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II

La crosta di neve, dopo le gelate improvvise che seguivano i radi giorni di sole, diventava dura come pietra, tanto che vi si poteva correre sopra senza affondare. In alcuni punti, però, rimaneva infida e sottile, come una lama di coltello, e mettere il piede in uno di quei punti poteva significare, nel peggiore dei casi, spezzarsi una caviglia. Perciò, quando Hideaki sentì il ghiaccio cedere di schianto, capì di essere stato molto fortunato. Il sangue costellò di chiazze il candore, scavando piccoli buchi che fumavano nell’aria gelida.

“Stai bene? – Fumiyo saltellava sul margine del dosso, in ansia – stai bene, Hideo-kun? Oh, dei, ti esce il sangue…” E, tanto per cambiare, scoppiò a piangere.

Hideaki si costrinse a sorridere. “Sto bene, sorellina. Guarda…” picchiò il piede a terra, in modo da accertarsi di non avere slogature che gli impedissero di lavorare. Era già difficile così, senza aggiungere giorni di ozio forzato, a trasformarlo in una bocca inutile. Non ne sopportava neppure il pensiero. “Allontaniamoci, qui è troppo pericoloso.”

Raccolse il fascio di sterpi che gli era sfuggito nella caduta e tornarono sul sentiero. Hideaki sedette su una pietra, per strofinare manciate di neve fresca sui tagli, in modo da ripulirli. “Ecco, vedi, ha smesso di sanguinare. Non è successo niente, basta piangere.”

La bambina tirò su col naso, si ripulì la faccia con la manica del kimono. “Torniamo a casa?”

Hideaki guardò gli sterpi raccolti, rami neri, ammuffiti dall’umidità, che neanche con tutto l’ottimismo del mondo si potevano chiamare ‘legna’. Ma non c’era niente da fare, per chi rubava nella riserva del daimyo la pena era il taglio di una mano, quindi si doveva rimanere al di qua del limitare del bosco. “Sì – disse con un sospiro, alzandosi – ci vorrà parecchio, per far prendere fuoco a questa roba. Tu rimani al caldo con la nonna, mentre io vedrò di trovare qualcosa per cena.”

Fumiyo aveva un paio di zori, di legno grezzo ma belli alti, che la tenevano lontana dal gelo della terra, e ciò nonostante la piccola passava le serate a lamentarsi, tenendosi così vicina al fuoco che a volte una scintilla caduta fuori le faceva fumare il vestito. Tra lei, e la nonna che doveva stare sdraiata, rimaneva ben poco spazio al calore del focolare, ma Hideaki non si lamentava mai: già l’avere un tetto sulla testa, che infrangeva l’impeto della tormenta di neve, gli pareva un lusso inaudito, di quei tempi.

“Siamo tornati, nonna!” Hideaki trattenne Fumiyo perché si scuotesse gli zori all’entrata, e andò a posare gli sterpi accanto al focolare, ormai quasi spento. “Come ti senti, oggi? Hai dormito?”

Dall’angolo più lontano, costruito contro la parete di roccia per ricevere meno spifferi, il cumulo di stracci si mosse, scivolando giù mentre la nonna si sforzava di mettersi seduta. Hideaki andò a sorreggerla. “Hai sete? Adesso accendo il fuoco, così potremo sciogliere un po’ di neve, d’accordo?”

La nonna era stata bellissima da giovane, al villaggio lo dicevano tutti, ma ormai le rughe dell’età avevano inciso il suo viso così profondamente che quasi non rimaneva traccia dei lineamenti originari. I capelli erano incanutiti, legati nella crocchia delle donne anziane, ed erano così radi che si poteva intravvedere la cute. Hideaki avvertì sotto le mani la fragilità delle ossa da uccellino, che sembravano appena ricoperte da un sottile strato di pelle. La nonna non emanava un buon odore, perché era troppo debole per lavarsi da sola, e spesso rifiutava l’aiuto di Hideaki e Fumiyo, dicendo che la sera dovevano impiegarla per riposare, anziché massaggiando una vecchia.

