere, malgrado la seccatura. Le coincidenze non esistevano, esisteva solo il fato, che si divertiva a mescolare o riordinare i destini di uomini e dei, a seconda del capriccio. A Kaneya il fato piaceva molto, e l’assecondava sempre, quando si accorgeva che interveniva.

Come in quel momento.

“C’è qualcosa nell’aria, mio signore. Ti ringrazio d’esserti preoccupato per la mia insignificante salute.”

Finalmente Matsudaira staccò gli occhi dalla giovane, che si guardava bene dall’alzare la testa per incrociare il suo sguardo. “Brucia dell’incenso sulle croste – le raccomandò – i morsi dei cani possono essere molto pericolosi.”

Kaneya abbassò la mano bendata, in modo che la manica del kimono la celasse alla vista. “Lo farò, mio signore. Per fortuna, quel cagnaccio ha smesso di importunare la gente per bene – rabbrividì, stavolta per autentico raccapriccio – detesto i cani, ora più che mai.”

Matsudaira rise: “Ah, voi donne, avete paura anche della vostra ombra! E tu, ragazza, cosa mi dici? Anche tu sei timorosa come la tua madre adottiva?”

Era un chiaro tentativo di indurla ad alzare la testa per poterla vedere bene, e Kaneya sapeva che gli occhi cangianti di Mamiya avrebbero colpito il samurai, ma la fanciulla era troppo sveglia per cascarci: accentuò il suo inchino, arrivando quasi a sfiorare il pavimento con la fronte, come una serva. Un’espressione di scontento passò sul volto di Matsudaira, che però non poteva ordinarle di alzarsi, o ciò che voleva in realtà sarebbe stato troppo evidente.

Mamiya rimase immobile nella sua posizione servile finché gli zoccoli dello stallone grigio non furono svaniti in lontananza. Poi osò guardarla: “Posso alzarmi, madre?”

Kaneya annuì. Il suo scontento era già svanito di fronte alla condotta impeccabile della giovane, e la soddisfazione di aver goduto della vigoria del samurai era tale da indurla a soprassedere. Sentiva ancora l’odore di Matsudaira su di sé, e il sapore della sua pelle, che l’indusse a passarsi sulle labbra il roseo pistillo della lingua.

“Sei in anticipo, e sapevi che sarei stata impegnata.” disse comunque, per puro dovere formale. La divertiva giocare a fare la madre, perché quando iniziava a stancarsi di un determinato ruolo (ad esempio, insegnare alla bambina a rimanere seduta composta, con gli alluci sovrapposti e il corpo eretto malgrado la postura inginocchiata), ecco che spuntava fuori un’altra incombenza, diversa dalla prima e quindi interessante nella propria novità. Adesso che Mamiya era cresciuta, poi, prevedeva uno spasso anche maggiore.

“Perdonami madre, ma credevo mi avessi detto di tornare quando il sole avrebbe toccato la cima della montagna.”

“Ricordi bene – ammise Kaneya – è stato quello stupido a voler rimanere per guardare la mia mano. Da almeno mezz’ora mi spiegava come si curano i morsi, quasi non sapessi da me quel che va fatto.”

“Nulla di ciò che dice quell’uomo è giusto – rispose senza mezzi termini Mamiya – perciò qualsiasi consiglio ti abbia dato è senz’altro sbagliato, madre.”

“Certo, che lo è.” confermò Kaneya. Svolse la benda e la lasciò cadere a terra. “Voglio che tu stia lontana da lui, Mami-chan.”

“Non occorre neanche dirlo, madre.”

Kaneya sorrise. “E dimmi, chi è l’altro?”

Mamiya trasalì e abbassò gli occhi, fingendosi interessatissima alla lacerazione sulla mano di Kaneya.

“Quello che stai paragonando dentro di te a Matsudaira-domo e che ti sembra come un salice accanto a un rovo. Quello che ha lo stesso odore del giovane grazie al quale ho riportato solo questa.”

Sollevò la mano ferita, e la sua seconda coda, scivolando da sotto il kimono, andò a coprire il segno del morso. E quella coda aveva un odore medicinale, di erbe macerate in sostanze chimiche, e quando si ritirò la mano era tornata integra, bianca e sottile com’era sempre stata.

