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Regalo di nozze

ATTENZIONE:  a causa delle tematiche trattate e del linguaggio esplicito, la lettura di questo racconto è sconsigliata a un pubblico di minori. Continuando a leggere dichiarate la maggiore età e sollevate l’autrice da ogni responsabilità civile o penale (nel senso di pena).

Mi hai perdonata, vero?

Misi una mano sulla porta, spinsi ed entrai dietro di lui. Mi guardò, stupito. Con un colpo di tacco chiusi il battente.

“Cosa ci fai qui?”

Sorrisi, lo presi per la cintura, cominciai a scioglierla. “Secondo te?”

Lui mi prese i polsi. “Sei diventata matta? Lo sai dove siamo?”

Percorsi con un dito il duro rilievo, raso su pietra. “Insieme e da soli.” Risposi.

Mi allontanò le mani, ma con così poca energia che seppi di averlo in pugno. “Vattene – disse, rauco – prima che qualcuno ci veda.”

Stupido, pensai. Di tutte le risposte che poteva darmi, quella era in assoluto la meno indicata per cacciarmi via. Se la sua preoccupazione era che qualcuno ci vedesse, anziché l’etica di cornificare la novella sposa al banchetto nuziale, beh…

“Siamo in una toilette. E non ci metterò molto, prometto: devo solo consegnarti il mio regalo di nozze. Dici sempre che ti serbavo rancore, ma indovina un po’…”

Tirai giù la lampo dei calzoni, che scivolarono intorno alle sue caviglie con un fruscio sommesso. Per farlo mi chinai in avanti, e non avevo bisogno di guardarlo per sapere che teneva gli occhi fissi sulla scollatura a balconcino del vestito, sulla parte del mio corpo che gli era sempre piaciuta di più: rossa naturale, sono piena di lentiggini, ne ho tantissime piccole piccole che spariscono dentro i vestiti, a guidare l’occhio dell’allupato di turno.

Non fece neppure il gesto di resistere, il bastardo.

Mi inginocchiai e glielo presi tra le labbra, piano, esplorando con la lingua il liscio glande rotondo, come gli piaceva. Gemette sottovoce e mi mise una mano sulla testa. Poco male. Mi ero fatta fare una piega facile da sistemare, proprio in previsione di quell’evento.

“Sei… una… troia… dovevo… sposare… te…”

Lo presi per un complimento. Me lo spinsi in bocca quanto più potei, aiutandomi con le mani, come un bambino maleducato che fagocita tutto quel che ha nel piatto. Per il resto, dovetti fare ben poco: qualche spinta, un attimo di rigidità assoluta, poi la bocca mi si riempì di quella schifosa pomata calda, densa come detersivo per piatti, mentre lui rantolava cercando di non farsi sentire. Mandai giù, poi mi rialzati sistemandomi i capelli.

“Tanti auguri, Giancarlo.”

Uscii, lasciandolo appoggiato alla parete della toilette, completamente svuotato.

Mi hai perdonata, vero? Non volevo farlo, andare a letto con lui… è successo, e basta… mi hai perdonata, vero?

La sposa era radiosa, quel giorno. Se l’avevo perdonata?

Sorrisi.

Adesso sì.

 

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