“Stavo sognando – la nonna si scostò per stare ritta da sola – sognavo che era arrivata la primavera, c’erano fiori dappertutto, e caldo… e le risaie ondeggiavano al vento, un bel vento, non come quello di oggi…” Rabbrividì e si strinse addosso le braccia, perché anche se la capanna riparava dalla bufera, gli spifferi erano lame di coltello.

“Hideaki si è fatto male – annunciò Fumiyo – la neve si è rotta e lui è caduto. Per poco non abbiamo perso la legna.”

Al vedere l’espressione preoccupata della nonna, visibilissima anche nella penombra, Hideaki pizzicò una gamba di Fumiyo.

“Ti sei fatto male, Hideo-kun? Dove? Fammi vedere…”

“Non è niente, nonna, solo qualche taglietto. Fumiyo, aiuta con il pitale, da brava.”

Si ritirò in fretta, un po’ per pudore e un po’ per chiudere subito la discussione. Sul focolare c’erano ancora un paio di braci decenti, che dopo qualche minuto di paziente nutrimento lo premiarono assaggiando gli sterpi più piccoli e meno umidi. Il fumo riempì la capanna, mentre il fuoco iniziava a bruciare.

Non c’era molto da mettere insieme per cena. Le trappole, al solito, erano vuote, perché tutta la selvaggina si trovava nella riserva del daimyo, e per pescare bisognava essere molto bravi a fare a botte, visto che i ragazzi più prepotenti del villaggio gettavano le lenze sfidando tutti gli altri a farlo. Hideaki aveva sedici anni, era alto e forte anche se spesso gli girava la testa per la fame, ma non poteva permettersi un polso slogato o una costola incrinata, che gli impedissero di procacciare il sostentamento alla famiglia. Così, anche per quel giorno, prese la zappa e si spinse fino al limitare della riserva, dove sotto i tronchi si poteva trovare qualche tubero, a volte. Non ebbe molta fortuna, così, come toccava fare sempre più spesso man mano che l’inverno avanzava, si servì della zappa per scortecciare le betulle, e strappò via i licheni che crescevano dal lato di tramontana, con le unghie.

“Ho fame – si lamentò Fumiyo guardando la pentola nella quale bollivano un paio di pugni di riso della riserva, non di più – ho davvero tanta fame, fratello.”

Sì, a chi lo dici. “Ringrazia Amaterasu per il cibo che ci ha fatto trovare oggi, invece di lamentarti. Nonna, purtroppo di radici ce n’è solo una, devi accontentarti.”

La nonna scosse la testa e accarezzò quella di Fumiyo, che sembrava sul punto di piangere. “Non ho fame – disse, come Hideaki era sicuro avrebbe detto – dividete la mia parte tra voi.”

Mentre lasciava la radice bollita a Fumiyo, che l’ingoiò in due enormi bocconi senza neanche lamentarsi che era troppo calda, Hideaki si chinò per sussurrare: “Anche stamattina hai detto che non avevi fame, e anche ieri sera. Se non ti nutri, non guarirai mai, nonna.”

“Non c’è cura per la vecchiaia, Hideo-kun. Ormai sono una bocca inutile, e le bocche inutili, di questi tempi, si gettano nei pozzi. Sei un bravo nipote – aggiunse sfiorandogli il viso in una carezza – un altro, al tuo posto, se ne sarebbe andato per unirsi agli yakuza, e avrebbe venduto Fumiyo al bordello.”

“Non potrei mai!” esclamò Hideaki inorridito.

“Lo so – rispose la nonna, in tono triste – sei di animo gentile come tuo padre, e come mia nuora. Per questo vi presi con me, quando mi supplicò di farlo, quando si seppe che sarebbe scoppiato un ikki. Aveva paura per voi, e aveva ragione di averne, perché li uccisero tutti… i corpi furono appesi fuori dalle mura, a monito, e c’era mio figlio tra loro… il mio figlio gentile, con la colpa di essere amico di quel Koji… e tua madre, venduta per risarcire il daimyo… morì l’anno dopo.” La nonna si coprì il viso con la manica.

“E’ successo tanto tempo fa – cercò di confortarla Hideaki – nessuno ci farà del male, adesso. Nessuno si ribella al daimyo.”

