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I

L’esecuzione si tenne a  mezzogiorno, perché tutti potessero vedere, ma i preparativi erano iniziati già dall’alba: i pali incrociati formavano tante X, che proiettavano lunghe ombre nella luce del mattino, e la recinzione doveva essere abbastanza solida da impedire che la pressione della folla la facesse cedere. Il rischio che qualcuno si gettasse a salvare i condannati non era poi così remoto, data la situazione.

Il lavoro nelle risaie non poteva fermarsi soltanto a causa di un’esecuzione, perciò fu facile fingere che quel giorno fosse come gli altri: eppure, all’abbattimento di vedere gli steli esili del riso, il raccolto dell’anno, seccarsi e marcire nell’acqua, si sommava un opaco senso di desolazione, come una cappa di nebbia che non si poteva vedere, ma che tutti percepivano chiaramente. E’ il vulcano, si dicevano, soltanto il vulcano che soffia la sua aria velenosa, e tornavano a chinarsi nel fango per salvare il salvabile. I mormorii suonavano spezzati, ma il senso era evidente a chiunque conoscesse la vicenda.

“…tutta la famiglia…”

“…i suoi figli…”

“…la riduzione delle imposte…”

“…il daimyo…”

A mezzogiorno, quando comunque i contadini si sarebbero fermati per masticare i pochi bocconi di riso che spettavano a ciascuno, con molte tazze di tè perché lo stomaco credesse di essere pieno, arrivò il boia. Tirava una corda alla quale erano legati, uno dietro l’altro, i condannati, che camminavano con la stolida rassegnazione delle bestie al macello. Li seguiva, come da protocollo, uno dei samurai del daimyo, il nobile Matsudaira: montava un magnifico stallone grigio, ben nutrito e strigliato, al cui paragone i contadini cenciosi apparivano simili alla coperta con cui gli stallieri tergevano il sudore della bestia. Le donne tirarono via i bambini perché non lo infastidissero, facendosi calpestare.

Un servo si inginocchiò accanto al cavallo, chinò la testa e sollevò le mani, per porgere al samurai il plico della sentenza.

“Udite tutti!” La voce stentorea, bella e solenne come il suo portamento, impose il silenzio immediato tra i bifolchi. “Con l’autorità conferita dallo shogun, per aver osato disonorare il nostro signore inoltrando a Edo una petizione chiedendo la riduzione delle imposte annuali, il contadino Koji viene messo a morte, con tutta la sua famiglia. Non è concessa alcuna attenuante, data l’entità del crimine commesso. Che si esegua la sentenza!”

Paragonata all’attesa, la procedura fu molto rapida: i condannati furono presi e sollevati per i piedi, che vennero assicurati alla parte alta della X, quindi le mani furono legate ai bracci divergenti, in basso. Data la pendenza della collina, non occorreva alzare il patibolo perché fosse ben visibile, e un fremito d’orrore corse tra la folla, quando fu il turno dei sei figli del contadino. Il più grande aveva dodici anni, la più piccola appena quattro, ma non pianse quando l’appesero, perché la madre continuava a parlarle e a dirle di non avere paura. La palese speranza della donna era che la piccola svenisse prima di vedere il peggio, ma non ebbe tanta fortuna.

Il boia, che di solito faceva il fabbro nel palazzo del daimyo, impugnò la sua mazza, una solida sbarra di ferro a sezione quadrata, e si piazzò davanti al contadino Koji. Era un boia molto abile, che aveva avuto modo di esercitare le sue doti parecchie volte, sotto il dominio del loro signore, e gli bastarono i due colpi tradizionali, per schiantare di netto le ginocchia del condannato. Le urla dell’uomo furono come un colpo di frusta sulla gente riunita, e le donne si nascosero il viso nelle maniche del kimono, per non dover vedere più. Solo per caso non c’erano loro, su quelle croci. Quando toccò ai figli, il contadino pianse e invocò clemenza, ma la giustizia del daimyo non si ferma davanti a nulla, e il boia mostrò un’esitazione solo davanti alla bambina piccola.

