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Vivo e cristallo

C’era una volta una creatura. Un animale, diciamo.

Questo animale era bello, veramente bello. Niente a che vedere con gli animali che si tengono nelle case abitualmente: questo qui non sporcava, non perdeva peli, non ingombrava, non abbaiava, non aveva bisogno di museruola ne’ di cuccia ne’ di acquario, e non dovevi spendere un capitale dal veterinario o al pet shop per mantenerlo. Era un animale speciale. Bello. Splendente. Lo guardavi e pensavi che la tua vita era perfetta, perché avevi questo animale così meraviglioso, e lui stava con te, e continuava a renderti la vita perfetta.

Solo che non era facile ottenerlo. Bisognava conquistarlo, sudarselo, addomesticarlo, convincerlo a venire a vivere con te, e una volta che era lì, ai tuoi piedi mentre lavoravi alla scrivania, o disteso sul tappeto a sonnecchiare intanto che cucinavi, dovevi proteggerlo. Perché questo animale, così meraviglioso, così luminoso e puro, era anche delicato. Bastava uno spiffero dell’aria inquinata che arrivava da fuori per farlo tossire, e quando tossiva tu tremavi. Se non trovava l’acqua nella ciotola pativa la sete, e tu ti spaventavi. Se si beccava qualche malattia, tu cominciavi a vedere cos’era la tua vita prima che lui arrivasse in casa tua, e allora il fiato ti mancava, ti si strozzava in gola e restavi lì, inebetito, chiedendoti come fosse possibile che la tua felicità fosse così fragile.

Se poi per caso l’animale moriva, la tua casa crollava, la tua pelle si copriva di piaghe laide e dolorosissime, i tuoi cari fuggivano spaventati, il cibo che avevi conservato per i periodi difficili ti si disfaceva in mano, e tu rimanevi lì seduto, in mezzo alle macerie, solo e senza futuro, a chiederti cosa era successo. L’animale era morto, tu eri finito, e tanta era stata la fatica per accapparrartelo che non avevi la forza di ricominciare con un altro. C’è un solo animale splendente, nella vita di ciascuno.

Un giorno un gruppo di persone, una famiglia, riuscì con enormi sforzi e sacrifici ad attirarne uno in casa propria. E tutto quello che fino a quel momento era parso difficile, quasi insormontabile (il lavoro, la casa, il mutuo, i figli, una posizione sociale, sicurezza che il domani sarebbe stato bello) cominciò ad arrivare con grande prodigalità. Oh, sì, l’animale si trovava bene in quella famiglia, erano tutti ben decisi a prendersi cura di lui e a proteggerlo, e lui li ricambiava dando loro tutto quello che occorreva perché questo continuasse all’infinito.

Però accadde qualcosa.

La famiglia si mise a pensare.

Ne avevano viste troppe. Troppe persone che, una volta avuto l’animale, non avevano saputo averne cura, e l’avevano perduto, fatto fuggire, o ammalare e morire.

Loro non volevano questa sorte. Loro avrebbero avuto buona cura di quello che con tanta fatica avevano conquistato, non sarebbero stati stupidi e avrebbero eliminato ogni pericolo che l’animale potesse ferirsi o smettere di farli stare bene.

Sapevano quel che facevano, loro.

Così comprarono una gabbia.

Oh, non una gabbia come ve l’immaginate, non una prigione con le sbarre dove l’animale sarebbe deperito e intristito, chiariamoci. Era una reggia, quella gabbia, dotata di tutti i confort: doppi servizi, garage di proprietà, aria condizionata, televisore maxischermo, un’utilitaria per la città e una familiare per i grandi viaggi, gerani sul davanzale, argenteria, un salotto buono e la cameretta per i giochi. Tanti giochi, tantissimi.

L’animale rimase estasiato. Era tutto molto bello, ci si stava bene, e non si accorse che tra tutte quelle comodità ne mancava una: la porta per uscire. Che importava, in fondo, lì dentro c’era tutto, e quel che non c’era la famiglia lo portava appena lo trovava, dall’ingresso principale, quello che permetteva di entrare, ma non di andarsene. Beh, insomma, ti permetteva di andare a scuola e al lavoro, al cinema e all’edicola, ma non più in là. C’era una magia, capite, e non è che potevi uscire per andare troppo lontano. L’animale doveva restare lì, punto.