“Non dopo quella volta, è certo… fu un massacro, il fiume divenne rosso per il sangue, e si dice che perfino Matsudaira-domo avesse le braccia indolenzite dal tanto colpire, il giorno dopo… guardati da Matsudaira-domo! E non mostrargli mai Fumiyo… sta crescendo, diventerà graziosa come la madre, senza dubbio…”

Hideaki fece una smorfia. “Matsudaira-domo è un samurai, e Fumiyo ha solo dieci anni. Non credo sappia neppure che esista, e va benissimo così, nonna. Sta’ tranquilla, non ci sarà nessun ikki, e nessuno morirà più.”

Ma la nonna era molto lontana da lì. “Dieci anni… dicevano che sarebbe cambiato tutto dopo l’ikki, che ci sarebbe stato un nuovo amministratore e che le tasse sarebbero calate… che tutti avremmo avuto il riso… e invece, se paghiamo le tasse, d’inverno dobbiamo mangiare ratti e radici… già dieci anni, e pare ieri che rizzarono quelle croci, le grida, il sangue…”

Gentilmente, Hideaki aiutò la nonna a distendersi accanto al fuoco, si accertò che Fumiyo fosse ben coperta e si sdraiò sul bordo del tatami, al limitare della terra battuta.

 

La mattina seguente, quasi fosse stato chiamato dalle parole della nonna, Matsudaira-domo passò per il villaggio, proprio mentre Hideaki e Fumiyo l’attraversavano diretti alle terme, per concedersi un po’ di tregua dal gelo invernale, con un lungo bagno caldo. Ne avevano bisogno, c’erano giorni in cui Hideaki si stupiva di sentire ancora il cuore battere in petto, tanto era il freddo che sentiva.

I ragazzini arrivarono gridando che Matsudaira-domo si avvicinava, e Hideaki afferrò la mano di Fumiyo per nasconderla dietro una catasta. Non pensava, davvero, che un samurai si sarebbe abbassato a guardare una piccola bifolca, ma… chissà. La nonna era anziana e sapeva molte più cose di lui.

Quando sentì il rumore degli zoccoli, Hideaki si inginocchiò posando la fronte a terra, come tutti coloro che erano presenti. Il suolo gelato lo fece rabbrividire,  ma non osò muoversi, finché non sentì che il cavallo si era fermato. Lanciò un’occhiata in su e vide che Matsudaira-domo era a pochi passi da lui. Colse solo in un lampo gli zoccoli dello stallone grigio e la figura altera, regale, con la katana che gli pendeva dal fianco, prima di riabbassare fulmineamente il capo. A guardare negli occhi un samurai, si poteva venire uccisi seduta stante, per l’insolenza.

“Tu.”

Per un attimo il cuore di Hideaki si fermò, pensando che Matsudaira-domo parlasse a lui, ma quando guardò di nuovo, vide che aveva rivolto la parola al capovillaggio, prostrato come gli altri.

“Mi dicono che tra i bifolchi ci sono dei ladri che nascondono il riso del daimyo. E’ vero?”

Il capovillaggio sbiancò. “Mio signore, abbiamo consegnato fino all’ultimo chicco di ciò che spettava al daimyo, ve lo posso giurare…”

“I tuoi giuramenti sono feccia. Sei ben grasso, per aver consegnato al tuo signore ciò che gli spetta.”

Questo era ingiusto, pensò Hideaki: il capovillaggio non era grasso, era flaccido, come succede alle persone che dimagriscono molto in poco tempo. La pelle gli pendeva addosso in pieghe sgonfie e la pappagorgia traboccava dallo scollo del kimono, ma non era grasso. Sembrava, semmai, indossare la pelle di un uomo due volte più grande di lui.

Naturalmente, il capovillaggio non ribatté nulla del genere. “Cosa devo fare, Matsudaira-domo?”

“Trovare almeno altri dieci han di riso. Tanto è stato stabilito che nascondete, voi bifolchi. In caso contrario, sai cosa accadrà.”

Non lo sapeva solo il capovillaggio, lo sapevano tutti, compreso Hideaki. Cos’altro vuole? Si domandò con rancore, mentre strisciava nel fango gelato davanti al samurai. E’ ricco, non deve preoccuparsi di nulla se non di come conservare la sua ricchezza… cos’altro vuole, da noi?