Il samurai parve infastidito, dalle grida, dall’odore delle viscere vuotate dei condannati, e dall’interruzione. Poi, forse, volle fare mostra di generosità: “Imbavagliala soltanto.”

Il boia tirò fuori una benda e la strinse attorno alla bocca della bambina, attutendo le grida isteriche che sembravano perforare l’aria. Infine, ai condannati furono praticati tagli profondi sulle gambe e sul petto, perché il dissanguamento attirasse gli animali che divorano le carogne, supremo gesto di disprezzo.

Il samurai spronò il cavallo e la folla si allargò, per farlo passare. L’esecuzione era stata portata a compimento, il disonore recato dai bifolchi dell’han era stato lavato, e il daimyo poteva tornare a dormire sonni tranquilli. L’agonia dei condannati sarebbe durata per ore, giusto monito a non ribellarsi all’ordine precostituito: i contadini servono il loro signore, gli pagano il dovuto del raccolto e, se la carestia lo richiede, muoiono per lui.

Uno alla volta, in un silenzio sepolcrale, gli abitanti del villaggio tornarono alle loro mansioni. Liberare Koji o uno dei suoi familiari avrebbe significato solo che, il giorno dopo, sul patibolo ci sarebbero state croci in più. Le grida si erano smorzate in un gemito sommesso, di chi non ha più la forza se non per respirare. Presto, neppure quella.

Le ombre si allungarono, proiettando lungo il pendio le sagome cruciformi. Le risaie erano sferzate dal vento freddo dell’autunno, le donne accoccolate nel fango non traevano che poche spighe stente, le uniche sopravvissute alla siccità primaverile e alle spaventose inondazioni dell’estate. Si sarebbero gettati i neonati nei pozzi, quell’inverno, e molte figlie sarebbero state vendute ai bordelli della città. Non si potevano nutrire i vecchi, che si sarebbero allontanati nella neve, per non opprimere nessuno con la loro morte, e anche gli uomini più robusti avevano la pelle tesa sul volto bruciato dal sole, come scheletri ambulanti.

Infine, arrivò il crepuscolo, e le ombre sfumarono nella tenebra incombente. Dalle croci il sangue colava lento, mentre i corvi si posavano in attesa del loro pasto. Al vedere i lenti giri discendenti dei mangiatori di carogne, le donne rabbrividirono e si chiusero in casa, bruciarono semi secchi contro la sfortuna, accesero incensi davanti all’altare degli antenati. I bambini frignavano, gli uomini ostentavano impassibilità, ma già tra i giovani passava una parola che, se pronunciata a voce troppo alta, equivaleva a buscare un ceffone dall’anziano più vicino, o anche una bastonata, se l’anziano camminava con un sostegno. Quella parola era nei pensieri di tutti, ma anche Koji e la sua famiglia erano nei pensieri di tutti, e le due cose sommate riempivano il villaggio di terrore.

Quella parola era ikki, rivolta. Non ci si doveva neanche pensare. Non al crepuscolo, all’ombra della montagna.

Al crepuscolo uscivano i demoni.

 

La luna piena proiettava un’ombra d’argento talmente nitida che il mondo era visibile come fosse giorno, ma sottraeva al mondo tutti i colori. Soltanto un’orchidea, rossa come il sangue, spiccava nel bianco argentato, nel nero e nel silenzio.

Le fronde si divisero con un sussurro al passaggio di Kaneya, quasi carezzandola. Lei ricambiò la carezza, sollevò la testa e l’odore del sangue, pieno e pesante, giunse fino a lei, un aperto invito.

“Buono”, disse, e l’orchidea rossa delle sue labbra si incurvò verso l’alto, senza che il perfetto ovale del viso bianco contraesse un solo muscolo. Camminò sotto la luce della luna, e la sua ombra era sottile, i suoi passi leggeri negli zori laccati, le sue mani come fiori di loto che si muovevano nella brezza notturna, fredda per chiunque tranne che per lei.

Alle sue spalle, allargate a ventaglio, le nove code proiettavano nove ombre affusolate come foglie di bambù.