Era tutto perfetto.

Così passarono gli anni. La famiglia si ingrandì, arrivarono figli e nipoti, zii e cugini, e anche se ognuno col passare del tempo passò sotto un altro tetto, la Casa rimaneva sempre quella, l’animale era lì, lustro e curato, nessuno glielo portava via e lui non era in condizione di andarsene, se anche l’avesse voluto. Non che qualcuno si chiedesse se voleva, chiaro.

Poi, un brutto giorno, l’animale si ferì. Stava giocando in cucina e gli arrivò addosso uno schizzo d’acqua bollente, o forse era nel bagno e scivolò sul tappetino della doccia, o magari si sporse troppo dal davanzale e sarebbe caduto, se qualcuno non fosse stato svelto ad afferrarlo. Ma com’è come non è, la famiglia si spaventò a morte: l’animale aveva rischiato di lasciarli!

C’è una cosa che non vi ho detto: la famiglia non lasciava mai solo l’animale. Una creatura così preziosa, voi l’abbandonereste forse a se stessa?

Quel giorno c’era un nipote a guardarlo, e la famiglia se la prese naturalmente con lui. Hai lasciato che l’animale si ferisse, incosciente! Hai rischiato di rovinare le vite di tutti noi, di distruggere quello che abbiamo ottenuto nel corso di tanti anni con tanti sacrifici!

Un crimine mica da poco, se ci pensate. Tutte queste persone che hanno visto tremare l’intera impalcatura della loro vita, per colpa di una sola. Ci fu una riunione, e l’opinione unanime fu che questa persona era pericolosa. Andava espulsa.

E così fu fatto.

L’animale venne curato, e dopo qualche tempo guarì. Rimase una piccola cicatrice, ma quando la magnifica pelliccia ebbe coperto anche quel segnetto, la famiglia rifiatò: nessuno, a guardare dall’esterno, avrebbe detto che c’era uno sfregio nella loro vita perfetta, e siccome guardare dall’esterno era tutto quello che veniva permesso agli estranei, andava benissimo così.

Naturalmente c’era anche un’altra questione da sistemare, prima di tirare il meritato sospiro di sollievo: l’animale era comunque stato ferito, perciò le misure di sicurezza prese non erano adeguate. Lasciarlo affacciare al balcone, ma scherziamo? Farlo entrare in cucina, siete pazzi? E il bagno! Non serve la doccia, basta qualche bacinella, ne esce pulito allo stesso modo! L’animale non deve ferirsi, lo capite sì o no?

Così dalla gabbia vennero portate via un po’ di cose: non molte, solo quelle più pericolose, tipo i coltelli, il fornello a gas (all’animale si sarebbe portato il cibo ogni giorno, così non avrebbe dovuto rischiare a cucinare), il davanzale coi gerani, le prese di corrente più vistose, che furono riempite di colla per evitare scosse elettriche. Quando ebbero finito di eliminare i pericoli, l’animale si guardò attorno, un po’ spaesato, perché la sua gabbia non era più bella come prima, e qua e là si intravvedeva il luccichio delle sbarre. Brontolò un po’, poi si adattò e la vita andò avanti.

Nella famiglia nacque un bambino, com’era giusto che fosse. Era bello questo bambino, intelligente e vispo e i genitori ne erano molto orgogliosi. Non che dubitassero che questo nuovo bimbo sarebbe stato men che perfetto, perché avevano con loro l’animale e perché avevano già un altro figlio, che si sobborcava con passione la sua parte di compito nella custodia della preziosa creatura. Fin dalla culla, al nuovo bimbo fu spiegato che il compito principale nella vita di una persona era prendersi cura dell’animale e impedire che qualunque cosa potesse rovinare la perfezione raggiunta con tanti sacrifici. Il bambino ci credette.