Quando Matsudaira-domo fu passato, Hideaki prese per mano la sorellina e la trascinò via, senza fermarsi ad ascoltare i gemiti del capovillaggio, al quale veniva richiesto quasi di fare una magia. Dieci han di riso! Nella capanna di Hideaki neanche sarebbero entrati.

Perché gli dei ci fanno questo? Quale crimine abbiamo commesso, a parte l’essere nati?

Hideaki non sapeva rispondersi, mentre usciva dal villaggio. Sapeva soltanto che doveva proteggere Fumiyo e la nonna, ma che forse non ne sarebbe stato in grado. E questa era la crudeltà peggiore di tutte.

“Guarda, fratellone!” La vocina trillante di Fumiyo lo strappò dai suoi pensieri. “Guarda là!”

Indicava una traccia di sangue nella neve, così fresca che ancora fumava, nel guazzabuglio di impronte che indicavano una fuga precipitosa. Un animale ferito!

“Vieni, svelta – disse, raccogliendo un sasso – forse gli dei non ci hanno abbandonati del tutto!”

Hideaki esitò quando si accorse che la traccia proseguiva nel bosco del daimyo, ma era troppo esaltato, troppo pieno di rancore verso il samurai, e considerava già sua quella preda, perché non l’aveva trovata nella riserva, dunque non sentiva di far nulla di male. Non toglieva al daimyo nulla che non avrebbe preso comunque, con pieno diritto. Entrò all’ombra secolare degli alberi, Fumiyo alle calcagna.

Udirono i latrati e i ringhi già a una certa distanza. Hideaki si fermò dietro i cespugli, spogli ma così carichi di neve che fornivano un efficace nascondiglio, e si affacciò prudentemente per vedere.

Un grosso cane, irsuto e dall’aria feroce, aveva messo alle strette un animale che non vide bene, e gli abbaiava contro, avventandosi e ritraendosi, come se non riuscisse ad averne ragione. Hideaki strinse il sasso. Dall’inizio dell’inverno, avevano mangiato ogni tipo d’animali, ratti, serpenti e anche rospi, in letargo sotto i sassi. Un cane era la ricchezza.

Uscì allo scoperto mentre il braccio già descriveva la traiettoria, perché i cani, in quell’epoca di miseria, erano diffidenti quanto le bestie selvatiche, ed era inutile tentare di ammansirli. La pietra volò nell’aria gelida, colpì la testa pelosa con un toc!, e rimbalzò in alto, per la potenza del colpo. Il cane stramazzò stecchito, ancor prima di capire d’essere morto.

“Bravo, fratello!” Fumiyo saltò fuori battendo le mani e saltellando eccitata. “Non sbagli mai, non sbagli mai!”

Hideaki ansimò, non per la fatica ma per la tensione. Ciò che in momento meno duri era soltanto un gioco – abbattere i bersagli a sassate – aveva appena fruttato alla sua famiglia diversi giorni di cibo sicuro. La carne di cane non era buona, ma riempiva lo stomaco come qualsiasi altra, di sicuro molto più dei licheni e dei tuberi bolliti. Quanto alla pelliccia, le possibilità erano infinite.

Stava già riflettendo di scambiarne metà con un po’ di riso, di sicuro al villaggio chiunque avrebbe accettato, quando colse un movimento sotto l’albero sul quale il cane si era inferocito: una piccola volpe, tremante e azzoppata, lo guardava coi suoi occhi scuri nel musetto appuntito, senza poter scappare dall’incavo nel quale aveva cercato riparo, finendo così in trappola.

Hideaki esitò, perché due prede erano una fortuna immensa, ma gli tornò in mente l’espressione sprezzante del samurai, quando aveva dichiarato di volere altri dieci han di riso: più di quanto ne restasse tra le scorte di tutto il villaggio. Quell’uomo era un demone, decise Hideaki, di quelli dell’inferno buddhista, rossi e con la testa di cane, e il suo nome era avidità.

Così, invece di prendere un altro sasso e spaccare la testa anche alla volpe, afferrò per le zampe posteriori il suo demone-cane e lo tirò via, liberando il passaggio. “Vattene – disse alla bestiola – oggi io ho trovato il cibo e tu la salvezza. E’ un buon giorno per tutti, non roviniamolo.”