“Allora, chi è questo giovane?”

Mamiya arrossì fino alla radice dei neri capelli. “Si chiama Hideaki, madre. L’ho incontrato alle terme, dove mi ero recata per vedere se… sì, se l’acqua fosse davvero più calda, come avevi detto.”

“E lo era?” domanda inutile, Kaneya conosceva già la risposta, anche se non l’interessava affatto.

Mamiya, al contrario, sembrava vivere solo per quello. “Era molto calda, madre! Tanto che il vapore mi ha impedito di vederlo, finché non è stato vicinissimo, lui…” Arrossì ancora di più e la sua voce si perse nell’aria fredda.

“Ti ha deflorata?” si informò accademicamente Kaneya. Mamiya sussultò.

“No! E’ un giovane dabbene, si è scusato e abbiamo parlato. Te lo giuro, madre!”

Kaneya alzò le spalle. “Andiamo dentro. Si leva il vento.” Fece scorrere lo shoji, e precedette Mamiya nella casa buia, priva di illuminazione, salvo che per quella del sole: nei corridoi più interni, dove non c’erano finestre, la penombra era talmente fitta da ricordare l’interno di una tana. Non avevano servitù. Kaneya non voleva estranei in casa sua. Kaneya non aveva bisogno di nessuno, tranne coloro che invitava appositamente.

Nella sala del tè c’erano un bollitore pronto e delle tazzine di ceramica, con un sobrio disegno di fiori di bambù lungo il bordo. Mamiya si inginocchiò con grazia, sollevò la manica del kimono e versò l’acqua, un sottile filo argenteo che si fermò alla lieve flessione del polso. Mamiya posò il bollitore senza fare il minimo suono contro il legno e le porse la tazza.

“Molto brava – si complimentò Kaneya – ormai ho ben poco da insegnarti, Mami-chan.”

“Tu avrai sempre molto da insegnarmi, madre.”

Kaneya non smentì. “Parliamo della tua ossessione. Sei sempre convinta che la colpa sia del vulcano anziché degli uomini?”

“E’ il vulcano ad avvelenare la terra col suo respiro, madre – Mamiya teneva gli occhi bassi per rispetto, ma la voce era caparbia – se non fosse così, ci sarebbe abbastanza riso per pagare le tasse senza morire di fame.”

“Ho la sensazione che tu ripeta le parole di qualcun altro, ma non importa. Gli uomini sono piccoli e meschini, Mami-chan: hai visto l’assassino dei tuoi genitori, poco fa. Toglierà alla gente quel poco cibo rimasto, soltanto perché gli garba di farlo. Come puoi ancora credere che le cose possano cambiare?”

Perché era quella la ragione principale per cui Kaneya aveva tenuto con sé Mamiya fino a quel momento, nonostante gli impacci e il disturbo. Non capiva come un essere umano, che aveva così poco tempo davanti a sé, potesse impiegarlo per fare qualcosa che non si poteva fare, al punto di tramutare quella ricerca nel fulcro della propria vita. Mamiya conosceva la calligrafia, la geografia, le materie occidentali, l’astronomia, la numerologia e molte altre cose, ma tutto, tutto, era volto nella direzione del villaggio, delle risaie. Kaneya era sicura che mai, neppure per un giorno, avesse dimenticato le croci a X, nere contro la luna, prima che le fronde si richiudessero dietro di lei.

“Come posso non crederlo, madre? E’ la ragione per la quale mio padre ha dato la propria vita. Gli dei mi hanno risparmiata perché portassi a termine ciò che lui ha iniziato: se avessero voluto la vendetta, avrebbero salvato mio fratello Kikuri, non me.”

Mamiya annuì con fare convinto alle proprie stesse parole: aveva chiaramente meditato a lungo sulla questione. “Se non credessi che le cose possono cambiare, dovrei credere che mio padre era uno sciocco, e questo non lo crederò mai. Gli uomini buoni non sono sciocchi, madre.”