Sotto il patibolo c’erano già decine di creature inferiori, saltellanti e ridenti, che leccavano le croci e mordevano la terra insanguinata, oppure tiravano i capelli dei morti, per dispetto. Quando l’ombra di Kaneya li coprì, si dispersero saltellando e ridendo, senza modificare in nulla la propria condotta se non per l’atto di allontanarsi. Rimasero a una certa distanza, beffeggiandola con la caratteristica mancanza di grazia degli oni meno antichi.

Kaneya arrotolò con grazia le maniche del kimono, per non sporcare la seta, sulla quale era ricamato un delicato paesaggio invernale, e si abbassò a guardare. Gli oni avevano già preso quasi tutto quel che c’era da prendere, e non trovò vita nell’uomo più robusto, i cui occhi erano stati strappati via dai kappa, per giocare. Fece scorrere l’indice lungo il contorno dell’orbita vuota e se lo succhiò, sovrappensiero.

“Buono”, ripeté, poco propensa ad andarsene così, dopo essersi scomodata. Camminò fino all’ultima croce, e già si chiedeva se, affrettandosi debitamente, non avrebbe potuto ancora incrociare la strada del bel samurai del daimyo, con il suo stallone di cenere e il suo impeccabile nodo di capelli, lucido di olio sul cranio rasato. La curiosità nacque in lei proprio sull’ultima croce.

La bambina non era ancora morta.

Kaneya mosse le palpebre su e giù, non proprio sbattendole, ma quasi. Gli uomini erano fragili di natura, sempre sul punto di spezzarsi per un nonnulla come un sasso o una malattia: che proprio la più fragile tra quelle fragili creature celasse ancora in sé la tremolante fiammella della vita le parve degno di un esame più approfondito. Si avvicinò, e vide subito che la ragione di quella stranezza era che il piccolo corpo era integro, senza le mutilazioni inflitte agli altri. La bambina era imbavagliata e i capelli neri nascondevano il viso, così li scostò per guardare.

Sembrava che la luna fosse scesa dal cielo, al punto che Kaneya alzò un attimo gli occhi, per accertarsi che fosse ancora al suo posto. Era lì, ovviamente, ma era anche dietro la cortina di capelli neri, perché quel visino era rotondo, bianco e perfetto, quasi luminoso nella sua purezza infantile. Il bavaglio rovinava tutto l’effetto di quell’ordinario prodigio, perciò Kaneya lo strappò via. Avvicinò il viso al viso della bambina, fiutò le lacrime secche, e dall’orchidea rossa delle sue labbra uscì un pistillo roseo, la punta della lingua che lambì la pelle della bambina. Era salata come il mare, quella bambina era il mare sul quale si specchiava la luna.

“Bello”, disse allora, perché a Kaneya le cose belle piacevano, e sciolse i nodi. Doveva solo toccarli, e le corde annerivano, si consumavano come brace, cadevano in cenere. Kaneya distese sulla terra insanguinata il mare lunare che era la bambina.

I capelli erano come i suoi, notò, sebbene arruffati e appiccicosi di sudore. Kaneya li scostò con una mano, senza sapere bene cosa fare. L’incertezza era una costante della sua natura, né benigna né malvagia, e poteva propendere, in qualunque istante, con uguale probabilità, in una delle due direzioni, a seconda degli eventi o del capriccio del momento.

La mano di Kaneya era gelida come l’inverno. Forse per questo, o perché non si trovava più a testa in giù, con il sangue a riempirle il cervello, la bambina trasalì e aprì gli occhi, che di colpo furono pieni dell’immagine di Kaneya. Si vide in essi, e il fenomeno le parve così straordinario che non fece alcun gesto, fosse allontanarsi o uccidere la piccola mortale che l’aveva vista.

La bambina aveva occhi scurissimi, quasi neri, ma in quel nero si nascondeva un colore come quello dei pini marittimi, che la luce argentata non riusciva a sopraffare: un’ombra verdastra, qualcosa di misterioso che si può quasi cogliere, ma sfugge subito, lasciando l’impressione nella mente e non nello sguardo. Al mare e alla luna, si aggiungevano gli alberi. Kaneya era incantata.