La volpe fiutò verso di lui, fiutò lui, e Hideaki vide che dilatava le narici, per non perdere un solo afflato. Poi rizzò le orecchiene, così rapida che quasi non si vide, schizzò via, sparendo tra i cespugli innevati. La ferita alla zampa doveva essere di poco conto, anche se si lasciò dietro qualche goccia di sangue.

“Perché l’hai fatto?” volle sapere Fumiyo. Hideaki alzò le spalle.

“Abbiamo avuto il cibo grazie a lei. Ucciderla sarebbe stato da ingrati.”

“La nonna dice che le volpi sono spiriti – affermò la bambina – e che non bisogna farle arrabbiare, perché possono diventare molto crudeli. Ma, se tu sei stato gentile con lei, se lo ricorderà, vero?”

Magari si farà inseguire da un altro cane, fin sotto il mio naso, pensò Hideaki con sarcasmo. “Aiutami a portare la nostra preda – disse invece – e usciamo dalla riserva del daimyo, prima che qualcuno ci veda, sbrigati.”

 

Hideaki adorava le sorgenti termali.

Il fiume, che diveniva palude sulle risaie, nasceva alle pendici della montagna, e l’acqua rimaneva calda anche d’inverno, quando tutt’intorno era bianco. La nonna diceva che questo dipendeva dalla montagna stessa, dal respiro di fuoco nelle sue viscere, anche se non era mai un bene quando il vulcano diventava troppo attivo.

“Porta sfortuna – gli aveva detto una volta – perché quando la montagna respira, il raccolto è sempre scarso, e arriva la carestia. E’ successo dieci anni fa, sta succedendo ora: il fiato della montagna, che scorre sotto di noi, avvelena la terra, lo sanno tutti.”

“Il daimyo ha detto che sono sciocchezze, nonna.”

“Il daimyo non passa la sua vita nelle risaie. Il daimyo non vede l’acqua diventare gialla quando la montagna respira, e il riso seccarsi mentre i pesci galleggiano a pancia in su.”

Hideaki non aveva replicato, ma in cuor suo pensava che la siccità e le inondazioni erano già una spiegazione sufficiente, alla miseria nera che li perseguitava. In tutta Hokkaido, ne era sicuro, non esisteva un altro luogo più sfortunato di quello. Ci manca solo la terra avvelenata.

Si spogliò, tenendo solo il fundoshi attorno ai fianchi, e Fumiyo prese il kimono logoro. “Te lo lavo nella pozza a valle: con questo calore, quando uscirai sarà già asciutto.”

“Non ti allontanare troppo!” Le gridò dietro Hideaki, sorridendo a quello sfoggio di virtù, dettato senz’altro dalla prospettiva di mangiare a sazietà, la sera. Avevano nascosto il cane sotto la neve, in un punto riparato, prima di dedicarsi al bagno.

Si immerse nell’acqua fumante, un brivido di piacere per il calore che disperdeva il gelo sulla sua pelle, e si sciolse il nodo dei capelli, per poterli lavare.

Forse dipendeva dal freddo che provava ormai da settimane, ma l’acqua gli pareva più calda del solito: la pelle gli si arrossò subito, come se l’avesse esposta al vapore di una pentola.

Trattenne il fiato, si immerse, tornò su sbuffando, continuò a strofinarsi finché non si sentì sudare, non il sudore fetido della fatica, ma quello trasparente e innocuo di un corpo pulito, surriscaldato. Quella sera avrebbero mangiato, e la notte non avrebbe avuto freddo. Cominciò a nuotare, a pigre bracciate.

Il vapore era così fitto che non vide la ragazza finché non le fu quasi addosso, e la spaventò tanto da farla gridare.

Hideaki ristette. “Perdonami!” Esclamò, vedendo che cercava di inerpicarsi sulle rocce sdrucciolevoli, per fuggire. “Credevo di essere solo, non ho cattive intenzioni!”

La ragazza esitò. “Perché mi hai assalita?”