E qui non stai parlando di tuo padre, pensò Kaneya contemplando il bel viso di Mamiya, i capelli neri, la pelle bianca, gli occhi verdastri. Indossava un kimono invernale di stoffa pesante, rossiccio con ricami d’argento, che ritraeva la montagna in fiamme, fumo di seta che saliva fino allo scollo e flutti di magma di raso, scarlatti, che scendevano lungo i fianchi, fino all’obi marrone e nero. Era un paesaggio sconcertante per una giovane donna, con le persone in fuga sul fiume argenteo e gli alberi neri, a livello delle ginocchia, ma Mamiya sembrava prediligerlo a tutti quelli che possedeva.

Lo porti come monito, pensava spesso Kaneya, i sentimenti umani sono strani: non vengono da nessuna parte, ma conducono in ogni direzione.

“Sono stata io a salvarti, non gli dei – le ricordò – io ti ho tolta da quella croce.”

Mamiya non disse niente, né per confermare né per contraddire, limitandosi a contemplare il vapore sulla sua tazza di tè.

 

Tornava spesso alle terme, e Kaneya era abbastanza intelligente da non chiedersene il motivo. L’odore del giovane era sempre su di lei, spesso niente più che un filo sottile, quasi impercettibile, talvolta intenso come legno appena tagliato, quando lui trovava il coraggio di prenderle una mano o di sederlesi accanto. Una volta, poi, l’odore era talmente intenso che Kaneya dovette volgere le spalle alla ragazza, per celare l’incurvarsi della rossa orchidea in un sorriso divertito: iniziava a pensare che il ragazzo fosse un po’ tardo, invece pareva proprio che avesse trovato il coraggio di baciarla. Mamiya rimase molto silenziosa tutta la sera, quella volta, e Kaneya non le rivolse alcuna domanda, sapendo che la figlioccia avrebbe mentito.

Un giorno fece tardi: il sole era quasi scomparso dietro la montagna, prima che sulle assicelle di legno risuonasse il rumore frenetico e ovattato delle calze di Mamiya, il volto arrossato dalla corsa nel gelo, fiocchi di neve tra i capelli. Già seduta davanti al pasto serale, di riso bianco e pesce servito con una salsa succulenta (dono di Matsudaira), a Kaneya bastò un’occhiata per capire cos’era successo.

“Vuole che tu vada a conoscere i suoi parenti.”

Mamiya sedette al suo posto e separò i bastoncini, ma era chiaro che pensava a tutto fuorché al cibo. “Io… me lo permetti, madre?”

“Perché me lo chiedi? Puoi fare come vuoi. Basta che non lo porti qui.” Prese un boccone di riso bianco e se lo portò alle labbra. “Se inizierà a fare domande su di me, non dovrai più vederlo.”

Mamiya rispose con premura: “Gli ho detto che faccio la serva nel palazzo del daimyo, agli edifici dei magazzini, da quando sono rimasta orfana. Va bene?”

“Va bene, ma dovrai spiegargli anche come può una serva essere colta e graziosa come te.”

“Gli ho detto che sono caduta in disgrazia da poco, e che sono tornata qui non sapendo dove altro andare.”

Kaneya pensò che quella storia iniziava a complicarsi. Aveva visto molte volte dove portava l’amore, e all’ombra della montagna maledetta non poteva portare in nessuna direzione favorevole.

Eppure Mamiya fremeva e i suoi occhi scintillavano come smeraldi in fondo a un pozzo, quando parlava del giovane, emanava una luce che Kaneya neppure immaginava da dove potesse provenire. Quando si accoppiava con lei, Matsudaira emetteva ansiti, sudore e parole volgari, mentre era sicura che l’unione di Mamiya e del ragazzo avrebbe brillato, illuminando anche la notte più buia.

E’ tutto molto strano, così incomprensibile… potrebbe cambiare il fato, una luce tanto intensa?

“Se vuoi andare da lui, fallo dopo il volgere della luna – comandò – il samurai mi ha detto che faranno la perquisizione, e se ti trovasse con lui, le conseguenze sarebbero imprevedibili.”

“Io non faccio nulla di male.”