Poi successe una cosa molto strana. Il bambino fu messo di fronte all’animale, gli fu detto qual era il suo ruolo nel proteggerlo, e il bambino ci provò, ma non ci riusciva. Era un problema di gabbia, vedete.

Col passare del tempo, erano avvenuti altri incidenti. Insomma, anche se luminoso, anche se splendente, anche se meraviglioso, un animale resta un animale, si muove, va in giro, fa disastri, e a volte si caccia nei guai. Così, col passare del tempo, furono tolti tutti gli altri oggetti pericolosi, dall’aria condizionata che poteva farlo ammalare, al televisore che poteva fare cortocircuito, alle automobili per spostarsi (anche perché, non potendo uscire, all’animale non servivano). La famiglia era molto compiaciuta dell’assennatezza con cui gestiva la cosa, e nessuno si accorse che ormai, nella bellissima gabbia dell’animale, erano rimaste solo le sbarre. Ci erano abituati da anni, vedete, e i cambiamenti furono così graduali che l’animale fu l’unico ad accorgersene e a soffrirne.

Finchè non arrivò il bambino.

Che cosa squallida, pensò, perché tenere un animale così? Sta fermo tutto il giorno, è triste, si annoia.

E gli portò una palla, per giocare.

L’animale ne fu felicissimo e cominciò a correre per la gabbia inseguendo la palla, divertendosi per la prima volta dopo tanto tempo. Quando si fermò aveva il fiatone, chiaro, ma il bambino era contento, perché l’animale si era divertito. Anche lui si era divertito a guardarlo, e a lanciargli la palla quando lui gliela riportava.

Ma alla famiglia questo non piacque.

Non vedi cos’hai fatto! L’hai fatto stancare! E se gli veniva una trombosi? E se si disidratava? Non ti avevamo detto che devi proteggerlo da qualsiasi cosa possa fargli male?

Il bambino ne fu mortificato. Non vedeva niente di male nel far giocare l’animale, certo si era stancato e una volta era inciampato spellandosi un po’ un ginocchio, ma non era neppure uscito il sangue, si era subito rialzato per ricominciare a giocare. Il bambino pianse e cercò di spiegarsi, ma un robusto ceffone lo fece stare zitto. Vattene, gli disse la famiglia, tu non puoi averne cura. Sei ancora piccolo e ci occuperemo anche di te, chissà che un giorno non maturi e non impari il valore delle cose.

Così il bambino fu sollevato dall’incarico di occuparsi dell’animale, e l’ultima cosa di lui che ricorda sono i suoi guaiti quando venne portato via. L’animale voleva il suo amichetto, capite. Si sentiva solo, e solo il bambino se n’era accorto.

Il bambino crebbe, diventò un ragazzo. E i vantaggi della sua famiglia cominciarono ad apparirgli evidenti: aveva tutto, e confrontato ai suoi coetanei aveva perfino troppo. Così non capiva.

Non capiva perché gli altri, quelli che non avevano un animale, o anche quelli che lo avevano, erano tutti più felici di lui. C’era poco da fare, bastava vedere cosa succedeva in qualunque ambito del quotidiano: un brutto voto a scuola? Un incidente d’auto? Una forte spesa improvvisa?

Perché gli altri andavano avanti, magari un po’ immusoniti, mentre la sua famiglia entrava in crisi? Erano come bloccati, ecco, non sapevano più muoversi. Erano rimasti fermi nella loro perfezione tanto a lungo che qualsiasi cosa tentasse di intaccarla anche minimamente li gettava nella più profonda prostrazione, perché essi consideravano la perfezione il requisito minimo per poter vivere. Oltre la perfezione, andava bene. Al di sotto, no.

Il ragazzo era perplesso. Provò a chiedere, ma nessuno gli seppe dare una risposta, o forse nessuno volle farlo.

Alla fine il ragazzo decise di andare a controllare l’animale: dopotutto, il suo compito era di rendere perfette le loro vite, giusto?

Così si avvicinò alla gabbia (che ormai aveva giusto le dimensioni del corpo dell’animale, in quanto la famiglia aveva scoperto che una gabbia troppo grande lasciava troppo spazio agli incidenti) e sollevò il telo.