“Non ti avevo vista – Hideaki indietreggiò – se vuoi risalire, non farlo da lì, rischi di scivolare. Me ne andrò in un’altra fonte, se ti ho disturbata.”

“No…” la ragazza lasciò la presa e tornò a immergersi, parzialmente rassicurata. “Credevo anch’io di essere sola, tutto qui. Non uscire al freddo solo per la mia presenza.”

Non c’è pericolo che sia la tua presenza ad allontanarmi, pensò Hideaki guardandola, con un senso di calore che non aveva nulla a che vedere con la temperatura dell’acqua.

Era di poco più giovane di lui, forse tredici o quattordici anni, l’età giusta per prendere marito, ed era bellissima. Aveva la pelle chiara, anziché scura e bruciata come quella delle ragazze del villaggio, i capelli neri come la notte più profonda, le spalle strette ed esili, l’ideale di bellezza muliebre dei cantastorie. Il taglio dei suoi occhi a mandorla era così allungato che il colore sembrava cambiare, al punto che per un attimo gli parve di vedere un baluginare verde scuro, come l’ombra di un pino visto controluce. Il naso era graziosamente camuso, le labbra delicate e sottili, appena rosate in quel pallore lunare. Hideaki deglutì e distolse lo sguardo, imbarazzato dal fascino della sconosciuta, più che dalla reciproca nudità, che alle terme non aveva nulla di sconveniente.

“Non sei del villaggio, vero?”

La ragazza sedette, avvolta nel vapore quasi fosse una pelliccia. “In verità, sì – rispose, gentile – i miei genitori vivevano qui, molti anni fa. Ne avevo quattro quando… me ne andai.”

“Capisco.” Hideaki prese il coraggio a due mani e le chiese come si chiamasse.

“Mamiya, come mia madre. E che nome porta il mio cortese aggressore di fanciulle?”

Hideaki arrossì, poi vide che lei sorrideva e le sorrise di rimando. Questo lo fece arrossire ancora di più. Fu felice che l’acqua calda l’aiutasse a dissimulare l’imbarazzo.

La tensione era svanita, e i due si misero alle rispettive estremità della vasca, come voleva il galateo. Hideaki non osava fissare troppo apertamente la ragazza, in parte perché era da sfacciati, in parte perché aveva l’impressione che, se l’avesse guardata troppo, gli occhi avrebbero cominciato a bruciargli, come se li avesse puntati sul sole. Si finse impegnatissimo a lavarsi il volto.

“Cosa ti ha riportata al villaggio, in pieno inverno, e in un momento tanto difficile?”

Gli occhi cangianti di Mamiya parvero annebbiarsi per un attimo, malinconici. “Anche quando me ne sono andata era un momento difficile – mormorò – non esiste un momento facile, per tornare.”

“Neanche per restare, se è questo. Non hai l’aria di aver avuto una vita dura: se vuoi un consiglio, torna da dove sei venuta, senza voltarti indietro.” Hideaki sospirò. “Magari potessi farlo io.”

“Sei giovane e forte, troveresti fortuna ovunque. Cosa te l’impedisce?”

“Mia nonna e la mia sorellina. Senza di me, come farebbero?”

Mamiya gli sorrise, provocando in Hideaki un sommovimento simile a stormi di farfalle nel petto. “Sei un ragazzo gentile.”

“Ho sedici anni – protestò lui – ormai sono un uomo.”

“Oh, certo!” Mamiya rise, coprendo la bocca con il dorso della mano, educata come una principessa. “E dove sono i fili bianchi tra i tuoi capelli? Perché la tua schiena non è ancora curva sotto il peso dell’età, Hideo-kun?”

L’aveva chiamato usando il vezzeggiativo. Per poco Hideaki non annegò nell’acqua calda. “Ho detto che sono un uomo, non un vecchio!”

“Un uomo gentile, allora – Mamiya tornò seria – anche mio padre lo era. Gli volevo molto bene.”

Hideaki inghiottì a vuoto, chiedendosi come dovesse interpretare quelle parole. Stamani credevo che gli dei mi avessero abbandonato, e ora…

“Dov’è tuo padre, adesso?”