Kaneya posò i bastoncini sul bordo della ciotola, con un rumore secco. “Non contraddirmi. Il prezzo da pagare quando hai voluto tornare qui è Matsudaira, senza intromissioni e senza vendette. Ormai è quasi mio, non ti permetterò di rovinare tutto proprio adesso. Io ti ho sempre accontentata, ma devi ubbidire: e ubbidirai, altrimenti ti riporterò su quella collina, su quella croce da cui ti tolsi, dieci anni fa.”

Gli occhi di Mamiya divennero lucidi alla minaccia, ma non pianse. “Non ti ostacolerò in nessun modo, madre, te l’ho promesso. Ma Hideaki mi ha chiesto di andare da lui tra due giorni.”

“E’ tutto, Mamiya.”

La ragazza non replicò e chinò la testa. Dopo cena, si dedicò agli esercizi calligrafici, alla luce dell’unica candela che Kaneya permetteva si accendesse nella casa, e dopo, quando ebbe finito, si ritirò dietro gli shoji per dormire. Ma la candela continuò a rimanere accesa per molto tempo, e Kaneya sapeva che Mamiya stava leggendo qualche testo shintoista, oppure un trattato sulla coltivazione del riso, per scoprire se fosse possibile avere dei buoni raccolti anche all’ombra della montagna.

Quella notte, Kaneya vagò a lungo nei boschi innevati, meditando sulla follia dei saggi e sulla saggezza degli sciocchi, spingendosi fino al limitare del villaggio, per fiutare l’odore di miseria e disperazione, di legno bruciato e di escrementi umani. C’erano dolore e rabbia, e da qualche parte un bambino piangeva senza sosta.

“Buono”, disse, perché quell’odore significava che presto ci sarebbe stato molto cibo per lei. Ma, dovette prendere atto con disappunto, quell’odore significava anche che il suo debito andava pagato subito, prima che fosse troppo tardi, perciò arrivò fino al limitare del villaggio, sotto la sporgenza rocciosa alla quale si appoggiava una capanna talmente sbilenca che pareva impossibile non crollasse. La carestia aveva eliminato tutti gli animali dal villaggio, perciò nessun cane diede l’allarme, quando Kaneya si mise sopravvento.

Tra le fessure delle assi filtravano un po’ di luce, e voci, e risate. Kaneya accostò l’occhio a uno spiraglio: vide una vecchia tutta rattrappita, che raccontava storielle divertenti mentre una bambina la massaggiava, e un giovane di bell’aspetto che scioglieva i lacci coi quali stringeva attorno ai piedi una pelliccia ruvida. L’olfatto disse a Kaneya che la pelliccia era di cane, e arricciò il naso alla puzza.

Il giovane stese le pellicce ad asciugare sul fuoco. “Dicono che perquisiranno il villaggio.”

La vecchia grugnì, con gli occhi cisposi socchiusi dal piacere del massaggio. “Non troveranno niente, tranne che nelle case degli sciocchi: ma, di questi tempi, gli sciocchi sono già morti di fame. Riso non ce n’è.”

“Matsudaira-domo tornerà al palazzo con un palmo di naso – rispose il giovane, con piacere maligno – vorrei vederlo, quando dirà al daimyo che non può fare niente!”

“Se Matsudaira-domo non troverà quel che vuole, diventerà un cane rabbioso, Hideo-kun. Non ridere, e sta’ molto in guardia.”

“Non ho motivo di dovermi guardare da lui.”

“La tua felicità si vede – disse la vecchia – nessuno è felice, ormai. Ma tu sì. Se Matsudaira-domo se ne accorgerà, penserà che nascondiamo qualcosa.”

Il giovane abbassò gli occhi borbottando qualcosa di incomprensibile, ma che fece sorridere la vecchia. “Non preoccuparti di questo: viene per te, non per il sontuoso pranzo che potremo offrirle.”

L’odore delle pellicce di cane, che spandevano il loro umido tanfo sul focolare, era ormai soverchiante. Kaneya indietreggiò, sparendo nella notte con nove pennacchi che sfioravano la neve fresca, smuovendola appena. La seguivano tutte, tranne una, la terza, che si attorse in un laccio, una trappola per gli animali.

 

La mattina seguente, quando il sole spuntò sulle risaie gelate, una coppia di conigli strangolati giaceva davanti alla porta della capanna di Hideaki, insieme a un sacchetto di riso bianco.

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