Il puzzo della putrefazione lo colpì come lo schiaffo di tanti anni prima, lo fece indietreggiare, ma non prima di aver visto l’animale a terra, morto, con larve bianche che brulicavano sulla pelliccia un tempo così morbida e la bocca insanguinata per aver cercato di mordere le sbarre per fuggire.

Il ragazzo fuggì.

Adesso capisco, si disse. Capisco perché si sono tutti bloccati sulla perfezione, perché non sanno più andare ne’ avanti ne’ indietro. Hanno cercato di fermare l’animale, di renderlo immobile perché avevano raggiunto quello che volevano e non intendevano metterlo in gioco, ma hanno dimenticato una cosa essenziale: quello che accudivano era un animale, non una statua di cristallo. Hanno tolto tutto quello che poteva romperlo, e hanno finito per togliergli tutto quello di cui aveva bisogno. Adesso l’animale è morto e ha raggiunto l’immobilità che loro volevano, ma non serve a niente, perché lui non è più qui.

Il ragazzo si rannicchiò in un angolo, terrorizzato. Non sapeva cosa fare, perché da un lato non poteva muoversi, o la sua famiglia l’avrebbe punito, e dall’altro non voleva più sentire quel puzzo orribile. Nessuno degli altri sembrava sentirlo, anzi, continuavano a portare cibo all’animale e a pulire la gabbia, era come se nessuno si fosse accorto che era morto, che l’unica cosa da fare sarebbe stata seppellire la carcassa e andare avanti.

Alla fine il puzzo divenne tale che il ragazzo non resistette più, e cercò di dirlo al resto della famiglia, ma ottenne solo un inviperito ostracismo che gli fece capire come ormai tutti lo considerassero inaffidabile, come la sua esistenza venisse soltanto tollerata, e tuttavia fosse indegno di loro, che avevano lottato tanto per dare anche a lui quella perfezione.

Il ragazzo non la voleva.

Ma la porta si poteva aprire solo per entrare.

No, un momento. La porta aveva anche un’uscita, e alla fine il ragazzo se ne rese conto. Tanti anni prima, la famiglia aveva pur espulso una persona perché aveva ferito l’animale, vero?

Certo, ormai c’era poco da ferire, ma visto che nessuno si era accorto che l’animale era morto, forse avrebbe funzionato lo stesso.

Così il ragazzo prese un bastone, andò alla gabbia, e cominciò a percuotere la carcassa: dal ventre dell’animale uscirono schiere di insetti, il tanfo diventò soverchiante, al ragazzo veniva da vomitare, ma non si arrese, continuò a colpire quei poveri resti che un tempo erano stati una meraviglia splendente e perfetta, finchè la famiglia non lo afferrò e non lo buttò fuori, urlando che non doveva tormentare il loro prezioso animale, che mai avrebbero potuto catturarne un altro, se avessero perso quello.

Il ragazzo si guardò intorno. La notte era vasta e profonda, la strada era lunga e c’era un po’ di vento, un po’ di freddo. Ma nessuna puzza.

Il ragazzo respirò a fondo l’aria e cominciò a camminare. Non sapeva bene dove andare, ma già il fatto di non avere più la gola serrata per il tanfo gli faceva pensare che qualunque cosa lo aspettasse fosse solo migliore di quel che si era lasciato alle spalle.

Camminò e camminò, e ogni tanto aveva notizie della sua famiglia. Loro lo compativano, perché lo ritenevano perso, in pericolo, mentre essi vivevano nella sicurezza e nella stabilità data dal loro prezioso animale, e dopo un po’, sbollita la rabbia, gli proposero di tornare. Non avrebbe potuto curare l’animale, precisarono, ma avrebbe potuto godere della loro magnifica perfezione. Il ragazzo rabbrividì e proseguì per la sua strada, mangiando quando poteva, dormendo dove trovava asciutto.

Finchè un giorno sulla sua strada non trovò un animale.