Era la domanda più appropriata da fare, per non sembrare veramente un aggressore di fanciulle, ma se ne pentì subito, perché il bel viso di Mamiya si rabbuiò. “Degli uomini malvagi hanno ucciso lui, mia madre e tutti i miei fratelli e sorelle. Per questo apprezzo tanto la gentilezza, quando la vedo… ma la vedo sempre più raramente, di questi tempi.”

Doveva sviare il discorso, in qualche modo. “E’ difficile essere gentili, quando si lotta per sopravvivere. E purtroppo le cose non faranno che peggiorare: per questo ti ho consigliato di tornare da dove sei venuta, e dove senz’altro sei felice.”

“La mia madre adottiva è buona con me, a suo modo – mormorò Mamiya – ma la mia casa è qui. Perché dici che le cose peggioreranno ancora?”

A disagio, perché non voleva fare discorsi così tragici alla ragazza sconosciuta (avrebbe preferito sapere, ad esempio, dove abitava, per poter andare a trovarla), le raccontò della pretesa di Matsudaira-domo e di come nel villaggio, se erano rimasti quattro han, significava che tutti loro avevano digiunato per tre mesi, o giù di lì.

Con sua grande sorpresa, Mamiya sospirò, quasi avesse ricevuto una conferma che sperava di non udire. “E’ come dicevano, allora: il daimyo vuole entrare nel seguito dello shogun, tra gli Hatamoto, e per farlo deve destare l’ammirazione dei suoi superiori. Sai cosa significa?”

Hideaki scosse la testa.

“Per farsi notare, deve mostrare che il suo han produce in maniera straordinaria, a costo di sovrastimare i raccolti. Se poi riuscisse ad avere una produzione invernale, sarebbe considerato un amministratore eccellente, tanto da poter, magari, far sposare uno dei suoi figli con una fanciulla dei Tokugawa. A quel punto, il suo posto sarebbe assicurato, e non dovrebbe più temere per la propria dinastia, fin quando quella dello shogun sarà al potere.”

Mentre Mamiya parlava, la bocca di Hideaki si era spalancata lentamente, senza che lui neanche se ne accorgesse: l’ultima cosa che si era aspettato era di ascoltare simili disserzioni dalle labbra di una fanciulla di quattordici anni, nubile e graziosa come un bucaneve. Le donne non parlavano di politica, non ne sapevano niente.

“Il problema, però, è che in questo modo le risorse dell’han saranno prosciugate: e, quando i contadini non avranno più di che sfamarsi, scoppierà un altro ikki. E’ già accaduto.”

“I miei genitori sono morti, in quell’ikki.” rispose meccanicamente Hideaki.

“Anche i miei – Mamiya distolse lo sguardo – non c’è nessuna speranza che degli straccioni affamati e indeboliti possano vincere contro i samurai del daimyo… ma presto la disperazione toglierà loro capacità di giudizio, e succederà.”

“Il daimyo…”

“Dubito sappia anche alla lontana di quanto sia seria la situazione. Si affida alla parola di Matsudaira-domo e di uomini come lui, per stabilire tassazioni e imposte.”

In questo, Mamiya aveva senz’altro ragione. Il daimyo compariva raramente in pubblico, e quando lo faceva era sempre circondato dal suo corteo di nobili, che provvedevano a tenere ben lontani i bifolchi.

“Comunque, non credo gl’importerebbe – disse Hideaki, sprezzante – a nessuno importa di noi. Neppure agli dei, o non avvelenerebbero la terra rendendola sterile. Se avessimo raccolti decenti, potremmo pagarle, le tasse.”

“Questo è vero.” ammise Mamiya.

“E quindi, la colpa ultima è degli dei. Matsudaira-domo e il daimyo sono soltanto i mezzi che usano per opprimerci.”

“No – Mamiya si scostò i capelli bagnati dal viso – secondo me, tutto questo accade perché nessun dio protegge il villaggio. Se ci fosse, le cose andrebbero meglio.”

Secondo Hideaki, nessun dio era tanto stupido da venirsi a stabilire all’ombra del vulcano, ma non voleva litigare con lei. “Sembri aver meditato a lungo su questo – osservò – e anche di aver studiato. E’ insolito, per una fanciulla.”