La bambina sbatté le palpebre. “Chi sei?” chiese con una vocina sottile sottile, impaurita e arrochita dal troppo piangere e il troppo gridare. “Dove sono la mamma e il papà? Dove sono Kikuri e Yuriko-chan e…”

“Sono morti.” Kaneya glielo disse senza gentilezza e senza crudeltà, dandole l’informazione richiesta. Nulla più. “Vuoi andare anche tu da loro?”

Non era una minaccia, soltanto una domanda, e la bambina la prese come tale. “Non lo so… tu chi sei?”

“Chi sei tu – ribatté Kaneya – ti ho appena salvata. Sei tu che devi presentarti.”

“Mi chiamo Mamiya, come la mia mamma. Adesso mi dici chi sei tu?” La bambina voleva sapere, era impaziente come un tanuki, e Kaneya sorrise di nuovo, di nuovo senza muovere nulla del viso se non gli angoli delle labbra.

“Di sicuro sai già chi sono, Mami-chan.” rispose, e la prima delle sue code, morbida come l’abbraccio della seta con la quale si strangolano i criminali, scivolò sul corpo della bambina, a guisa di coperta. “Se lo sai, vuoi andare dai tuoi genitori, vuoi fuggire nella notte, o vuoi venire con me?”

La bambina aveva spalancato gli occhi a vedere la coda, e poi le ombre dietro Kaneya, altre otto ombre uguali a quella, che si muovevano e danzavano alla luce della luna. Ma la prima coda era calda, soffice, e la bambina non aveva nient’altro che quello, a parte i cadaveri mutilati appesi alle croci. Affondò le mani nella pelliccia, rossa con un pennacchio bianco in punta, si rannicchiò per non disperdere il calore.

“So chi sei – rispose – la mamma mi ha raccontato di te. La mamma è morta.” Si incupì e Kaneya pensò che si sarebbe messa a piangere. Invece no. “Papà diceva che non facevamo niente di male a chiedere una riduzione delle imposte, perché se arriva la carestia, muoiono tutti, non solo noi. E invece ci hanno uccisi. Quell’uomo malvagio ha letto una cosa, e poi ci ha fatti uccidere. Papà era coraggioso, ma piangeva per il male, e anche la mamma e Kikuri piangevano. E anch’io piangevo, perché ci stavano uccidendo. Perché?”

“Gli uomini si uccidono a vicenda. Succede sempre, Mami-chan.”

“Sì, ma perché?”

“Non lo so.” Kaneya si alzò, nel suo kimono di seta ricamato con l’inverno, dal quale spuntava l’orlo rosso della sottoveste, provocante come il collo nudo di una geisha. “Se vuoi seguirmi, fa’ pure – le concesse – se non vuoi, va’ dove credi. Puoi vivere. Non voglio distruggere la luna, il mare e gli alberi.”

La bambina sbatté le palpebre, senza capire, ma non chiese niente. La coda rossiccia le cadde di dosso e tornò dietro Kaneya, che aveva già perso interesse, a meno che l’interesse non la catturasse di nuovo. Si avviò lungo il pendio, senza più curarsi della bambina che guardava tristemente i patiboli, neri contro la luce argentea.

“Aspettami!” Con un inverecondo rumore di steli spezzati e pietre urtate, la bambina la raggiunse, inciampando e incespicando, patetica e goffa come tutti gli uomini. “Vengo con te!”

Una mano minuscola, ma calda come un pulcino appena nato, si infilò in quella sottile e gelida di Kaneya. Lei non rallentò il passo, non si volse, non respinse la bambina, né fece alcunchè desse a intendere che le importava, in un senso o nell’altro.

Le fronde si divisero con un sussurro per far passare Kaneya e la piccola. Accarezzarono entrambe, quindi tornarono a riunirsi, e sulla collina ci furono solo cadaveri.

Gli oni ripresero i loro giochi.

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