E questo, signore e signori, non aveva niente a che vedere con la putrida carcassa che lui ricordava. Questo era vivo, vivace, saltellava e faceva versi, giocava e lo provocava, invitandolo a inseguirlo, a conquistarlo, a tenerlo. Il ragazzo ne rimase abbagliato, gli vennero le lacrime agli occhi. Come fanno a non capire? Si chiese. E’ bellissimo perché è vivo, non perché appartiene a qualcuno. Finchè può muoversi, far tremare la terra sotto i suoi passi, tu rischi di inciampare, ma se inciampi puoi rialzarti. Invece, cosa puoi fare se ti trovi per le mani solo una putrida carcassa? La mia famiglia continua a maneggiarla come niente fosse, e presto saranno contagiati da qualche morbo di quelli che portano i cadaveri. Io non voglio questo.

Si sistemò meglio il fagotto sulla spalla, comprò un pallone e cominciò a giocare con l’animale. Corsero e saltarono a perdifiato, ruzzolarono giù per le colline e schizzarono le pozzanghere, e alla fine erano tutti e due pieni di lividi e senza più fiato, e si accasciarono uno vicino all’altro per riposare. Il ragazzo gli gettò le braccia al collo e l’animale gli leccò il viso.

Niente gabbie, decise il ragazzo. Starai con me finchè lo vorrai, e dopo se un giorno mi lascerai io avrò ancora la strada. Finchè cammino, nessun cadavere putrescente potrà appestarmi col suo morbo.

Il ragazzo si fermò lì, insieme all’animale, e sotto il suo splendore trovò una vita proprio come la voleva. Oddio, magari qua e là c’era qualche sbavatura, perché l’animale si feriva o si ammalava, per quello c’è poco da fare, però bastava curarlo e il giorno dopo tornava a ruzzare e a correre. A volte la tentazione di bloccarlo, in qualche modo, gli veniva. Ma finchè non avesse sentito cattivo odore nell’aria, non avrebbe fatto niente per impedire all’animale di vivere. Finchè era vivo e non cristallo, nessuna sassata avrebbe potuto infrangerlo, dopotutto.

Un giorno l’animale tornò con una compagna. Naturalissimo, qualsiasi animale si riproduce, se le condizioni sono favorevoli. Il ragazzo, che ormai era un uomo, si commosse quando vide che la prole generata si affezionava ai suoi figli, e che questi crebbero giocando coi figli dell’animale, che a loro volta, quando arrivò il momento, cominciarono a camminare sulla strada, insieme ai cuccioli dell’animale, ormai cresciuti. Fu un po’ rattristato quando sparirono all’orizzonte, ma dopotutto non c’era altro da fare, bisognava lasciare che camminassero, o sarebbero morti e dalla loro morte sarebbe nata un’epidemia mortale. Lo sapeva, adesso.

Perché l’uomo riceveva notizie dalla sua famiglia, a volte. Avevano continuato a prendersi cura della carcassa, con dedizione incrollabile, ma alla fine la carcassa aveva generato l’unica cosa che può generare un corpo morto: la Malattia. Il morbo della putrefazione, l’invisibile distruzione che poco alla volta aveva contagiato i carcerieri dell’animale.

Della sua famiglia rimanevano ormai pochi patiti spauracchi, che si aggiravano chiedendosi dov’era finita la loro perfezione. E continuavano a curare la carcassa, ormai ridotta a uno scheletro calcinato dal sole. Nessuno si era accorto di niente, e in effetti a guardare da fuori non era cambiato niente. E siccome guardare da fuori era tutto quel che si poteva fare, andava bene così.

L’uomo accarezzò il suo animale, che ormai era invecchiato, e pensò che avrebbe dovuto seppellirlo molto in profondità, quando fosse morto. Niente epidemie, niente corpi immoti. L’animale doveva fare il suo corso, come tutte le cose, e se fosse morto prima di lui pazienza, si sarebbe arrangiato. Poteva anche darsi che morissero insieme, come due amici troppo legati per separarsi. Sarebbe stato bello.

L’animale era vivo, e non cristallo.

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