“La mia madre adottiva mi ha fatto conoscere molte cose che mai avrei creduto possibili. Sugli uomini e anche sugli dei.”

“E’ per questo che sei tornata?”

Mamiya sorrise, senza rispondere. Si dedicò a pettinarsi con le dita, dividendo le lunghe  ciocche tra le quali le sue mani sembravano virgulti di bambù che oscillano nella brezza. Mai Hideaki avrebbe creduto potesse esistere tanta beltà, e mai avrebbe creduto che nella sua orribile vita avrebbe avuto la possibilità di ammirarla.

“Io non ho bisogno che gli dei facciano altro, per me – disse, con una voce che non pareva neppure la sua – oggi ho trovato cibo per la mia famiglia, e ho trovato te. Gli dei, se hanno ancora magnanimità da distribuire, possono rivolgerla altrove.”

Mamiya abbassò la testa. Hideaki avrebbe giurato di vedere un impercettibile rossore su quelle guance candide, prima che i capelli bagnati le coprissero. “Voltati, per favore. Vorrei uscire.”

“Se ti ho in qualche modo fato fastidio…”

“No – Mamiya lo guardò negli occhi – le tue parole sono dolci come il tuo animo. Sono felice di averti conosciuto, Hideaki.”

E poi, come se non volesse più continuare quel discorso, si alzò, obbligandolo a girarsi, non prima di avergli regalato una vista del suo corpo nudo. Hideaki deglutì e serrò forte le palpebre, per liberarsi dell’immagine, ma gli si era impressa dentro così forte che neppure la katana di Matsudaira-domo avrebbe potuto tagliarla via. Udì l’acqua scrosciare mentre Mamiya usciva, poi tornò il silenzio.

Ma dentro Hideaki c’era più tumulto che nel giorno della festa del tempio. Neppure badò a Fumiyo, quando alla fine ritornò tutta fiera, col suo kimono pulito e smacchiato.

 

A sera, dopo che il cane fu seppellito nella neve a congelare e che un bel pezzo di carne venne messo a bollire con una manciata d’erbe, perfino la nonna parve ringiovanita, anche se per lei masticare era un problema. Fumiyo tagliò pezzetti piccolissimi e li schiacciò con il pestello, ottenendo una pappa simile a quella che si usava per svezzare i bambini, poi attaccò a raccontare per la decima volta dello splendido colpo con cui Hideaki aveva assicurato il cibo alla famiglia.

“Hai fatto bene a lasciar andare la volpe – confermò la nonna – non si sa mai quando un atto di gentilezza verrà ripagato, Hideo-kun.”

Il vezzeggiativo, pronunciato dalla madre di suo padre, non suonava altrettanto dolce come quando l’aveva detto Mamiya. “Forse lo è già stato, con il cibo di stasera. Per fortuna siamo troppo poveri perché gli esattori dello shogun vengano a cercare qui del riso nascosto illecitamente.” disse.

“Come se importasse – mormorò la nonna, con un’amarezza che neanche i lunghi anni di servilismo potevano annebbiare – raccoglieranno dieci han e basta. Dobbiamo nascondere bene il nostro. Sotto il futon, magari: nessuno vorrà scostare una vecchia puzzolente, per cercarlo.”

Non le ho neanche chiesto dove viveva, continuava a rimproverarsi Hideaki, ed è straniera, quindi potrei… potrei non rivederla mai più. A quel pensiero, la carne nello stomaco gli si rapprendeva tutta in un grumo pesante e appiccicoso, che non era più sazietà, ma insopportabile pesantezza.

“Le terme vi hanno fatto bene – la nonna accarezzò la testa di Fumiyo, che per una volta non piagnucolava per la fame e sorrideva, nel vedere la pentola – avete tutti e due un colorito migliore. L’inverno finirà, vedrete.”

“Pensavo di tornarci domani.” disse Hideaki, senza riflettere. “Abbiamo cibo per qualche giorno, perciò Fumiyo può rimanere qui con te, cosa ne dici?”

Quella notte, mentre fissava le assi ruvide del soffitto con le dita intrecciate dietro la nuca e Fumiyo rannicchiata contro di lui per non disperdere il calore, Hideaki udì l’abbaiare di una volpe, nella foresta del daimyo.

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